«Ci siete rivisti?».
«Certamente, ci siamo qualche volta incontrati per caso. Abbiamo pure partecipato a una festa. Si era, come dire, perfettamente integrato».
«È stato lei a procurargli l’imbarco?»
«No, e nemmeno El Madani».
«Chi ha pagato il funerale?».
«Noi. Abbiamo costituito una piccola cassa per ogni evenienza».
«Chi ha fornito alla televisione la foto e tutte le notizie che riguardavano Ben Dhahab?».
«Io. Vede, in quella festa che le ho detto, arrivò un fotografo, Ben Dhahab protestò, disse che non voleva farsi fotografare. Ma quello ne aveva già scattata una. E così, quando venne quel giornalista della televisione, ricuperai la foto e gliela diedi, assieme alle poche notizie che lui aveva detto di sé».
Rahman s’asciugò il sudore. Il suo disagio era aumentato. E Valente, ch’era un bravo sbirro, lo lasciò cuocere nel suo brodo.
«Però c’è qualcosa di strano» si decise Rahman.
Montalbano e Valente manco parsero averlo sentito, sembravano pigliati da altri pinsèri, e invece erano attentissimi, facevano come i gatti che, quando tengono gli occhi chiusi e mostrano di dormire, stanno invece contando le stelle.
«Ieri ho telefonato a Tunisi al giornale per comunicare la disgrazia e avere disposizioni in merito alla salma. Appena ho detto al direttore che Ben Dhahab era morto, s’è messo a ridere. Ha risposto che lo scherzo era stupido, Ben Dhahab in quel momento era nella stanza accanto, al telefono. Ha riattaccato».
«Non può essere un caso di omonimia?» lo provocò Valente.
«Eh no! Con me si espresse chiaramente! Mi precisò che era inviato dal giornale. Quindi mi disse cosa falsa».
«Sa se aveva parenti in Sicilia?» intervenne per la prima volta Montalbano.
«Non so, non ne parlammo. Se ne avesse avuti a Mazara, non si sarebbe rivolto a me».
Valente e Montalbano si consultarono sempre taliandosi e Montalbano, senza parlare, diede all’amico il consenso di sparare la fucilata.
«Le dice niente il nome di Ahmed Moussa?».
Non fu una fucilata, ma una vera e propria cannonata. Rahman saltò dalla seggia, vi ricadde, ammollò.
«Che... che... c’entra... Ahmed Moussa?» balbettò il maestro, gli stava mancando E fiato.
«Perdoni l’ignoranza» proseguì implacabile Valente. «Ma chi è questo signore che la spaventa tanto?».
«È un terrorista. Uno che... un assassino. Un uomo feroce. Ma che... che c’entra?».
«Abbiamo motivo di ritenere che Ben Dhahab in realtà fosse Ahmed Moussa».
«Mi sento male» disse con un filo di voce il professor Rahman.
Dalle terremotate parole del distrutto Rahman, appresero che Ahmed Moussa, il cui vero nome era più sussurrato che detto e il cui volto era praticamente sconosciuto, aveva da tempo costituito un gruppuscolo paramilitare di disperati. Si era presentato alla ribalta, tre anni avanti, con un inequivocabile biglietto da visita: aveva fatto saltare in aria una piccola sala cinematografica dove si stavano proiettando cartoni animati francesi per bambini. I più fortunati tra gli spettatori erano quelli morti: a decine erano rimasti ciechi, monchi o sconciati per tutta la vita. Il nazionalismo del gruppuscolo, almeno nei propositi, era quasi astratto nel suo assolutismo. Moussa e i suoi erano guardati con sospetto persino dagli integralisti più intransigenti. Erano in possesso di una quantità di denaro praticamente illimitata che non si sapeva da che parte provenisse. Sulla testa di Ahmed Moussa c’era una grossa taglia messa dal governo. Questo era tutto quello che sapeva il professor Rahman e l’idea di aver aiutato, in un modo o nell’altro, il terrorista, l’aveva così turbato da farlo tremare e cimiare come per un violento attacco di malaria.
«Ma lei è stato ingannato» tentò di consolarlo Montalbano.
