«Parlo col signor Prefetto di Trapani? Mi scusi l’ora tarda. Sono Corrado Menichelli dei ‘Corriere della Sera’. Telefono da Milano. Abbiamo avuto sentore di un fatto di una gravità eccezionale, ma prima di pubblicarlo, dato che direttamente la riguarda, ne volevamo conferma da lei personalmente».
«Gravità eccezionale?! Mi dica».
«È vero o no che lei avrebbe avuto pressionì perché un giornalista tunisino fosse agevolato durante un soggiorno a Mazàra? Prima di rispondermi, nel suo stesso interesse, ci pensi un momento».
«Ma io non devo pensare a niente!» esplose il Prefetto. «Di cosa sta parlando?».
«Non se ne ricorda? Guardi che è molto strano, perché la cosa è successa non più di una ventina di giorni fa».
«La cosa che lei dice non è mai successa! Io non ho ricevuto nessuna pressione! Non so nulla di giornalisti tunisini!».
«Signor Prefetto, noi invece abbiamo le prove che...».
«Lei non può avere le prove di un fatto mai accaduto! Mi passi immediatamente il direttore!».
Montalbano riattaccò. Il Prefetto di Trapani era sincero; il suo capo di Gabinetto, invece, no.
«Valente? Montalbano sono. Fingendomi un giornalista del ‘Corriere della Sera’ ho parlato col Prefetto di Trapani. Non sa niente. Il gioco l’ha portato avanti il nostro amico, il commendator Spadaccia».
«Da dove parli?».
«Tranquillo. Ti chiamo da una cabina telefonica. Ora ti dirò quello che dobbiamo fare, sempre che tu sia d’accordo».
Per dirglielo, spese tutte le monetine, meno una.
«Mimì? Montalbano sono. Dormivi?».
«No. Ballavo. Che cazzo di domande!».
«Ce l’hai con me?».
«E sissignore! Dopo la parte che mi hai fatto fare!».
«Io? che parte?».
«Mandarmi a pigliare il picciliddro. Livia m’ha taliato con odio, non riuscivo a levarglielo dalle braccia. M’è venuta una cosa qua, alla bocca dello stomaco».
«Dove l’hai portato François?».
«A Calapiàno, da mia sorella».
«È un posto sicuro?».
«Sicurissimo. Lei e suo marito hanno una casa enorme a cinque chilometri dal paese, una tenuta agricola ìsolata. Mia sorella ha due figli, uno è della stessa età dì François, si troverà benissimo. Ci ho messo due ore e mezza all’andare e due ore e mezza a tornare».
«Sei stanco?».
«Stanchissimo. Domattina non vengo in ufficio».
«D’accordo, non vieni in ufficio, ma alle nove al massimo devi trovarti a casa mia, a Marinella».
«A fare che?»,
«Pigli Livia e l’accompagni a Palermo, all’aeroporto».
«Senz’altro».
«Com’è che ti passò la stanchezza, Mimì?».
Livia ora dormiva un sonno agitato, ogni tanto si lamentiava. Montalbano chiuse la porta della càmmara da letto, s’assittò in poltrona, addrumò il televisore tenendo il volume molto basso. Su «Televigàta» il cognato di Galluzzo stava dicendo che c’era stato un comunicato del Ministero degli Esteri di Tunisi in merito ad alcune errate notizie sul disgraziato incidente del marinaio tunisino ucciso su un motopeschereccio italiano che aveva sconfinato. Il comunicato smentiva le fantasiose voci secondo le quali il marinaio non era in effetti un marinaio, ma un giornalista abbastanza noto, Ben Dhahab. Si trattava evidentemente di un caso di omonimia, in quanto il giornalista Ben Dhahab era vivo e continuava a svolgere il suo lavoro. Nella sola città di Tunisi, proseguiva il comunicato, di Ben Dhahab se ne contavano almeno una ventina. Montalbano spense il televisore. Le acque dunque s’erano mosse e c’era chi principiava a mettere le mani avanti, ad alzare steccati, a fare fumate nere.
Sentì il motore di una macchina che arrivava e si fermava nello spiazzo davanti la porta di casa. Il commissario corse ad aprire, era Nicolò.
«Ho fatto prima che ho potuto» disse trasendo.
«Ti ringrazio».
