Si susì, impacciato. Taliò il commissario.
«Domani è martedì».
«E allora?».
«Pensa che verrà?».
Non ebbe cuore di disilluderlo.
«Forse. E se viene, me lo faccia sapere».
Da quel momento avanzò la processione. Preceduto dalla madre ululante, apparve Ntonio, il bambino che Montalbano aveva visto a Villaseta, quello che era stato picchiato perché non aveva voluto consegnare la merendina. Nella foto apparsa in televisione, Ntonio aveva arraccanosciuto il latro, non c’erano dubbi, lui era. La matre di Ntonio, facendo voci da stordire e scagliando gastime e maledizioni, avanzò le sue richieste all’esterrefatto commissario: trent’anni di galera per il ladro ed ergastolo per la madre; nel caso che la giustizia terrena non si fosse trovata d’accordo, la sua richiesta alla giustizia divina era tisi galoppante per lei e malatia lunga ed estenuante per lui.
Suo figlio però, per niente spaventato dalla crisi isterica della madre, faceva ‘nzinga di no con la testa.
«Macari tu lo vuoi fare moriri in càrzaro?» gli spiò il commissario.
«Io no» fece deciso Ntonio. «Ora che lo vitti calmo, simpatico è».
L’extra del professor Paolo Guido Mandrino, anni settanta, docente di storia e geografia in pensione, consisteva nel farsi fare il bagnetto. In uno dei quattro sabati mattina in cui veniva Karima, il professore si faceva trovare nudo sotto le lenzuola. All’intimazione di Karima di andare in bagno a lavarsi, Paolo Guido si fingeva decisamente riluttante.
Karima allora, strappati i lenzuoli dal letto, costringeva il professore a pancia in giù e lo sculacciava. Entrato finalmente nella vasca da bagno, veniva accuratamente insaponato da Karima e poi lavato. Tutto qui. Costo dell’extra centocinquantamila lire; costo delle prestazioni di pulizia: cinquantamila.
«Montalbano? Senta, contrariamente a quanto le avevo detto, oggi non possiamo vederci. Ho una riunione col Prefetto».
«Dica allora quando, signor Questore».
«Mah, non c’è urgenza. Del resto dopo le dichiarazioni alla Tv del dottor Augello...».
«Mimì?!» gridò e gli parse di star cantando la Bohème.
«Sì. Non lo sapeva?».
«No. Ero a Mazàra».
«E apparso nel corso del telegiornale delle tredici. Ha fatto una ferma e secca smentita. Ha asserito che Ragonese aveva sentito male. Non si trattava di un ladro di merendine ma di radioline. Un tipo pericoloso, un tossicomane che, se sorpreso, minacciava con la siringa. Ha preteso le scuse per tutto il commissariato. Efficacissimo. Quindi credo che l’onorevole Pennacchio se ne starà tranquillo».
«Noi ci siamo già conosciuti» disse il ragionier Vittorio Pandolfo trasendo nell’ufficio.
«Già» fece Montalbano. «Mi dica».
Scostante, e non lo faceva per teatro: se il ragioniere veniva a parlargli di Karima, vuol dire che gli aveva detto una farfantarìa, negando di conoscerla.
«Sono venuto perché è apparsa in televisione...».
«La foto di Karima, quella di cui lei non sapeva niente. Perché non me ne ha fatto cenno?».
«Commissario, sono cose delicate e macari uno s’affrunta, si vrigogna. Vede, alla mia età...».
«Lei è il cliente del giovedì mattina?».
«Sì».
«Quanto la paga per puliziarle la casa?».
«Cinquantamila».
«E per l’extra?».
«Centocinquanta».
Tariffa fissa. Solo che con Pandolfo l’extra avveniva due volte al mese. A farsi fare il bagno, questa volta, era Karima. Poi il ragioniere la metteva nuda sul letto e se l’odorava a lungo. Ogni tanto, una leccatina.
«Mi levi una curiosità, ragioniere. Eravate lei, Lapecora, Mandrino e Finocchiaro i compagni abituali di gioco?».
«Sì».
«E chi parlò per primo di Karima?».
«Il pòviro Lapecora».
«Senta, come se la passava Lapecora?».
«Molto bene. In Bot aveva quasi un miliardo, poi di sua proprietà erano la casa e lo scagno».
