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作者:意- John Douglas 当前章节:15428 字 更新时间:2026-6-22 23:22

Bob torna a casa molto demoralizzato; è convinto che non riuscirà a evitare il licenziamento. Jack Kunst e io solidarizziamo con lui, ma il lunedì successivo Fitzpatrick mi racconta che lui e Welch si sono fatti delle gran risate alle spalle del poveretto.

Quando ero a capo dell’Unità investigativa di supporto, mi capitava spesso di sentirmi chiedere se, con le nostre conoscenze in fatto di crimini e criminali, non era possibile che qualcuno di noi commettesse il delitto perfetto. La mia risposta era invariabilmente negativa: nessuna esperienza avrebbe potuto impedire che ci tradissimo nella fase successiva al reato. L’aneddoto relativo a McGonigel e a Welch dimostra, credo, come anche il più abile degli agenti sia vulnerabile alla pressione di un interrogatorio ben condotto.

A proposito, da quel sabato – e finché Neil Welch non fu trasferito a Filadelfia – Bob indossò sempre e soltanto camicie bianche.

Per ottenere dal Congresso nuovi fondi, Hoover si serviva spesso delle statistiche che era in grado di illustrare. Ma perché potesse utilizzare quelle cifre ai suoi fini, era necessario che tutti lavorassimo sodo.

Racconta la leggenda che all’inizio del ‘72 Welch promise al capo centocinquanta arresti da effettuare nel mondo del gioco d’azzardo. Elaborammo una strategia basata sulla collaborazione di informatori, su dispositivi di intercettazione e piani degni di un esercito in guerra, e destinata a culminare il giorno della Super Bowl, ossia il giorno di maggior lavoro per gli allibratori di tutto il Paese. I Dallas Cowboys, che l’anno precedente avevano perduto una partita decisiva contro i Baltimora Colts, giocavano contro i Miami Dolphins di New Orleans.

A causa dell’abitudine degli allibratori di usare carta altamente infiammabile, o in alternativa carta di patate (idrosolubile), l’operazione doveva essere rapida e ben concertata. A complicare le cose, quel giorno aveva continuato a piovere.

In quel grigio pomeriggio la nostra rete si chiuse intorno a più di duecento persone. A un certo punto mi trovai in auto con uno dei fermati, un uomo attraente e dai modi affabili. Assomigliava a Paul Newman. «Quando questa storia sarà finita, magari ci facciamo una partita a squash» mi disse.

Decisi di approfittare della sua disponibilità per fargli qualche domanda. «Perché fai questo lavoro?» gli chiesi.

«Mi piace» replicò lui. «Oggi potete anche arrestarci tutti, John. Non farà alcuna differenza.»

«Sei un tipo in gamba, non dovrebbe esserti difficile guadagnare da vivere onestamente.»

Lui scosse la testa, come stupito dalla mia ottusità. La pioggia aveva preso a cadere più fitta. «Vedi quelle due gocce di pioggia?» fece indicando il finestrino. «Scommetto che quella di sinistra arriverà in fondo per prima. Non ci serve la Super Bowl. Bastano due gocce d’acqua. Siamo fatti così, John, e non riuscirete a fermarci.»

Per me, quel breve colloquio fu un’autentica rivelazione. È probabile che allora fossi un ingenuo, ma in quel momento tutti gli interrogativi che mi ponevo sui rapinatori e gli altri criminali trovarono una risposta.

Siamo fatti così.

Il criminale è congenitamente spinto a comportarsi in un certo modo. In seguito, quando cominciai a studiare i processi mentali e le motivazioni dei serial killer, ad analizzare le scene dei delitti alla ricerca di indizi comportamentali, cercavo sempre l’elemento, o il gruppo di elementi rappresentativi di ciò che il responsabile era autenticamente.

Col tempo, arrivai a definire con il termine «firma» l’elemento unico che rimaneva uguale a se stesso di delitto in delitto. E lo utilizzavo per distinguerlo dal modus operandi propriamente detto, che è fluttuante e può modificarsi. Proprio su questo concetto finì per imperniarsi l’attività dell’Unità investigativa di supporto.

