«Signora, la mattina nella quale ammazzarono suo marito, lei parti per Fiacca, a trovare sua sorella malata. Giusto?».
«Cosi feci».
«Ma si scordò una cosa. Per cui al bivio di Cannatello scese dalla corriera, aspettò quella che veniva in senso inverso e tornò a Vigàta. Che cosa s’era scordata?».
La vedova sorrise, certamente s’era preparata a quella domanda.
«Io quella matina non scinnii a Cannatello».
«Signora, ho la testimonianza dei due autisti».
«Hanno ragione. Solo che la cosa non capitò quella matinata, ma due matinate avanti. Gli autisti si sbagliano di giorno».
Era furba e pronta. Allora bisognava ricorrere al saltafosso.
Raprì un cascione della scrivania, tirò fòra il coltello da cucina nel sacchetto di cellophan.
«Questo, signora, è il coltello col quale è stato assassinato suo marito. Un colpo solo, alle spalle».
La vedova non cangiò espressione, non disse né ai né bai.
«L’ha mai visto?».
«Coltelli così se ne vedono tanti».
Con lentezza, il commissario infilò di nuovo la mano nel cascione, ne trasse un’altra busta dì cellophan con dentro una tazzina.
«La riconosce, questa?».
«L’avete pigliata voi? M’avete fatto buttare all’aria la casa per cercarla!».
«Dunque è sua. La riconosce ufficialmente».
«Certo. E che se ne fa con quella tazzina?».
«Mi serve per mandarla in galera».
Tra tutte le reazioni possibili, la vedova ne scelse una che in qualche modo suscitò l’ammirazione del commissario. Difatti la signora voltò la testa verso Fazio e glì spiò, con gentilezza, quasi si trovasse in visita di cortesia:
«Pazzo niscì?».
Fazio, in tutta sincerità, avrebbe voluto risponderle che
a suo parere il commissario pazzo lo era dalla nascita, ma non disse niente, taliò la finestra.
«Ora le conto io come andò la cosa» fece Montalbano. «Dunque; quella matina la sveglia sona, lei si susi, va in bagno. Di necessità deve passare davanti alla porta dello studio e la vede chiusa. Momentaneamente non ci fa caso, poi però ci ripensa. E quando nesci dal bagno, l’apre. Ma non credo che ci entri dentro. Rimane un attimo sulla soglia, richiude, va in cucina, afferra un coltello, se lo mette nella borsetta, nesci, piglia la corriera, scende a Cannatello, sale su quella che va a Vigàta, torna a casa sua, apre la porta, vede suo marito pronto per uscire, discutete, suo marito apre la porta dell’ascensore, che è al piano dato che lei l’ha appena usato, lei lo segue, l’accoltella, suo marito fa un mezzo giro, cade a terra, lei mette in moto l’ascensore, arriva al pianoterra, esce dal portone. E nessuno la vede. Questo è stato il suo gran colpo di fortuna».
«E pirchì l’avrei fatto?» spiò calma la signora. E aggiunse, con una ironia incredibile per 9 luogo e per il momento:
«Solo pirchì me’ marito aveva chiuso la porta dello studio?»,
Montalbano, da seduto, le fece un mezzo inchino ammirativo.
«No, signora, per quello che c’era dietro quella porta chiusa».
«E che c’era?».
«Karima. L’amante di suo marito».
«Ma se lei stesso ha detto ora che io in quella càmmara non ci trasii?».
«Non ebbe bisogno d’entrarci perché venne colpita da una zaffata di profumo, lo stesso che Karima adoperava in abbondanza. Si chiama ‘Volupté’. È forte, persistente. Probabilmente lei l’avrà sentito, qualche volta, nei vestiti di suo marito che se n’erano impregnati. C’era ancora nello studio, più leggero certo, quando io ci trasii la sera, dopo che lei era tornata».
La vedova Lapecora rimase in silenzio, si stava ripassando le parole del commissario.
«Mi leva una curiosità?» spiò poi.
«Tutte quelle che vuole».
«Pirchì, secondo lei, io non sono trasùta nello studio e non ho per prima cosa ammazzato questa fìmmina?».
