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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15651 字 更新时间:2026-6-22 23:14

Parlottarono, poi Livia spiegò che recentemente non l’aveva visto, ma che quando François aveva tre anni sua madre l’aveva portato in Tunisia e lì aveva incontrato suo zio con altri uomini. Ma ne aveva un ricordo Confuso, riferiva la cosa solo perché sua madre gliene aveva parlato.

Quindi, concluse Montalbano, c’era stato una specie di summit due anni avanti nel quale era stato deciso, in qualche modo, il destino del povero Lapecora.

«Senti, porta François al cinema, fate in tempo per l’ultima proiezione, poi tornate qui. Devo lavorare».

«Pronto, Buscaìno! Montalbano sono. Ho saputo ora ora il nome intero di quella donna tunisina che abita a Villaseta, ti ricordi?».

«Come no. Karima».

«Si chiama Karima Moussa. Potresti fare qualche ricerca, lì da voi, all’Ufficio Stranieri?».

«Commissario, sta babbiando?».

«No, non scherzo. Perché?».

«Ma come?! Con la sua esperienza, viene a farmi una domanda simile?».

«Spiegati meglio».

«Taliasse, commissario, manco se mi dice il nome del padre e della madre, quello dei nonni paterni e materni, luogo e data di nascita».

«Nebbia fitta?».

«E come può essere diverso? A Roma possono fare tutte le leggi che vogliono, ma qua tunisini, marocchini, libici, capoverdini, cingalesi, nigeriani, ruandesi, albanesi, serbi, croati, tràsino e nèscino come gli pare e piace. Questo il Colosseo è, non c’è una porta che chiude. Il fatto che l’altro giorno siamo venuti a sapere l’indirizzo di questa Karima, appartiene alle cose miracolose, non a quelle di tutti i giorni»,

«Però tu prova lo stesso».

«Montalbano? Cos’è questa storia che lei sarebbe andato a caccia di un ladro di merendine? Un maniaco?».

«Ma no, signor Questore, si trattava di un bambino che, per fame, si era messo a rubare le merendine ad altri bambini. Tutto qua».

«Come, tutto qua? So benissimo che lei ogni tanto, come dire, parte per la tangente, ma questa volta francamente mi pare che...».

«Signor Questore, le assicuro che la cosa non si ripeterà più. Era assolutamente necessario catturarlo».

«L’ha preso?».

«Sì».

«E che ne ha fatto?».

«L’ho portato a casa mia, ci bada Livia».

«Montalbano, è impazzito? Lo riconsegni subito ai genitori!».

«Non li ha, forse è orfano».

«Che significa forse? Faccia delle ricerche, santo Iddio!».

«Le sto facendo, ma François...».

«Oddio, chi è?».

«Il bambino, si chiama così».

«Non è italiano?»

«No, tunisino».

«Senta, Montalbano, lasciamo perdere per il momento, sono frastornato. Ma domattina venga da me a Montelusa e mi spieghi tutto».

«Non posso, devo andare fuori Vigàta. Mi creda, è importantissimo, non è che io voglia sottrarmi».

«Allora ci vediamo nel pomeriggio. Mi raccomando, non manchi. Mi fornisca una linea di difesa, c’è l’onorevole Pennacchio...»

«Quello accusato d’associazione per delinquere di stampo mafioso?».

«Quello. Sta preparando un’interrogazione al Ministro. Vuole la sua testa».

E ti credo: era stato proprio lui, Montalbano, a svolgere le indagini contro l’onorevole.

«Nicolò? Montalbano sono. Ti devo domandare un favore».

«E quando mai? Dimmi».

«Ti trattieni ancora molto a ‘Retelibera’?».

«Faccio il notiziario di mezzanotte e poi vado a casa».

«Sono le dieci. Se entro mezz’ora sono da te e ti porto una foto, fate in tempo a mandarla in onda per l’ultimo notiziario?».

«Certo, t’aspetto».

