Si mosse adagio verso Livia, guidato dal respiro di lei.
«Svegliati, sta arrivando».
Tornò alla finestra, Livia gli fu subito allato. Montalbano le parlò all’orecchio.
«Appena lo pigliano, ti precipiti giù. Sarà atterrito, invece con una fìmmina probabilmente si sentirà rassicurato. Carezzalo, bacialo, digli quello che vuoi».
Il picciliddro era ormai sotto casa, si vedeva distintamente che teneva la testa alzata, taliava verso la finestra. A un tratto si materializzò la figura di un uomo che con due falcate piombò sul bambino, l’agguantò. Era Fazio.
Livia volò per le scale. François scalciava e faceva un grido lungo, straziante, come di armàlo pigliato nella tagliola. Montalbano accese la luce, si sporse dalla finestra.
«Portatelo su. Tu, Grasso, vai ad avvertire gli altri, falli venire qua».
Intanto il grido dei bambino si era spento, cangiato in singhiozzi. Livia l’aveva preso in braccio e gli parlava.
Era ancora molto teso, ma non piangeva più. Con le pupille sparluccicanti, la taliàta intensa, osservava le facce che gli stavano intorno e via via riacquistava fiducia. Stava assittato al tavolo dove, fino a qualche giorno prima, aveva avuto allato sua madre ed era forse per questo che teneva Livia per mano e non voleva che si scostasse.
Mimì Augello, che si era allontanato, tornò con un pacco tra le mani e tutti capirono ch’era stato l’unico a fare la pinsàta giusta. Dintra al pacco c’erano panini al prosciutto, banane, dolci di riposto, due lattine di coca-cola. Mimì ebbe in premio un’occhiata commossa di Livia, che naturalmente irritò Montalbano, e balbettò:
«L’ho fatto preparare ieri sera... Ho pensato che se avevamo a che fare con un bambino affamato...».
Mentre mangiava, François si abbandonava alla stanchezza e al sonno. Non arriniscì, infatti, a terminare i dolcetti: di colpo, la testa gli cadde in avanti sul tavolino, spento come se un interruttore gli avesse levato l’energia.
«E ora dove lo portiamo?» spiò Fazio.
«A casa nostra» disse decisa Livia.
Montalbano rimase colpito da quel «nostra». E mentre raccoglieva un paio di jeans e una T-shirt per il bambino, non riuscì a stabilire se doveva esserne scontento o rallegrato.
Il picciliddro non raprì gli occhi né durante il viaggio sino a Marinella né quando Livia lo spogliò dopo avergli preparato un letto improvvisato sul divano della càmmara da pranzo.
«E se mentre dormiamo si sveglia e scappa?» domandò il commissario.
«Non credo che lo farà» lo rassicurò Livia.
Ad ogni modo Montalbano pigliò le sue precauzioni, chiudendo la finestra, abbassando gli scuri e dando due giri di chiave alla porta d’ingresso.
Andarono macari loro a dòrmiri, ma, malgrado la stanchezza, tardarono a pigliare sonno: la presenza di François, che sentivano respirare nell’altra càmmara, li metteva inspiegabilmente a disagio.
Verso le nove del matino, ora per lui tardissima, il commissario si svegliò, si susì cautamente per non disturbare Livia e andò a taliàre François. Nel divano il picciliddro non c’era, nel bagno manco. Era scappato, come aveva temuto. Ma come diavolo aveva fatto, se la porta era chiusa a chiave e la serranda ancora abbassata? Allora si mise a taliàre in tutti i posti dove avrebbe potuto ammucciarsi, nascondersi. Niente, svanito. Doveva svegliare Livia e dirle come stavano le cose, riceverne consiglio. Allungò una mano e in quell’attimo vide la testa del picciliddro all’altezza del petto della sua donna. Dormivano abbracciati.
Nove
«Commissario? Mi scusi se la disturbo a casa. Possiamo vederci in mattinata così le riferisco?».
«Certo, vengo a Montelusa».
«No, scendo io a Vigàta. Ci vediamo tra un’oretta allo scagno di Salita Granet?».
«Sì, grazie, Laganà».
