Continuò a stare per un pezzo in quella posizione, poi evidentemente si risolse:
«Posso vedere l’avvocato?».
«Avvocato?!» fece stupitissimo Valente.
«Perché vuoi l’avvocato?» domandò a sua volta Montalbano.
«Mi pareva che...».
«Che ti pareva?».
«Che t’arrestassimo?».
Il duo funzionava alla perfezione.
«Non m’arrestate?».
«Ma nient’affatto».
«Puoi andartene, se vuoi».
Prestia ci mise cinque minuti prima d’arrinèsciri a scollare il culo dalla seggia e a scapparsene, letteralmente.
«E ora che succede?» spiò Valente che sapeva d’avere scatenato un bordello.
«Succede che Prestìa andrà a rompere le palle a Spadaccia. E la prossima mossa toccherà a loro».
Valente aveva la faccia prioccupata.
«Che hai?».
«Non so... non sono persuaso. Mi scanto che mettano a tacere Prestìa. E la responsabilità sarebbe nostra».
«Prestìa è troppo in primo piano, ormai. Levarlo di mezzo sarebbe come mettere la firma a tutta l’operazione. No, io sono convinto che lo metteranno a tacere, sì, ma pagandolo profumatamente».
«Mi spieghi una cosa?».
«Certo».
«Perché ti stai infognando in questa storia?».
«E tu perché mi vieni appresso?».
«La prima ragione è perché sono uno sbirro come a tia e la seconda è che mi diverto».
«E io ti rispondo: la prima ragione mia coincide con la tua. La seconda ragione è: lo faccio a scopo di lucro».
«E che ci vuoi guadagnare?».
«Ce l’ho chiaro in testa, il mio guadagno. Ma vuoi scommettere che magari tu ci guadagnerai qualcosa?».
Deciso a non cedere alla tentazione, passò sparato, a centoventi l’ora, davanti al ristorante nel quale a pranzo s’era abboffato. Dopo mezzo chilometro però la decisione abbacò di colpo, frenò. provocando una furibonda clacsonata della macchina che gli veniva darrè. L’uomo ch’era al volante, nel sorpassarlo, lo taliò arraggiato e gli mostrò le corna. Montalbano fece un’inversione a «u» proibitissima in quel tratto, andò dritto in cucina e spiò al cuoco, senza manco salutarlo:
«Ma lei, le triglie dì scoglio, come le cucina?».
Diciassette
La matina appresso, alle otto spaccate, s’apprisintò al Questore che dalle sette, come di sua abitudine, si trovava già in ufficio, tra le murmuriàte gastìme delle fìmmine delle pulizie che si trovavano impedite a svolgere il loro lavoro.
Montalbano gli contò della confessione della signora Lapecora, gli disse che il pòviro morto ammazzato, quasi a voler scansare la tragica fine, aveva scritto in anonimo alla moglie e in chiaro al figlio, ma quelli l’avevano lasciato a bollire nel suo brodo. Non parlò né di Fahrid né di Moussa, vale a dire del puzzle più grande. Non voleva che il Questore, oramai al termine della carriera, si venisse a trovare implicato in una facenna che feteva più di una merda.
E fino a qui gli era andata bene, non aveva dovuto dire farfantarìe al Questore, aveva solo fatto delle omissioni, contato la mezza verità.
«Ma perché ha voluto fare una conferenza stampa, lei che di solito le evita come la peste?».
Aveva previsto la domanda, si trovò perciò preparato alla risposta che, almeno in parte, consentiva non una menzogna ma un’altra omissione.
«Vede, questa Karima era un singolare tipo di prostituta. Non stava solo con Lapecora, ma con altre persone. Tutta gente avanti negli anni, pensionati, commercianti, professori. Circoscrivendo l’episodio, ho cercato d’evitare che si spargessero veleni, insinuazioni, su dei poveracci che, in fondo, non facevano niente di male».
Era convinto che la spiegazione fosse plausibile. E difatti il Questore fece un solo commento:
«La sua è una strana morale, Montalbano».
E poi spiò:
«Ma questa Karima è veramente scomparsa?».