«Se teme per le conseguenze» aggiunse Valente «noi possiamo testimoniare della sua assoluta buonafede». Rahman scosse la testa. Spiegò che non si trattava di paure, ma di orrore. Orrore per il fatto che la sua vita, sia pure per poco, si fosse incrociata con quella di un gelido assassino di bambini, di creature innocenti.
Lo confortarono come meglio poterono, lo licenziarono pregandolo di non far parola a nessuno del loro colloquio, nemmeno al suo collega e amico El Madani. Se avessero avuto ancora bisogno di lui, l’avrebbero chiamato.
«Anche di notte, non complimenti» fece il maestro al quale, ora, veniva difficile parlare italiano.
Prima di cominciare a ragionare su tutto quello che avevano saputo, si fecero portare un caffè e lo bevvero lentamente e in silenzio.
«È chiaro che quello non si era imbarcato per fare esperienza» attaccò Valente.
«E manco per farsi ammazzare».
«Bisogna vedere come la cosa ce la viene a contare il comandante del peschereccio».
«Vuoi convocarlo qua?».
«Perché no?».
«Finirebbe col ripeterti quello che ha già detto ad Augello. Forse è meglio prima cercare di sapere come la pensano nell’ambiente. Una parola qua, una parola là, capace che ne veniamo a sapere di più».
«Incaricherò Tomasino».
Montalbano storcì la bocca. Il vice di Valente gli stava propio ‘ntipatico, ma non era una buona ragione e soprattutto non era una ragione da dire.
«Non ti sta bene?».
«A me? È a te che deve stare bene. Gli uomini sono i tuoi e tu li conosci meglio di mia».
«Dai, Montalbano, non fare lo stronzo».
«E va bene. Lo ritengo poco adatto. Uno, quando se lo vede davanti con quell’ariata d’esattore, figurati se si mette a fargli confidenze».
«Hai ragione. Incaricherò Tripodi, è un picciotto sveglio, attrivìto e suo padre è un pescatore».
«La quistione poi è di sapere esattamente quello che capitò la notte in cui il peschereccio incappò nella motovedetta. Come la metti metti, c’è sempre qualcosa che non quatra»,
«E cioè?».
«Per ora lasciamo perdere come s’è imbarcato, d’accordo? Ahmed parte con un preciso intento che non conosciamo. Ora io mi domando: questo suo intento l’ha rivelato al comandante e all’equipaggio? E l’ha rivelato prima di salpare o durante la navigazione? Secondo me, pur non sapendo esattamente quando, l’intento è stato detto e tutti sono stati d’accordo, altrimenti, invertita la rotta, l’avrebbero sbarcato».
«Può averli costretti con le armi».
«In questo caso, una volta a Vigàta o a Mazàra, il capitano e l’equipaggio avrebbero raccontato com’erano andate le cose, non avevano niente da perderci».
«Giusto».
«Andiamo avanti. Escluso che l’intento di Ahmed fosse quello di farsi ammazzare mitragliato al largo del suo paese natale, non riesco a pensare che due ipotesi. La prima è quella di farsi sbarcare nottetempo in un posto isolato della costa per rientrare clandestinamente nella sua terra. La seconda è quella di un incontro in alto mare, un abboccamento, che doveva assolutamente essere fatto di persona».
«Mi persuade di più quest’ultima».
«Macari a mia. E poi è capitato qualcosa d’imprevisto».
«L’intercettazione».
«Giusto. E qui c’è un bel travaglio d’ipotesi. Mettiamo che la motovedetta tunisina non sappia che a bordo del peschereccio c’è Ahmed. Incrocia un’imbarcazione che sta pescando nelle acque territoriali, ordina l’alt, quella scappa, dalla motovedetta parte una raffica che va ad ammazzare del tutto incidentalmente proprio Ahmed Moussa. Questo, almeno, è quello che ci hanno contato».
Stavolta fu Valente a storcere la bocca.
«Non ti persuade?»,
«Mi pare la ricostruzione che il senatore Warren fece per l’omicidio del presidente Kennedy».
«Te ne dico un’altra. Mettiamo che Ahmed, al posto dell’uomo che deve incontrare ne trova un altro che lo spara».