Andò in bagno cercando di fare la minima rumorata possibile. E, sempre per non disturbare Livia e François, si rimise i vestiti del giorno avanti, ancora più stazzonati dalla nottata d’appostamento. Lasciò un biglietto: in frigo c’era tanta roba, sarebbe sicuramente tornato per l’ora di pranzo. Appena finì di scriverlo, s’arricordò che il Questore li aveva invitati a pranzo. Non era cosa, con François. Decise di fare subito la telefonata, capace che altrimenti se ne scordava. Sapeva che la domenica matina il Questore la passava in famiglia, a meno di situazioni straordinarie.
«Montalbano? Non mi dica che non viene a pranzo!».
«E invece sì, signor Questore, purtroppo».
«Si tratta di una faccenda seria?».
«Abbastanza. Il fatto è che da stamattina presto sono diventato, come dire, quasi padre».
«Congratulazioni!» fu il commento del Questore. «Dunque la signorina Livia... Lo dico a mia moglie, ne sarà contentissima. Ma non capisco come questo possa impedirle di venire lo stesso. Ah, sì: l’evento è imminente».
Letteralmente sconvolto dall’equivoco nel quale era caduto il suo superiore, Montalbano incautamente s’inoltrò in una lunga, tortuosa e balbettante spiegazione, nella quale s’affastellavano morti ammazzati con merendine, il profumo «Volupté» con la tipografia Mulone. Il Questore si perse d’animo.
«Va bene, va bene, poi mi riferirà meglio. Senta, quando parte la signorina Livia?».
«Stasera».
«Quindi non avremo il piacere di conoscerla. Pazienza, sarà per un’altra volta. Senta, Montalbano, facciamo così: quando pensa di avere qualche ora libera, mi telefona».
Prima di nésciri, andò a taliàre Livia e François che ancora dormivano. E chi li avrebbe sciolti da quell’abbraccio? S’infuscò, ebbe un oscuro presentimento.
Il commissario si stupì: nello scagno tutto era come lui l’aveva lasciato l’ultima volta, non un foglio spostato, non una graffetta che non fosse dove già l’aveva vista. Laganà capì.
«Non era una perquisizione, dottore. Non c’era bisogno di mandare tutto all’aria».
«Che mi dice?».
«Dunque. La ditta venne fondata da Aurelio Lapecora nel 1965. Prima aveva lavorato come impiegato. La ditta si occupava d’importazione di frutta tropicale e aveva un magazzino in via Vittorio Emanuele Orlando, vicino al porto, dotato di celle frigorifere. Esportava invece cereali, ceci, fave, macari pistacchi, cose così. Un buon volume d’affari, almeno fino alla seconda metà degli anni Ottanta. Poi principiò un calo progressivo. A farla breve, nel gennaio del 1990 Lapecora fu costretto a liquidare la ditta, facendo tutto legalmente. Vendette macari il magazzino, con un buon guadagno. Tutte le sue carte sono nei raccoglitori, era un uomo ordinato il signor Lapecora, se io avessi fatto un’ispezione non avrei trovato niente da ridire. Quattro anni dopo, sempre a gennaio, ottenne l’autorizzazione per la riapertura della ditta, di cui aveva sempre mantenuto la ragione sociale. Però non ricomprò un deposito o un magazzino, niente di niente. La vuole sapere una cosa?».
«Credo di saperla già. Non ha trovato traccia di un affare qualsiasi dal 1994 ad oggi».
«Precisamente. Se Lapecora aveva voglia di venire a passare qualche ora nello scagno, e mi riferisco a quello che ho visto nella càmmara appresso, che bisogno c’era di ricostituire la ditta?».
«Ha trovato posta recente?».
«Nossignore. Tutta posta vecchia di quattro anni».
Montalbano pigliò dallo scrittoio una busta ingiallita, la mostrò al maresciallo.
«Ha trovato buste come questa, ma nuove, coll’intestazione in inglese?».
«Manco una».
«Senta, maresciallo. Da una tipografia di qua, il mese passato, hanno recapitato a Lapecora, in questo scagno, un pacco di carta da lettere. Se lei non ne ha trovato manco l’ùmmira, le sembra possibile che nel giro di quattro settimane si sia esaurita tutta la scorta?».
