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作者:意- John Douglas 当前章节:15409 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Fui assegnato all’Unità strategica di intervento, dove sostanzialmente ci si occupava di reati già commessi, per esempio rapine o estorsioni. All’interno dell’unità, io lavoravo nella squadra Ricerca latitanti. Fu un’esperienza preziosa; il nostro gruppo vedeva molta azione. Oltre a scommettere sul numero di omicidi annuali, facevamo a gara su chi effettuava più arresti in un sol giorno.

All’epoca, a tenerci impegnati era soprattutto un fenomeno noto come Classificazione 42: la diserzione. La guerra del Vietnam aveva spaccato in due il Paese, e di rado chi disertava si rassegnava a riprendere il suo posto. I disertori erano i responsabili della stragrande maggioranza delle aggressioni contro i tutori dell’ordine.

Ho rintracciato un disertore nel garage presso cui lavora. Ho la sensazione che il tizio mi seguirà senza fare storie e sono tranquillo, ma all’improvviso lui mi si scaglia addosso impugnando una specie di coltello, un’arma improvvisata. Evito per un soffio il suo affondo, poi lo scaravento contro la porta a vetri e puntandogli la pistola alla testa lo costringo a sdraiarsi a terra. Il gestore, intanto, fa il diavolo a quattro perché non gli va di rinunciare a un ottimo collaboratore. In che razza di pasticcio mi sono cacciato? Ero proprio sicuro che quello fosse il lavoro per me? Che senso aveva rischiare in continuazione la pelle per arrestare delinquentelli di mezza tacca? In quel momento, la psicologia industriale mi appariva come una prospettiva infinitamente allettante.

La caccia ai disertori assumeva spesso connotazioni emotive, succedeva che creasse tensioni fra l’esercito e I’FBI. Capitava, per esempio, che fermassimo per strada il nostro uomo. Lui reagiva con furia, batteva le nocche sulla gamba artificiale e ci informava di essere stato decorato per i servizi resi in Vietnam. La spiegazione è semplice: spesso i disertori che si costituivano o erano rintracciati dall’esercito venivano rispediti laggiù per punizione. Molti finivano per distinguersi per il loro coraggio in battaglia, ma di questo l’esercito non ci diceva nulla. Per quanto ne sapevamo, erano ancora disertori e non c’era limite alle situazioni imbarazzanti in cui riuscivamo a cacciarci.

Tutto diventava ancora più penoso quando ci presentavamo alla porta di un disertore e i parenti in lacrime ci informavano che era morto da eroe in guerra. Sì, davamo la caccia a uomini morti, uccisi in azione, e i militari non si prendevano mai la briga di informarci per tempo.

In qualunque professione, quando si comincia a fare sul serio, arriva il momento in cui ci si rende conto delle proprie lacune. Tanto per dirne una: cosa bisogna fare della pistola quando si entra in un bagno pubblico? Per un po’ provai a tenerla sulle ginocchia, ma mi innervosiva parecchio. Insomma, era una di quelle sciocchezze che tutti prima o poi devono affrontare, ma di cui era imbarazzante discutere con i colleghi più esperti. Lavoravo da un mese appena e già quel ridicolo problema mi ossessionava.

Dopo il trasferimento a Detroit, avevo comperato un altro «Maggiolone» Volkswagen… proprio l’auto che, paradossalmente, i serial killer cominciavano a preferire. Mi fermai in un negozio di abbigliamento, e pensando che avrei dovuto spogliarmi, decisi di lasciare la pistola nel vano portaoggetti. Ora, il «Maggiolone» presentava un paio di caratteristiche interessanti. Dato che il motore si trovava dietro, la ruota di scorta stava nel bagagliaio anteriore. A quei tempi era un’auto molto diffusa, ed essendo anche facile da aprire, di gomme ne sparivano in quantità. Il bagagliaio si apriva premendo un pulsante collocato nel vano portaoggetti.