«Livia dorme?» spiò il giornalista taliando attorno.
«Si. Domattina riparte per Genova».
«Mi dispiace molto non poterla salutare».
«Nicolò, la telecamera la portasti?».
Il giornalista estrasse dalla sacchetta un aggeggio grande come quattro pacchetti di sigarette sistemati due a due.
«Eccola, tieni. Io me ne vado a dormire».
«E no. Me la devi ammucciare in un posto che non possa essere notata».
«E come faccio, se di là c’è Livia?».
«Nicolò, tu ti sei fissato con questa storia che ho voglia di riprendermi mentre scopo. La telecamera la devi mettere in questa càmmara dove ci troviamo».
«Dimmi cosa vuoi che riprenda».
«Un discorso tra me e un uomo assittato esattamente dove ora sei tu».
Nicolò Zito taliò davanti a sé, sorrise.
«Quella scaffa piena di libri pare messa apposta».
Portandosi appresso una seggia, l’accostò alla scaffa e ci acchianò. Traffichìò con alcuni libri, sistemò la telecamera, scese, s’assittò al posto di prima, taliò in alto.
«Da qui non si vede» disse soddisfatto. «Vieni a controllare macari tu».
Il commissario controllò.
«Mi pare a posto».
«Resta li» fece Nicolò.
Riacchianò sulla seggia, armeggiò, ridiscese.
«Che sta facendo?» spiò Montalbano.
«Ti sta riprendendo».
«Davvero? Non fa la minima rumorata».
«Te l’avevo detto che è una meraviglia».
Nicolò rifece il mutuperio d’acchianare e scinniri dalla seggia. Ma questa volta aveva in mano la telecamera e la mostrò a Montalbano.
«Talè, Salvo, si fa accussì. Premendo questo tasto, il nastro si riavvolge. Tu ora ti porti la telecamera all’altezza dell’occhio e spingi quest’altro tasto. Prova».
Montalbano eseguì e vide se stesso piccolissimo, assittato, e sentì una voce da microbo. la sua, spiare: «che sta facendo?» e poi quella di Nicolò che rispondeva: «ti sta riprendendo».
«Magnifico» fece il commissario. «Però c’è una cosa. Si può vedere solo accussì?».
«Ma no» rispose Nicolò tirando fòra dalla sacchetta una normale cassetta che dintra era fatta in un modo diverso. «Talìa come faccio io. Levo il nastro dalla telecamera, che come vedi è nico quanto quello di una segreteria telefonica, e l’infilo in questa cassetta ch’è fatta apposta e che può essere usata dal tuo videoregistratore».
«Senti, ma per metterla in ripresa che devo fare?».
«Spingere quest’altro pulsante».
A vedere la faccia più confusa che persuasa del commissario, Nicolò si fece dubitoso.
«Sarai capace d’usarla?».
«Ma dai!» arrisponni Montalbano offiso.
«E allora perché fai quella faccia?».
«Perché non posso acchianare sulla seggia davanti a chi devo riprendere, si metterebbe in sospetto».
«Vedi un po’ se ci arrivi ad azionarla alzandoti sulla punta dei piedi».
Ci arrivava.
«Allora è semplice. Ti fai trovare con un libro sulla tavola, disinvoltamente lo rimetti a posto e intanto spingi il tasto».
Cara Livia, purtroppo non posso aspettare il tuo risveglio, devo andare a Montelusa dal Questore. A Palermo ti accompagnerà Mimì col quale mi sono messo d’accordo. Cerca di stare il più possibile calma e serena, Ti telefonerò stasera. Ti bacio.
SALVO
Un commesso viaggiatore d’infima categoria sicuramente si sarebbe espresso meglio, con più affettuosa fantasia. Riscrisse il biglietto e, stranamente, gli venne identico al prìmo. Non c’era niente da fare, non era vero che dovesse vedere il Questore, voleva solo scappottarsela dalla scena d’addio. Era una farfantaria quindi, una menzogna, e lui non ci era mai riuscito a dirle alle persone che stimava. Con le bugie piccole invece ci sapeva fare. Eccome!
In ufficio trovò Fazio che l’aspettava, agitato.
«Dottore, è mezz’ora che provo a chiamarla a casa, ma lei deve avere staccato il telefono».
«Che ti piglia?».