Se l’era sentita subito, a pelle, che la storia del motopeschereccio Santopadre non era cosa, aveva fatto di tutto per starne alla larga. Ma ora il caso l’aveva agguantato per i capelli e gli aveva fatto sbattere la faccia contro, a forza, come quando si vuole insegnare ai gatti di non fare pipì in un certo posto. Sarebbe bastato che Livia e François fossero tornati tanticchia più tardi, il picciliddro non avrebbe visto l’immagine dello zio, la cena si sarebbe svolta in pace e tutto avrebbe pigliato il verso giusto. E maledisse il suo irrevocabile sangue di sbirro. Un altro al suo posto avrebbe detto:

«Ah, sì? Il bambino ha riconosciuto suo zio? Talè, che caso curioso!».

E avrebbe portato alla bocca la prima forchettata. E invece lui non poteva, doveva andarci per forza a sbattere le corna. L’istinto della caccia, l’aveva chiamato Hammett che di queste facenne ne capiva.

«Dov’è la foto?» gli spiò Zito appena lo vide.

Era quella di Karima col figlio.

«Devo farla inquadrare intera? Vuoi qualche dettaglio?».

«Così com’è».

Nicolò Zito niscì, tornò poco dopo senza fotografia, s’assittò comodamente.

«Contami tutto. E soprattutto dimmi di questa storia del ladro di merendine che Pippo Ragonese ritiene una minchiata e io invece no».

«Nicolò, non ho tempo, mi devi credere».

«No, non ti credo. Una domanda: il bambino che rubava merendine è quello della foto che m’hai data ora?».

Era pericolosamente intelligente, Nicolò. Meglio assecondarlo.

«Sì, è lui».

«E la madre chi è?».

«È una certamente coinvolta nell’omicidio dell’altro giorno, quello trovato nell’ascensore. E qui ti fermi con le domande. Ti prometto che, appena io stesso ci avrò capito qualcosa, te ne parlerò per primo».

«Mi vuoi dire almeno come devo accompagnare la foto?».

«Ah, ecco. Devi fare la voce di chi sta contando una facenna dolorosa e patetica».

«Ti metti a fare il regista ora?».

«Devi dire che ti si è presentata una vecchia tunisina in lacrime, supplicandoti di mostrare la foto in televisione. La vecchia da tre giorni non ha notizie né della fìmmina né del bambino. Si chiamano Karima e François. Chiunque li avesse visti eccetera anonimato garantito eccetera, telefoni al commissariato eccetera».

«Vattelo a pigliare nell’eccetera» fece Nicolò Zito.

A casa, Livia andò subito a dormire portandosi appresso il picciliddro, Montalbano invece rimase susuto ad aspettare il telegiornale della mezzanotte. Nicolò fece il dovere suo, tenne la foto in mostra il più a lungo possibile. Quando terminò il notiziario, il commissario lo chiamò per ringraziarlo.

«Mi puoi fare un altro favore?».

«Quasi quasi ti faccio pagare l’abbonamento. Che vuoi?».

«Puoi rimandare il servizio domani col telegiornale dell’una? Sai, penso che a quest’ora l’abbiano visto in pochi».

«Agli ordini».

Andò nella càmmara da letto, sciolse François dall’abbraccio di Livia, s’accollò il picciliddro, lo portò nella càmmara di mangiare, lo mise a dormire sul divano che Livia aveva già preparato. Si fece la doccia, entrò a letto. Livia, pur dormendo, se lo sentì allato e gli s’accostò, di schiena, con tutto il corpo. Le era sempre piaciuto farlo così, nel dormiveglia, in quella gradevole terra di nessuno tra il paese del sonno e la città della coscienza. Ma questa volta, appena Montalbano principiò a carezzarla, si scostò rapida.

«No. François potrebbe svegliarsi».

Per un attimo Montalbano impietrì, quest’altro aspetto delle gioie della famiglia non l’aveva calcolato.

Si susì, tanto gli era passato il sonno. Aveva avuto in mente, mentre tornavano a Marinella, una cosa da fare. Ora se ne ricordò.

«Valente? Montalbano sono. Scusami l’ora e se ti disturbo a casa. Devo vederti con estrema urgenza. Se domani a matina verso le dieci ti vengo a trovare a Mazàra ti sta bene?».

«Certo. Mi puoi anticipare...».

«È una storia intricata, confusa. Sto andando avanti per supposizioni. Riguarda anche quel tunisino mitragliato».

«Ben Dhahab».

«Ecco, tanto per cominciare, si chiamava Ahmed Moussa».

«Minchia».

«Appunto».

Undici

«Non è detto che ci sia un collegamento» osservò il vicequestore Valente alla fine del racconto di Montalbano.

