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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15419 字 更新时间:2026-6-22 23:14

A mano dritta c’era un pescivendolo con due clienti. Il commissario aspettò che fossero usciti e trasì a sua volta.

«Buongiorno, Lollo».

«Buongiorno, commissario. Ho àiole freschissime».

«Lollo, non sono qua per accattare pisci».

«Venne per il morto».

«Sì».

«Come morì Lapecora?».

«Una coltellata alle spalle».

Lollo lo taliò a bocca aperta.

«Lapecora ammazzato?!».

«Perché ti meravigli tanto?».

«E chi poteva volergli male al signor Lapecora? Un gran galantuomo era. Cose da pazzi».

«Tu stamattina lo vidisti?».

«Nonsi».

«A che ora hai aperto?».

«Alle sei e mezzo. Ah, ecco, all’angolo della strada ho incontrato la signora Antonietta, la moglie, che correva».

«Andava a prendere la corriera per Fiacca».

C’erano molte probabilità, concluse Montalbano, che Lapecora era stato ammazzato mentre stava pigliando l’ascensore per uscire da casa. Abitava al quarto piano.

Il dottor Pasquano si portò il morto a Montelusa per l’autopsia, Jacomuzzi perse ancora qualche tempo riempiendo tre sacchettini di plastica con un mozzicone di sigaretta, tanticchia di polvere e un minuscolo pezzetto di legno.

«Ti farò sapere».

Montalbano trasì nell’ascensore, fece ‘nzinga d’accomodarsi alla guardia giurata che per tutto il tempo non si era spostata di un centimetro. Cosentino parse esitare.

«Che ha?».

«C’è ancora il sangue sul pavimento».

«Ebbè? Stia attento a non sporcarsi le suole. Vuole farsi sei piani a piedi?».

Due

«S’accomodasse, s’accomodasse» fece festosa la signora Cosentino, una palla baffuta d’irresistibile simpatia.

Montalbano trasì in una càmmara di mangiare con salottino annesso. La signora si rivolse preoccupata al marito.

«Non ti sei potuto arriposare, Pepè».

«Il dovìri. Quanno è dovìri è dovìri».

«Lei è uscita stamattina, signora?».

«Non nescio mai prima che sia tornato Pepè».

«Conosce la signora Lapecora?».

«Sissi. Quanno ci troviamo che aspettiamo l’ascensori, ci mettiamo tanticchia a chiacchiariàri».

«Chiacchiariava pure col marito?».

«Nonsi. Non mi era simpatico. Brava pirsùna, non c’è che dire, ma non mi faceva sangue. Se mi permette un momento...».

Niscì. Montalbano si rivolse alla guardia giurata.

«Dov’è che presta servizio?».

«Al deposito del sale. Dalle otto di sira alle otto del matino».

«È stato lei a scoprire il cadavere, no?».

«Sissignore. Saranno state le otto e dieci al massimo, il deposito è a due passi. Chiamai l’ascensore...».

«Non era al pianoterra?».

«Non c’era. M’arricordo benissimo che lo chiamai».

«Lei naturalmente non sa a che piano era fermo».

«Ci ho pinsàto, commissario. Per il tempo che ci mise ad arrivare, per me era fermo al quinto piano. Credo d’aver fatto il calcolo giusto».

Non quatrava. Vestitosi di tutto punto, il signor Lapecora...

«A proposito, come faceva di nome?».

«Aurelio inteso Arelio».

... invece di scendere, era risalito di un piano. Il cappello grigio stava a dimostrare che doveva uscire per strada e non andare a trovare qualcuno nel palazzo.

«E poi che ha fatto?».

«Niente. Cioè, datosi che l’ascensore era arrivato, ho aperto la porta e ho visto il morto».

«L’ha toccato?».

«Babbiamo? Ci ho spirènzia, io, di queste cose».

«Come ha fatto a capire ch’era morto?».

