«Mi sembri dispiaciuto, irritato, non so».
«Io?! Ma che dici, Livia!».
Immediatamente dopo mangiato, il picciliddro cominciò a fare gli occhi a pampineddra, aveva sonno, doveva essere ancora molto provato. Livia se lo portò nella càmmara da letto, lo spogliò, lo coricò.
«Mi ha detto qualcosa» fece, lasciando la porta aperta a metà.
«Raccontami».
«A un certo momento, mentre facevamo il castello di sabbia, m’ha domandato se pensavo che sua madre sarebbe tornata. Io gli risposi che non sapevo niente di tutta la faccenda, ma che ero certa che un giorno sua madre si sarebbe presentata per riprenderselo. Fece una smorfia, e io non aggiunsi altro. Dopo un poco, tornò sull’argomento, disse che non ci sperava, in questo ritorno. Non continuò il discorso. Quel bambino ha l’oscura coscienza di qualcosa di tremendo. A un tratto riprese a parlare. Mi raccontò che quella mattina sua madre era arrivata di corsa. , spaventata. Gli disse che dovevano andare via. Si erano incamminati verso il centro di Villaseta, sua madre aveva detto che dovevano prendere una corriera».
«Per dove?».
«Non lo sa. Mentre aspettavano, si è accostata una macchina, lui la conosceva bene, era quella di un uomo cattivo che certe volte aveva picchiato la mamma. Fahrid».
«Come hai detto?».
«Fahrid».
«Ne sei sicura?».
«Sicurissima. Mi ha persino detto che, quando si scrive, tra la ‘a’ e la ‘r’ c’è un’acca».
E dunque il caro nipotino del signor Lapecora, il proprietario della BMW grigio metallizzata, aveva un nome arabo.
«Vai avanti».
«Questo Fahrid è sceso, ha preso per un braccio Karima, voleva obbligarla a salire in macchina. La donna ha resistito e ha gridato a François di scappare. Il piccolo ha preso la fuga, Fahrid era troppo impegnato con Karima, ha dovuto scegliere. François si è nascosto, terrorizzato. Non osava tornare da quella che lui chiama la nonna».
«Aisha».
«Per sopravvivere, spinto dalla fame, ha rubato le merendine. La notte s’accostava alla casa, ma la vedeva al buio e temeva che ci fosse Fahrid appostato ad aspettarlo. Ha dormito all’aperto, sentendosi braccato. L’altra mattina non ce la faceva più, voleva a tutti i costi tornare a casa. Ecco perché si è avvicinato tanto».
Montalbano rimase silenzioso.
«Beh, che pensi?».
«Che abbiamo in casa un orfano».
Livia impallidì, la voce le tremò.
«Perché lo pensi?».
«Ti spiego qual è l’idea che mi sono fatta, anche in base a quello che tu m’hai detto ora, su tutta la faccenda. Dunque. Cinque anni fa all’incirca, questa tunisina, bella, piacente, arriva dalle nostre parti, con un figlio piccolissimo. Cerca lavoro come cameriera e lo trova facilmente anche perché, a richiesta, concede le sue grazie a uomini maturi. Conosce così Lapecora. Ma a un certo momento nella sua vita entra questo Fahrid, forse un magnaccia. A fartela breve, Fahrid concepisce il piano di costringere Lapecora a riaprire una sua vecchia ditta d’importazione e d’esportazione e servirsene come facciata per coprire un losco traffico, non so se di droga o di prostituzione. Lapecora, che è sostanzialmente un uomo onesto, si spaventa perché intuisce qualcosa e tenta di uscire dalla brutta situazione con mezzi alquanto ingenui. Figurati, scrive lettere anonime alla moglie contro se stesso. La cosa va avanti, ma ad un certo momento, e non so per quali motivi, Fahrid è costretto a sbaraccare. Ma, a questo punto, deve eliminare Lapecora. Fa in modo che Karima passi una notte in casa di Lapecora, nascosta nello studio. La moglie di Lapecora il giorno appresso dovrà recarsi a Fiacca dove c’è una sua sorella malata. E magari Karima avrà fatto intravvedere a Lapecora folli amplessi sul letto coniugale in assenza della moglie, va a sapere. L’indomani mattina presto, quando la signora Lapecora è andata via, Karima apre la porta di casa a Fahrid che entra e uccide il vecchio. Magari Lapecora avrà tentato di scappare, ecco perché è stato trovato in ascensore. Senonché, da quello che mi hai appena detto, Karima non doveva sapere dell’intenzione omicida di Fahrid. Quando vede che il suo complice ha accoltellato Lapecora, se ne scappa. Ma non va lontano, Fahrid la rintraccia e la sequestra. Sicuramente quindi l’avrà ammazzata, per non farla parlare. E la controprova è che è tornato in casa di Karima per far sparire tutte le foto di lei: non vuole che venga identificata».