I tre clienti dei pomeriggi dei giorni pari abitavano a Villaseta. Tutti uomini di una certa età vedovi o scapoli. La tariffa, la stessa di quella praticata a Vigàta. L’extra di Martino Zaccarìa, negoziante di frutta e verdura, consisteva nel farsi baciare la pianta dei piedi; con Luigi Pignataro, preside di scuola media a riposo, Karima giocava a mosca cieca. Il preside la spogliava nuda e la bendava, poi si andava a nascondere. Karima doveva cercarlo e trovarlo, quindi Karima s’assittava su una seggia, pigliava il preside sulle ginocchia e l’allattava. Alla domanda di Montalbano in che cosa consistesse l’extra, Calogero Pipitone, perito agronomo, lo taliò strammato:
«In che cosa doveva consistere, commissario? Lei sutta e iu supra».
A Montalbano venne voglia d’abbracciarlo.
Dato che il lunedì, il mercoledì e il venerdì Karima era impegnata a tempo pieno con Lapecora, i clienti erano finiti. Stranamente, Karima si riposava la domenica e non il venerdì, s’era evidentemente adeguata agli usi locali. Gli venne curiosità di sapere quanto guadagnava al mese, ma dato che coi numeri ci s’addannava, raprì la porta dell’ufficio e spiò ad alta voce:
«Qualcuno ha una calcolatrice?».
«Io, dottori».
Catarella trasì, estrasse orgogliosamente dalla sacchetta una calcolatrice poco più grande di un biglietto da visita.
«Che ci calcoli, Catarè?».
«Le giornate» fu l’enigmatica risposta.
«Fra un poco te la vieni a ripigliare».
«Dottori le devo fare avvertenza che la macchina procede ad ammuttuna».
«Che significa?».
Catarella equivocò, credette che il superiore non avesse capito la parola. Si spostò verso la porta e spiò ai colleghi:
«Come che è che si dice in taliàno ammuttuna?».
«Spinte» tradusse qualcuno.
«E come la devo spingere la calcolatrice?».
«Come si fa con uno aralogio quanto esso non camìna».
Dunque, calcolando a parte Lapecora, Karima guadagnava come cammarera un milione e duecentomila al mese. Al quale andava aggiunto un altro milione e duecentomila di extra. Minimo minimo, per il servizio a tempo pieno, Lapecora le passava un altro milione. In conclusione, tre milioni e quattrocentomila mensili esentasse. Quarantaquattro milioni e duecentomila l’anno.
Karima, a quanto risultava, operava nel settore da almeno quattro anni, il che faceva centosettantasei milioni e ottocentomila lire.
E gli altri trecentoventitré milioni che c’erano nel libretto da dov’erano venuti?
La calcolatrice aveva funzionato benissimo, senza bisogno d’essere ammuttata.
Dalle altre càmmare dell’ufficio gli arrivò uno scroscio d’applausi. Che succedeva? Raprì la porta e scoprì che il festeggiato era Mimì Augello. Gli venne la bava alla bocca.
«Finitela! Buffoni!».
Lo taliarono sorpresi e intimoriti. Solo Fazio tentò dì spiegargli la situazione.
«Forse lei non lo sa, ma il dottor Augello...».
«Lo so! Me l’ha telefonato il Questore in persona domandandomi conto e ragione. Il signor Augello, di sua iniziativa, senza nessuna mia autorizzazione, e questo l’ho sottolineato al Questore, si presenta alla Tv raccontando una serie di minchiate!».
«Ma permettimi» azzardò Augello.
«Non ti permetto! Tu hai detto una serie di farfantarie, dì falsità!».
«L’ho fatto per difendere tutti noi che...».
«Non ci si difende mentendo con uno che ha detto la verità!».
E sinni ritrasì nell’ufficio sbattendo la porta. Montalbano, l’uomo di ferrea dirittura morale, quello che s’era arraggiato a morte nel vedere Augello crogiolarsi tra gli applausi.
«Permesso?» fece Fazio raprendo la porta e introducendo cautamente la testa. «C’è patre Jannuzzo che le vuole parlare».
«Fallo trasìri».
Don Alfio Jannuzzo, che non vestiva mai da parrino, era molto conosciuto a Vigàta per le iniziative benefiche. Alto e robusto, aveva una quarantina d’anni.
«Io vado in bicicletta» esordì.
