Lui ci porta tutti e quattro al comando e ci separa. Io ormai sto sudando, perché ho una gran paura che il mio amico finisca per spifferare tutto. Uno degli agenti mi dice: «Ora raccontaci come sono andate le cose. Se quel tizio del bar non ti ha chiesto il documento torniamo subito là. Abbiamo già avuto dei guai con lui».
«Nel mio Paese non si fa la spia. Certe cose da noi non usano.» Sto facendo lo spaccone, ma quello che penso è: “Certo che me l’ha chiesto, e io gliene ho rifilato uno falso!”. Intanto, la carta d’identità è scivolata in basso e mi dà fastidio. E se decidono di perquisirci in modo più approfondito? Questo è un Paese dimenticato da Dio e solo Lui può sapere cos’hanno in mente. Così valuto in fretta la situazione e decido di fingere di sentirmi male. Ho la nausea, dico; devo andare in bagno.
Mi ci lasciano andare da solo, ma io ho visto troppi film, e quando vedo lo specchio penso subito che loro siano dall’altra parte a spiarmi. Mi apparto in un angolo, tiro fuori la carta d’identità e la butto nel water. Poi vado al lavabo e fingo di vomitare. Dopodiché mi infilo in uno dei gabinetti e mi libero anche della carta del Selective Service. Mi sento molto più tranquillo quando torno di là. Quella volta me la cavai con una multa di quaranta dollari e la libertà condizionata.
Il mio secondo incontro con la polizia di Bozeman ebbe luogo durante il mio secondo anno di università e fu decisamente più sgradevole. Ero andato ad assistere a un rodeo con tre amici, due originari dell’Est e uno del Montana. Durante il tragitto di ritorno, a bordo di una Studebaker del ‘62, beviamo birra, e prevedibilmente finiremo di nuovo nei guai. Nevica fitto. Alla guida c’è un ragazzo di Boston, io sono seduto sul sedile anteriore e in mezzo sta strizzato l’indigeno. Insomma, il ragazzo alla guida non rispetta uno stop e naturalmente lì a due passi c’è un poliziotto. Conoscete il detto secondo cui i poliziotti non ci sono mai quando si ha bisogno di loro? Be’, questo non era affatto vero a Bozeman nel 1965.
E cosa fa quell’idiota del mio amico? Non si ferma! Accelera, invece, e ovviamente l’agente si butta al nostro inseguimento.
Io approfitto di ogni curva che ci sottrae alla sua vista per scaraventare fuori lattine di birra. Alla fine arriviamo in un quartiere residenziale e qui troviamo ad attenderci un posto di blocco. Evidentemente il nostro inseguitore ha avvertito il comando via radio. Lo sfondiamo e finiamo nel prato di qualcuno mentre io continuo a urlare: «Fermati maledizione! Fammi scendere!». Ma quell’idiota non mi ascolta. La macchina slitta e comincia a girare su se stessa, nevica ancora e alle nostre spalle si leva l’urlo delle sirene.
Raggiungiamo un incrocio. Il mio amico pigia sui freni, l’auto fa un testa-coda, le portiere si spalancano e io cado fuori. Sono attaccato alla maniglia e ho il sedere nella neve. D’un tratto qualcuno grida: «Scappate!».
Scappiamo. Ognuno in una direzione diversa. Io finisco in un vicolo dove mi nascondo in un camioncino vuoto. Mi sono già liberato del cappello nero e, poiché indosso una giacca double-face nera e oro, ne approfitto per rovesciarla. Il mio respiro affannoso sta appannando tutti i finestrini. “Merda, mi vedranno” penso. Ho una gran paura che arrivino i proprietari del mezzo, e considerato il Paese in cui mi trovo, non è escluso che siano armati. Pulisco un pezzetto del finestrino e scopro che intorno all’auto ormai abbandonata c’è un bel po’ di movimento. Autopattuglie, cani, insomma, una vera baraonda. Poi gli agenti risalgono il vicolo, le torce puntate sul camioncino. Io sono sul punto di farmela addosso, ma loro mi passano accanto senza vedermi.