Sono certo che avete già indovinato quello che successe. Al mio ritorno, trovai il finestrino infranto e non mi fu difficile ricostruire l’accaduto: il ladro aveva aperto il vano portaoggetti per aprire il bagagliaio, e si era accorto di aver messo le mani su qualcosa di ben più appetibile. Infatti, la mia pistola era scomparsa, mentre la ruota di scorta era ancora al suo posto.

“Merda” fu la mia reazione. “Lavoro da meno di un mese e già fornisco armi al nemico!” Sapendo che la perdita della pistola o delle credenziali comportava una lettera di biasimo, mi rivolsi al supervisore della squadra, Bob Fitzpatrick. Era un tipo in gamba, quasi una leggenda vivente nel Bureau. La perdita dell’arma doveva essere riferita all’ufficio del direttore, e questo significava che sarebbe stata la prima nota a comparire nel mio fascicolo. Fitzpatrick mi consigliò di modificare la versione dei fatti e di sostenere che non avevo portato la pistola con me nel timore che qualcuno, vedendola, pensasse a una rapina. E mi rassicurò spiegandomi che, poiché non potevo aspettarmi promozioni per un paio di anni almeno, la lettera di biasimo non mi avrebbe danneggiato in alcun modo, a condizione che da quel momento mi tenessi fuori dai guai.

E fu quello che cercai di fare, benché la perdita della pistola continuasse a ossessionarmi per molto tempo. La Smith & Wesson che restituii all’armeria di Quantico quasi venticinque anni dopo era ancora quella consegnatami in sostituzione della prima. Che, grazie a Dio, non venne mai utilizzata per un reato. Scomparve e basta.

Abitavo con altri due agenti scapoli, Bob McGonigel e Jack Kunst, in un appartamento arredato di Taylor, a sud di Detroit. Eravamo grandi amici e in seguito Bob sarebbe stato testimone alle mie nozze. Era anche un «fissato», e neppure durante le ispezioni rinunciava agli abiti di velluto e alle camicie color lavanda. Sembrava che fosse l’unico a non avere paura di Hoover e aveva iniziato la sua carriera nell’FBI come impiegato, seguendo il cosiddetto «iter-interno». Alcuni dei nostri agenti migliori avevano fatto lo stesso, ma in certi ambienti venivano considerati dei privilegiati e non erano troppo ben visti.

Bob era un mago delle «telefonate pretesto». Si tratta di una tecnica che avevamo messo a punto per la cattura dei criminali, particolarmente utile quando l’elemento sorpresa giocava un ruolo importante.

Bob era un artista degli accenti. Poteva spacciarsi per un italiano, un ebreo, un emigrante irlandese o un perfetto WASP. Non si limitava infatti a cambiare la voce, ma modificava anche vocabolario e dizione. Era talmente abile che una volta telefonò a Joe Del Campo, un altro agente di cui parlerò in seguito… e lo convinse di essere un militante nero desideroso di collaborare con l’FBI. A quel tempo veniva data molta importanza all’individuazione di nuove fonti in città, così Joe si affrettò a fissare un appuntamento. Ovviamente non si presentò nessuno, e quando l’indomani Bob lo salutò con la voce dell’immaginario militante Joe se la prese moltissimo.

Arrestare i cattivi soggetti andava benissimo, ma presto scoprii che a interessarmi erano soprattutto i processi mentali che stavano alla base dei reati. Ogni volta che arrestavo qualcuno, non mancavo mai di fargli domande precise, come ad esempio per quale motivo avesse scelto proprio quella banca o quella vittima. Volevo scoprire quali decisioni avevano avuto parte nella progettazione ed esecuzione del colpo.