«Non credo. Nemmeno quando le cose gli andavano bene avrebbe potuto scrivere tanto».
«Ha trovato lettere di una ditta straniera, Aslanidis, che esporta datteri?».
«Niente».
«Eppure le riceveva, me l’ha detto il postino».
«Commissario, ha cercato bene in casa di Lapecora?».
«Sì. Non c’è niente che possa riguardare i suoi nuovi affari. E la vuole sapere un’altra cosa? Qui, secondo una testimonianza più che attendibile, certe notti, assente Lapecora, ferveva l’attività».
Proseguì, contandogli di Karima, del giovanotto bruno spacciato per nipote che telefonava, riceveva telefonate, scriveva lettere, ma solo con la sua portatile.
«Ho capito» fece Laganà. «Lei no?».
«Io sì, ma mi piacerebbe sentire prima lei».
«La ditta era una copertura, una facciata, un recapito per non so quali traffici, certamente non serviva per importare datteri».
«Sono d’accordo» fece Montalbano. «E quando hanno ammazzato Lapecora, o almeno la notte prima, sono venuti qua e hanno fatto scomparire tutto».
Passò dall’ufficio. C’era Catarella al centralino, stava facendo le parole incrociate.
«Levami una curiosità, Catarè. Quanto ci metti a risolvere un gioco?».
«Sono addifficili, dottori, addifficili assà. A questo ci travaglio da una mesata ma non mi viene».
«Ci sono novità?».
«Niente da pigliarsi sopra il serio, dottori. Hanno dato foco al garaggi di Sebastiano Lo Monaco, ci sono andati i vigili pompieri del foco che hanno astutato il foco. Cinque macchini automobili che stavano nel garaggi sono state abbrustolite. Poi hanno sparato a uno che di nome suo di propio si chiama Quarantino Filippo, ma l’hanno sbagliato e hanno pigliato la finestra della di cui la quale è abitata dalla signora Pizzuto Saveria la quale che per lo spavento appigliatosi è dovuta andare allo spitale. Doppo c’è stato un altro incendio, assicuramente tolòso, un incendio di foco. Insomma, dottori, minchiate, babbasiate, cose senza importanzia».
«Chi c’è in ufficio?».
«Nisciuno, dottori. Sono tutti appresso a queste cose».
Trasì nella sua càmmara. Sulla scrivania c’era un pacco avvolto nella carta della pasticceria Pipitone. Lo raprì. Cannola, bignè, torroncini.
«Catarè!».
«Agli ordini, dottori».
«Chi li ha messi qua questi dolci?».
«Il dottori Augello. Dice così che li accattò per il pampìno piccolo di questa notti».
Come si era fatto premuroso e attento verso l’infanzia abbandonata, il signor Mimì Augello! Sperava in un’altra occhiata di Livia?
Squillò il telefono.
«Dottori? C’è il signor giudice Lo Bianco che ha detto che le vuole parlare con lei».
«Passamelo».
Il giudice Lo Bianco aveva quindici giorni avanti inviato in omaggio al commissario il primo tomo, settecento pagine, dell’opera alla quale si dedicava da anni: Vita e imprese di Rinaldo e Antonio Lo Bìanco, maestri giurati dell’Università di Girgenti, al tempo di re Martino il giovane (1402-1409), che si era fissato fossero suoi antenati. Montalbano aveva sfogliato il libro in una nottata d’insonnia.
«Beh, Catarè, me lo passi il giudice?».
«Il fatto è, dottori, che non ce lo posso passare in quanto che lui di pirsòna è pirsonalmente qua».
Santiando, Montalbano si precipitò, fece trasiri il giudice, si scusò. Aveva il carbone bagnato, il commissario, perché al giudice aveva fatto solo una telefonata per l’omicidio Lapecora e poi si era letteralmente scordato della sua esistenza. Certamente veniva per fargli un liscebusso.
«Solo un salutino, caro commissario. Passavo da qui perché sto andando a trovare mia madre ch’è in casa di amici a Durrueli. Mi sono detto: vogliamo provarci? E sono stato fortunato, l’ho trovata».
