Spesso, quando Pam mi esponeva qualche problema di poco conto – uno dei ragazzi era caduto dalla bicicletta e si era ferito superficialmente – io reagivo descrivendo le sevizie cui erano stati sottoposti alcuni loro più sfortunati coetanei, e insistevo per spiegarle che cadere dalla bicicletta è un evento normale cui non bisogna prestare troppa attenzione.
È impossibile restare insensibili davanti a certi orrori, ma per sopravvivere è necessario immunizzarsi contro ciò che altrettanto orribile non è. Un giorno, stavo cenando coi ragazzi e Pam era in cucina ad aprire un pacchetto. Si taglio con un coltello e alle sue grida ci precipitammo tutti di là. Ma non appena mi accorsi che la ferita non era grave, mi scoprii a concentrarmi sul disegno delle gocce di sangue e a collegarlo mentalmente con altri rinvenuti sulle scene di alcuni delitti. Ci scherzai su, cercando di attenuare la tensione, ma dubito che gli altri l’abbiano presa con altrettanta disinvoltura.
Se il matrimonio è solido, insieme si possono sopportare molti degli aspetti negativi della nostra professione, ma quando i rapporti sono già precari, i fattori scatenanti finiscono spesso per rendere intollerabile la situazione… proprio come accade agli individui a cui diamo la caccia.
Pam e io finimmo per frequentare ambienti diversi. Nell’impossibilità di parlare con i suoi amici del mio lavoro, avvertivo sempre più forte il bisogno di stare con chi poteva capirmi. Può sembrare cinico, ma quando si passa la giornata a cercare di immedesimarsi in un assassino, parlare col vicino della staccionata da tinteggiare o della collocazione del bidone dei rifiuti non è altrettanto stimolante.
Sono felice di poter dire che, dopo un periodo di tensione, ora mia moglie e io siamo buoni amici. I ragazzi vivono con me (Erika è al college), ma Pam e io passiamo molto tempo insieme e svolgiamo in modo paritario il nostro ruolo di genitori. Per quanto mi riguarda, sono contento che Lauren e Jed siamo ancora abbastanza giovani da consentirmi di partecipare alla loro crescita.
Se nei primi anni Ottanta ero l’unico elaboratore di profili del Bureau, col tempo la nostra unità arrivò a contare dieci membri. Non è ancora sufficiente a gestire il volume dei casi che ci vengono sottoposti, ma un gruppo più numeroso non ci consentirebbe probabilmente di mantenere fra di noi e con i dipartimenti di polizia quel genere di rapporto che è diventato il nostro «marchio di fabbrica». Molti dei capi della polizia e degli investigatori che ci contattano, ci hanno conosciuto alle lezioni dell’Accademia nazionale. Lo sceriffo Jim Metts mi invitò a collaborare alle indagini sull’omicidio di Shari Smith e Debra Helmick, e il capitano Lynde Johnston chiese a Gregg McCrary di aiutarlo a trovare l’uomo che uccideva le prostitute di Rochester perché entrambi avevano frequentato l’Accademia.
Verso la metà degli anni Ottanta, l’Unità di scienza comportamentale era stata suddivisa in Unità di ricerca e avviamento alla scienza comportamentale e Unità investigativa di supporto alla scienza comportamentale. Io lavoravo nell’ambito di questo gruppo in qualità di responsabile del Programma elaborazione profili. Oltre alla mia, le due divisioni-chiave erano il Programma verifiche incrociate crimini violenti (VIGAP), al cui comando Jim Wright era subentrato a Bob Ressler, e i Servizi tecnici. Roger Depue era il capo dell’Unità ricerca e avviamento, e Alan «Smokey» Burgess dirigeva l’Unità investigativa di supporto.
Per quanto logorante e impegnativo fosse il mio lavoro, mi ero costruito una carriera soddisfacente. Non solo; ero riuscito a evitare il passo che quasi tutti coloro che aspirano a fare carriera nel Bureau devono intraprendere: occuparsi dell’amministrazione. Tutto cambiò nella primavera del ‘90. Nel corso di una riunione, Burgess annunciò le sue dimissioni, e poco dopo Dave Kohl, attuale vicedirettore, mi convocò nel suo ufficio per informarsi sulle mie intenzioni.
Dissi che ero talmente stanco che progettavo di candidarmi per un lavoro d’ufficio, sempre nell’ambito del crimine violento.
«Non sono d’accordo» fece Kohl. «Ci saresti molto più utile come capo unità.»
«Non credo di voler diventarlo» replicai. In realtà svolgevo già molte delle funzioni di capo unità, oltre a fungere da memoria istituzionale a causa dei miei lunghi anni di servizio. Ma in quella fase della mia carriera, non volevo finire impantanato nel settore amministrativo. Burgess era stato un amministratore eccellente, bravissimo a intercettare le interferenze e a consentire ai suoi collaboratori di lavorare con efficienza e senza intralci.
