«Questo no. Te lo prometto» disse il commissario. E gli porse la mano. François gliela strinse, talìandolo negli occhi.
Quando niscì dal bagno, già pronto per andare in ufficio, vide che François aveva smontato il puzzle e, con una forbice, rifilava diversamente i pezzi. Tentava, ingenuamente, di non seguire il disegno obbligato. E tutt’a un tratto Montalbano cimiò, come colpito da una scarica elettrica.
«Gesù!» disse piano.
Livia lo taliò, lo vide come tremare con gli occhi sbarracati, s’allarmò.
«Salvo, Dio mio, che c’è?».
Per tutta risposta il commissario pigliò il picciliddro, lo sollevò in alto, lo taliò da sotto in su, lo riabbassò, lo baciò.
«François, sei un genio!» disse.
Nel trasìri in ufficio, a momenti sbatté contro Mimì Augello che stava niscendo.
«Ah, Mimì, grazie per il puzzle».
Augello arristò a taliarlo con la bocca aperta.
«Fazio, di corsa!».
«Comandi, dottore».
Gli spiegò minutamente cosa doveva fare.
«Galluzzo, da me».
«Agli ordini».
Gli spiegò minutamente cosa doveva fare.
«C’è primissu?».
Era Tortorella che trasì ammuttando la porta col piede, dato che le mani le aveva impegnate a reggere ottanta centimetri circa di fogli vari.
«Che c’è?».
«Il dottor Didio si lamenta».
Didio, responsabile dell’ufficio amministrativo della Questura di Montelusa, era soprannominato «Il flagello di Dio» o «L’ira di Dio» per la sua puntigliosità.
«E di che si lamenta?».
«Del suo arretrato, dottore. Delle cose che deve firmare». Posò sulla scrivania gli ottanta centimetri di carte.
«Cominciasse con santa pacienza».
Doppo un’orata che già gli faceva male la mano a mettere firme, arrivò Fazio.
«Dottore, ha ragione lei. Appena uscito dal paese, in località Cannatello, il pullman Vigàta-Fiacca fa una fermata. Cinque minuti dopo passa il pullman che viene all’inverso, Fiacca-Vigàta e si ferma pure a Carmatello».
«Quindi una persona può, teoricamente, pigliare da Vigàta il pullman per Fiacca, scendere a Cannatello e, cinque minuti dopo, salire sul pullman Fiacca-Vigàta e tornarsene in paese».
«Certo, dottore».
«Grazie, Fazio. Sei stato bravo».
«Aspetti, dottore. Ho fatto venire qua il bigliettaio della corsa di stamattina, quella Fiacca-Vigàta. Si chiama Lopipàro. Lo faccio entrare?».
«Come no?».
Lopipàro, un cinquantino segaligno e scorbutico, ci tenne subito a precisare che non era bigliettaio, ma conducente con funzioni di bigliettaio, in quanto i biglietti si vendevano nelle tabaccherie e lui non faceva altro che ritirarli a bordo.
«Signor Lopipàro, quello che verrà detto in questa stanza dovrà restare tra noi tre».
Il conducente-bigliettaio portò una mano all’altezza del cuore, in segno di giuramento sullenne.
«Tomba sono» disse.
«Signor Lopìparo...».
«Lopipàro».
«Signor Lopipàro, lei conosce la vedova Lapecora, la signora alla quale hanno ammazzato il marito?».
«E come no? È abbonata alla corsa. Almeno tre volte la simana fa avanti e narrè con Fiacca, va a trovare so’ soro che è malata e in viaggio ne parla sempre».
«Io la devo pregare di fare uno sforzo di memoria».
«Se lei mi comanda di sforzarmi, io mi sforzo».
«Giovedì della simana scorsa, lei la vide la signora Lapecora?».
«Non c’è bisogno di sforzo. Certo che la vitti. Ci feci magari un’azzuffatina».
«Lei litigò con la signora Lapecora?».
«E sissignore! La signora Lapecora, lo sanno tutti, è tanticchia tirata, avara. Bene, giovedi a matina pigliò il pullman delle sei e mezzo per Fiacca. Ma, arrivata a Cannatello scese, dicendo al mio collega Cannizzaro, il conducente, che doveva tornare narrè perché s’era scordata una cosa che doveva portare alla sorella. Cannizzaro, che questa cosa me la contò la sera istissa, la fece scendere. Doppo cinque minuti passai io, diretto a Vìgàta, mi fermai a Cannatello e la signora acchianò sul mio pullman».