Quietamente, Livia si mise a piangere.
Rimase solo, Livia era andata a distendersi allato a François. Montalbano, non sapendo che fare, andò ad assittarsi nella verandina. In cielo, si stava svolgendo una specie di duello tra gabbiani; sulla spiaggia una coppietta passeggiava, ogni tanto si scambiavano un bacio, ma stancamente, come per obbedire a un copione. Ritrasì dintra, pigliò l’ultimo romanzo del pòviro Bufalino, quello del fotografo cieco, tornò a sedersi nella verandina. Taliò la copertina, il risvolto, lo richiuse. Non arrinisciva a concentrarsi. Sentiva crescere in lui, lentamente, un acuto disagio. E a un tratto ne capì la ragione.
Ecco, quello era un assaggio, un anticipo dei quieti, familiari, domenicali pomeriggi che l’attendevano, magari non più a Vigàta ma a Boccadasse. Con un bambino che, svegliandosi, l’avrebbe chiamato papà invitandolo a giocare con lui...
La botta di panico lo pigliò alla gola.
Dieci
Scapparsene immediatamente, fuggire da quella casa che preparava agguati famigliari. Mentre montava in macchina, gli venne da sorridere per l’attacco di schizofrenia che stava patendo. La parte razionale di sé gli suggeriva che poteva benissimo controllare la nuova situazione che del resto aveva vita solo nella sua immaginazione; la parte irrazionale lo sospingeva alla fuga, così, senza tanti ragionamenti.
Arrivò a Vigàta, andò nel suo ufficio.
«Ci sono novità?».
Invece di rispondere, Fazio spiò a sua volta:
«Come sta il picciliddro?».
«Benissimo» arrispose leggermente infastidito.
«Allora?».
«Niente di serio. Un disoccupato è entrato nel supermercato, con un bastone s’è messo a spaccare i banconi...».
«Un disoccupato? Ma che dici? Da noi ci sono ancora disoccupati?».
Fazio s’imparpagliò.
«Certo che ci sono, dottore, non lo sa?».
«Sinceramente, no. Pensavo che tutti ormai avessero trovato lavoro».
Fazio era chiaramente pigliato dai turchi.
«E dove vuole che lo trovino il travaglio?».
«Nel pentitismo, Fazio. Questo disoccupato che spacca i banconi, prima ancora d’essere un disoccupato, è uno stronzo. L’hai fermato?».
«Sissi».
«Vallo a trovare e digli, da parte mia, che si penta».
«E di che?».
«S’inventi una cosa qualsiasi. Racconti però d’essersi pentito. Una minchiata qualunque, magari gliela puoi suggerire tu. Appena si pente, è a posto. Lo pagano, gli trovano a gratis una casa, gli mandano i figli a scuola. Diglielo».
Fazio lo taliò a lungo senza dire niente. Poi parlò.
«Dottore, la giornata è serena eppure a lei girano. Che successe?»
«Cazzi miei».
Il proprietario della putìa di càlia e simènza, nella quale Montalbano abitualmente si riforniva, aveva strumentiàto un geniale sistema per aggirare l’obbligatoria chiusura domenicale: davanti alla saracinesca abbassata aveva piazzato se stesso e una rifornitissima bancarella.
«Ho nuciddre americane appena abbrustolite, càvude càvude» l’informò il putiaro.
E il commissario ne fece aggiungere una ventina nel coppo, il cartoccio che già conteneva ceci e semi di zucca.