«Pare proprio di sì. Quando ha saputo dell’uccisione dei suo amante si è data alla fuga col suo bambino, temendo di restare coinvolta nell’omicidio».
«Senta» fece il Questore «cos’era poi la storia di quella macchina?».
«Quale?».
«Via, Montalbano, la macchina che poi è risultata appartenere ai Servizi. Quella è gente rognosa, lo sa?».
Montalbano rise. La risata se l’era provata la sera avanti, davanti allo specchio, e aveva insistito fino a quando non gli era venuta bene. Adesso, contrariamente a quanto aveva sperato, gli riuscì falsa, troppo di testa. Ma se voleva tenere fòra da tutta la storia quel galantuomo del suo superiore, non c’erano santi, la farfantarìa doveva dirla.
«Perché ride?» spiò sorpreso il Questore.
«Per l’imbarazzo, mi creda. La persona che m’aveva dato quel numero di targa mi telefonò il giorno appresso per dirmi che si era sbagliato. Le lettere erano quelle, ma la cifra non era 237, bensì 837. Sono mortificato, mi scusi».
Il Questore lo taliò occhi negli occhi, per un tempo che al commissario parse eterno. Poi parlò, a bassa voce.
«Se lei vuole che io me la beva, me la bevo. Ma stia accorto, Montalbano. Quella è gente che non scherza. Capaci di tutto e poi, se l’hanno fatta grossa, scaricano la colpa sui loro colleghi deviati. Che non esistono. Sono sempre loro, per natura e costituzione, ad essere deviati».
Montalbano non seppe che dire. Il Questore cangiò argomento.
«Stasera lei viene a cena da me. Non sento ragioni. Mangerà quello che trova. Le devo assolutamente dire due cose. Non le dico qua, nel mio ufficio, perché acquisterebbero un sapore burocratico che non mi è gradito».
La giornata era bella, non passava manco una nuvola, eppure Montalbano ebbe l’impressione che un’ombra si fosse posata sul sole facendo di colpo diventare fridda la càmmara.
Sulla scrivania dell’ufficio c’era una lettera a lui indirizzata. Come sempre faceva, cercò di scoprirne la provenienza dal timbro d’annullo, ma non ci arriniscì, era indecifrabile. Raprì la busta, lesse.
Dottore Montalbano, lei personalmenti non mi conosci e io non conosci a lei com’è fatto. Mi chiamo Prestifilippo Arcangelo e sonno il socio di suo patre nell’azenda viniccola che ringrazziando il Signori va bene assai e ci frutta. Suo patre non parla mai di lei però o scoperto che nella sua casa teni tuttì i giornali che scrivono di lei e macari si lui lo vede quarche volta comparire in televisione si mette a piangire ma cerca di non farlo vidire.
Caro dottore, a mia non mi regge il cuore perché la notizzia che vengo a darle con questa mia non è bella. Da quanno la signora Giulia, la seconda mogliere di suo patre, si ne è acchianata in Cielo, quattro anni passati, il mio socio e amico non è stato più l’istisso. Doppo, l’anno scorso, principiò a sentirsi male, ci mancava il fiato bastava che acchianasse una scala e ci firriava la testa. Non voleva andari dal medico, non c’era verso. Accussì io, approfitanto che qui in paìsi era venuto mio jiglio che travaglia a Milano ed è medico bravo, lo portai in casa di suo patre. Mio figlio lo visitò e fece la voci grossa, voleva che suo Patre fosse arricoverato. Tanto fece e tanto disse che arriniscì ad accompagnare suo patre allo spitali prima di tornarsene a Milano. Doppo dieci giorni, che io ci andavo ogni sira a trovarlo, il medico mi disse che avevano fatto tutti gli esami e che suo patre era stato attaccato da quel male tirribile ai polmoni. E accussì è cominciato il tràsiri e il nèsciri di suo patre dallo spitali che gli facevano la cura che gli ha fatto perdiri tutti i capilli ma giovamento nenti di nenti. Lui mi ha spressamente proibbito di farle sapiri la cosa, ha detto che non voleva che lei si pigliasse pinzero. Però aieri a sira mi sono infornato col medico e lui mi ha deto che suo patre è oramà allo stremo, gli resta una misata, di giorno più o di giorno meno. E io maligrado la proibbizione asoluta di suo patre ho pinzato di farlo sapire a lei com’è che sta la cosa. Suo patre è arricoveratto alla clinica Porticelli, il nummaro di tilifono è 341234. Tiene il tilifono in càmmara. Ma forse è melio si lei lo viene a trovari di persona facento finta di non sapìri nenti della sua malatia. Il mio numero di tilifono lei ce l’ha diggià, è quelo dell’azenda viniccola dove travaglio tutto il santo giorno.