«Ha telefonato un tale che, per caso, ha scoperto il cadavere di una vecchia. A Villaseta, in via Garibaldi. Nella stessa casa dove abbiamo fatto l’appostamento per il picciliddro. Per questo la cercavo».
Montalbano sentì come una scossa elettrica.
«Tortorella e Galluzzo ci sono già andati. Galluzzo ha telefonato ora ora, ha detto di dirle che è la stessa vecchia che lui aveva accompagnato a casa sua».
Aisha.
Il cazzotto in faccia che Montalbano si diede non fu tanto forte da fargli saltare i denti, ma gli fece sanguinare il labbro.
«Ma che le piglia, dottore?» disse strammato Fazio.
Aisha era una testimone, certo, così come lo era François; ma lui aveva avuto occhi e attenzioni sola per il picciliddro. Era uno stronzo, ecco quello che era. Fazio gli porse un fazzoletto.
«S’asciucasse».
Aisha era un contorto fagotto ai piedi della scala che portava alla stanza abitata da Karima.
«Apparentemente è caduta e si è rotta l’osso del collo» fece il dottor Pasquano che era stato chiamato da Tortorella. «Ma le saprò dire di più dopo l’autopsia. Per quanto, a far volare una vecchia così, basta un soffio».
«E Galluzzo dov’è?» spiò Montalbano a Tortorella.
«È andato a Montelusa a parlare con una tunisina che ospitava la morta. Vuole spiarle perché la vecchia è venuta qua, se qualcuno l’ha chiamata».
Mentre l’ambulanza se ne ripartiva, il commissario trasì nella casa di Aisha, sollevò una pietra allato al focolare, pigliò il libretto al portatore, ci soffiò sopra per puliziarlo, se lo mise in sacchetta.
«Dottore!».
Era Galluzzo. No, ad Aisha non l’aveva chiamata nisciuno. S’era fissata che voleva tornare a casa sua, s’era susta di prima matina, aveva pigliato la corriera e non aveva fallato l’appuntamento con la morte.
Tornato a Vigàta, prima di andare in ufficio passò dallo studio del notaio Cosentino, era uno che gli stava simpatico.
«Mi dica, dottore».
Il commissario tirò fòra il libretto al portatore, lo prui al notaio. Questi l’aprì, lo taliò e poi spiò:
«E allora?».
Montalbano s’avvitò in una complicatissima spiegazione, al notaio voleva solo far conoscere la mezza messa.
«Mi pare d’aver capito» riassunse il notaio Cosentino «che questi soldi appartengono ad una signora che lei presume morta e che quindi erede ne sarebbe il figlio minorenne».
«Giusto».
«Lei vorrebbe che questi soldi venissero in qualche modo vincolati e che il bambino ne entrasse in possesso raggiunta la maggiore età».
«Giusto».
«Mi scusi, ma perché il libretto non se lo tiene lei e quando arriva il momento lei stesso non lo consegna a lui?».
«E chi le dice che tra quindici anni io sarò ancora vivo?».
«Già» fece il notaio. E proseguì: «Facciamo così, lei si riporta il libretto, io mi studio la cosa e ci vediamo tra una settimana. Forse sarebbe bene farli fruttare, questi soldi».
«Faccia lei» disse Montalbano susendosi.
«Si riprenda il libretto».
«Lo tenga lei. Io capace che me lo perdo».
«Aspetti che le rilascio una ricevuta».
«Ma mi faccia il piacere».
«Ancora una cosa».
«Mi dica, notaio».
«Guardi che è indispensabile la certezza della morte della madre».
In ufficio, chiamò casa sua. Livia stava partendo. Lo salutò, almeno così gli parse, piuttosto freddamente. Non sapeva che farci.
«Mimì è venuto?».
«Certo. M’aspetta in macchina».
«Buon viaggio, Ti telefono stasera».
Doveva procedere, non lasciarsi coinvolgere da Livia.
«Fazio!».
«Comandi».
«Vai in chiesa, al funerale di Lapecora che dev’essere già cominciato. Portati Gallo. Al cimitero, mentre stanno facendo le condoglianze alla vedova, t’avvicini e le dici con la faccia più scura che puoi: ‘signora, ci segua in commissariato’. Se si mette a fare scenate, se si fa pigliare il firticchio, non ti fare scrupolo, mettila in macchina con la forza. Ah, un’altra cosa: al camposanto c’è di sicuro il figlio di Lapecora. Nel caso volesse difendere la madre, ammanettalo».
