Quella sera non ci andò, e neppure la sera successiva, quando la riportai nel medesimo ristorante. Chissà, forse avrei dovuto interpretarla come un’ammonizione divina a non sposarmi così presto.
La sera dopo era la vigilia di Natale, e la festeggiammo in casa di Pam, con tutta la sua famiglia. Era la mia ultima occasione. Stavamo bevendo Asti Spumante, che a Pam piaceva molto, e finalmente a un certo punto uscì per andare in cucina. Al suo ritorno, mi si sedette in grembo. Brindammo, e se non l’avessi fermata, avrebbe ingoiato tout court l’anello. Se non glielo avessi fatto notare, non lo avrebbe neppure visto!
Ma ero riuscito a creare l’atmosfera giusta. Un regalo così impegnativo, e offertole per di più in presenza di tutti i parenti e della madre che mi adorava, non le lasciò alternative. Disse di sì. Decidemmo che ci saremmo sposati il giugno successivo.
L’FBI aveva l’abitudine di mandare a Chicago e a New York gli agenti scapoli al secondo anno di lavoro, partendo dal presupposto che fossero più disposti dei colleghi sposati a trasferirsi. Poiché non avevo particolari preferenze, venni destinato a Milwaukee, dove non ero mai stato e di cui ignoravo perfino l’esatta ubicazione. Mi ci sarei trasferito a gennaio, e Pam mi avrebbe raggiunto dopo il matrimonio.
Trovai un appartamento al Juneau Village Apartments, in Juneau Avenue, non lontano dall’ufficio federale cittadino, che si trovava in North Jackson Street. Una scelta che si rivelò ben presto un errore tattico dato che, qualunque cosa accadesse, la reazione era sempre la stessa: «Chiamate Douglas. Abita a tre isolati soltanto da qui».
Ancor prima del mio arrivo, il personale femminile dell’ufficio sapeva già chi ero: vale a dire, uno dei due agenti ancora scapoli. Nelle prime settimane godetti di una grande popolarità, ma quando cominciò a circolare la voce che ero fidanzato, essa svanì immediatamente.
L’atmosfera nell’ufficio di Milwaukee era molto simile a quella di Detroit. Il mio primo capo fu un certo Ed Hays, soprannominato Ed Veloce. Era rosso come una barbabietola (morì di ipertensione poco dopo il congedo) e passava buona parte del suo tempo a far schioccare le dita gridando: «Fuori di qui! Fuori di qui!».
«Ma dove posso andare?» ribattevo io. «Sono appena arrivato. Non ho un’auto. Non ho neppure un caso di cui occuparmi.»
«Non me ne importa» replicava lui. «Fuori di qui.»
Me ne andavo. A quei tempi non era raro entrare in una biblioteca o percorrere Wisconsin Avenue, nei pressi dell’ufficio, e trovarle affollate di agenti che ammazzavano il tempo leggendo o guardando le vetrine.
Dopo Hays fu il turno di Herb Hoxie, che arrivava da Little Rock, Arkansas. Uno dei suoi compiti era il reclutamento: ogni ufficio operativo aveva una quota mensile da rispettare… e Hoxie si mise subito all’opera. Mi convocò nel suo ufficio per comunicarmi che le operazioni di reclutamento sarebbero state affidate a me.
«Perché proprio io?» volli sapere. Un incarico simile significava viaggiare in continuazione per tutto lo Stato.
«Perché l’ultimo non andava bene, anzi, può ritenersi fortunato se non l’abbiamo licenziato.»
A quanto pareva, il tizio in questione bazzicava gli istituti superiori interessandosi esclusivamente alle ragazze. All’epoca Hoover era ancora vivo, e tra gli agenti speciali non c’erano donne. Quel tipo aveva elaborato un elenco di domande, tra cui una così formulata: «Sei vergine?». In caso di risposta negativa, invitava fuori la ragazza in questione. I genitori avevano cominciato a lamentarsi e lui era stato frettolosamente trasferito.