La saluto e mi dispiacce.
PRESTIFILIPPO ARCANGELO
Un leggero tremore alle mani lo fece faticare a rimettere la lettera dentro la busta e quindi infilarsela in tasca. Gli era calata addosso una profonda stanchezza che lo costrinse ad appoggiarsi, con gli occhi chiusi, allo schienale della seggia. Respirare gli diventò difficoltoso, la càmmara gli parse non avere più aria. Si susì a fatica, trasì nella càmmara di Augello.
«Che fu?» spiò Mimì appena lo taliò in faccia.
«Nenti. Senti, io ho da fare, cioè ho bisogno di starmene tanticchia in pace e da solo».
«Ti posso essere utile?».
«Sì. Occupati tu di tutto. Ci vediamo domani. Non mi fare chiamare a casa».
Passò dalla putìa di càlia e simenza, s’accattò un cartoccio consistente, principiò la sua caminata sul molo. Mille pensieri gli passavano per la testa, ma non arrinisciva a fermarne uno. Arrivato al faro non s’arrestò. C’era, proprio sotto il faro, uno scoglio grosso, scivoloso di lippo verde. Riuscì ad arrivarci rischiando ad ogni passo di cadere in mare, ci s’assittò sopra, cartoccio in mano. Ma non lo raprì, sentiva una specie di ondata acchianargli da qualche parte del corpo verso il petto e da lì salire ancora verso la gola, formando un groppo che l’assufficava, gli faceva mancare il fiato. Provava il bisogno, la necessità, di piangere, ma non gli veniva. Poi, nella confusione dei pensieri che gli traversavano il ciriveddro, alcune parole divennero di prepotenza più nitide, fino al punto di comporre un verso:
«Padre che muori tutti i giorni un poco...».
Cos’era? Una poesia? E di chi? Quando l’aveva letta? Ripeté il verso a mezza voce:
«Padre che muori tutti i giorni un poco...».
E finalmente dalla gola sino a quel momento chiusa, serrata, il grido gli niscì, ma più che un grido un alto lamento d’animale ferito al quale, immediate, fecero seguito le lacrime inarrestabili e liberatorie.
Quando, l’anno avanti, era stato ferito in uno scontro a fuoco e si trovava ricoverato in ospedale, Livia gli aveva riferito che suo padre telefonava tutti i giorni. Era venuto a trovarlo di persona una volta sola, quand’era in convalescenza. Quindi doveva già essere malato. A Montalbano era parso solo leggermente dimagrito, e basta. Era, invece, più elegante del solito, a vestirsi bene ci aveva tenuto sempre. In quell’occasione spiò al figlio se necessitava di qualche cosa: «Io posso» aveva detto.
Quand’era avvenuto il silenzioso allontanamento tra lui e suo padre? Era stato, questo Montalbano non poteva negarlo, un genitore sollecito e affettuoso. Aveva fatto di tutto perché la perdita della madre gli pesasse il meno possibile. Le fortunatamente poche volte in cui, da adolescente, era caduto malato, suo padre non era andato in ufficio per non lasciarlo solo. Che cos’era allora che non aveva funzionato? Forse c’era stata tra loro due una quasi totale mancanza di comunicazione, non riuscivano mai a trovare le parole giuste per esprimere vicendevolmente i loro sentimenti. Tante volte, da giovanissimo, Montalbano aveva pensato: «mio padre è un uomo chiuso». E probabilmente, ma lo capiva solo ora, assittato in cima a uno scoglio, suo padre aveva pensato la stessa cosa di lui. Ma aveva mostrato una grande delicatezza d’animo: per rimaritarsi, aveva aspettato che il figlio sì laureasse e vincesse il concorso. Però, quando suo padre si era portato in casa la nuova moglie, Montalbano ne era rimasto irragionevolmente offiso. Tra i due si era alzato un muro; dì vetro, certo, ma sempre muro. E così i loro incontri si erano progressivamente ridotti a una o due volte l’anno. Suo padre arrivava di solito con qualche cassetta di vini prodotti dalla sua azienda, si tratteneva mezza giornata e ripartiva. Montalbano trovava il vino ottimo e orgogliosamente l’offriva agli amici dicendo che l’aveva prodotto suo padre. Ma a lui, a suo padre, l’aveva mai detto che il vino era ottimo? Scavò nella memoria: mai. Così come suo padre raccoglieva i giornali che parlavano di lui o gli venivano le lacrime quando lo vedeva in televisione. Ma per la riuscita di qualche inchiesta con lui, di persona, non si era mai congratulato.
Stette sullo scoglio per più di due ore e quando si susì per tornare in paisi aveva pigliato la sua decisione. Non sarebbe andato a trovare suo padre. Vedendolo avrebbe certamente capito la gravità del suo male, sarebbe stato peggio. Del resto non sapeva quanto suo padre avrebbe gradito la sua presenza. Inoltre a Montalbano i moribondi facevano spavento e orrore: non era certo dì poter sopportare l’orrore e lo spavento di veder morire suo padre, sarebbe scappato via, al limite del collasso.
Arrivò a Marinella avendo ancora addosso una stanchezza aspra e pesante. Si spogliò, indossò il costume, entrò in mare. Natò fino a quando gli principiarono i crampi alle gambe. Tornò a casa e si rese conto che non era in condizioni d’andare a cena dal Questore.
«Pronto? Montalbano sono. Mi dispiace ma...».
«Non può venire?».
«No, sono mortificato».
«Lavoro?».
Perché non dirgli la verità?
«No, signor Questore. Ho ricevuto una lettera che riguarda mio padre. Mi scrivono che sta morendo».
Di subito il Questore non disse niente, il commissario lo sentì distintamente tirare un lungo respiro.
«Senta, Montalbano, se lei vuole andare a trovarlo, magari per un certo tempo, vada pure, non si preoccupi, io troverò il modo di sostituirla temporaneamente».
«No, non ci vado. La ringrazio».
Magari stavolta il Questore non parlò, certo le parole del commissario dovevano averlo colpito, ma siccome era persona d’educazione vecchia, non tornò sull’argomento.
«Montalbano, sono imbarazzato».
«La prego, non lo sia con me».
«Si ricorda che, a cena, le avrei dovuto dire due cose?».
«Certo».
«Gliele dico per telefono, anche se il modo, le ho detto, m’imbarazza. E forse non è nemmeno il momento più opportuno, ma temo che lei possa apprenderlo da altri, che so, dai giornali... Lei certamente non lo sa, ma io da quasi un anno avevo chiesto il collocamento a riposo».
«Oddio, non mi dica che...».
«Sì, me l’hanno accordato».
«Ma perché vuole andarsene?».
«Perché non mi trovo più in sintonia col mondo e perché mi sento stanco. Io quel gioco di scommesse sui risultati dei calcio lo chiamo Sìsal».
Il commissario non capì.
«Mi scusi, ma non ho afferrato».
«Lei come lo chiama?».
«Totocalcio».
«Vede? Qui sta la differenza. Qualche tempo fa un giornalista accusò Montanelli di vecchiaia e, tra le prove a sostegno, affermò che Montanelli quel gioco lo chiamava ancora Sisal, come trent’anni fa».
«Ma questo non significa niente! È solo una battuta!».
«Significa, Montalbano, significa. Significa inconsciamente ancorarsi al passato, non volere vedere, addirittura rìfiutare, certi cambiamenti. D’altra parte, mi mancava appena un anno per andare in pensione. A La Spezia ho ancora la casa dei miei genitori, la sto facendo rimettere a posto. Se ne avrà voglia, quando andrà a Genova a trovare la signorina Livia, potrà fare un salto da noi».