Alla fine, a causa di un errore tecnico, nessuna delle persone arrestate quel giorno arrivò in tribunale. Nella fretta di concludere l’operazione, i mandati di perquisizione erano stati firmati da un viceprocuratore generale, e non dal procuratore stesso. Nondimeno Welch aveva adempiuto alla promessa fatta a Hoover, almeno per il tempo sufficiente a esercitare l’impatto desiderato sul Congresso. E scommettendo su due gocce di pioggia, io ero arrivato a una percezione che avrebbe giocato un ruolo fondamentale nel mio lavoro.

4

FRA DUE MONDI

Era stato trafugato un carico di Scotch J&B del valore di centomila dollari, e il furto interessava la polizia di più Stati. Era la primavera del 1971 e io mi trovavo a Detroit da sei mesi. Il magazziniere ci aveva fatto sapere il luogo in cui sarebbe stato effettuato lo scambio della refurtiva col denaro.

Si trattava di un’operazione congiunta tra l’FBI e la polizia di Detroit, ma solo gli alti vertici delle due organizzazioni si erano parlati e noi non eravamo stati informati delle loro decisioni. Per questo, quando arrivò il momento degli arresti, nessuno sapeva con esattezza che cosa stessero facendo gli altri.

È notte, e ci troviamo in una zona periferica della città, dalle parti della ferrovia. Io sono alla guida di una delle auto federali in compagnia del supervisore di squadra, Bob Fitzpatrick. L’informatore era suo, e l’agente incaricato del caso era Bob McGonigel. Via radio ci arriva l’ordine di circondare il semiarticolato. L’autista salta giù e si dà alla fuga. Io e un altro agente ci buttiamo all’inseguimento. È buio, noi siamo in abiti civili, e di sicuro non dimenticherò mai gli occhi del poliziotto in uniforme che mi punta contro la pistola gridando: «Fermo! Polizia! Butta la pistola!». Non ci separano neppure tre metri e io capisco che è intenzionato a spararmi. Mi immobilizzo dove sono, consapevole che basterebbe un gesto per spedirmi all’altro mondo.

Sto per gettare la pistola e alzare le mani quando sento Fitzpatrick che urla: «È dell’FBI! È un agente dell’FBI!».

Il poliziotto abbassa l’arma, e senza pensarci due volte io riprendo l’inseguimento. Raggiungiamo l’autista in due, lo scaraventiamo a terra e lo ammanettiamo un po’ più rudemente di quanto sarebbe necessario. Sono molto teso, e la manciata di secondi in cui ho creduto di essere spacciato è stata una delle esperienze più terrificanti della mia vita. In seguito, quando cercavo di mettermi nei panni della vittima di un omicidio, mi succedeva spesso di rivivere la paura provata in quell’occasione, e forse questo mi ha aiutato a impadronirmi dei meccanismi mentali della vittima.

A differenza di noi novellini, sempre ansiosi di arricchire di arresti il nostro curriculum, gli agenti più anziani erano dell’avviso che non fosse il caso di scaldarsi tanto. Lo stipendio arrivava lo stesso, che ci si esponesse o meno al pericolo, e lo spirito di iniziativa bisognava lasciarlo ai rappresentanti di commercio. E poiché eravamo incoraggiati a trascorrere fuori ufficio gran parte del nostro tempo, guardare le vetrine e sedersi sulle panchine del parco a leggere il «Wall Street Journal» divennero i passatempi preferiti di alcuni di noi.

Da quel superzelante che ero, mi assunsi il compito di redigere una relazione in cui suggerivo l’introduzione di incentivi economici, che trasmisi al nostro vice agente speciale incaricato, Tom Naly.

Poco tempo dopo Tom mi convoca nel suo ufficio; ha davanti la mia relazione e sorride con benevolenza. «Che cosa ti rode, John? Non ce l’hai il tuo lavoro da fare?» mi fa mentre strappa in due il foglio. «Il tuo lavoro ce l’hai» ripete, strappandolo in quattro. «Ce l’hai.» A questo punto sta ridendo a più non posso. «Non agitare le acque, Douglas» è il suo ultimo consiglio mentre fa cadere nel cestino una pioggia di frammenti di carta.