«Voglio che sia tu il capo unità» insistette Kohl, che era un tipo aggressivo, determinato.
Risposi che volevo continuare a occuparmi di casi, di strategie processuali e di testimonianze, perché pensavo che quello fosse il lavoro adatto a me. Ma lui mi assicurò che me la sarei cavata benissimo al nuovo posto e mi nominò capo unità.
Come ho già avuto modo di dire, la mia prima iniziativa consistette nell’eliminare l’espressione «scienza comportamentale» dal nostro nome. Volevo che i dipartimenti di polizia locale e il resto dell’FBI capissero con esattezza quali erano, e quali non erano, le nostre origini.
Con il costante aiuto di Roberta Beadle, responsabile del personale, riuscii a portare i componenti del VICAP da quattro a sedici. Anche il resto dell’unità crebbe, e presto potemmo contare su un effettivo di quaranta persone circa. Per ridurre il carico amministrativo originato dalle nuove dimensioni, istituii un programma di management regionale, che vedeva i singoli agenti responsabili di specifiche zone del Paese.
Ottenni inoltre che dopo un programma di addestramento specializzato biennale ciascun membro venisse «consacrato» esperto e riconosciuto agente speciale supervisore con un inquadramento e uno stipendio adeguati. Il programma comprendeva: la frequentazione come auditori dei corsi tenuti dall’Unità di scienza comportamentale dell’Accademia nazionale; due corsi presso l’Istituto di patologia delle forze armate; tirocinio in psichiatria e giurisprudenza all’Università della Virginia; approfondimento delle indagini presso l’ufficio dell’anatomopatologo di Baltimora e la squadra omicidi del dipartimento di polizia di New York; stesura di profili sotto la supervisione di uno dei responsabili regionali.
Lavoravamo più che mai all’estero. Un anno prima di andare in pensione, per esempio, Gregg McCrary collaborò alle indagini relative a importanti delitti seriali in Canada e in Austria.
Sotto l’aspetto funzionale, l’unità andava a gonfie vele. Sotto l’aspetto amministrativo, eravamo alla deriva, a causa del mio carattere. Se uno dei miei collaboratori mi sembrava sottoposto a uno stress eccessivo, non esitavo ad aggirare le regole e a concedergli permessi extra. Ero convinto che in questo modo tutti avrebbero reso di più. Quando si hanno alle proprie dipendenze individui particolarmente in gamba e non si può ricompensarli economicamente, bisogna cercare altre strade.
Ho sempre avuto un buon rapporto con i miei collaboratori, probabilmente grazie al periodo che ho trascorso in aeronautica. Molti fra i dirigenti del Bureau avevano un passato di militari, e ne avevano mantenuto la mentalità. Non c’è nulla di male in questo; anzi, le grandi organizzazioni funzionerebbero certamente peggio se tutti gli amministratori fossero come me. Io, però, ero stato un soldato semplice, e di conseguenza mi identificavo emotivamente con i collaboratori di grado più modesto. Era quindi molto più facile che questi aiutassero me piuttosto che i miei pari grado.
Molti pensano all’FBI come a un’enorme struttura burocratica composta da uomini e donne abili e intelligenti, ma intercambiabili e privi del senso dell’umorismo. Io, tuttavia, ho avuto la fortuna di far parte di un piccolo gruppo di persone davvero speciali, ciascuna delle quali eccelleva in questo o quel settore. Del tutto naturalmente, infatti, con il passare del tempo sviluppammo competenze e interessi specifici.
Fin dai primi tempi della nostra collaborazione, Bob Ressler si dedicò soprattutto alla ricerca, mentre io preferivo l’aspetto squisitamente operativo. Roy Hazelwood è l’esperto in stupri e omicidi a sfondo sessuale. Ken Lanning è l’autorità indiscussa per quanto riguarda i crimini contro i minori. Jim Reese cominciò con l’elaborazione dei profili ma il suo maggior contributo lo ha dato occupandosi della gestione dello stress negli agenti federali e di polizia. Quanto a Jim Wright, non si limitò ad addestrare i nuovi elaboratori di profili, ma divenne l’autorità assoluta in fatto di pedinamenti e molestie, uno dei reati di natura interpersonale a maggior crescita. E ciascuno di noi ha sviluppato rapporti con uffici operativi, dipartimenti di polizia e agenzie di Stato di tutto il Paese, cosicché chi sollecita il nostro aiuto lo fa con la massima fiducia.
A volte, per i nuovi è difficile integrarsi con tutte queste «stelle», soprattutto dopo il film II silenzio degli innocenti, che tanta attenzione ha attirato sul nostro lavoro. Tentiamo di far loro capire che se sono stati scelti è perché li riteniamo idonei a diventare membri a pieno diritto della squadra. Hanno tutti una grande esperienza nel campo investigativo, e quando arrivano da noi si sottopongono a un addestramento di ben due anni. Dal mio punto di vista, se l’FBI è la prima istituzione di questo tipo nel mondo, lo deve al fatto che è costituita da individui ciascuno dei quali mette i propri interessi e talenti al servizio di una causa comune. Ciascuno di loro, inoltre, incoraggia gli altri a fare lo stesso. Spero e confido che questo sistema di attiva collaborazione sopravviverà all’uscita di scena della nostra generazione, la prima.
Durante la mia cena d’addio, che si tenne a Quantico nel giugno del 1995, furono in tanti a esprimere giudizi positivi sul mio conto, e io ne fui a un tempo commosso e mortificato. In realtà, mi aspettavo critiche feroci e immaginavo che tutti i miei collaboratori avrebbero sfruttato quell’ultima occasione ufficiale per scaricarmi addosso tutto quello che avevano tenuto in serbo per tanto tempo. Non lo fecero, ma quando toccò a me parlare non mi sentii tenuto a trattenermi a mia volta, e tirai fuori tutto il bene che pensavo di loro. Non avevo consigli o raccomandazioni da impartire; spero soltanto di aver fatto vibrare la corda giusta con l’esempio che ho cercato di dare.
Da allora, sono tornato a Quantico per tenere lezioni e dare consulenze, e i miei colleghi sanno che per loro sarò sempre disponibile. Continuo a tenere conferenze come ho sempre fatto perché, anche se non sono più parte dell’FBI, dubito che riuscirò mai a smettere di fare ciò per cui sono stato addestrato. Sfortunatamente, la nostra è un’industria in perenne crescita, e non resteremo mai a corto di clienti.
Spesso mi chiedono che cosa si può fare per abbattere gli allarmanti tassi di criminalità del Paese. È vero che esistono iniziative pratiche che si potrebbero e si dovrebbero prendere, ma credo che l’unica vera possibilità di risolvere il problema stia nell’avere un numero sufficiente di persone che lo desiderino davvero. Più agenti di polizia, più tribunali, più carceri e migliori tecniche investigative vanno benissimo, ma per annientare il crimine dobbiamo smettere di accettarlo e di tollerarlo nelle nostre famiglie, tra i nostri amici e i nostri colleghi. Solo un comportamento così radicale può, a mio avviso, essere efficace. Il crimine è un problema morale, e può essere risolto soltanto sul piano morale.
In tutti i miei anni di lavoro non mi è mai successo di imbattermi in un criminale proveniente da quella che avrei considerato una famiglia unita e funzionale. Credo che la grande maggioranza dei soggetti violenti sia responsabile della propria condotta e ne debba affrontare le conseguenze. È ridicolo sostenere che qualcuno non è in grado di capire la gravità delle azioni commesse solo perché ha quattordici o quindici anni. Mio figlio Jed ha otto anni, e già da molto tempo sa distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Ma venticinque anni di osservazione mi hanno insegnato anche che criminali si «diventa» più di quanto non si «nasca», e ciò significa che a un certo punto della loro vita questi individui sono stati esposti a un’influenza profondamente negativa. Ecco perché credo che insieme con più polizia, più denaro e più carceri, ci sia anche bisogno di più amore. Non voglio essere semplicistico; credo davvero che questo sia il centro della questione.
Non molto tempo fa, fui invitato a parlare davanti alla sezione newyorkese della Mystery Writers of America. Ricevetti un’accoglienza calda, amichevole. Quelli erano uomini e donne che si guadagnavano da vivere scrivendo di delitti e sevizie di ogni genere, ed erano molto interessati ad ascoltare chi, come me, aveva seguito migliaia di casi autentici. Dall’uscita del Silenzio degli innocenti, sono moltissimi gli scrittori, i giornalisti e i registi che si rivolgono a noi per conoscere «storie vere».
Tuttavia, mentre riferivo i particolari dei miei casi più interessanti, mi resi conto che la loro attenzione divagava. Lo capii nello stesso momento in cui loro probabilmente compresero che in realtà non volevano scrivere «storie vere». Mi sembra giusto; il nostro parco-clienti è diverso.
Il drago non vince sempre e noi facciamo tutto il possibile perché le sue vittorie siano sempre meno frequenti. Ma il male che rappresenta, e che io ho affrontato nel corso di tutta la mia carriera, non se ne andrà. Era necessario che qualcuno scrivesse la storia come realmente è. Ed è quello che ho cercato di fare con questo libro: raccontarla esattamente come l’ho vissuta.
Finito di stampare nel mese di agosto 1996
presso il Nuovo Istituto Italiano d’Arti Grafiche Bergamo
Printed in Italy