«Se tu sei dì questa opinione, a me mi fai un segnalato favore. Ognuno rimane sul suo: tu indaghi sul perché il tunisino usasse un nome falso, io mi cerco le ragioni dell’ammazzatina di Lapecora e della scomparsa di Karima. Se per caso c’incrociamo per strada, facciamo finta di non conoscerci e manco ci salutiamo. D’accordo?».

«Ih! Come te la pigli subito!».

Il commissario Angelo Tomasino, un trentino dall’ariata di casciere di banca, di quelli che contano a mano cinquecentomila lire dieci volte prima di dartele, ci mise il carrico da undici in appoggio al suo capo:

«E poi non è detto, sa?».

«Che cosa non è detto?».

«Che Ben Dhahab sia un nome falso. Può darsi che si chiamasse Ben Ahmed Dhahab Moussa. Vacci a capire qualcosa, con questi nomi arabi».

«Io tolgo il disturbo» fece Montalbano susendosi.

Gli era acchianato il sangue alla testa. Valente, che lo conosceva da tempo, lo capì.

«Che dobbiamo fare, secondo te?» spiò, semplicemente.

Il commissario s’assittò nuovamente.

«Sapere, per esempio, chi lo conosceva qua a Mazàra. Come aveva ottenuto l’imbarco sul peschereccio. Se era in regola coi documenti. Andare a fare una perquisizione dove abitava. Sono cose che ti devo dire io?».

«No» fece Valente. «Ma mi faceva piacere sentirtele dire».

Pigliò un foglio di carta che aveva sulla scrivania e lo pruì a Montalbano. Era un mandato di perquisizione per l’abitazione di Ben Dhahab, con tanto di timbro e firma.

«Stamattina ho svegliato il giudice alle sett’albe» disse sorridendo Valente. «Ti vieni a fare una passeggiata con me?».

La signora Pìpìa Ernestina vedova Locicero ci tenne a precisare che non faceva l’affittacàmmari di professione. Possedeva, lasciatole dalla bonarma, un catoio, una cameretta a piano terra che una volta era stata una putìa di varbèri, come si dice, salone da barba, Si dice accussì, ma salone non era, del resto i signori tra poco l’avrebbero visto e che bisogno c’era del coso, quello lì, il mannato di piricquisizione? Bastava apprisentarsi, dire: signora Pipia così e così e lei non avrebbe fatto quistione. La quistione la fa chi ha qualichicosa d’ammucciare, da nascondere, ma lei, tutti a Mazàra potevano tistimoniarlo, tutti quelli che non erano cornuti o figli di buttana, lei aveva avuto e continuava ad avere una vita trasparenti come l’aria. Com’era il pòviro tunisino? Taliàssero, signori, mai e poi mai lei avrebbe affittato la càmmara a un africano, tanto a quelli nivuri come l’inca quanto a quelli che di pelli non faceva differenzia con un mazarese. Nenti, l’africano le faceva imprissìòni. Perché l’aveva affittata a Ben Dhahab? Distinto, signori miei, un vero omo d’educazione fina, come non se ne trovano più manco tra i mazaresi. Sissignore, parlava taliàno o almeno si faceva accapire bastevolmente. Le aveva fatto vidìri il passaporto...

«Un attimo» disse Montalbano.

«Un momento» fece contemporaneamente Valente.

Sissignore, passaporto. Regolare. Era scritto come scrivono gli arabi e c’erano macari paroli scritte in una lingua strànea. Ingrisi? Frangisi? Boh. La fotografia corrispondeva. E se propio propio i signori ci tenevano a saperlo, lei aveva fatto regolari addenunzia d’affitto, come vòli la liggi.

«Quand’è arrivato, esattamente?» spiò Valente.

«Deci jorna narrè, pricisi pricisi».

E in dieci giorni aveva avuto il tempo d’ambientarsi, trovare lavoro e farsi ammazzare.

«Le ha detto quanto si sarebbe trattenuto?» domandò Montalbano.

«Ancora una decina di jorna. Però...».

«Però?».

«Ecco, mi volle pagari un misi anticipato».

«E lei quanto gli chiese?».