Quatto quatto me ne torno a scuola, dove scopro che tutti sanno già tutto; i due ragazzi dell’Est e io l’abbiamo fatta franca, ma la polizia ha beccato quello del Montana che ha spifferato tutto. Quando vengono a prendermi, cerco di spiegare che non ero io al volante e che avevo ripetutamente pregato il mio amico di fermarsi. Il ragazzo di Boston viene scaraventato in una cella senza materasso, a pane e acqua, ma la mia incredibile fortuna non mi abbandona e me la cavo con altri quaranta dollari di multa per possesso d’alcol e la libertà condizionata.
Questa volta, però, la polizia avvisa la scuola, che a sua volta informa i nostri genitori i quali si incavolano di brutto. Quanto al rendimento scolastico, la situazione è altrettanto sconfortante. Ho una media bassa, sono stato bocciato a un esame perché non ho mai frequentato le lezioni e a questo punto non so più come cavarmi dagli impicci. Alla fine del secondo anno, diventa chiaro che la mia avventura nel selvaggio Ovest sta volgendo al termine.
Se do l’impressione che i miei ricordi di quel periodo riguardino esclusivamente contrattempi e fallimenti, è perché a me allora sembrava che fosse proprio così. Tornai a casa, dove fui costretto a convivere con la delusione dei miei genitori. Mia madre, soprattutto, era addolorata perché non sarei diventato veterinario. Come sempre, quando non sapevo cosa fare di me stesso, ricorsi alla mia preparazione atletica e accettai un lavoro di guardia del corpo per l’estate del ‘65. Al termine della stagione non tornai a scuola, ma divenni il gestore della palestra dell’Holiday Inn di Patchogue.
Non molto tempo dopo conobbi Sandy, che lavorava come cameriera al bar dell’albergo. Era una ragazza molto bella con un figlio piccolo, e me ne innamorai all’istante. Dovevo piacerle anch’io, perché mi telefonava in continuazione a casa dei miei. «Chi diavolo ti chiama a tutte le ore del giorno e della notte?» imperversava mio padre. «Si sente sempre un bambino che piange e strepita sullo sfondo.»
Abitando con i miei genitori, non godevo di molta libertà, ma Sandy mi disse che i dipendenti dell’albergo potevano prendere una stanza a prezzo scontato. E un giorno ci decidemmo a farlo.
La mattina seguente, di buon’ora, suona il telefono. «No! No!» sento che grida Sandy. «Non voglio parlargli!»
«Che c’è?» domando io.
«Era la reception. Mio marito sta salendo.»
A questo punto sono sveglissimo. «Tuo marito?» ripeto. «Non mi averi detto di essere ancora sposata.»
Al che lei risponde che non mi ha neppure mai detto il contrario, e mi spiega che sono separati.
Bell’affare, penso io, mentre in corridoio risuonano già i passi dell’uomo.
Comincia a bussare con violenza. «Sandy! Lo so che sei lì! Sandy!»
La camera aveva una finestra con feritoie per la ventilazione che dava sul pianerottolo e quel pazzo comincia a svellerle nel tentativo di entrare. Io mi guardo intorno alla ricerca di un punto adatto da cui saltare giù – eravamo al secondo piano –, ma non ce n’è.
«Ha l’abitudine di portare con sé una pistola o qualcosa del genere?» mi informo.
«A volte ha un coltello» mi risponde Sandy.
«Merda! Questo sì che è fantastico. Devo uscire di qua. Apri la porta.»
Mi metto in posizione con la guardia alzata. Lei apre la porta. Suo marito irrompe dentro. Punta dritto verso di me. Ma quando vede la mia sagoma stagliarsi nella luce, devo sembrargli un po’ troppo grosso perché cambia idea e si ferma.
Non per questo rinuncia a urlare: «Figlio di puttana! Vattene da qui!».