«Ci lo dissi, ci ho spirènzia. Corsi dal fruttarolo e telefonai a voi. Doppo mi misi di guardia davanti all’ascensore».

Trasì la signora Cosentino con una tazza fumante.

«L’aggradisce tanticchia di cafè?».

Il commissario l’aggradì. Poi si susì per andarsene.

«Aspetti un attimo» fece la guardia giurata raprendo un cassetto e porgendogli un blocchetto e una biro.

«Datosi che deve pigliare appunti» spiegò alla taliàta interrogativa del commissario.

«E che siamo a scuola?» reagì Montalbano sgarbato.

Non sopportava i poliziotti che prendevano appunti. Quando ne vedeva uno che faceva accussì in televisione, cangiava canale.

Nell’appartamento allato ci stava la signora Gaetana Pinna, con le gambe a tronco d’albero. Appena la signora vide Montalbano l’aggredì.

«Ve lo portaste finalmente il morto?».

«Si, signora. Può usare l’ascensore. No, non chiuda. Le devo rivolgere qualche domanda».

«A mia?! Nenti ho da dire, io».

Si sentì una voce dall’interno, ma più che una voce una specie di rombo basso.

«Tanina! Non fare la vastasa! Fai trasìre il signore!».

Il commissario trasì nella solita càmmara pranzo-salotto. Seduto su una poltrona, in canottiera, un linzòlo sulle gambe, c’era un elefante, un omo di proporzioni gigantesche. I piedi nudi, fòra dal linzòlo, parevano zampe; macari il naso, lungo e pinzoliante, assomigliava a una proboscide.

«S’assittasse» fece l’omo, che aveva evidentemente voglia di parlare, indicando una seggia. «A mia, quanno me’ mogliere fa la scorbutica, mi viene gana di... di...».

«... barrire?» scappò detto a Montalbano.

L’altro fortunatamente non capì.

«...di spaccarle la testa. Mi dica».

«Lei conosceva il signor Aurelio Lapecora?».

«Io non accanuscio nisciuno in questo casamento. Ci abito da cinque anni e non accanuscio manco un cane. Da cinque anni non arrivo manco al pianerottolo. Non posso cataminàre le gambe, mi costa fatica. Qua sopra, dato che nell’ascensore non ci trasivo, mi ci acchianarono quattro scaricatori di porto. M’imbracarono, come si fa con i pianoforti».

Rise, una sorta di rotolio di tuoni.

«Lo conoscevo io, il signor Lapecora» intervenne la mogliere. «Era un omo ‘ntipatico. A salutare una pirsùna ci veniva la suffirenzia».

«Lei, signora, com’ha saputo ch’era morto?».

«Comu lo seppi? Dovevo nèsciri per la spisa e chiamai l’ascensore. Nenti, non veniva. Mi feci persuasa che quarchiduno aveva lasciato la porta aperta, come spissu càpita con questi vastasazzi che abitano nel casamento. Scinnii a pedi e vitti la guardia giurata che faceva la guardia al catafero. E, fatta la spisa, ho dovuto acchianare la scala a pedi, che ancora mi manca il sciàto».

«E menu mali, accussì parli di meno» fece l’elefante.

«Fam. Cristofoletti» c’era scritto sulla porta del terzo appartamento, ma ebbe voglia il commissario a tuppiàre, nessuno venne ad aprire. Tornò a bussare a casa Cosentino.

«Mi dica, commissario».

«Sa se la famiglia Cristofoletti...».

La guardia giurata si diede una gran manata sulla fronte. «Me lo scordai a dirglielo! Datosi questo fatto del morto, mi scappò di mente. I signori Cristofoletti sono tutti e due a Montelusa. Lei, la signora Romilda, è stata operata, cose di fìmmine. Domani dovrebbero essere di ritorno».

«Grazie».

«Di niente».

Fece due passi nel pianerottolo, tornò indietro, rituppiò. «Mi dica, commissario».