Mi misi al lavoro, e ben presto quadruplicai la quota prevista. Ero il miglior reclutatore del Paese, ero addirittura troppo bravo. Non volevano saperne di lasciarmi andare; quando dissi a Herb che ero stanco di quell’incarico, che non ero entrato nell’FBI per occuparmi di gestione del personale, lui minacciò di sbattermi nella squadra che si occupava della violazione dei diritti civili, a indagare su funzionari e membri dei dipartimenti di polizia accusati di brutalità verso sospetti e detenuti o di atti di discriminazione contro le minoranze. Non era esattamente il lavoro più popolare del Bureau, e a me sembrò una pessima ricompensa per l’impegno profuso fino ad allora.
Arrivai a un compromesso. Avrei continuato a fare il reclutatore se Hoxie mi avesse nominato suo primo assistente, mi avesse concesso l’uso di una macchina del Bureau e raccomandato per un sussidio che mi avrebbe permesso di frequentare un corso universitario. Se non volevo restare agente operativo a vita, avrei avuto bisogno di una laurea.
La mia decisione suscitò una certa diffidenza. Chiunque aspirasse a un simile grado di istruzione non poteva che essere un maledetto liberale. All’Università dello Wisconsin di Milwaukee, dove mi iscrissi a un master di psicologia educativa che prevedeva la frequenza alla sera e nel fine settimana, la pensavano diversamente. A molti docenti non piaceva avere un agente federale tra i propri studenti, e io non ho mai amato gli eccessi di introspezione che tanta parte hanno nello studio della psicologia. («John, voglio che tu ti presenti al tuo vicino e gli dica com’è il vero John Douglas.»)
Un giorno, siamo seduti in cerchio per terra (allora i cerchi andavano di gran moda), quando realizzo che nessuno mi rivolge la parola. Cerco di inserirmi nella conversazione generale, finché alla fine esplodo: «Ehi, si può sapere qual è il problema?». Presto detto: dal mio taschino sporge l’impugnatura metallica di un pettine che per i miei compagni altro non è che un’antenna; sono convinti che io stia registrando tutto! La presunzione paranoica di certa gente non ha mai smesso di stupirmi.
All’inizio di maggio del 1972, J. Edgar Hoover morì tranquillamente nel suo letto, a Washington. In un batter d’occhio tutti gli uffici operativi ne furono informati. Benché Hoover avesse quasi ottant’anni e fosse in circolazione praticamente da sempre, sembrava quasi impossibile che potesse morire davvero. Ma, come si dice, il re è morto, viva il re, e tutti cominciammo a chiederci chi avrebbe preso il suo posto. Direttore ad interim fu nominato L. Patrick Gray, viceprocuratore generale e nixoniano convinto. Inizialmente popolare per alcune innovazioni introdotte, e fra queste l’apertura alle donne, Gray cominciò a perdere terreno a mano a mano che la sua fedeltà politica si scontrava con le esigenze del Bureau.
Poche settimane dopo la morte di Hoover, mi telefona Pam. Siamo prossimi al matrimonio e il sacerdote che lo officerà vuole conoscerci. Sono persuaso che voglia cercare di convertirmi al cattolicesimo, così da potersene vantare con i suoi superiori, ma Pam è una buona cattolica e non mi perdonerebbe un rifiuto.
Con il sacerdote parliamo un po’ di tutto, dal controllo delle nascite all’educazione dei figli. Siamo due persone a posto, ma io so da Pam che Santa Rita è una chiesa di stretta tradizione e capisco che lui si sente a disagio con me, forse perché non sono cattolico. Nell’evidente tentativo di rompere il ghiaccio, mi domanda: «Come vi siete conosciuti, lei e Pam?».
Ora, a me capita spesso di scherzare nei momenti di particolare tensione, e davanti a una così bella opportunità non mi tiro indietro. «Be’, padre, lei sa che sono un agente dell’FBI. Non so però cosa le ha raccontato Pam di sé.» Mi avvicino un po’ di più.
«Ci siamo incontrati in un topless-bar, dove lei faceva la ballerina. Era brava, ma a incuriosirmi fu soprattutto il fatto che ballava con dei fiocchetti sui capezzoli e li faceva roteare nelle due opposte direzioni. Mi creda, era uno spettacolo.»