«Perché lei ha un cervello preciso come un ralogio svizzero e veloce quanto un computer. Karima, vedendo aprirsi la porta, si sarebbe messa sul chi vive, pronta a reagire. Suo marito, accorso alle grida, l’avrebbe disarmata con l’aiuto di Karima. Facendo invece finta di niente, lei avrebbe potuto poco dopo coglierli sul fatto».
«E come spiega, ragionando con la sua testa, che ad essere ammazzato fu solo mio marito?».
«Quando lei tornò, Karima non c’era più».
«Mi scusasse, ma dato che lei non era prisente, questa bella storia chi gliela contò?».
«Le sue impronte digitali, sulla tazzina e sul coltello».
«Sul coltello no!» scattò la signora.
«Perché sul coltello no?».
La signora si stava mozzicando il labbro.
«La tazzina è mia, il coltello no».
«Anche il coltello è suo, c’è una sua impronta. Chiarissima».
«Ma non può essere!».
Fazio non staccava gli occhi dal suo superiore, sapeva che sul coltello non c’era nessuna impronta, questo era il momento più delicato del saltafosso.
«Lei è sicura che non c’è nessuna impronta perché ha accoltellato suo marito indossando ancora i guanti che s’era messa quando si era vestita in pompa magna per partire. Ma vede, signora, l’impronta rilevata non è di quella mattina, ma del giorno avanti quando lei, dopo avere adoperato il coltello per puliziare il pesce, lo ripulì e lo mise nel cassetto di cucina. L’impronta difatti non è sul manico, ma sulla lama, proprio dove finisce il manico stesso. E ora lei va di là con Fazio, prendiamo le impronte digitali e le compariamo». «Era un cornuto» fece la signora Lapecora «e si meritava la morte che fece. S’era portato a casa mia la buttana per spassarsela nel mio letto tutta la jornata, mentre io ero fòra».
«Lei mi sta dicendo che ha agito per gelosia?».
«E pirchì sinnò?».
«Ma non aveva già ricevuto tre lettere anonime? Poteva sorprenderli mentre stavano nello scagno di Salita Granet».
«Non faccio queste cose io. M’acchianò il sangue alla testa quando capii che s’era portato a casa mia la buttana».
«Io credo, signora, che il sangue le acchianò alla testa qualche giorno prima».
«E quando?».
«Quando scopri che suo marito aveva prelevato una forte cifra dal suo deposito in banca».
Anche questa volta il commissario bluffava. Gli andò bene.
«Duecento milioni» disse con raggia e disperazione la vedova. «Duecento milioni a quella grandissima buttana!».
Ecco da dove veniva una parte dei soldi nel libretto al portatore.
«Se non lo fermavo, quello era capace di mangiarsi lo scagno, la casa e il deposito!».
«Vogliamo verbalizzare, signora? Mi dica però una cosa, prima: cosa le disse suo marito quando se la vide comparire?».
«Mi disse: ‘levati dai coglioni, devo andare allo scagno’. Forse aveva avuto una discussione con la troia, quella se n’era andata e lui le stava correndo appresso».
«Signor Questore? Montalbano sono. Le comunico che proprio adesso sono riuscito a far confessare alla signora Lapecora l’omicidio del marito».
«Congratulazioni. Perché l’ha fatto?».
«Interesse che vuole camuffare per gelosia. Le devo domandare un favore. Posso tenere una breve conferenza stampa?».
Non ci fu risposta.
«Signor Questore? Le ho domandato se posso...».
«Ho sentito benissimo, Montalbano. Ma mi sono venute meno le parole per lo stupore. Lei vuole tenere una conferenza stampa? Non posso crederci!».
«Eppure è così».
«Va bene, faccia pure. Ma poi mi deve spiegare che c’è sotto».
«Lei afferma che da tempo la signora Lapecora sapeva della relazione tra suo marito e Karima?» spiò il cognato di Galluzzo nelle sue vesti di corrispondente di «Televigàta».
«Sì. Attraverso ben tre lettere anonime che suo marito le aveva spedito».
Di subito, non capirono.
«Lei sta dicendo che era stato il signor Lapecora ad autodenunziarsi?» spiò sbalordito un giornalista.
«Sì. Perché Karima aveva cominciato a ricattarlo. Sperò in una reazione della moglie che lo liberasse dalla situazione in cui s’era messo. Ma la signora non intervenne. E neanche il figlio».
«Mi scusi, perché non si è rivolto alla legge?».
«Perché pensava di provocare un grosso scandalo. Mentre, con l’aiuto della moglie, la cosa sperava restasse nell’ambito, come dire, familiare».
«Ma questa Karima dov’è adesso?».
«Non sappiamo. È scappata con suo figlio, un bambino. Anzi una sua amica, preoccupata per la scomparsa dei due, madre e figlio, ha pregato ‘Retelibera’ di mandare in onda una loro foto. Ma nessuno, a tutt’oggi, si è fatto avanti».
Ringraziarono, se n’andarono. Montalbano sorrise soddisfatto. Il primo puzzle era stato risolto, perfettamente, dentro lo schema determinato. Fahrid, Ahmed, la stessa Aisha ne erano rimasti fuori. Con loro, usandoli bene, il disegno del puzzle sarebbe risultato ben diverso.
Era in anticipo per l’appuntamento con Valente. Fermò davanti al ristorante dov’era già stato la volta precedente. Si sbafò un sauté di vongole col pangrattato, una porzione abbondante di spaghetti in bianco con le vongole, un rombo al forno con origano e limone caramellato. Completò con uno sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia. Alla fine si susì, andò in cucina e strinse commosso la mano al cuoco, senza dire parola. In macchina, verso l’ufficio di Valente, cantò a gola spiegata. «Guarda come dondolo, guarda come dondolo, col twist...».
Valente fece accomodare Montalbano in una càmmara allato alla sua.
«È una cosa che abbiamo fatto altre volte» disse. «Noi lasciamo la porta semichiusa e tu, con questo specchietto, regolandolo a modo, vedi quello che càpita nel mio ufficio, se sentire non ti basta».
«Stai attento, Valente, che è una questione di secondi».
«Lascia fare a noi».
Il commendatore Spadaccia trasì nell’ufficio di Valente e si vitti subito che era nirbùso.
«Mi scusi, dottor Valente, ma non capisco. Poteva benissimo venire lei in Prefettura e farmi risparmiare tempo. Ho molto da fare, lo sa?».
«Mi perdoni, commendatore» fece Valente con umiltà ributtante. «Ha perfettamente ragione. Ma rimediamo subito, non la tratterrò più di cinque minuti. Una semplice precisazione».
«Domandi».
«Lei, l’altra volta, mi disse che il Prefetto era stato in qualche modo sollecitato...».
Il commendatore isò una mano imperiosa, Valente s’azzittì di colpo.
«Se ho detto così, mi sono sbagliato. Sua Eccellenza è all’oscuro. D’altronde si trattava di una minchiata come ne capitano cento al giorno. Da Roma, dal Ministero, hanno telefonato a me, non disturbano Sua Eccellenza per stronzate simili».
Era chiaro che il Prefetto, dopo aver ricevuto la telefonata del finto giornalista del «Corriere», aveva domandato spiegazioni al suo capo di Gabinetto. E doveva essere stato un colloquio piuttosto animato, la cui eco persisteva nelle parole forti che il commendatore stava adoperando.
«Vada avanti» sollecitò Spadaccia.
Valente allargò le braccia, un’aureola veleggiò sulla sua testa.
«Sono arrivato» fece.
Spadaccia strammò, si taliò torno torno come per accertarsi della -realtà che lo circondava.
«Mi sta dicendo che non ha altro da chiedermi?».
«Esattamente».
La manata che Spadaccia diede sulla scrivania fu talmente violenta che magari Montalbano sussultò nella càmmara allato.
«Questa è una pigliata per il culo di cui mi renderà conto e ragione!».
E niscì, ‘ncaniato. Montalbano corse alla finestra, coi nervi tesi. Vide il commendatore uscire sparato dal portone, dirigersi verso la sua macchina il cui autista ne stava scendendo per aprirgli lo sportello. In quel preciso momento, da un’auto della polizia appena arrivata, niscì, subito pigliato sottobraccio da un agente, Angelo Prestìa. Spadaccia e il comandante del peschereccio si vennero a trovare quasi faccia a faccia. Non si dissero niente, ognuno proseguì per la sua strada.
Il nitrito di gioia che ogni tanto Montalbano emetteva quando le cose gli andavano per il verso giusto atterrì Valente che si precipitò nega càmmara allato.
«Che ti piglia?».
«È fatta!» disse Montalbano.
«S’assittasse qua» sentirono dire a un agente. Prestìa era stato introdotto nell’ufficio.
Valente e Montalbano rimasero dov’erano, s’addrumarono una sigaretta, se la fumarono senza dirsi niente: intanto il comandante del Santopadre cuoceva a fuoco lento.
Trasìrono con la faccia di chi porta nùvole nìvure, carrico amaro. Valente andò ad assittarsi dartè la sua scrivania, Moritalbano pigliò una seggia e gli si mise allato.
«Quand’è che finisce sta camurrìa?» attaccò il comandante.
E non capì, con quell’atteggiamento aggressivo, di avere rivelato a Valente e a Montalbano quale pinsèro avesse in testa: si era fatto persuaso cioè che il commendator Spadaccia fosse venuto per attestare la verità delle sue parole. Si sentiva tranquillo, poteva perciò fare lo sdignato.
Sulla scrivania c’era una voluminosa cartella sulla quale avevano scritto a caratteri cubitali il nome di Angelo Prestìa, voluminosa perché riempita di vecchie circolari, ma questo il comandante l’ignorava. Valente la raprì, pigliò il biglietto da visita di Spadaccia.
«Questo ce l’hai dato tu, lo confermi?».
Il passaggio dal «lei» dell’altra volta allo sbirresco «tu» squietò Prestìa.
«Certo che lo confermo. Me lo diede il commendatore dicendomi che se avessi avuto rogne dopo il viaggio col tunisino potevo rivolgermi a lui. E io l’ho fatto».
«Errore» fece Montalbano, frisco come un quarto di pollo.
«Ma se mi disse così!».
«Certo che ti disse così, ma tu, invece di rivolgerti a lui appena hai sentito feto di bruciato, il biglietto da visita ce l’hai dato a noi. E così hai messo nei guai quel galantuomo».
«Guai? Quali guai?».
«Essere implicato in un omicidio premeditato non ti pare un gran bel guaio?».
Prestìa ammutolì.
«Il mio collega Montalbano» intervenne Valente «ti sta spiegando il perché di come sono andate le cose».
«E come sono andate?».
«Sono andate che se tu ti rivolgevi a Spadaccia direttamente, senza farci avere il suo biglietto da visita, lui avrebbe provato a mettere tutto a posto, a tacimaci, sottobanco. Invece tu, dandoci il biglietto, hai messo in mezzo la legge. Perciò a Spadaccia non è restata che una strada: negare tutto».
«Come?!».
«Sissignore. Spadaccia non ti ha mai visto né sentito nominare. Ha rilasciato una dichiarazione che abbiamo agli atti».
«Che figlio di buttana!» fece Prestìa e domandò: «E come spiega che io ho il suo biglietto da visita?».
Montalbano si fece una gran risata.
«Anche per quello ti ha servito di barba e capelli» disse. «Ci ha portato la fotocopia di una denunzia fatta, una decina di giorni fa, alla Questura di Trapani: gli hanno rubato il portafoglio e dintra, tra le altre cose, c’erano magari quattro o cinque, non ricorda bene, biglietti da visita».
«Ti ha buttato a mare» disse Valente.
«Ed è acqua profunna assà» aggiunse Montalbano.
«Fino a quando riuscirai a starci a galla?» rincarò Valente.
Il sudore disegnò larghe chiazze sotto le ascelle di Prestìa. L’ufficio fu riempito da uno sgradevole odore di muschio e d’aglio, che Montalbano definì di colore verde-marcio. Prestìa si pigliò la testa tra le mani, mormorò:
«M’hanno incastrato».