«Io gliene cercai subito novecentomila. Ma, sapiti come sono fatti gli arabi che pattìano e pattiano, ero pronta a calare, chissaccio, seicento, cinquecentomila... E inbeci quello non mi lasciò finiri, mise la mano in sacchetta, cavò un rotolo grosso quanto la panza d’una bottiglia, ci levò il lastrico che lo teneva e mi contò nove biglietti da centomila».

«Ci dia la chiave e ci spieghi dov’è il catojo» tagliò Moritalbano. La finezza e la distinzione del tunisino, agli occhi della vedova Pipìa, si erano concentrate su quel rotolo grosso come la panza d’una bottiglia.

«Mi pripàro in un momento e v’accompagno».

«No, signora, lei resta qua. Le riporteremo la chiave».

Un letto di ferro arrigginito, un tavolo zoppo, un armuàr con un foglio di compensato al posto dello specchio, tre seggie di paglia. C’era un cammarino con la tazza e il lavabo, un asciugamani sporco; sulla mensola rasoio, sapone spray, un pettine. Tornarono nell’unica càmmara. Sopra una seggia, una valigia di tela blu; la raprirono, era vacante.

Nell’armuàr un paio di pantaloni nuovi, una giacca scura molto pulita, due camicie, quattro paia di calze, quattro slip, sei fazzoletti, due canottiere: tutto appena accattato, non ancora incignato. In un angolo dell’armuàr c’era un paio di sandali in buone condizioni; nella parte opposta un sacchetto di plastica pieno di biancheria sporca. Lo rovesciarono per terra: niente d’anormale. Stettero un’ora buona a cercare dovunque. Quando ci avevano perso le speranze, Valente fu fortunato. Non nascosto, ma certamente caduto e rimasto incastrato nella spalliera di ferro del letto, un biglietto aereo Roma-Palermo, rilasciato dieci giorni avanti e intestato a Mr. Dhahab. Dunque Ahmed era arrivato a Palermo alle dieci del mattino, da lì in due ore al massimo era giunto a Mazàra. A chi si era rivolto per trovare un’affittacamere?

«Da Montelusa, assieme al cadavere, ti hanno fatto avere gli effetti personali?».

«Certo» rispose Valente. «Diecimila lire».

«Il passaporto?».

«No».

«È tutto il denaro che aveva?».

«Se l’ha lasciato qua, ci avrà pensato la signora Pipia, quella dalla vita trasparente come l’aria».

«Manco la chiave di casa aveva in tasca?».

«Manco. Come te lo devo dire, in musica? Solo diecimila lire e basta».

Convocato da Valente, il professor Rahman, che svolgeva ufficiose funzioni di collegamento tra la sua gente e le autorità di Mazàra, un maestro elementare quarantino che pareva un siciliano puro, arrivò in dieci minuti.

Con Montalbano si erano conosciuti l’anno avanti, quando il commissario era impegnato nel caso che poi venne detto del «cane di terracotta».

«Stava facendo lezione?» spiò Valente.

In una botta inconsueta di buonsenso, senza far intervenire il provveditorato, un preside di Mazàra aveva concesso delle aule per creare una scuola destinata ai picciliddri tunisini.

«Sì, ma mi sono fatto sostituire. Qualche problema?».

«Forse lei può darci dei chiarimenti».

«Su cosa?».

«Meglio dire su chi. Ben Dhahab».

Avevano deciso, Valente e Montalbano, di contare al maestro la mezza messa soltanto e poi, a seconda delle sue reazioni, contargliela tutta o no.

A sentire quel nome, Rahman non fece nulla per nascondere il suo disagio.

«Mi domandino».

Toccava a Valente portate avanti la partita, Montalbano era solo un ospite.

«Lei lo conosceva?».

«Si è presentato a me una decina di giorni fa. Conosceva il mio nome e quello che rappresento. Vede, all’incirca a gennaio scorso è uscito sul giornale di Tunisi un articolo che parlava della nostra scuola».

«Cosa le disse?».

«Che era un giornalista».

Valente e Montalbano si scangiarono una rapidissima taliàta.

«Voleva fare un servizio sulla vita dei nostri compatrioti a Mazàra. Però si sarebbe presentato a tutti come uno in cerca di lavoro. Desiderava anche imbarcarsi. Lo feci conoscere al mio collega El Madani. E fu lui ad indirizzare Ben Dhahab dalla signora Pipìa che gli affittò una camera».

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