«Oppure che era sì l’uomo che doveva incontrare, ma ebbero una divergenza, una discussione e quello gli sparò facendola finire a schifìo».
«Con la mitragliatrice di bordo?» si spiò dubitoso Montalbano.
E immediatamente si rese conto di ciò che aveva detto. Senza manco domandare il permesso a Valente, santiando, agguantò il telefono e si fece chiamare Jacomuzzi a Montelusa. Mentre aspettava la comunicazione, spiò a Valente:
«Nei rapporti che ti hanno mandato c’era specificato di che calibro erano i proiettili?».
«Parlavano genericamente di colpi d’arma da fuoco».
«Pronto? Chi parla?» spiò Jacomuzzi.
«Senti, Baudo...».
«Che Baudo? Jacomuzzi sono».
«Ma vorresti essere Pippo Baudo. Mi vuoi dire con che minchia hanno ammazzato quel tunisino del peschereccio?».
«Arma da fuoco».
«Che strano! Pensavo fosse stato soffocato con un cuscino».
«Le tue spiritosate mi fanno vomitare».
«Dimmi esattamente cos’era l’arma».
«Una mitraglietta, probabilmente una Skorpion. Non l’ho scritto nel rapporto?».
«No. Sei certo che non fosse la mitragliatrice di bordo?».
«Certo che ne sono certo. L’arma in dotazione alla motovedetta è capace d’abbattere un aeroplano, sai?».
«Davvero?! Rimango esterrefatto per la tua precisione scientifica, Jacomù».
«E come vuoi che parli con un ignorante come te?».
Dopo che Montalbano ebbe riferita la telefonata, rimasero tanticchia in silenzio. Quando Valente parlò, rese il pìnsero che in quel momento stava passando pure per la testa del commissario.
«Siamo sicuri che fosse una motovedetta militare tunisina?».
Dato che s’era fatto tardo, Valente invitò il collega a pranzo a casa sua. Montalbano, che aveva già fatto spirenzia della terrificante cucina della moglie del vicequestore, rifiutò, disse che doveva immediatamente ripartirsene per Vigàta.
Si mise in macchina, ma, fatto qualche chilometro, vide una trattoria proprio a ripa di mare. Fermò, scinnì, s’assittò a tavola. Non se ne pentì.
Dodici
Erano ore che non si faceva vivo con Livia e ne provò rimorso, macari si era messa in pinsèro per lui. In attesa che gli portassero un anicione digestivo (la doppia porzione di spìgole cominciava a pesargli) decise di telefonarle.
«Tutto bene lì?».
«Ci hai svegliati con la tua telefonata».
Altro che darsi pinsèro per lui.
«Dormivate?».
«Sì, abbiamo fatto un bagno lunghissimo e l’acqua era calda».
Se la scialavano, senza di lui.
«Hai mangiato?» spiò Livia per pura cortesia.
«Un panino. Sono a metà strada, tra un’ora al massimo sarò a Vigàta».
«Vieni a casa?».
«No, vado in ufficio, ci vediamo stasera».
Era certamente la sua immaginazione, ma gli parse d’aver sentito quasi un sospiro di sollievo all’altro capo.
Invece c’impiegò più di un’ora per tornare a Vigàta. Proprio alle porte del paìsi, a cinque minuti di strata dall’ufficio, la macchina decise uno sciopero improvviso. Non ci fu verso di rimetterla in moto. Montalbano scinnì, raprii il cofano, taliò il motore. Era un gesto puramente simbolico, una sorta di rito esorcistico, dato che non ci capiva assolutamente niente. Se gli avessero detto che il motore era a corda o ad elastico attorcigliato come certi giocattoli, forse ci avrebbe creduto. Passò un’auto dei carabinieri con due a bordo, proseguì, poi si fermò, tornò a marcia indietro, gli era venuto scrupolo. Erano un appuntato e un carabiniere che stava alla guida. Il commissario non li aveva mai visti né loro conoscevano Montalbano.
«Possiamo fare qualcosa?» spiò cortesemente l’appuntato.
«Grazie. Non capisco perché la macchina si sia fermata di colpo».