«E io no» disse Montalbano terrorizzato all’idea che il prete volesse farlo partecipare a una corsa di beneficenza.
«Ho visto la foto di quella donna in televisione».
Le due cose parevano non avere nesso e intanto il commissario s’imbarazzò. Vuoi vedere che Karima travagliava magari la domenica e il cliente era proprio don Jannuzzo?
«Giovedì passato, di matina verso le nove, quarto d’ora più quarto d’ora meno, ero vicino a Villaseta, dato che stavo scendendo in bicicletta da Montelusa a Vigàta. Sulla strata, in senso opposto, c’era ferma una macchina».
«Ricorda cos’era?».
«Certo. Una BMW grigia, metallizzata».
Montalbano appizzò le orecchie.
«Dintra la macchina ci stavano un omo e una fìmmina. Mi parse che si stessero baciando. Ma quando fui proprio all’altezza, la fìmmina si sciolse con una certa violenza dall’abbraccio, taliò verso di mia e raprì la bocca come per dirmi qualcosa. Ma l’omo la tirò con forza e l’abbracciò nuovamente. La cosa non mi pirsuase».
«Perché?».
«Non era un’azzuffatina, un litigio tra amanti. Gli occhi della fìmmina, quando mi taliarono, erano scantati, spaventati. Mi parse che volesse domandarmi aiuto».
«E lei che fece?».
«Niente, perché la macchina ripartì subito. Oggi ho visto la foto in televisione: la fìmmina era quella dell’autornobile. E ci può giurare, perché io sono fisionomista, una faccia me la stampo in testa macari se la vedo per un secondo».
Fahrid, pseudo nipote di Lapecora, e Karima.
«Io le sono grato, patre...».
Il parrino isò una mano a fermarlo.
«Non ho finito. Pigliai il numero di targa. Quello che avevo visto, glìel’ho detto, non m’aveva pirsuaso».
«Ce l’ha con sé?»,
«Certo».
Cavò dalla sacchetta un quarto di foglio di quaderno a quadretti ripiegato in quattro e lo prui al commissario.
«C’è scritto qua».
Montalbano lo pigliò tra due dita, con delicatezza, come si fa con le ali di una farfalla.
AM 237 GW.
Nei film americani, il poliziotto bastava dicesse il numero di targa e, dopo manco due minuti, riceveva il nome del proprietario, quanti figli aveva, il colore dei capelli e il numero preciso dei peli che aveva nel culo.
In Italia, invece le cose erano diverse. Una volta l’avevano fatto aspettare ventotto giorni nel corso dei quali il proprietario del veicolo (così c’era scritto) era stato incaprettato e abbruscìato. Quando la risposta arrivò, tutto era inutile. L’unica era rivolgersi al Questore, capace che a quell’ora aveva finito la riunione col Prefetto.
«Montalbano sono, signor Questore».
«Sono appena tornato in ufficio. Mi dica».
«Le telefono per quella donna sequestrata...».
«Quale donna sequestrata?».
«Karima, no?».
«E chi è?».
Con spavento si rese conto ch’era un discorso tra sordi, al Questore non aveva ancora contato niente di tutta la facenna.
«Signor Questore, sono veramente mortificato...».
«Lasci perdere. Che vuole?».
«Ho necessità di risalire al più presto, da una targa, al nome e all’indirizzo del proprietario di una vettura».
«Mi dica questo numero».
«AM 237 GW».
«Le farò sapere qualcosa domattina».
Tredici
«Ti ho preparato in cucina. Il tavolo da pranzo è occupato. Noi abbiamo già cenato».
Non era orbo, lo vedeva benissimo che il tavolo era occupato da un puzzle gigantesco che rappresentava la Statua della Libertà praticamente a grandezza naturale.
«Sai, Salvo? Ci ha messo due ore soltanto a risolverlo».
Il soggetto era omesso, ma era chiaro che si stava parlando di François, ex ladro di merendine e attualmente genio di famiglia.
«Glielo hai regalato tu?».
Livia evitò di rispondere.
«Puoi venire con me in spiaggia?».
«Ora o dopo mangiato?».
«Ora».
C’era tanticchia di luna che faceva luce. Camminarono in silenzio. Davanti a un mucchietto di sabbia, Livia sospirò rattristata.