Col tempo e con l’esperienza mi resi conto che i criminali di successo erano buoni psicologi che studiavano con attenzione l’obiettivo prescelto. Fra i rapinatori, per esempio, alcuni preferivano le banche vicine a strade ad alto scorrimento, così da garantirsi una via di fuga, mentre altri privilegiavano filiali isolate di piccole dimensioni. Molti effettuavano sopralluoghi per stabilire il numero dei dipendenti e l’afflusso di clienti a una determinata ora. A volte visitavano le varie agenzie fino a individuarne una con personale esclusivamente femminile. I fabbricati senza finestre sulla strada erano i più appetibili: dall’esterno nessuno si accorgeva di nulla e chi si trovava all’interno non aveva la possibilità di vedere l’auto utilizzata per la fuga. I veri professionisti sapevano che un biglietto scritto era molto più sicuro ed efficace di un drammatico annuncio fatto con le armi in pugno, e non capitava mai che fossero così sventati da lasciarsi dietro una prova tanto importante. Fuggivano a bordo di auto rubate, che parcheggiavano nelle vicinanze con un certo anticipo, così che dopo un po’ nessuno le notava più. Capitava che dopo una rapina particolarmente fortunata il malvivente continuasse a tenere d’occhio la banca colpita, per ripetere il colpo di lì a un paio di mesi.

Fra le strutture pubbliche, gli istituti bancari sono quelle meglio attrezzate contro le rapine. Ciononostante, non mancavo mai di stupirmi nel constatare in quanti di loro si trascurasse di accendere le telecamere a circuito chiuso o di ripristinare il sistema d’allarme dopo che era stato accidentalmente disattivato.

Ma se ci si prendeva la briga di tracciare il profilo dei casi, ben presto si cominciavano a intravedere precisi schemi di comportamento che rendevano possibile l’adozione di misure preventive. Faccio un esempio: se si riscontravano analogie tra una serie di rapine, e si era individuata l’attrattiva esercitata sui rapinatori da quegli obiettivi, la prevenzione consisteva nel fortificare tutti gli istituti bancari che corrispondevano a quei criteri tranne uno. Quest’ultimo veniva tenuto sotto costante sorveglianza da agenti in borghese della polizia e/o dell’FBI. In pratica, si costringeva il rapinatore a scegliere proprio quella banca e ci si teneva pronti ad accoglierlo. L’impiego di questa tattica consentiva di moltiplicare il numero degli arresti.

Su ogni nostra attività incombeva l’ingombrante figura di J. Edgar Hoover. Al giorno d’oggi non c’è avvenimento che non venga gettato in pasto all’opinione pubblica, e non è facile capire la portata del controllo che Hoover esercitava non soltanto sull’FBI, ma anche sui leader governativi, sui media e in generale sull’opinione pubblica. Se qualcuno voleva scrivere un libro o girare un film sul Bureau – pensiamo ad esempio al best seller degli anni Cinquanta, The FBI Story, di Don Whitehead, o alla serie televisiva di Efrem Zimbalist Jr. «The FBI» – doveva avere l’approvazione del signor Hoover. Ogni alto funzionario governativo viveva nel costante timore che il direttore «avesse qualcosa» su di lui. Non era piacevole ricevere una telefonata in cui, nei toni più affabili, Hoover ti informava che l’FBI aveva «scoperto» uno spiacevole pettegolezzo sul tuo conto, ma che lui avrebbe fatto il possibile per mantenerlo segreto. Tra gli alti vertici del Bureau, nessuno aveva un carisma paragonabile al suo, e si dava per scontato che il prestigio di cui l’FBI godeva fosse da attribuire esclusivamente a lui. Era stato Hoover, quasi da solo, a fare dell’agenzia quella che era, e la sua battaglia per l’aumento degli stipendi non conosceva soste. Era a un tempo stimato e temuto, e se non ne avevi una grande opinione, imparavi presto a tenere la bocca chiusa. La disciplina era rigida e le ispezioni si traducevano spesso in veri e propri «bagni di sangue». Infatti, se gli ispettori non avessero trovato aspetti suscettibili di miglioramento in numero sufficiente, Hoover avrebbe potuto sospettare che non fossero abbastanza scrupolosi, e reagire con un torrente di lettere di biasimo… che fossero o meno meritate. Spesso gli agenti speciali incaricati di tali ispezioni sceglievano come capri espiatori colleghi che non miravano a una promozione a breve termine, e per i quali una nota di biasimo non costituiva un danno troppo grave.