«E che cavolo vuoi da me?» si spiò Montalbano. Dallo sguardo speranzoso dell’altro, non ci mise molto a capire.
«Sa, giudice? Sto passando notti insonni».
«Ah, sì? Perché?».
«Per leggere il suo libro. È affascinante più di un romanzo giallo e poi così ricco di dettagli!».
Una noia mortale: date su date, nomi su nomi. A paragone, l’orario ferroviario era più ricco di trovate e colpi di scena.
Si ricordò un episodio raccontato dal giudice e cioè quando Antonio Lo Bianco, andando a Castrogiovanni per un’ambasceria, era caduto da cavallo rompendosi una gamba. All’insignificante avvenimento, il giudice aveva dedicato ventidue pagine maniacalmente circostanziate. Per far vedere che aveva veramente letto il libro, Montalbano incauto lo citò.
E il giudice Lo Bianco l’intrattenne per due ore, aggiungendo altri dettagli tanto inutili quanto minuziosi. Alla fine si accomiatò, che già al commissario era venuto un principio di mal di testa.
«Ah, senta, carissimo, non si dimentichi di farmi avere notizie sul delitto Lacapra».
Arrivò a Marinella e non c’erano né Livia né François. Stavano a ripa di mare, Livia in costume e il picciliddro in mutande. Avevano costruito un gigantesco castello di sabbia. Ridevano, parlavano. Certo in francese, che Livia conosceva come l’italiano. Del resto, macari l’inglese. E pure il tedesco, se la vogliamo dire tutta. L’ignorante di casa era lui, che sapeva sì e no quattro parole di francese imparate a scuola. Preparò la tavola, nel frigo trovò la pasta ‘ncasciata e il rollè del giorno avanti. Li mise in forno a fuoco lento. Rapidamente si spogliò, indossò il costume da bagno, raggiunse i due. La prima cosa che notò furono secchiello, paletta, crivello, formelle di pesci e stelle. Lui naturalmente in casa non li aveva e Livia certamente non li aveva comprati, era domenica. Sulla spiaggia, a parte loro tre, non c’era anima viva.
«E questi?».
«Questi cosa?».
«La paletta, il secchiello...».
«Ce li ha portati stamattina Augello. Che carino! Sono di un suo nipotino che l’anno scorso...».
Non volle sentire oltre. Si gettò a mare, arraggiato.
Rientrarono in casa e Livia s’accorse della guantiera di cartone piena di dolci.
«Perché li hai comprati? Non lo sai che i dolci possono far male ai bambini?».
«Io lo so, è il tuo amico Augello che non lo sa. Li ha comprati lui. E ora ve li mangiate, tu e François».
«A proposito, ha telefonato la tua amica Ingrid, la svedese».
Attacco, parata, contrattacco. E poi perché quell’a proposito?
Quei due si facevano simpatia, era chiaro. La cosa era cominciata l’anno prima, quando Mimì aveva scarrozzato Livia per un giorno intero. E continuavano. Che facevano quando lui non c’era? Si scambiavano occhiatine, sorrisini, complimentini?
Principiarono a mangiare con Livia e François che ogni tanto parlottavano, chiusi dentro un’invisibile sfera di complicità, dalla quale Montalbano era completamente escluso. Però la bontà del pasto non arrinisciva a farlo arraggiare come avrebbe voluto.
«Ottimo questo brusciuluni» disse.
Livia sobbalzò, rimase con la forchetta a mezz’aria.
«Che hai detto?».
«Brusciuluni. Il rollè».
«Mi sono quasi spaventata. Avete certe parole in Sicilia...».
«Magari in Liguria non scherzate. A proposito, a che ora parte il tuo aereo? Penso che potrò acconipagnarti in rnacchina».
«Ah, me n’ero dimenticata. Ho disdetto la prenotazione e ho telefonato ad Adriana, la mia collega, mi sostituirà lei. Mi tratterrò ancora qualche giorno. Ho pensato che se non ci sono io, tu a chi lo lasceresti François?».
L’oscuro presentimento della mattinata, quando li aveva visti dormire abbracciati, cominciava a pigliare corpo. Chi li avrebbe scollati quei due?