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作者:意- John Douglas 当前章节:15528 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Natale del 1969, progettai di andare a trovare la mia famiglia. Avrei dovuto guidare per centinaia di chilometri fino ad Amarillo e da lì prendere un aereo per New York. Ma il mio «Maggiolone» non era in ottime condizioni e accettai con gioia l’offerta della sua Karmann Ghia da parte di Robert LaFond, l’amico più caro che avessi in aeronautica. All’aeroporto La Guardia trovai ad aspettarmi i miei genitori, di cui mi colpì l’incomprensibile tetraggine. Non stavo forse dando una nuova svolta positiva alla mia vita? Per la prima volta non avevano alcun motivo di lamentarsi di me. Venni poi a sapere che avevano ricevuto la notizia della morte di un automobilista non identificato, in un incidente avvenuto nei pressi della base. L’uomo viaggiava a bordo di una Volkswagen uguale alla mia, e finché non mi avevano visto scendere dall’aereo i miei non avevano saputo con certezza se fossi vivo o morto.

Robert LaFond si era ubriacato e si era sentito male alla festa di Natale organizzata dai servizi speciali. In seguito, alcuni degli invitati mi raccontarono che un gruppo di ufficiali e soldati semplici lo aveva aiutato a raggiungere la macchina. Qualcuno particolarmente incosciente aveva addirittura inserito la chiave d’accensione. Appena ripresosi, lui aveva cercato di tornare alla base. Nevicava e faceva un gran freddo. Robert investì in pieno una station wagon su cui viaggiavano una donna e i suoi bambini. Grazie a Dio, loro non si fecero nulla, ma Robert fu scaraventato fuori dal parabrezza e morì.

Fu un duro colpo per me. Eravamo molto amici, e mi tormentava il pensiero che forse questo non sarebbe accaduto se non avessi preso in prestito la sua auto. Di nuovo alla base, scoprii che non riuscivo a stare lontano dalla carcassa della mia Volkswagen, e continuavo a sognare di Robert e dell’incidente. Ero con lui quando aveva acquistato il regalo di Natale per i suoi genitori, che abitavano a Pensacola, Florida, e sapevo che lo avevano ricevuto lo stesso giorno in cui erano stati informati della sua morte.

Non ero solo addolorato, ero anche maledettamente arrabbiato. Come l’investigatore che in seguito sarei divenuto, cominciai a fare domande in giro finché non mi sembrò di aver identificato i due responsabili. Li trovai nel loro ufficio e, inchiodatili al muro, cominciai a pestarli. Dovettero letteralmente strapparmeli dalle mani. Ero così infuriato che non mi importava neppure di rischiare la corte marziale. Per quanto mi riguardava, quei due avevano ucciso il mio migliore amico.

Il deferimento davanti alla corte marziale sarebbe stato un brutto affare, poiché avrebbe reso impossibile ignorare le accuse che avevo mosso ai due uomini. Ma a quel tempo il coinvolgimento americano in Vietnam stava diminuendo, ed era subentrata l’abitudine di offrire il congedo a chi aveva solo pochi mesi di ferma. Rimisi gli abiti civili in anticipo.

Durante il servizio, avevo terminato l’università e iniziato un master di psicologia industriale. A quel tempo abitavo a Clovis, in un appartamento ricavato da un seminterrato che mi costava sette dollari alla settimana, dove combattevo con enormi blatte che si disponevano in formazione d’attacco ogni volta che accendevo o spegnevo la luce. Non avendo più accesso alle strutture della base, mi iscrissi a una malconcia palestra non troppo dissimile da casa mia.

Fu lì che, nell’ottobre del 1970, conobbi Frank Haines, agente dell’FBI nonché unico rappresentante dell’ufficio di Clovis. Diventammo amici e qualche tempo dopo mi confidò che aveva sentito parlare di me dall’ex comandante della base. Cercò di convincermi a fare domanda di assunzione al Bureau.