La ruminante passeggiata solitaria fino alla punta del molo di levante questa volta la fece durare più del solito, fin dopo il tramonto.
«Questo bambino è intelligentissimo!» fece eccitata Livia appena vide trasire in casa Montalbano. «Gli ho spiegato appena tre ore fa come si gioca a dama, e guarda: mi ha vinto una partita e questa me la sta vincendo».
Il commissario rimase addritta allato a loro a taliàre le ultime mosse del gioco. Livia sbagliò clamorosamente e François le mangiò le due dame superstiti. Coscientemente o no, Livia aveva voluto che il picciliddro vincesse: se al posto di François ci fosse stato lui, manco morta gli avrebbe dato la soddisfazione della vittoria. Una volta era arrivata alla bassezza di fingere un improvviso mancamento che le aveva permesso di far cadere a terra le pedine.
«Hai appetito?».
«Posso aspettare, se vuoi» rispose il commissario aderendo all’implicita richiesta di tardare la cena.
«Faremmo volentieri una passeggiatina».
Lei e François, naturalmente, l’ipotesi che lui potesse accodarsi non le era passata manco per l’anticamera del ciriveddro..
Montalbano preparò la tavola, la conzò di tutto punto e quando ebbe finito andò in cucina per vedere cosa Livia avesse approntato. Niente, una desolazione artica, posate e piatti splendevano incontaminati. Persa darrè a François, non ci aveva manco pensato alla cena. Fece un rapido quanto triste inventario: per primo, poteva fare tanticchia di pasta all’aglio e oglio; per secondo, poteva arrangiare con sarde salate, olive, caciocavallo e tonno in scatola. Il peggio, ad ogni modo, sarebbe successo A giorno appresso quando Adelina, arrivando per puliziare la casa e per preparare il mangiare, avrebbe trovato Livia con un bambino. Le due fìmmine non si pigliavano; per certe osservazioni di Livia, Adelina una volta aveva di punto in bianco abbandonato tutto a metà ed era scomparsa, per tornare solo quando era stata certa che la sua rivale era ripartita, a centinaia di chilometri di distanza.
Era l’ora del notiziario, addrumò la televisione sintonizzandola su «Televigàta». Sul video comparve la faccia a culo di gallina di Pippo Ragonese, l’opinionista. Stava per cangiare canale quando le prime parole di Ragonese lo paralizzarono.
«Che succede nel commissariato di Vigàta?» spiò l’opinionista a se stesso e all’universo creato con un tono che quello usato da Torquemada nei suoi momenti migliori sarebbe parso come quello di uno che conta una barzelletta.
Proseguì affermando che a suo parere ormai Vigàta poteva gemellarsi con la Chicago del proibizionismo: sparatine, furti, incendi dolosi; la vita e la libertà del comune, onesto cittadino messe continuamente a repentaglio. E lo sapevano gli ascoltatori a cosa si dedicava, nel bel mezzo di questa tragica situazione, il supervalutato commissario Montalbano? Il punto interrogativo venne sottolineato con tanta forza che al commissario parse addirittura di vederlo apparire sovrimpresso sul culo di gallina. Ragonese, pigliato fiato per poter esprimere debitamente meraviglia e indignazione, sillabò:
«Al-ta cac-cia di un la-dro di me-ren-di-ne!».
Non ci era andato da solo, il signor commissario, ma si era portato appresso i suoi uomini, lasciando in commissariato, per tutto presidio, solo uno sprovveduto centralinista Com’è che lui, Ragonese, era venuto a conoscenza di questa vicenda forse comica ma sicuramente tragica? Dovendo parlare col vicecommissario Augello per avere un’informazione, l’aveva chiamato al telefono e il centralinista gli aveva dato l’inaudita risposta. Sulle prime, aveva pensato a uno scherzo, disdicevole certo, e aveva insistito, comprendendo alla fine che non si trattava di un tiro burlone, ma di un’incredibile verità. Si rendevano conto gli ascoltatori di Vigàta in che mani erano?
«Ma che ho fatto di male per trovarmi Catarella tra a coglioni?» si domandò amaramente il commissario mentre cangiava canale.