«E perché faceste questione?».
«Perché non voleva darmi il biglietto per la tratta Cannatello-Vigàta. Sosteneva che lei non poteva appizzare, perdere, due biglietti per uno sbaglio. Ma io, tante persone ho a bordo, tanti biglietti devo avere. Non potevo chiudere un occhio come voleva la signora Lapecora».
«Sacrosanto» fece Montalbano. «Ma mi levi una curiosità. Metta conto che la signora ricupera, in mezz’ora, quello che s’è scordato a casa. Come fa per arrivare a Fiacca in mattinata?».
«Piglia il pullman che fa Montelusa-Trapani e che da Vigàta passa alle sette e mezzo precise. Viene a dire che arriva con solo un’ora di ritardo».
«Geniale» commentò Fazio quando Lopipàro se ne fu uscito. «Ma come c’è arrivato?».
«Me l’ha fatto capire il picciliddro, François, che giocava con un puzzle».
«Ma perché l’ha fatto? Era gelosa della cammarera tunisina?».
«No. La signora Lapecora è tirata, come ha detto il conducente. Si scantava che il marito, per quella fìmmina, spendesse tutto quello che aveva. E in più c’è stato un elemento scatenante».
«Quale?».
«Poi te lo dico. Lo sai come dice Catarella? L’avaxila è un brutto vizio. Pensa, per avarizia ha richiamato su di sé l’attenzione di Lopipàro, quando avrebbe dovuto fare tutti gli sforzi per passare inosservata».
«Ci ho messo prima mezz’ora per trovare dove abitava, un’altra mezz’ora l’ho persa per persuadere la vecchia che non si fidava, era scantata. S’è calmata quando l’ho fatta nèsciri di casa e ha visto la macchina con la scritta polizia. Ha fatto una trusciteddra, un fagottino, e s’è messa a bordo. Non le dico il pianto del picciliddro quando l’ha vista arrivare a sorpresa! Si stringevano forte. Macari la sua signora era commossa».
«Grazie, Gallù».
«Quand’è che devo passare da casa per riportarla a Montelusa?».
«Non ti preoccupare, ci penso io».
La famigliola implacabilmente s’allargava. Ora a Marinella c’era macari la nonna, Aisha.
Fece squillare a lungo il telefono, ma non rispose nessuno, la vedova Lapecora non era in casa. Certamente era fòra a fare la spesa. Però poteva esserci un’altra spiegazione. Fece il numero di casa Cosentino. Rispose la simpatica e baffuta moglie della guardia giurata. Parlava a bassa voce.
«Suo marito sta dormendo?».
«Sissi, commissario. Vuole che glielo chiami?».
«Non c’è bisogno. Me lo saluti. Senta, signora: ho telefonato alla signora Lapecora, ma non risponde. Lei sa se per caso...».
«Stamatina non la trova, commissario. È andata dalla sorella, a Fiacca. C’è andata oggi perché domani alle dieci ha il funerale del pòviro...».
«Grazie, signora».
Riattaccò, forse la cosa da fare diventava meno complessa.
«Fazio!».
«Comandi, dottore».
«Queste sono le chiavi dello scagno di Lapecora, Salita Granet 28. Trasi e piglia un mazzo di chiavi che è nel cascione centrale della scrivania. C’è attaccato un cartellino sul quale è scritto: casa. Deve essere un mazzo di riserva che teneva in ufficio. Vai dove abita la signora Lapecora e rapri con quelle chiavi».
«Un attimo. E se la vedova è dintra?».
«Non c’è, è fòra paìsi».
«Che devo fare?».
«Nella càmmara dove mangiano c’è uno scaffale a vetri. Dintra ci sono piatti, tazzine, vassoi, cose così. Piglia quello che ti pare, che però lei non può negare che sia roba sua, l’ideale sarebbe una tazzina da un servizio intero, e la porti qua. Rimetti le chiavi nel cassetto dello scagno, mi raccomando».
«E se la vedova, tornando, s’adduna che le manca una tazzina?».