Io però progettavo una carriera nel campo della psicologia industriale e non avevo mai pensato seriamente di diventare un funzionario governativo. L’unico contatto diretto che avessi mai avuto con l’FBI risaliva al mio soggiorno nel Montana e riguardava il furto di un baule che avevo spedito a casa, dove non era mai arrivato. Uno degli agenti locali venne a parlarmi, evidentemente sospettando che avessi architettato il furto per incassare i soldi dell’assicurazione. Com’era prevedibile, non arrivò a capo di nulla, ma se era quella la natura del lavoro dei federali, non mi sembrava facesse per me.

Frank, tuttavia, si ostinava a pensare che avrei potuto essere un buon agente e continuò a incoraggiarmi. Mi invitò a casa sua più volte, mi presentò sua moglie e sua figlia, mi mostrò la sua pistola e i cedolini dei suoi stipendi. Dovetti ammettere che, paragonato al mio, il suo tenore di vita era addirittura principesco. Decisi pertanto di fare un tentativo.

Frank viveva nel Nuovo Mexico e i nostri sentieri si sarebbero nuovamente incrociati anni dopo, quando mi capitò di testimoniare in un processo per omicidio a cui lui aveva lavorato.

Fu Frank a spedire la mia domanda all’ufficio operativo di Albuquerque. Venni sottoposto ai test standard per i candidati non laureati in giurisprudenza, e a dispetto delle mie ottime condizioni fisiche saltò fuori che superavo di più di dodici chili il peso ritenuto ottimale per la mia altezza. L’unico autorizzato a superare i limiti di peso stabiliti era J. Edgar Hoover, il leggendario direttore. Per due settimane mi nutrii esclusivamente di gelatina Knox e uova sode e mi ci vollero tre visite dal barbiere prima di essere presentabile per la foto ufficiale.

Ma finalmente in novembre venni assunto in prova, con uno stipendio iniziale di 10.869 dollari. Potevo lasciare quel deprimente appartamento senza finestre. Chissà cosa avrei pensato allora, se avessi saputo che avrei passato buona parte della mia vita lavorativa in un altro seminterrato senza finestre, alle prese con problemi ben più desolanti.

3

SI SCOMMETTE SULLA PIOGGIA

Molti si candidano, pochi sono i prescelti.

Era questo il messaggio che veniva costantemente martellato nella testa di noi reclute. Molti fra gli interessati a una carriera nelle forze dell’ordine aspiravano a entrare nel Federai Bureau of Investigation, ma solo i migliori potevano sperare di farcela.

Tanta orgogliosa selettività risaliva al 1924, quando un oscuro procuratore legale di nome John Edgar Hoover assunse il controllo di un’agenzia corrotta e pessimamente amministrata. Settantacinquenne all’epoca del mio reclutamento, Hoover la governava ancora con pugno di ferro, e da noi si aspettava che ci comportassimo in modo da non intaccarne il prestigio.

Ricevetti un telegramma in cui il direttore mi invitava a presentarmi nella stanza 625 dell’Old Post Office Building di Pennsylvania Avenue, Washington, alle nove del mattino del 14 dicembre 1970. Cominciavano così le quattordici settimane di addestramento che da semplice cittadino mi avrebbero trasformato in un agente speciale. A causa dei lunghi anni trascorsi in aeronautica, quasi non avevo abiti civili, e al mio ritorno a casa mio padre mi comperò tre vestiti, uno blu, uno nero e uno marrone, alcune camicie bianche e due paia di scarpe classiche, uno nero e l’altro marrone. Dopodiché mi accompagnò personalmente a Washington per accertarsi che fossi puntuale il mio primo giorno di lavoro.

Cominciarono subito a inculcarci il rituale e le tradizioni dell’FBI. L’agente speciale che presiedeva alla cerimonia del reclutamento ci invitò a toglierci i distintivi d’oro e a guardarli mentre pronunciavamo la formula di rito al cospetto della donna bendata che teneva in mano la bilancia. Mentre giuravamo di difendere e sostenere la Costituzione degli Stati Uniti contro tutti i nemici, interni ed esterni, lui continuò a ripeterci: «Più vicino! Più vicino!», finché non ci trovammo a fissare i distintivi con gli occhi incrociati.