Accostarono la loro auto al ciglio della strata, scesero. La corsa pomeridiana del pullman Vigàta-Fiacca si fermò poco distante, a bordo acchianò una coppia anziana.
«Il motore mi pare a posto» diagnosticò il carabiniere. E aggiunse con un sorriso: «Vogliamo guardare la benzina?».
Non ce n’era una goccia a pagarla a peso d’oro.
«Facciamo così, signor...».
«Martinez. Ragionier Martiriez» fece Montalbano.
Mai si sarebbe dovuto sapere che il commissario Montalbano era stato soccorso dall’Arma.
«Facciamo così, ragioniere, lei aspetta qua. Noi andiamo al più vicino distributore di benzina e gliene portiamo quanto basta per arrivare a Vigàta».
«Siete veramente molto gentili».
Partirono, Montalbano si mise in macchina, addrumò una sigaretta e subito sentì alle sue spalle un clacson che strepitava.
Era il pullman Fiacca-Vigàta che voleva strata. Montalbano scinnì, a gesti spiegò che aveva l’auto in panne. L’autista fece la faticata di sterzare e, sorpassata la macchina dei commissario, s’arrestò allo stesso punto in cui s’era fermato il pullman che era passato in senso inverso. Ne scesero quattro persone.
Montalbano restò a taliarlo fisso mentre ripartiva verso Vigàta. Poi vide tornare i carabinieri.
Arrivò in ufficio che erano le quattro del dopopranzo. Augello non c’era, Fazio gli fece sapere che ne aveva perso le tracce dalla mattina, si era affacciato verso le nove e non si era più visto. Montalbano s’arrabbiò.
«Qua ognuno fa quello che gli pare! Chi piglia un turco è so’! Vuoi vedere che ci ha ragione Ragonese?».
Novità, niente. Ah, aveva telefonato la vedova Lapecora per avvertire il commissario che i funerali del marito si sarebbero svolti mercoledì matina. Poi c’era il geometra Finocchiaro che era dalle due che aspettava di parlargli.
«Lo conosci?».
«Di vista. È un pensionato, un omo d’età».
«Che vuole?».
«Non me l’ha voluto dire. Ma mi pare tanticchia scosso».
«Fallo passare».
Aveva ragione Fazio, il geometra appariva molto turbato. Il commissario lo fece assittare.
«Potrei avere tanticchia d’acqua?» fece il geometra e si capiva che aveva la gola secca.
Bevuta l’acqua, disse di chiamarsi Giuseppe Finocchiaro di anni sessantacinque, scapolo, geometra in pensione, abitante in via Marconi 38. Incensurato, manco una multa per cose d’automobile.
Si fermò, bevve il dito d’acqua che restava nel bicchiere.
«Oggi all’una hanno fatto vedere una fotografia in televisione. Una fìmmina e un bambino. Lo sa che dicevano di rivolgersi a lei se venivano riconosciuti?».
«Sì».
Sì e basta. Macari una sillaba in più, in quel momento, poteva provocare un dubbio, un ripensamento.
«Io la fìmmina la conosco, si chiama Karima. Il Picciliddro non l’ho mai veduto, anzi non sapevo che avesse un figlio».
«Perché la conosce?».
«Perché, una volta la simana, mi viene a puliziare casa».
«In che giorno?».
«Il martedì matina. Sta quattro ore».
«Mi levi una curiosità. Quanto le dava?».
«Cinquantamila. Ma...».
«Ma?».
«Arrivavo a duecentomila quando faceva un extra».
«Un pompino?».
La calcolata brutalità della domanda fece prima impallidire e poi arrossire il geometra.
«Sì».
«Dunque, mi faccia capire. Da lei veniva quattro volte in un mese. Quante volte lavorava extra?».
«Una. Massimo due».
«Come l’ha conosciuta?».
«Me lo disse un amico, pensionato come me. Il professor Mandrino, che vive con la figlia».
«Quindi niente extra col professor Mandrino?».
«C’erano lo stesso. La figlia insegna, è fuori di casa tutte le mattine».
«In che giorno andava dal professore?».
«Il sabato».
«Geometra, se non ha altro da dirmi, può andare».
«Grazie per la comprensione».