«Ce ne possiamo fottere altamente. Poi fai un’altra cosa. Telefona a Jacomuzzi e digli che voglio in giornata il coltello col quale hanno ammazzato Lapecora. Se non ha uomini per farmelo avere, ci fai un salto tu».
«Montalbano? Sono Valente. Potresti essere a Mazàra verso le quattro di oggi dopopranzo?».
«Se parto subito, sì. Perché?».
«Verrà il comandante del peschereccio. Mi farebbe piacere che tu fossi presente».
«Ti sono grato. Il tuo uomo è riuscito a sapere qualcosa?».
«Sì, e non ci è voluta molta abilità, m’ha detto. I pescatori ne parlano piuttosto liberamente».
«Che dicono?».
«Te lo riferisco quando vieni».
«No, dimmelo ora, così ci penso lungo il viaggio».
«Guarda, siamo convinti che l’equipaggio della faccenda sapesse poco o niente. Tutti sostengono che l’imbarcazione era di poco fuori delle nostre acque territoriali. Che la notte era di uno scuro fitto e che sul radar videro distintamente un natante sulla loro rotta».
«E perché continuarono?».
«Perché a nessuno dell’equipaggio venne in mente che potesse trattarsi di una motevedetta tunisina o quello che era. Torno a ripeterti che erano in acque ormai internazionali».
«E poi?».
«E poi, del tutto inaspettato, venne il segnale di alt. Il nostro peschereccio, o almeno il suo equipaggio, non so il comandante, pensò a un controllo da parte della Finanza. Si fermarono, sentirono parlare arabo. A questo punto il tunisino imbarcato andò a poppa e si accese una sigaretta. E quelli gli spararono. Fu solo allora che il peschereccio scappò».
«E poi?».
«E poi che, Montalbà? Quanto deve durare sta telefonata?».
Quattordici
Contrariamente alla maggior parte degli uomini di mare, Angelo Prestìa, comandante e proprietario del motopeschereccio Santopadre era un omo grasso e sudatizzo. Ma sudava per natura sua, non per le domande che gli faceva Valente, ché anzi, sotto questo aspetto, pareva non solo tranquillo, ma anche leggermente infastidito.
«Io non mi faccio pirsuaso perché v’è venuta gana di ripigliare questa storia che oramà è acqua passata».
«C’interessa chiarire qualche piccolo dettaglio, poi è libero d’andarsene» fece rassicurante Valente.
«E sentiamo, binidittu Diu!».
«Lei ha sempre dichiarato che la motovedetta tunisina ha agito illegalmente, in quanto il suo peschereccio si trovava in acque internazionali. Lo conferma?».
«Certo che lo confermo. A parte che non vedo pirchì vi interessate di quistioni che riguardano la Capitaneria».
«Lo vedrà dopo».
«Ma non ho niente da vidiri, mi scusasse! Il governo tunisino ha fatto un comunicato, sì o no? In questo comunicato c’è detto che il tunisino l’hanno ammazzato loro, sì o no? Allura pirchì volete ripistiàre?».
«C’è già una contraddizione» osservò Valente.
«Quale?».
«Lei, per esempio, dice che l’aggressione avvenne nelle acque internazionali, mentre loro affermano che avevate sconfinato. Non le pare contraddittorio, sì o no, tanto per parlare come lei?».
«Nossignore, non c’è contraddizione. C’è errore».
«Di chi?».
«Loro. Si vede che hanno sbagliato a calcolare il punto, la posizione».
Montalbano e Valente si scambiarono una taliàta velocissima, era il via alla seconda parte dell’interrogatorio che avevano in precedenza concordato.
«Signor Prestìa, lei ha precedenti penali?».
«Nossignore».
«Però è stato arrestato».
«Quanto vi piacciono le storie vecchie! Sono stato arrestato, sissignore, perché un garrùso, un cornuto, mi volle male e mi denunziò. Ma il giudice capì che questo figlio di buttana aveva detto falsità e mi lasciò libero».
«Di che cosa l’accusavano?».
«Contrabbando».
«Di sigarette o di droga?».
«Questa».
«Anche il suo equipaggio d’allora andò a finire dentro, vero?».
«Sissignore, ma niscirono tutti, innocenti come a mia».
«Chi era il giudice che sentenziò il non luogo a procedere?».
«Non me l’arricordo».
«Si chiamava Antonio Bellofiore?».
«Ah sì, mi pare di sì».
«Lo sa che l’anno appresso l’hanno messo in galera perché aggiustava i processi?».
«No, non lo sapevo. Io passo più tempo a mare che in terra».
Altra rapidissima occhiata e la palla passò a Montalbano. «Lasciamo perdere queste storie vecchie» esordì il commissario. «Lei fa parte di una cooperativa?».
«La Copemaz».
«Che significa?».
«Cooperativa pescatori mazaresi».
«I marinai tunisini che dovete imbarcare li scegliete di testa vostra o ve li indica la cooperativa?».
«Ce li dice la cooperativa» rispose Prestìa e cominciò a sudare più del solito.
«Noi sappiamo che la cooperativa le aveva fornito un certo nominativo, ma lei invece scelse Ben Dhahab».
«Sentite, io a questo Dhahab non lo conoscevo, non l’avevo mai visto prima. Quando s’apprisintò a bordo, cinque minuti prima di sarpàre, credetti che fosse quello che m’avevano indicato in cooperativa».
«Cioè Assan Tarif?».
«Mi pare s’acchiamasse accussì».
«Bene. Come mai la cooperativa non le domandò spiegazioni?».
Il comandante Prestìa fece un sorriso, ma aveva la faccia tirata ed era oramà in un bagno di sudore.
«Ma di queste cose ne succedono ogni giorno! Si scangiano tra loro, l’essenziale è che non ci siano proteste».
«E perché mai Assan Tarif non protestò? In fondo perdeva una giornata di lavoro».
«E lo spia a mia? Lo spii a lui».
«L’ho fatto» disse quieto Montalbano.
Valente lo taliò stupito, questa parte non era stata concordata.
«E che le contò?» domandò quasi a sfida Prestìa.
«Che Ben Dhahab l’avvicinò il giorno avanti, gli spiò se era lui in lista per imbarcarsi sul Santopadre e alla risposta affermativa gli disse di non farsi vedere per tre giorni e gli pagò una settimana di lavoro».
«Di questa cosa non saccio nenti».
«Mi lasci finire. Stando così le cose, Dhahab non s’imbarcò perché necessitava di travagliare. I soldi li aveva. Quindi la ragione del suo imbarco era un’altra».
Valente seguiva con estrema attenzione il saltafosso, il tranello che Montalbano stava costruendo. La facenna che il fantomatico Tarif aveva pigliato soldi da Dhahab il commissario se l’era chiaramente inventata, bisognava scoprire dove voleva andare a parare.
«Lei lo sa chi era Ben Dhahab?».
«Un tunisino che cercava travaglio».
«No, carissimo, era uno dei nomi grossi del traffico di droga».
Mentre Prestìa impallidiva, Valente capi che ora toccava a lui. Dentro di sé sorrise soddisfatto, con Montalbano formavano un duo irresistibile, tipo Totò e Peppino.
«La vedo messo male, signor Prestìa» esordi Valente compassionevole e quasi paterno,
«Ma pirchì?».
«Ma come, non le è chiaro? Un trafficante di droga del calibro di Ben Dhahab s’imbarca, a tutti i costi, sul suo peschereccio. E lei ha il precedente che ha. Due domande. Prìma: quanto fa uno più uno? Seconda domanda: cosa andò storto quella notte?».
«Voi volete cunzumàrmi! Volete rovinarmi!».
«È lei che lo sta facendo con le sue stesse mani».
«Eh no! Eh no! Fino a questo punto no!» fece Prestìa nirbusissimo. «M’avevano garantito che...».
S’interruppe, s’asciugò il sudore.
«Cosa le avevano garantito?» spiarono contemporaneamente Montalbano e Valente.
«... che non avrei avuto camurrìe, rotture di coglioni».
«Chi?».
Il comandante Prestìa mise una mano in sacchetta, cavò il portafoglio, ne tirò fòra un biglietto da visita, lo gettò sulla scrivania di Valente.
Liquidato Prestìa, Valente compose il numero che c’era sul biglietto da visita. Era quello della Prefettura di Trapani.