I miei colleghi erano tutti bianchi. Negli anni Settanta gli agenti di colore erano rari e di donne non ce n’erano. La situazione avrebbe cominciato a cambiare solo con la fine del lungo dominio di Hoover, e perfino dalla tomba il leggendario direttore continuò a esercitare una sorta di spettrale influenza.

L’età media oscillava tra i ventinove e i trentacinque anni e io, che ne avevo venticinque, ero tra i più giovani.

Venimmo ammoniti a guardarci soprattutto dagli agenti sovietici, che si nascondevano ovunque. Le donne, in particolar modo, potevano essere pericolose, e il lavaggio del cervello a cui ci sottoposero fu così efficace che rinunciai a un appuntamento con una bellissima ragazza che lavorava nello stesso stabile e che mi aveva praticamente invitato a cena. Temevo si trattasse di una trappola preparata dai miei superiori per mettermi alla prova.

Poiché l’Accademia ubicata nella base dei marines di Quantico, Virginia, non era ancora del tutto operativa, vi seguimmo soltanto i corsi di tiro e di addestramento fisico, mentre le lezioni si tenevano presso l’Old Post Office Building di Washington.

Una delle prime cose che viene insegnata alle nuove reclute è che un agente federale spara solo per uccidere. A pensarci bene, è logico. Quando si estrae l’arma, si è già presa la decisione di sparare. E se si è deciso che la situazione è abbastanza seria da giustificare una sparatoria, la si giudica anche abbastanza seria da giustificare la morte di un essere umano. In certe situazioni non si ha quasi mai la possibilità di pianificare il proprio comportamento, non si ha il tempo né l’occasione di indulgere in speculazioni mentali, e limitarsi a cercare di fermare un soggetto può essere estremamente rischioso. È importante non mettere a repentaglio né la propria incolumità né quella di una vittima potenziale.

Altrettanto rigoroso fu l’addestramento sul codice penale, lo studio delle impronte digitali, le armi, le tecniche di fermo e arresto, il combattimento corpo a corpo, nonché la storia del Bureau nel contesto nazionale. Ma a restarmi in mente è stato soprattutto il corso che veniva abitualmente definito «Addestramento alla parolaccia».

«La porta è chiusa?» si informò l’istruttore prima di consegnare a ciascuno di noi un elenco. «Voglio che studiate queste parole.» La lista conteneva alcune gemme linguistiche quali merda, fottere, fellatio, puttana e testa di cazzo. Avremmo dovuto memorizzarle perché, se fossero state pronunciate nel corso di un interrogatorio, sapessimo esattamente che cosa fare. E quello che bisognava fare era assicurarsi che i rapporti contenenti le parole proibite venissero affidati non alla solita segretaria, bensì alla «stenodattilografa di oscenità»… non sto scherzando! Di norma, quest’incarico era ricoperto da una donna più anziana, più esperta, in grado di reggere al trauma provocato da un simile frasario.

Nonostante questa e altre sciocchezze, vivevamo in un clima di idealismo, persuasi che il nostro intervento avrebbe condizionato in modo significativo la lotta contro il crimine. Più o meno verso la metà dell’addestramento, venni convocato dal vicedirettore responsabile, Joe Casper, uno dei fidati luogotenenti di Hoover. Al Bureau lo chiamavano il Fantasma Buono, ma più con ironia che con affetto. Me la stavo cavando bene in quasi tutti i corsi, disse Casper, ma avevo ottenuto un punteggio basso in «comunicazioni interne», la metodologia e la nomenclatura utilizzate all’interno dell’organizzazione.

«Be’, signore, è chiaro che voglio essere il migliore» replicai. Nell’FBI, gli allievi troppo zelanti erano guardati con una certa diffidenza. Troppa solerzia poteva aiutarti a fare carriera, ma contemporaneamente faceva di te un «segnato». Se riuscivi, potevi puntare in alto, ma un fallimento si trasformava in una lunga agonia pubblica. E di tipi così Casper ne aveva visti tanti. «Vuoi essere il migliore? Prendi questo, allora!» Mi gettò il manuale di terminologia e mi disse di impararlo a memoria durante le vacanze di Natale.