Quindici anni più tardi, quando J. Edgar Hoover era morto e sepolto, l’FBI sposò la politica delle incentivazioni economiche. E lo fece, naturalmente, senza alcun aiuto da parte mia.

Una sera di maggio – in realtà, ricordo benissimo che era il diciassette, un venerdì, e lo ricordo per ragioni che vi diventeranno subito chiare – mi trovavo con Bob McGonigel e Jack Kunst al Jim’s Garage, un bar proprio di fronte all’ufficio. C’era un gruppo rock che suonava, e noi avevamo già bevuto troppa birra, quando entrarono due ragazze. Una era molto carina e indossava quella che all’epoca era una specie di divisa: minigonna blu e stivali sopra il ginocchio.

«Ehi, bellezza!» gridai io. «Vieni qui!»

Con mia sorpresa, lei e la sua amica ci raggiunsero. La ragazza carina, Pam Modica, ci raccontò che stavano festeggiando il raggiungimento dell’età legale per bere. Sembrava trovarmi simpatico, anche se in seguito mi confidò che aveva giudicato un po’ strambo il mio cortissimo taglio di capelli. Quella sera lasciammo insieme il Jim’s Garage e nelle due settimane successive ci frequentammo molto. In quel periodo Pam, che viveva a Detroit, era iscritta alla Eastern Michigan University di Ypsilanti.

La nostra conoscenza si approfondì, benché non senza pesanti sacrifici per Pam. Nel 1971, a causa della guerra del Vietnam, tra i frequentatori del campus l’FBI non era affatto popolare. Molti degli amici di Pam si rifiutavano di frequentarci, persuasi che io fossi una sorta di talpa. L’idea che quei ragazzi fossero così importanti da giustificare una simile sorveglianza sarebbe ridicola, se non fosse che queste cose l’FBI le faceva davvero.

Se ripenso a quei tempi, mi rendo conto che a volte si può risultare inquietanti semplicemente essendo noi stessi; circostanza, questa, di cui io e il mio gruppo approfittavamo senza esitazioni. In un caso di omicidio a cui lavorammo in Alaska, il mio collega Jud Ray, che è nero, riuscì a far crollare un imputato di fede razzista con il semplice espediente di comportarsi in modo affabile con la sua ragazza.

Durante i primi anni di università di Pam, nella zona operava un serial killer, benché allora questo termine non fosse ancora diffuso. Colpì per la prima volta nel luglio 1967, quando una giovane donna di nome Mary Fleszar scomparve dal campus. Il suo corpo venne trovato un mese dopo in avanzato stato di decomposizione. Era stata uccisa a pugnalate e le erano stati amputati i piedi e le mani. Un anno dopo, fu la volta di Joan Schell, studentessa dell’Università del Michigan nella vicina Ann Arbor. Era stata violentata e pugnalata almeno cinquanta volte. Poi un terzo cadavere venne rinvenuto a Ypsilanti.

Da allora i delitti, che la stampa aveva battezzato gli «omicidi del Michigan», andarono facendosi via via più frequenti. I cadaveri portavano le tracce di inaudite sevizie, e le studentesse vivevano ormai nel terrore. Quando nel 1969 venne arrestato uno studente dell’Università del Michigan, un certo John Norman Collins… scoperto quasi per caso dallo zio, un caporale della polizia, sei universitarie e una ragazzina di tredici anni avevano incontrato una morte orribile. Collins fu processato e condannato all’ergastolo circa tre mesi prima che io entrassi a far parte del Bureau, ma spesso mi chiedo se qualcuna di quelle morti non sarebbe stata evitata se l’FBI avesse posseduto gli strumenti e le conoscenze che ha oggi. Il ricordo di tanto orrore era ormai parte integrante della vita di Pam e finì con l’insinuarsi anche nella mia. Credo che, almeno a livello inconscio, John Norman Collins e le sue vittime fossero con me quando cominciai a studiare il fenomeno dei serial killer.