«Lei, prima, mi ha detto che aveva esperienza di morti. Come mai?».

«Ho fatto l’infirmere per qualche anno».

«Grazie».

«Di niente».

Scese al quinto piano, quello dove, secondo la guardia giurata, stava fermo l’ascensore con Aurelio Lapecora già ammazzato. Era salito per incontrarsi con qualcuno e questo qualcuno l’aveva accoltellato?

«Mi scusi, signora, sono il commissario Montalbano».

La giovane signora ch’era venuta ad aprire, trentina, molto bella ma trasandata, ariata complice, si mise l’indice sulle labbra a intimare silenzio.

Montalbano si squietò. Che significava quel gesto? Mannaggia alla sua abitudine di andare in giro disarmato! Cautamente la giovane si scostò dalla porta e il commissario trasì, quartiandosi e taliandosi attorno, in un piccolo studio pieno di libri.

«Per favore, parli a voce bassissima, se il bambino si sveglia è la fine, non possiamo discorrere, piange come un disperato».

Montalbano tirò un sospiro di sollievo.

«Signora, lei sa tutto, vero?».

«Sì, me l’ha detto la signora Gullotta che abita nell’appartamento allato» fece la signora soffiandogli le parole nell’orecchio. Il commissario trovò la situazione molto eccitante.

«Lei quindi non ha visto stamattina il signor Lapecora?».

«Non sono ancora uscita da casa».

«Suo marito dov’è?».

«A Fela. Insegna al ginnasio. Parte in macchina alle sei e un quarto spaccate».

Si dispiacque per la brevità dell’incontro: più la taliava e più la signora Gulisano - così faceva il cognome sulla targhetta - gli piaceva. Femminilmente, la giovane l’intuì. Sorrise.

«Le posso offrire una tazza di caffè?».

«L’accetto volentieri» fece Montalbano.

Il bambino che gli venne ad aprire, nell’appartamento accanto, poteva al massimo avere quattro anni ed era torvamente strabico.

«Chi sei, straniero?» spiò.

«Sono un poliziotto» disse Montalbano sorridendo e sforzandosi al gioco.

«Non mi piglierai vivo» fece il bambino. E gli sparò con una pistola ad acqua centrandolo in piena fronte.

La colluttazione che seguì fu breve e, mentre il bambino disarmato principiava a piangere, Montalbano, con la freddezza di un killer, gli sparò in faccia, assuppandolo d’acqua.

«Che successe? Chi è?».

La mamma dell’angioletto, la signora Gullotta, non aveva niente da spartire con la mammina della porta allato. Come primo provvedimento, la signora schiaffeggiò con forza il figlio poi pigliò la pistola che il commissario aveva lasciato cadere a terra e la scaraventò fòra dalla finestra.

«Accussì finisce sta gran camurrìa!».

Facendo urla strazianti, il bambino se ne scappò in un’altra càmmara.

«Colpa di suo padre che gli accatta questi giocattoli! Lui se ne sta fòra di casa tutto il giorno, se ne fotte, e a quel diavolo ci devo abbadare io! Lei che vuole?».

«Sono il commissario Montalbano. Per caso stamattina il signor Lapecora è salito da voi?».

«Lapecora? Da noi? E che doveva venirci a fare?».

«Me lo dica lei».

«Io a Lapecora lo conoscevo sì, ma così, bongiorno e bonasira, mai una parola di più».

«Forse suo marito...».

«Mio marito non ci parlava con Lapecora. E poi, quando avrebbe potuto farlo? Quello se ne sta fòra di casa e se ne fotte».

«Dov’è suo marito?».

«Come vede, fòra di casa».

«Sì, ma dove travaglia?».

«Al porto. Al mercato del pisci. Si susì alle quattro e mezzo di matina e torna alle otto di sira. E beatu chi lo vede».

Comprensiva, la signora Gullotta.