Pam è evidentemente troppo stupita per reagire. Il sacerdote mi ascolta affascinato. «Insomma, li faceva roteare sempre più forte, quando a un tratto uno dei due fiocchetti si stacca e vola via. Tutti si sporgono per afferrarlo, ma il fortunato sono io. Lo prendo e glielo riporto, ed eccoci qua.»
Lui mi guarda con la bocca aperta ed è chiaro che ha creduto a ogni singola parola. A quel punto scoppio a ridere. «Ma allora non è vero?» ansima il povero sacerdote, perché ormai anche Pam sta ridendo. Ma non riesco a capire se la sua espressione è di sollievo o di disappunto.
Bob McGonigel mi fece da testimone. La mattina del matrimonio pioveva e io non vedevo l’ora che tutto fosse finito. Chiesi a Bob di chiamare Pam, a casa dei suoi, per sapere se avesse mie notizie. Naturalmente lei rispose di no, al che Bob le disse che non avevo passato la notte a casa; temeva, aggiunse, che mi fossi spaventato e avessi deciso di fare marcia indietro. Ancora non mi capacito della crudeltà del mio senso dell’umorismo di allora. Alla fine Bob si tradì scoppiando a ridere, e io rimasi un po’ deluso di non aver potuto sondare più a fondo le reazioni di Pam. Più tardi lei mi confessò che era talmente preoccupata che tutto filasse liscio e sopraffatta dal timore che l’umidità le arricciasse i capelli che la possibile scomparsa dello sposo non l’aveva turbata più di tanto.
Fu una sorpresa quando, durante la cerimonia, sentii il sacerdote pronunciare parole benevole nei miei confronti: «Ho conosciuto John Douglas solo pochi giorni fa, ma il nostro colloquio mi ha indotto a lunghe e ponderate riflessioni sulle mie convinzioni religiose».
Dio solo sa in che modo ci fossi riuscito, ma è un fatto che l’Onnipotente opera per vie misteriose.
Pam e io ci concedemmo una breve luna di miele al Poconos – specchi sul soffitto, vasche da bagno a forma di cuore e così via –, poi ci spostammo a Long Island dove i miei genitori avevano riunito i pochi parenti che non avevano avuto la possibilità di assistere al matrimonio.
Successivamente, Pam si trasferì con me a Milwaukee. Ormai si era laureata e lavorava: come a tutti gli insegnanti di fresca nomina, le venivano assegnate supplenze soprattutto nelle scuole più difficili della città. C’era un istituto superiore particolarmente critico, dove i docenti venivano regolarmente spintonati e presi a calci e le professoresse più giovani subivano addirittura tentativi di violenza. Io ero stato finalmente sollevato dall’incarico di reclutatore e lavoravo sodo con la squadra di prevenzione, occupandomi soprattutto di rapine in banca. Era un lavoro potenzialmente pericoloso, ma a preoccuparmi era la situazione di Pam. Un giorno, quattro studenti la costrinsero a entrare in un’aula vuota e lì cominciarono a brancicarla. Quando venni a saperlo, mi infuriai. Volevo che qualche mio collega andasse a scuola a prendere a calci i colpevoli.
All’epoca il mio migliore amico era Joe Del Campo, che lavorava con me. Insieme, bazzicavamo parecchio un forno specializzato in bagel Oakland Avenue, vicino al campus dell’Università dello Wisconsin. Il locale era gestito da una coppia, David e Sarah Goldberg, con cui instaurammo un ottimo rapporto.
Certe mattine arrivavamo presto per aiutarli a infornare bagel e dolci. Facevamo colazione con loro, uscivamo per andare a catturare un ricercato, ci occupavamo di un altro paio di casi, quindi tornavamo al forno per il pranzo. Ben presto anche altri agenti cominciarono a frequentare quello che per noi era semplicemente «il locale dei Goldberg», dove organizzammo persino una festa.
Joe Del Campo aveva una mente brillante, conosceva molte lingue ed era un eccellente tiratore. Il suo coraggio ebbe un ruolo primario in quella che è forse la situazione più strana e sconcertante in cui mi sia mai trovato.