Pensando di aver già fatto la mia parte, rispondo educatamente: «Sissignore. È proprio quello che stavo facendo». Così me la cavai ancora una volta e riportai a casa la pelle. Ma a quel punto non potevo più sfuggire alla consapevolezza che la mia vita stava andando a rotoli. A proposito, nello stesso periodo fracassai anche l’assale anteriore della Saab di mio padre durante una gara con il mio amico Bill Turner che aveva una MGA rossa.
Un sabato mattina, mia madre piombò in camera mia con una lettera del Selective Service. Andai a Whitehall Place a Manhattan, per sottopormi alla visita insieme con altri trecento tizi. Ricordo che mi fecero fare dei piegamenti sulle ginocchia, e che il cigolio era udibilissimo mentre mi chinavo. Proprio come Joe Namath, che a causa del baseball aveva perso la cartilagine del ginocchio; ma, evidentemente, lui aveva un avvocato migliore. Per un po’ mantennero in sospeso la decisione, ma alla fine venni informato che lo Zio Sam mi voleva. Piuttosto che finire nell’esercito mi affrettai ad arruolarmi in aeronautica, benché questo significasse quattro anni di ferma. Immaginavo infatti che in aeronautica avrei avuto migliori opportunità di istruirmi, e fino a quel momento non avevo certo approfittato molto di quelle offertemi.
Ma la mia scelta aveva anche un’altra ragione. Eravamo nel 1966 e la guerra in Vietnam era in piena escalation. Non mi occupavo gran che di politica, ma la prospettiva di rischiare la pelle per una causa che non capivo non mi sorrideva affatto. Una volta, avevo sentito dire da un meccanico dell’aeronautica che quella era l’unica arma in cui a combattere erano gli ufficiali, ossia i piloti, mentre i soldati semplici si limitavano a un ruolo di supporto. Poiché non avevo alcuna intenzione di diventare pilota, a me andava benissimo.
Venni inviato ad Amarillo, Texas, per l’addestramento. Eravamo cinquanta allievi, più o meno equamente divisi tra originari della Louisiana e newyorkesi. L’istruttore se la prendeva quasi sempre con questi ultimi, e quasi sempre con ragione. Quanto a me, preferivo la compagnia dei ragazzi del Sud, che trovavo più amabili e molto meno pestiferi dei miei concittadini. Per molti, l’addestramento militare è un periodo logorante, ma io avevo una lunga esperienza sportiva alle spalle, e benché in quegli ultimi anni mi fossi comportato da perfetto idiota, i rimproveri dell’istruttore non mi turbavano. E poiché ero in buone condizioni fisiche, non avvertivo nemmeno la fatica delle esercitazioni. Mi qualificai rapidamente come tiratore scelto di MI6, probabilmente grazie ai miei lunghi anni di lanciatore. Mi feci inoltre la fama di duro. Irrobustito dal sollevamento pesi e con la testa rasata, divenni presto noto come l’Orso Russo. C’era un tizio, in un altro stormo, che godeva della stessa reputazione, e qualcuno ebbe la brillante idea di organizzare un incontro di boxe tra noi due.
Fu un grosso evento per la base. La nostra forza era più o meno pari, e poiché entrambi ci rifiutavamo di cedere, finimmo col picchiarci di santa ragione e io mi ritrovai con il naso rotto. Non era la prima volta.
Per quello che poteva valere, mi classificai terzo del mio stormo, e in base all’esito dei test di orientamento mi venne consigliato di seguire il corso di intercettazioni radio. Sfortunatamente, era già al completo, e poiché non me la sentivo di aspettare quello successivo diventai dattilografo… anche se non sapevo battere a macchina. C’era un posto disponibile nell’ufficio del personale della base aeronautica di Cannon, a circa centocinquanta chilometri da Clovis, New Mexico.
Fu così che finii a passare le mie giornate battendo congedi con due dita, agli ordini di un sergente idiota. “Devo andarmene da qui” mi ripetevo in continuazione.
Ed ecco intervenire ancora una volta la mia proverbiale fortuna. Attigui al nostro c’erano gli uffici dei servizi speciali. È una denominazione che fa pensare ai Berretti Verdi, ai marines e così via, ma in questo caso si trattava effettivamente di servizi speciali: servizi speciali di atletica.