MINISTERO DEI TRASPORTI-DIREZIONE GENERALE MOTORIZZAZIONE CIVILE.
PER LA DELICATISSIMA INDAGINE CONCERNENTE OMICIDIO DI DUE DONNE TUNISINE DI NOME KARIMA ET AISHA MI EST ASSOLUTAMENTE NECESSARIO CONOSCERE GENERALITÀ ET INDIRIZZO PROPRIETARIO AUTOVETTURA IMMATRICOLATA TARGA AM 237 GW STOP PREGASI RISPONDERE CORTESE SOLLECITUDINE STOP FIRMATO SALVO MONTALBANO COMMISSARIATO VIGATA PROVINCIA DI MONTELUSA.
Alla Motorizzazione, prima di passare il fax a chi di dovere secondo gli ordini ricevuti, avrebbero riso alle sue spalle considerandolo un ingenuo o un cretino per come aveva compilato la richiesta. Ma chi di dovere invece, capita la sisiàta, la sfida nascosta nel messaggio, sarebbe stato costretto alla contromossa. Esattamente come Montalbano voleva.
Sedici
La càmmara di Montalbano si trovava allocata dalla parte opposta all’entrata del commissariato, eppure il commissario sentì il vocìo che si scatenava all’arrivo della macchina di Fazio con dintra la vedova Lapecora. I giornalisti e i fotografi erano quattro gatti, ma a loro dovevano essersi accodati decine di sfacennati e di curiosi.
«Signora, perché l’hanno arrestata?».
«Guardi da questa parte, signora!».
«Lasciate passare! Lasciate passare!».
Poi ci fu una relativa calma e tuppiarono alla sua porta. Era Fazio.
«Com’è andata?».
«Non ha fatto molta resistenza. Si è agitata quando ha visto i giornalisti».
«E il figlio?».
«C’era un omo allato a lei, al camposanto, e tutti gli facevano le condoglianze. M’era parso il figlio. Però, quando io ho detto alla vedova che doveva venire con noi, ha voltato le spalle e si è allontanato. Perciò non poteva essere il figlio».
«E invece lo era, Fazio. Troppo sensibile d’animo per assistere all’arresto della madre. E terrorizzato all’idea di dover pagare le spese legali. Fai trasìri la signora».
«Comu a una latra! Comu a una latra mi state trattando!» esplose la vedova appena in presenza del commissario.
Montalbano fece la faccia infuscata.
«Avete trattato male la signora?!».
Come da copione, Fazio fece finta d’essere impacciato.
«Dato ch’era un arresto...».
«E chi ha mai parlato d’arresto? Si accomodi, signora, e le chiedo scusa per lo spiacevole equivoco. La tratterrò solo pochi minuti, il tempo necessario a verbalizzare alcune sue risposte. Poi se ne torna a casa ed è tutto finito».
Fazio andò ad assittarsi alla macchina da scrivere, Montalbano si piazzò alla scrivania. La vedova pareva essersi tanticchia calmata, ma il commissario vedeva i suoi nervi saltellare sotto la pelle come pùlici su un cane randagio.
«Signora, mi corregga se sbaglio. Mi ha detto, si ricorda, che la mattina dell’omicidio di suo marito, lei si susì dal letto, andò in bagno, si vestì, pigliò la borsa dalla càmmara da pranzo, niscì. E giusto?».
«Giustissimo».
«Non notò, in casa, niente d’anormale?».
«E che dovevo notare?».
«Per esempio che la porta dello studio, contrariamente al solito, era chiusa».
Aveva tirato a indovinare, ma c’inzertò. Da rossa che era, la faccia della signora si fece pallida. Ma la voce era ferma.
«Mi pare che fosse aperta, mio marito non la chiudeva mai».
«Eh no, signora. Quando io entrai con lei in casa, al suo ritorno da Fiacca, la porta era chiusa. Fui io a raprirla».
«Chiusa e aperta che importanza ha?».
«Ha ragione, è un dettaglio da niente».
La vedova non arriniscì a trattenere un lungo sospiro.