Un giorno d’inverno, Joe e io stiamo interrogando un evaso quando riceviamo una telefonata della polizia di Milwaukee: un uomo armato si è barricato in una casa con alcuni ostaggi. Ci precipitiamo sul luogo del sequestro, una vecchia abitazione in stile Tudor.
Il sequestratore, Jacob Cohen, è un latitante accusato di avere ucciso un poliziotto a Chicago. Non solo: ha appena sparato a un agente federale, Richard Carr, che era andato a cercarlo nel suo appartamento. Poi, non contento, ha cercato di sfondare il cordone di sbarramento, beccandosi due proiettili nelle natiche. È riuscito però ad abbrancare un ragazzino che stava spalando la neve e a rintanarsi nella casa. Adesso ha con sé tre ostaggi, due bambini e un adulto. Di lì a poco, permette all’adulto e a uno dei ragazzi di uscire, ma trattiene l’altro, che si pensa essere intorno ai dieci, dodici anni.
A questo punto sono tutti fuori dai gangheri. Fa un freddo cane. L’FBI e la polizia di Milwaukee si palleggiano la responsabilità di aver lasciato degenerare la situazione. La squadra speciale che ha circondato l’abitazione è furiosa perché quello è il suo primo incarico, e permettendo a Cohen di superare il cordone di sbarramento non l’ha certo affrontato al meglio. I federali sono infuriati perché uno di loro è stato colpito. La polizia di Chicago ha già fatto sapere che, in caso di necessità, saranno i suoi uomini a eliminare Cohen.
Arriva Herb Hoxie, e a mio avviso commette altri errori. Utilizza un altoparlante, mentre in simili casi un collegamento telefonico offre maggiori garanzie, e consente per di più di trattare in privato. Dopodiché peggiora la situazione offrendosi come ostaggio al posto del ragazzo. Ed ecco Hoxie al volante di un’auto dell’FBI. Entra in retromarcia nel viale. Intanto, Del Campo mi chiede di aiutarlo a salire sul tetto. La casa è in stile Tudor, cioè col tetto spiovente, che, in quella fredda giornata invernale, è coperto da una patina di ghiaccio. Joe non ha dormito per tutta la notte e l’unica arma che ha a disposizione è la sua.357 Magnum, a canna corta.
Compare Cohen, che tiene stretto il ragazzo. L’agente investigativo Beasiey, del dipartimento di polizia di Milwaukee, fa un passo avanti. «Ti abbiamo procurato quello che volevi» dice. Lascia andare il ragazzo!» Del Campo sta ancora strisciando sul tetto. I poliziotti lo vedono e capiscono quello che ha in mente.
Sequestratore e ostaggio si avvicinano all’auto, ma il ragazzino scivola sul ghiaccio. Intanto, Del Campo è arrivato sulla sommità del tetto, e pensando che la canna corta imprimerà al proiettile una traiettoria ascendente, prende di mira il collo di Cohen e preme il grilletto.
Il malvivente crolla a terra, ma non si riesce a capire se la pallottola ha colpito lui o il ragazzo. Insanamente tre secondi dopo, l’auto viene crivellata di colpi. Nella sparatoria, l’agente Beasley viene ferito. Il ragazzino arranca carponi e la macchina punta dritto contro di lui: alcuni frammenti di vetro hanno colpito Hoxie, che ha perso il controllo della guida. Per fortuna, il giovane ostaggio non è ferito seriamente.
Secondo la consuetudine dell’FBI, il notiziario della sera manda in onda le immagini di Herbert Hoxie che esce dal pronto soccorso sdraiato su una lettiga, col sangue che gli sgocciola da un orecchio. «Improvvisamente ho sentito degli spari; c’erano proiettili dappertutto. Sono stato colpito, ma non credo in modo grave.» Insomma… l’FBI, Dio, la Patria, la mamma, la torta di mele eccetera eccetera.
Non è finita. Litigano tutti, e i poliziotti arrivano quasi a malmenare Del Campo che li ha privati del divertimento. Vanno a lamentarsi dal vice agente speciale incaricato Ed Best, che si schiera al fianco di Joe: è stato lui, dice, a salvare la situazione.