Ho cinque anni più di Pam, ma in qualche modo il fatto che lavoravo già accresceva il divario di età esistente fra noi. Capitava spesso che in compagnia dei miei amici lei tacesse, assumendo un atteggiamento quasi passivo, e temo che a volte noi ne approfittassimo.

Un giorno, eravamo stati a colazione con Bob McGonigel nel ristorante situato all’ultimo piano di un albergo del centro. Noi due eravamo in giacca e cravatta, mentre Pam vestiva l’informale tenuta delle universitarie.

Stavamo scendendo, e a ogni piano l’ascensore si riempiva un po’ di più, quando Bob disse all’improvviso: «Ci siamo davvero divertiti. La prossima volta che torneremo in città, ti chiameremo di sicuro».

«E io porterò la panna e tu le ciliegie» rincarai a mia volta. Pam scoppiò a ridere, ma gli altri passeggeri ci guardarono come se fossimo pervertiti.

Quell’autunno, Pam partì per Coventry, Inghilterra, nell’ambito di un programma di scambio fra studenti. Io a quel punto ero ormai sicuro di voler sposarla, ma non mi pensò neppure per la mente di chiedere il suo parere. Probabilmente lo davo per scontato.

Durante la sua assenza, ci scrivemmo costantemente e io trascorsi buona parte del mio tempo a casa di lei. Il padre era morto quando Pam era ancora piccola, ma io approfittai senza remore dell’ospitalità di sua madre Rosalie. Cenavo spesso con lei e gli altri figli e li studiavo per cercare di capire meglio Pam. Durante quel periodo, conobbi un’altra ragazza cui in seguito Pam, che non la incontrò mai, si riferì sempre come alla «tizia del golf». Anche questa volta l’incontro avvenne in un bar, prova evidente del fatto che allora passavo un bel po’ di tempo nei locali pubblici. Laureata da poco, era sui venticinque anni e molto carina, e ci eravamo praticamente appena presentati quando mi invitò a cena a casa sua.

Abitava a Dearborn, dove si trova la sede centrale della Ford, di cui suo padre era un alto dirigente. Prossimo alla cinquantina, era il ritratto di un uomo di successo. La madre era graziosa ed elegante.

Tutto andò anche troppo bene. L’intera famiglia parve favorevolmente impressionata dalla mia appartenenza all’FBI, un gradito diversivo all’ostilità dell’ambiente di Pam. Ma d’altro canto, era logico che fosse così. Quella gente apparteneva al Vestablishment, proprio come me. Ma diventai molto nervoso nell’accorgermi che, in pratica, ci davano già per sposati.

Quando il padre mi chiese della mia famiglia e del mio passato, gli parlai del lavoro svolto presso la struttura sportiva di una base dell’aeronautica e a quel punto lui mi disse che era comproprietario di un campo da golf nei pressi di Detroit.

«Tu giochi a golf?» mi chiese poi.

«No, papà» risposi io senza perdere un colpo. «Ma mi piacerebbe imparare.»

Di lì a poco ci separammo. Passai la notte sul divano del tinello e sul tardi la ragazza venne a trovarmi, evidentemente in preda a un attacco di sonnambulismo. Forse la colpa fu dell’ambiente lussuoso, forse della paura che si trattasse dell’ennesima trappola, ma la sua aggressività e quella della sua famiglia mi spaventarono. La mattina dopo mi congedai consapevole di essermi lasciato sfuggire l’occasione della mia vita.

Quando Pam tornò, pochi giorni prima di Natale, avevo deciso di accompagnare la richiesta di matrimonio con un anello di fidanzamento. Di recente avevamo risolto una serie di furti di preziosi, e la ditta che ne era stata vittima fu ben felice di praticare a noi agenti dei prezzi di favore.

Grazie a questa facilitazione, potei permettermi un brillante di ben un carato e venticinque. Non era gran che ma, mi dissi, se Pam lo avesse visto in fondo a una coppa di champagne, le sarebbe senz’altro sembrato molto più grosso. La portai in un ristorante italiano su Eight Mile Road, vicino a casa sua, con l’idea di farle scivolare l’anello nel bicchiere quando si fosse alzata per andare alla toilette.

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