Quando lo raccontai a Chuck Lundsford, uno dei due consulenti del corso, lui alzò gli occhi al cielo. Mi ero tirato la classica zappa sui piedi.

Trascorsi le feste a casa dei miei, ma mentre il resto della famiglia si divertiva, io le passai col naso nel testo di comunicazione. Non fu una gran vacanza.

Di ritorno a Washington, i primi di gennaio, dovetti sostenere un esame su quello che avevo imparato. Non ho parole per esprimere il sollievo che provai quando il secondo consulente, Charlie Price, mi informò che avevo ottenuto un punteggio molto alto. «In realtà hai spuntato il massimo» mi confidò. «Ma il signor Hoover dice che nessuno è perfetto.»

Di lì a poco ci venne chiesto di indicare la nostra preferenza riguardo al primo incarico sul campo. Gran parte degli agenti federali erano distribuiti fra i cinquantanove uffici sparsi per tutto il Paese, e pensando che la scelta doveva configurarsi come una sorta di enorme partita a scacchi tra le reclute e il quartier generale, cercai come sempre di calarmi nei panni del mio interlocutore. Non avevo alcun desiderio di tornare a New York, e persuaso che Los Angeles, San Francisco, Miami e forse anche Seattle e San Diego sarebbero state le località più richieste, optai per una città che ritenevo una candidata di second’ordine. Scelsi Atlanta. Mi dettero Detroit.

Al termine del corso, ricevemmo le nuove credenziali, una.38 Smith & Wesson sei colpi, sei proiettili e l’ordine di lasciare la città al più presto. Al quartier generale imperava infatti la preoccupazione che i nuovi agenti, ancora inesperti, si mettessero nei guai nella capitale, proprio sotto il naso di Hoover, gettando così il discredito su tutti loro.

A me fu consegnato anche un libriccino intitolato Guida alla sopravvivenza a Detroit. La città, infatti, deteneva il titolo di capitale del crimine, e la questione razziale vi era molto sentita. Addirittura, in ufficio avevamo la lugubre abitudine di scommettere sul numero di omicidi che sarebbero stati commessi nell’anno. Come quasi tutti i nuovi agenti, ero pieno di idealismo e di voglia di fare, ma non impiegai molto tempo a capire come stavano le cose. Fino a quel momento nessuno mi aveva mai considerato «il nemico», ma a Detroit l’FBI era odiato da molti. I suoi uomini si erano infiltrati nei campus universitari e avevano creato un’ampia rete di informatori. In molti quartieri venivamo addirittura presi a sassate e ci andavamo solo se adeguatamente protetti.

Anche la polizia locale ce l’aveva con noi. Ci accusava di fare del sensazionalismo, informando la stampa prima che i casi fossero effettivamente risolti, e di prenderci il merito dei suoi successi. Paradossalmente, nel corso del mio primo anno di lavoro, ossia nel 1971, vennero assunti un migliaio di nuovi agenti, e a gran parte di noi l’addestramento pratico, quello che si riceve in strada, non fu impartito dal Bureau, bensì da poliziotti locali che ci prendevano sotto la loro protezione. Molti dei successi ottenuti dalla nostra generazione di agenti speciali sono senza dubbio dovuti alla professionalità e alla generosità degli agenti di polizia di tutti gli Stati Uniti.

Il crimine più diffuso erano le rapine alle banche. Il venerdì, giorno di paga, se ne verificavano in media due o tre, e a volte anche cinque. Prima della diffusione dei vetri antiproiettile, il numero di cassieri morti o feriti era impressionante. In un caso, il direttore venne ucciso alla sua scrivania, con un’esecuzione in perfetto stile mafioso, sotto gli occhi terrorizzati di una coppia inerme. Ma non erano solo le banche a vedersela brutta; in certi quartieri perfino i McDonald’s erano a rischio.

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