«Sapessi che castello aveva fatto! Fantastico! Sembrava Gaudì».
«Avrà tempo per farne un altro».
Ma era deciso a non mollare, da sbirro e per di più geloso.
«In quale negozio l’hai trovato quel puzzle?».
«Non l’ho comprato io. Oggi pomeriggio è passato Mimì. Un attimo. Quel puzzle è di un suo nipote che...».
Voltò le spalle a Livia, si mise le mani in sacchetta, s’allontanò, mentre vedeva decine di nipoti di Mimì Augello in lacrime, sistematicamente depredati dallo zio dei loro giocattoli.
«Dai, Salvo, non fare il cretino!» disse Livia raggiungendolo.
Tentò d’infilare un braccio sotto il suo, Montalbano si scansò.
«Vaffanculo» disse piano Livia e se ne tornò a casa.
E ora che faceva? Livia s’era sottratta all’azzuffatina e lui doveva sfogarsi da solo. Passiò nervosamente a ripa, assuppandosi le scarpe e fumando dieci sigarette.
«Quanto sono stronzo!» si disse a un certo momento. «È chiaro che a Mimì Livia piace e che a Livia Mimì sta simpatico. Ma, a parte questo, sto facendo scialare Mimì. È evidente che se la gode a farmi incazzare. Mi fa una guerra di logoramento, come io la faccio a lui. Ora devo pensare alla controffensiva».
Tornò a casa, Livia era davanti al televisore che teneva bassissimo per non svegliare François che dormiva nel loro letto.
Sciolse delicatamente François dall’abbraccio di Livia, lo mise a dormire sul divano già preparato. Quando trasì nel letto, Livia gli s’impiccicò di schiena e non si sottrasse alle carezze, anzi.
«E se il picciliddro si sveglia?» le spiò Montalbano, che sempre carogna era, sul più bello.
«Se si sveglia, lo consolo» fece Livia ansimante.
Erano le sette del matino. Scinnì adascio dal letto, si chiuse in bagno. Come sempre faceva, per prima cosa si taliò allo specchio e storcì la bocca. La sua faccia non gli piaceva, e allora che la taliava a fare?
Sentì un grido acutissimo di Livia, si precipitò, raprì la porta, Livia era nella càmmara da pranzo, il divano era vacante.
«È fuggito!» disse tremante.
Con un salto il commissario fu sulla verandina. E lo vide, un puntolino a ripa dì mare che si dirigeva verso Vigàta. In mutande com’era, si lanciò all’inseguimento. François non correva, camminava deciso. Quando sentì alle sue spalle i passi di qualcuno appresso a lui, si fermò senza manco voltarsi. Montalbano, col fiato grosso, gli si accoccolò davanti, ma non gli spiò niente.
Il picciliddro non piangeva, gli occhi erano fermi, taliavano al di là di Montalbano.
«Je veux maman» disse.
Vide arrivare Livia di corsa, s’era infilata una sua camicia, la fermò con un gesto, le fece capire di tornare a casa. Livia obbedi. Il commissario pigliò il picciliddro per mano e principiarono a caminare a lento a lento. Per un quarto d’ora non si dissero una parola. Arrivati a una barca tirata a sicco, Montalbano s’assittò sulla rena, François gli si mise allato e il commissario gli passò un braccio attorno alle spalle.
«Iu persi a me matri ch’era macari cchiù nicu di tia» esordì.
E iniziarono a parlare, il commissario in siciliano e François in arabo, capendosi perfettamente.
Gli confidò cose che mai aveva detto a nessuno, manco a Livia.
Il pianto sconsolato di certe notti, con la testa sotto il cuscino perché suo padre non lo sentisse; la disperazione mattutina quando sapeva che non c’era sua madre in cucina a preparargli la colazione o, qualche anno dopo, la merendina per la scuola. Ed è una mancanza che non viene mai più colmata, te la porti appresso fino in punto di morte. Il bambino gli spiò se lui aveva il potere di far tornare sua madre. No, rispose Montalbano, quel potere non l’aveva nessuno. Doveva rassegnarsi. Ma tu avevi tuo padre, osservò François che era intelligente davvero e non per vanto di Livia. Già, avevo mio padre. E allora, spiò il picciliddro, lui era inevitabilmente destinato ad andare a finire in uno di quei posti dove mettono i bambini che non hanno né padre né madre?