Comincio a gironzolare lì intorno e un giorno mi capita di sentire uno di loro dire: «Questo programma sta andando in malora. Il fatto è che ci manca la persona giusta».
Non sto a pensarci due volte. Giro sui tacchi, busso ed entro dicendo: «Salve, sono John Douglas. Permettetemi di parlarvi delle mie esperienze passate».
Mentre parlo, studio le reazioni e traccio di loro un breve profilo. Capisco di aver fatto centro quando li vedo scambiarsi un’occhiata che sembra dire: «È un miracolo! Esattamente quello che cercavamo!». Ottenni il trasferimento dal personale, fui esonerato dal portare l’uniforme e venni pagato per gestire i programmi atletici. Non solo: mi fu possibile candidarmi a una borsa di studio universitaria che copriva il settantacinque per cento delle spese complessive, nell’ambito di un programma governativo che prevedeva la frequenza di corsi serali. Mi iscrissi alla Eastern New Mexico University di Portales, e a causa della pessima media riportata al college, per usufruire della borsa di studio dovetti lavorare sodo. Ma per la prima volta mi sembrava di avere finalmente uno scopo.
Finii per rappresentare l’aeronautica in discipline rigorose quali il tennis, il calcio e il volano, e infine, e benché non avessi mai preso in mano una mazza, mi affidarono la gestione del circuito di golf della base. Me la cavavo magnificamente come organizzatore di tornei, quando un giorno arriva il comandante e mi chiede quale pallina usare per quel particolare torneo. Io naturalmente non so di cosa stia parlando, e vengo smascherato.
Venni immediatamente allontanato dal golf e nominato responsabile del corso di ceramica femminile, nonché della piscina del club degli ufficiali. A quell’epoca il mio pensiero ricorrente era: “Questi ufficiali rischiano la pelle in Vietnam mentre qui io procuro sedie e asciugamani alle loro mogli e insegno ai loro figli a nuotare e per questo mi pagano perfino un extra”.
Ero in aeronautica da due anni quando venni a conoscenza di un’associazione di assistenza ai bambini handicappati. Avevano bisogno di volontari per i programmi ricreativi e io decisi di farmi avanti. Una volta alla settimana, insieme con un paio di membri del personale civile, accompagnavo una quindicina di bambini a pattinare, al minigolf o a praticare qualche altro sport.
Parecchi di loro erano portatori di handicap molto gravi, quali la cecità o la sindrome di Down. Ed era stancante pattinare con in braccio due bambini da sorvegliare in continuazione, ma a me piaceva enormemente. Credo di aver vissuto ben poche esperienze altrettanto gratificanti.
Quando arrivavo alla loro scuola, i miei piccoli amici correvano a salutarmi ed erano sempre tristi al momento di separarsi. Mi dettero amore e compagnia in un periodo della mia vita in cui altre risorse mi erano precluse, e presto finii per raggiungerli anche la sera per fargli lettura ad alta voce.
Che contrasto formavano con i bambini sani, normali della base, bambini abituati a essere sempre al centro dell’attenzione e a ottenere tutto quello che volevano! I miei bambini «speciali» apprezzavano anche la più piccola cosa che facevamo per loro, e a dispetto dei loro handicap erano sempre allegri e desiderosi di divertirsi.
Nel frattempo, ero tenuto d’occhio, e la dice lunga sulla mia capacità di osservazione il fatto che non me ne accorsi mai. In ogni caso, la facoltà di psicologia della Eastern New Mexico University valutò favorevolmente la mia «prestazione» e mi offrì una borsa di studio di quattro anni per diventare insegnante di sostegno.
I bambini mi piacevano e l’offerta mi avrebbe permesso di restare in aeronautica e diventare ufficiale. La sottoposi all’ufficio del personale, ma questo decise che l’aeronautica non aveva bisogno di una simile figura professionale. A me sembrò strano… La base aveva molti dipendenti… Ma la decisione finale spettava a loro, così rinunciai alla borsa di studio pur continuando il lavoro di volontariato che tanto amavo.