Ecco un episodio che ha perso molto della sua carica umoristica dopo il terribile attentato che nel 1995 colpì gli uffici federali di Oklahoma City. Dopo un’ispezione arrivò una telefonata che annunciava la presenza di una bomba nell’edificio. La chiamata, si appurò, era stata fatta da una cabina telefonica fuori dallo stabile, nel centro cittadino. Le autorità della sede la fecero rimuovere e pretesero di paragonare le impronte digitali rinvenute sulle monetine con quelle dei trecentocinquanta dipendenti. Fortunatamente per noi, il buonsenso finì col prevalere e il controllo non ebbe luogo. L’aneddoto, tuttavia, la dice lunga sulle tensioni provocate a volte dalla politica del signor Hoover.

C’era una procedura per tutto. Benché non abbia mai avuto l’opportunità di incontrarmi da solo con Hoover, possiedo ancora una sua fotografia autografata. Anche per ottenere una di quelle foto un giovane agente era tenuto a seguire una prassi consolidata. Il supervisore ti incaricava di far scrivere alla sua segretaria una lettera in cui ti dichiaravi orgoglioso di far parte dell’FBI e professavi la tua ammirazione per il signor Hoover. Se la lettera era scritta nel modo corretto, ricevevi una foto con la firma del direttore, a testimonianza dei buoni rapporti esistenti fra di voi.

Di altre procedure non si è mai saputo con certezza se fossero emanate direttamente da Hoover o costituissero invece un’arbitraria estensione dei suoi desideri. Da ciascuno ci si aspettava che facesse gli straordinari e che superasse la media di ore extra del suo ufficio. Mese dopo mese, le ore di straordinario si accumulavano. Bere il caffè o fumare in orario lavorativo era fuori discussione, e venivamo addirittura scoraggiati dall’indugiare in ufficio e dal telefonare. Ognuno, di conseguenza, finiva per arrangiarsi come poteva. Io, per esempio, mi rifugiavo molto spesso in biblioteca per lavorare ai miei casi.

Uno dei più ferventi seguaci del «Vangelo secondo Sant’Edgar» era il nostro agente speciale incaricato Neil Welch, soprannominato Chicco d’Uva. Welch era un tipo robusto, alto quasi uno e novanta, con occhiali dalla pesante montatura di corno. Era severo, stoico, e del tutto privo di calore e umanità. Destinato a una carriera brillante, di lui si sussurrava che avrebbe preso il posto di Hoover quando (ma forse dovrei dire se) per questi fosse arrivata l’inevitabile fine. A New York, Welch costituì un gruppo che fu il primo a impiegare in modo efficace la RICO, un corpus di leggi contro il crimine organizzato.

Era inevitabile che al suo ritorno a Detroit scoppiassero contrasti tra lui e Bob McGonigel. Un sabato, Bob ricevette una telefonata da Chicco d’Uva che gli chiedeva di raggiungerlo immediatamente insieme con il nostro supervisore di squadra, Bob Fitzpatrick. Bob si precipita, e Welch gli dice che qualcuno sta utilizzando il telefono per chiamare nel New Jersey. È contro le regole usare il telefono per motivi personali, e anche se nella fattispecie non era affatto certo che le telefonate fossero di natura privata, l’agenzia preferiva non correre rischi. Welch va dritto al punto. «Ebbene, McGonigel, come spiega queste telefonate?»

Temendo che Welch abbia accuse ben più gravi da muovergli, e nella speranza di soddisfarlo incolpandosi di reati, per così dire, minori, Bob si affretta a confessare tutte le chiamate «abusive» che riesce a ricordare.

A quel punto Welch si erge in tutta la sua statura e agita contro di lui l’indice ammonitore. «McGonigel, lei ha due elementi contro. Primo, è un ex impiegato. Io odio voi maledetti impiegati! Secondo, se la rivedo con una camicia color lavanda, specialmente durante un’ispezione, giuro che la prendo a calci per tutta East Jefferson Street. E se la vedo avvicinarsi a un telefono, la scaravento giù per il vano dell’ascensore. Fuori!»

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