Sulla porta del terzo e ultimo appartamento del quinto piano c’era scritto «Piccirillo». La fìmmina che venne ad aprire, una cinquantina distinta, era chiaramente agitata, nirbùsa.

«Lei che vuole?».

«Sono il commissario Montalbano».

La donna distolse lo sguardo.

«Niente sappiamo».

Di colpo, Montalbano sentì feto d’abbrusciato. Era per questa fìmmina che Lapecora era risalito di un piano?

«Mi faccia entrare. Devo lo stesso rivolgerle qualche domanda».

La signora Piccirillo gli fece largo con malaccrianza, l’introdusse in un salottino piacevole.

«Suo marito è in casa?».

«Sono vedova. Vivo con mia figlia Luigina che è schetta, non è maritata».

«Se è in casa, la faccia venire».

«Luigina!».

Apparve una ragazza poco più che ventenne, in jeans. Carina, ma pallidissima, letteralmente terrorizzata.

Il feto d’abbrusciato si fece ancora più forte e il commissario decise d’attaccare alla brutta.

«Stamattina Lapecora è venuto a trovarvi. Che voleva?».

«No!» fece Luigina quasi gridando.

«Glielo giuro!» proclamò la madre.

«Che rapporti avevate con il signor Lapecora?».

«Lo conoscevamo di vista» disse la signora Piccirillo.

«Non abbiamo fatto niente di male» piagnucolò Luigina.

«Sentitemi bene: se non avete fatto niente di male, non dovete avere scanto o timore. C’è un testimone che afferma che il signor Lapecora era al quinto piano quando...».

«Ma perché se la piglia con noi? In questo pianerottolo ci abitano altre due famiglie che...».

«Basta!» scattò Luigina in preda ad un attacco isterico. «Basta, mamà! Digli tutto! Diglielo!».

«E va bene. Stamattina mia figlia, che doveva andare presto dal parrucchiere, chiamò l’ascensore che arrivò subito. Doveva essere fermo al piano di sotto, al quarto».

«A che ora?».

«Le otto, le otto e cinque. Raprì la porta, vide il signor Lapecora assittato ‘n terra. Io, che l’avevo accompagnata, taliai dentro l’ascensore e quello mi parse ‘mbriaco. Aveva una bottiglia di vino ancora da scolarsi e poi... pareva che si fosse fatto il bisogno addosso. Mia figlia ne provò schifo. Richiuse la porta dell’ascensore e fece per scendere a piedi. In quel momento l’ascensore si mise in moto, l’avevano chiamato da giù. Mia figlia è dilicata di stomaco, quella vista ci aveva fatto venire a tutte e due lo sconcerto. Luigina trasì in casa per darsi una rinfrescata e macari io. Non erano passati manco cinque minuti che la signora Gullotta venne a dirci che il pòviro signor Lapecora non era ‘mbriaco, ma morto! Questo è quanto».

«No» fece Montalbano. «Questo non è quanto».

«Che viene a dire? La verità le dissi!» fece irritata e offisa la signora Piccirillo.

«La verità è leggermente diversa e più sgradevole. Voi due avete immediatamente capito che quell’uomo era morto. Ma non avete detto niente, avete fatto finta di non averlo manco visto. Perché?».

«Non volevamo andare a finire sulla bocca di tutti» ammise disfatta la signora Piccirillo. Di subito però ebbe uno scatto d’energia, gridò istericamente:

«Siamo persone perbene, noi!».

E quelle due persone perbene avevano lasciato che il cadavere venisse scoperto da qualcun altro, magari meno perbene? E se Lapecora agonizzava? Se ne erano fottute di lui per salvare... Che? Che cosa? Uscendo, sbatté la porta e si trovò davanti Fazio che era venuto a tenergli compagnia.

«Sono qua, commissario. Se ha bisogno...».

Gli lampò un’idea.

«Sì, ho bisogno. