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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15407 字 更新时间:2026-6-22 23:14

«Pronto? Sono il vicequestore Valente, di Mazàra. Vorrei parlare coi commendator Mario Spadaccia, il capo di Gabinetto».

«Un attimo, prego».

«Buongiorno, dottor Valente. Sono Spadaccia».

«Commendatore, la disturbo per una questione che riguarda l’uccisione del tunisino sul peschereccio...».

«Ma non è stato chiarito tutto? Il governo di Tunisi...».

«Sì, lo so, commendatore, ma...»,

«Perché telefona a me?».

«Perché il comandante del peschereccio...».

«Vi ha fatto il mio nome?».

«Ci ha dato il suo biglietto da visita. Lo teneva come una specie di... di garanzia».

«E in effetti lo è».

«Prego?».

«Mi spiego subito. Vede, qualche tempo fa Sua Eccellenza...».

«Ma questo titolo non è stato abolito da mezzo secolo?» si domandò Montalbano che ascoltava su una linea collegata.

«... Sua Eccellenza il Prefetto ricevette una sollecitazione. Si trattava di dare il massimo appoggio a un giornalista tunisino che voleva fare una delicata inchiesta tra i suoi connazionali e per questo, tra l’altro, desiderava anche imbarcarsi. Sua Eccellenza mi diede l’incarico d’occuparmene. Mi venne segnalato il nome del comandante Prestìa come quello di persona del tutto affidabile. Però il Prestìa ebbe un certo timore di venirsi a trovare nei pasticci con l’ufficio di collocamento. Per questo gli diedi il mio biglietto da visita. Tutto qua».

«Commendatore, le sono gratissimo dell’esauriente spiegazione» fece Valente. E chiuse la comunicazione.

Rimasero in silenzio a taliàrisi.

«O è uno stronzo o ci fa» disse Montalbano.

«Questa facenna mi comincia a fètiri, a puzzare» fece pensoso Valente.

«Macari a mia» disse Montalbano.

Stavano ragionando sulla successiva mossa da fare, quando squillò il telefono.

«Avevo detto che non c’ero per nessuno!» disse arraggiato Valente. Ascoltò un poco, poi passò il ricevitore a Montalbano.

Prima di partire per Mazàra, il commissario aveva lasciato detto in ufficio dove avrebbero potuto trovarlo in caso di necessità.

«Pronto? Montalbano sono. Chi è? Ah, è lei, signor Questore?».

«Sì, sono io. Dove è andato a cacciarsi?».

Era irritato.

«Sono dal mio collega, il vicequestore Valente».

«Non è suo collega. Valente è vicequestore e lei non lo è». Montalbano principiò a preoccuparsi.

«Che succede, signor Questore?».

«No, sono io a domandarle che cavolo succede!».

Cavolo? Il Questore diceva cavolo?

«Mi faccia capire».

«Quale cacca è andata a rovistare?».

Cacca? Il Questore diceva cacca? Era il principio dell’Apocalisse? Sarebbero da lì a poco squillate le trombe del Giudizio?

«Ma che ho fatto?».

«Lei mi ha dato un numero di targa, se lo ricorda?».

«Sì. AM 237 GW».

«Quello. Ieri stesso ho incaricato un amico di Roma d’occuparsene, per guadagnare tempo, come lei mi aveva chiesto. Ebbene, m’ha telefonato molto scocciato. Gli hanno risposto che se voleva sapere il nome del proprietario della macchina, facesse richiesta scritta, dettagliatamente specificando i motivi della richiesta stessa».

«Non c’è problema, signor Questore. Io domani le racconto tutto e lei, nella richiesta, può...».

«Montalbano, o non ha capito o non vuol capire. Quello è un numero blindato».

«E che significa?».

«Significa che quella macchina appartiene ai Servizi. Ci vuole tanto?».

Altro che feto, la puzza che avevano avvertito. Adesso l’aria si stava impestando.

Mentre contava a Valente dell’assassinio di Lapecora, del rapimento di Karima, di Fahrid e della sua automobile che invece era dei Servizi, gli venne un pinsèro che lo preoccupò. Telefonò al Questore, a Montelusa.

«Mi perdoni. Ma lei, quando ha parlato col suo amico a Roma per la targa, gli ha detto di cosa si trattava?».

«E come potevo? Io non so niente di quello che lei sta facendo».

Il commissario tirò un sospiro di sollievo.

«Ho detto solo che riguardava un’indagine che lei, Montalbano, sta conducendo» continuò il Questore.

Il commissario si rimangiò il sospiro di sollievo.

«Pronto, Galluzzo? Montalbano sono. Ti telefono da Mazàra. Penso che qui farò tardi. Perciò, contrariamente a quello che t’avevo detto, vai subito a Marinella, a casa mia, pigli la vecchia tunisina e la riaccompagni a Montelusa. D’accordo? Non devi perdere un minuto di tempo».

«Pronto? Livia, ascoltami attentamente e fai, senza discutere, quello che ti dirò. Sono a Mazàra e penso che il nostro telefono ancora non sia sotto controllo».

«Oddio, ma che dici?».

«Ho detto di non discutere, parlare, fare domande, devi solo starmi a sentire. Tra poco arriva lì Galluzzo. Si riprende la vecchia e se la riporta a Montelusa. Non fatela lunga con gli addii, a François dirai che la rivedrà presto. Appena Galluzzo è andato via, telefoni al mio ufficio e domandi di Mimì Augello. Trovalo assolutamente, dovunque sia andato. Gli dici che hai bisogno di vederlo subito».

«Ma se ha da fare?».

«Per te lascerà fottere tutto e si precipiterà. Tu intanto avrai preparato una valigetta con le poche cose di François...».

«Ma che vuoi...».

«Zitta, hai capito? Zitta. Spiega a Mimì che, per ordine mio, il piccolo deve sparire dalla faccia della terra, volatilizzarsi. Lo nasconda in un posto che possa star bene. Tu non domandargli dove intende portarlo. Chiaro? Tu dovrai ignorare dove François è andato a finire. E non piangere che mi dai fastidio. Ascoltami bene. Lascia passare un’oretta, dopo che Mimì se ne è andato col bambino, e chiami Fazio. Digli, piangendo, e non avrai bisogno di fingere dato che lo stai già facendo, che il picciliddro è sparito, forse è scappato per andate appresso alla vecchia, insomma che ti aiuti a cercarlo. Intanto sarò arrivato io. Un’ultima cosa: telefona a Punta Ràisi e prenotati un posto per Genova. Un volo verso mezzogiorno, così trovo qualcuno che t’accompagni. A presto».

Riattaccò, incrociò lo sguardo turbato di Valente.

«Pensi che potrebbero arrivare a tanto?».

«Anche a peggio».

«Ora ti è chiara la storia?» spiò Montalbano.

«Penso di star principiando a capire» arrispose Valente. «Ti spiego meglio» fece il commissario. «A grandi linee, la facenna può essere andata così. Ahmed Moussa, per scopi suoi, fa organizzare una base operativa a un suo uomo, Fahrid. Questi ottiene l’aiuto, non so quanto volontariamente offerto, della sorella di Ahmed, Karima, che da qualche anno si trova nell’isola. Ricattando un signore di Vigàta, che si chiamava Lapecora, si servono della sua vecchia ditta d’importazione e d’esportazione per facciata. Mi segui?».

«Perfettamente».

«Ahmed, che deve avere un incontro importante, armi o appoggi politici per il suo movimento, viene in Italia con la copertura di qualche nostro Servizio. L’incontro avviene in mare, ma è molto probabilmente un tranello. Ahmed non sospettava neanche lontanamente che il nostro Servizio stesse facendo il doppio gioco, che era d’accordo con quelli che, a Tunisi, volevano liquidarlo. Tra l’altro, sono persuaso che magari Fahrid fosse d’accordo a far fuori Ahmed. La sorella, non credo».

«Perché hai tanto scanto per il bambino?».

«Perché è un testimone. Così come ha riconosciuto suo zio in televisione, potrebbe riconoscere Fahrid. E questi ha già ammazzato Karima, ne sono sicuro. L’ha ammazzata portandosela via su una macchina che risulta appartenere ai nostri Servizi».

«Che facciamo?».

«Tu per un poco te ne stai buono, Valè. Io provvedo immediatamente a un’azione diversiva».

«Buona fortuna».

«A te, amico mio».

Arrivò in ufficio che già calava la sira. C’era Fazio ad aspettarlo.

«Avete trovato François?».

«È passato da casa sua prima di venire qua?» spiò Fazio invece di rispondere.

«No. Vengo direttamente da Mazàra».

«Dottore, vogliamo andare nel suo ufficio?».

Una volta dentro, Fazio chiuse la porta.

«Dottore, Io sbirro sono. Macari meno bravo di lei, ma sempri sbirro. Come fa a sapiri che il picciliddro è scappato?».

«Fazio, che ti piglia? Me lo telefonò Livia a Mazàra e io le dissi di rivolgersi a te».

«Vede, dottore, il fatto è che la signorina mi spiegò che cercava il mio aiuto dato che non sapeva dove lei si trovasse».

«Toccato» fece Montalbano.

«E poi la signorina chiangiva sinceramente, questo sì. Però non per il fatto che il picciliddro fosse scappato, ma per qualche altra ragione che non saccio. Allora ho capito quello che lei, dottore, voleva da me, e l’ho fatto».

«E che volevo da te?».

«Che facessi scarmazzo, casino, rumorata. Mi sono fatto tutte le case vicine, ho domandato a ogni persona che incontravo. Avete per caso visto un picciliddro così e così? Nessuno l’aveva visto, ma intanto tutti hanno saputo che era scappato. Non era questo che voleva?».

Montalbano si commosse. Quella era l’amicizia siciliana, la vera, che si basa sul non detto, sull’intuito: uno a un amico non ha bisogno di domandare, è l’altro che autonomamente capisce e agisce di conseguenzia.

«E ora che devo fare?».

«Continuare a fare scarmazzo. Telefona all’Arma, a tutti i Comandi della provincia, ai commissariati, agli ospedali, a chi ti pare. Fallo in forma semiufficiale, solo telefonate, niente di scritto. Descrivi il bambino, mostrati prioccupato».

«Dottore, siamo certi che poi non lo trovano?».

«Tranquillo, Fazio. È in buone mani».

Pigliò un foglio intestato e scrisse a macchina:

MINISTERO TRASPORTI-MOTORIZZAZIONE CIVILE.

PER DELICATA INDAGINE CONCERNENTE RAPIMENTO ET PROBABILE OMICIDIO DONNA RISPONDENTE NOME KARIMA MOUSSA MI È NECESSARIO CONOSCERE NOME PROPRIETARIO AUTOVETTURA LA CUI TARGA È AM 237 GW. PREGASI RISPONDERE CORTESE SOLLECITUDINE. IL COMMISSARIO: SALVO MONTALBANO.

Chissà perché, ogni volta che doveva fare un fax lo compilava come se fosse un telegramma. Lo rilesse. Aveva persino scritto il nome della fìmmina per rendere più appetibile l’esca. Sicuramente sarebbero stati costretti a nèsciri allo scoperto.

«Gallo!».

«Comandi, dottore».

«Cerca il numero di fax della Motorizzazione civile di Roma e spediscilo immediatamente».

«Galluzzo!».

«Agli ordini».

«Allora?».

«Ho riportato la Vecchia a Montelusa. Tutto a posto». «Senti, Gallù. Avverti tuo cognato che domani mattina, dopo il funerale di Lapecora, si faccia trovare in questi paraggi. Venga con un operatore».

«Grazie di cuore, dottò».

«Fazio!».

«Mi dica».

«M’è completamente passato di mente. Sei stato a casa della signora Lapecora?».

«Certo. Ho pigliato una tazzina da un servizio da dodici. Ce l’ho di là. La vuole vedere?».

«Che me ne fotte? Domani ti dirò quello che ne devi fare. Mettila dentro una busta di cellophan. Ah, senti, Jacomuzzi ha mandato il coltello?».

«Sissignore».

Non aveva cuore di lasciare l’ufficio, a casa l’aspettava la parte difficile, il dolore di Livia. A proposito, se Livia partiva... Fece il numero di Adelina.

«Adelì? Montalbano sono. Senti, domani a matino la signorina parte. Mi devo rifare. La sai una cosa? Oggi non ho mangiato niente».

Bisognava campare, no?

Quindici

Livia stava assittata sulla panca della verandina, assolutamente immobile, e pareva taliasse il mare. Non chìangìva, ma gli occhi gonfi e rossi dicevano che s’era spesa tutte le lacrime che aveva in dotazione. Il commissario le si assittò allato, le pigliò una mano, gliela strinse. A Montalbano sembrò d’afferrare una cosa morta, ne ebbe quasi ripugnanza. La lasciò, s’addrumò una sigaretta. Di tutta la facenna voleva mettere a parte Livia il meno possibile, ma fu lei a rivolgergli una domanda precisa, si vede che ci aveva ragionato sopra.

«Gli vogliono fare del male?».

«Proprio del male non credo. Ma farlo scomparire per qualche tempo, questo sì».

«E come?».

«Che ne so, magari mettendolo in un orfanotrofio sotto falso nome».

«Perché?».

«Perché ha conosciuto persone che non avrebbe dovuto conoscere».

Sempre taliando fisso il mare, Livia riflettè sulle ultime parole di Montalbano.

«Non capisco» disse.

«Cosa?».

«Se queste persone che François ha visto sono dei tunisini, magari clandestini, voi, come polizia, non potreste...».

«Non sono solo tunisini».

Livia lentamente, come se facesse uno sforzo, si voltò a taliarlo.

«No?».

«No. E non ti dico una parola di più».

«Lo voglio».

«Chi?».

«François. Lo voglio».

«Ma, Livia...».

«Zitto. Lo voglio. Nessuno potrà portarmelo via così, e tu meno degli altri. In queste ore ci ho pensato molto, sai? Quanti anni hai, Salvo?».

Pigliato alla sprovista, il commissario ebbe un attimo d’incertezza.

«Mi pare quarantaquattro».

«Quarantaquattro e dieci mesi. Tra due mesi ne compi quarantacinque. Io ne ho trentatré compiuti. Ti rendi conto?».

«No. Di cosa?».

«Sono sei anni che stiamo insieme. Ogni tanto parliamo di sposarci, poi lasciamo cadere il discorso. Tutti e due, di comune ma tacito accordo, non pigliamo una decisione. Stiamo bene così come stiamo e la nostra pigrizia, il nostro egoismo ha la meglio, sempre».

«Pigrizia? Egoismo? Ma che parole adoperi? Ci sono difficoltà oggettive che...».

«…che puoi metterti nel culo» concluse brutalmente Livia.

Montalbano tacque sconcertato. Solo una o due volte in sei anni aveva sentito Livia diventare volgare ed era stato sempre in situazioni preoccupanti, d’estrema tensione.

«Scusami» fece piano Livia. «Ma certe volte non sopporto la tua ipocrisia così camuffata. Il tuo cinismo è più vero».

Montalbano continuò a incassare in silenzio.

«Non distrarmi da quello che voglio dirti. Sei abile, è il tuo mestiere. Ti faccio una domanda: quando pensi che potremo sposarci? Rispondi chiaramente».

«Se dipendesse solo da me...».

Livia scattò in piedi.

«Basta! Vado a letto, ho preso due Tavor per dormire, il mio aereo parte da Palermo a mezzogiorno. Prima però concludo il discorso. Se mai ci sposeremo, lo faremo quando tu avrai cinquant’anni e io trentotto. Troppo vecchi per avere figli, diremo. E non ci siamo accorti che qualcuno, Dio o chi ne fa le veci, il figlio ce l’aveva già mandato, al momento giusto».

Voltò le spalle, niscì. Montalbano rimase sulla verandina a taliàre il mare, ma non arrinisciva a metterlo a fuoco.

Un’ora avanti la mezzanotte si assicurò che Livia dormisse profondamente, staccò il telefono, ramazzò tutti gli spiccioli che arriniscì a trovare, astutò le luci, niscì. In macchina, raggiunse la cabina telefonica che c’era al posteggio del bar di Marinella.

«Nicolò? Montalbano sono. Un paio di cose. Domani a matino, verso mezzogiorno, manda qualcuno con un operatore nei pressi del mio ufficio. Ci sono novità».

«Grazie. E poi?».

«E poi, ce l’avete una telecamera nica, piccola, che non fa rumore? Più nica è, meglio è».

«Vuoi lasciare ai posteri un documento delle tue prodezze di letto?».

«Tu la sai usare questa telecamera?».

«Certo».

«Allora me la porti».

«Quando?».

«Appena hai finito il telegiornale di mezzanotte. Non suonare quando arrivi, Livia dorme».

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