Su «Retelibera» stavano trasmettendo le immagini, da Mazàra della cerimonia funebre per il marinaio tunisino mitragiliato a bordo dei peschereccio Santopadre. Terminato il servizio, lo speaker commentò la sfortuna del tunisino morto tragicamente al suo primo imbarco, in paese infatti era arrivato da poco e quasi nessuno lo conosceva. Non aveva famiglia, o almeno non aveva avuto il tempo di farla venire a Mazàra. Era nato trentadue anni avanti, a Sfax, e si chiamava Ben Dhahab. Apparve una foto del tunisino e in quel momento entrarono nella càmmara Livia e il picciliddro di ritorno dalla passeggiata. François, vedendo il volto sullo schermo, sorrise, tese il ditino.
«Mon oncle».
Livia stava per dire a Salvo di spegnere il televisore perché le dava fastidio mentre mangiavano; da parte sua Montalbano stava per rimproverarla di non aver preparato niente per cena. Rimasero invece a bocca aperta, gl’indici puntati l’uno contro l’altra, mentre un terzo indice, quello del bambino, indicava ancora lo schermo. Parse fosse passato l’angelo, quello che dice «amè» e ognuno resta accussì com’è. Il commissario si ripigliò, cercò conferma, dubitando del suo scarso francese.
«Che disse?».
«Ha detto: mio zio» rispose Livia giarna giarna.
Scomparsa l’immagine, François era andato ad assittarsi al suo posto a tavola, impaziente di principiare e per niente impressionato d’aver visto suo zio alla TV.
«Domandagli se quello che ha visto è suo zio zio».
«Ma che domanda cretina è?».
«Non è cretina. Anche a me mi hanno chiamato zio e non lo sono per niente».
François spiegò che quello che aveva visto era zio zio, in quanto fratello di sua madre.
«Deve venire subito con me» fece Montalbano.
«Dove lo vuoi portare?».
«In ufficio, gli voglio far vedere una foto».
«Non se ne parla nemmeno, la foto non te la ruba nessuno. François deve prima mangiare. E poi ci vengo anch’io in ufficio, tu sei capace di perderti il bambino per strada».
La pasta arriniscì scotta, praticamente immangiabile.
Di guardia c’era Catarella che, a vedere comparire a quell’ora la composita famigliola e a notare la faccia del suo superiore, appagnò, s’allarmò.
«Dottori, tutta calmezza, tutta tranquillitate è qua».
«E in Cecenia no».
Dal cassetto tirò fòra le fotografie che aveva scelto tra quelle di Karima, ne pigliò una, la pruì al bambino. Questi, senza dire niente, la portò alle labbra, baciò l’immagine di sua, madre.
Livia trattenne a stento un singhiozzo. Non c’era bisogno di fare la domanda, tanto risultava evidente la rassomiglianza tra l’uomo apparso nel video e quello, in divisa, della foto con Karima. Ma il commissario spiò ugualmente.
«E questo ton oncle?».
«Oui».
«Comment s’appelle t’il?».
E si congratulò per il suo francese da turista da Torre Eiffel o da Moulin Rouge.
«Ahmed» disse il picciliddro.
«Seulement Ahmed?».
«Oh, non. Ahmed Moussa».
«Et ta mère? Comment s’appelle?».
«Karima Moussa» fece François stringendosi nelle spalle e sorridendo per l’ovvietà della domanda.
Montalbano sfogò la sua raggia contro Livia che non s’aspettava la violenza dell’attacco.
«E che cazzo! Stai col bambino giorno e notte, ci giochi, gl’insegni la dama, e non ti fai dire come si chiama! Bastava domandarglielo, no? E quell’altro stronzo di Mimì! Il grande investigatore! Porta il secchiellino, la palettina, le formelline, i dolcetti e invece di parlare col bambino parla solo con te!».
Livia non reagì e Montalbano immediatamente s’affruntò, si vergognò dello scatto.
«Scusami, Livia, ma sono nervoso».
«Lo vedo».
«Fatti dire se questo suo zio l’ha mai visto di persona, anche recentemente».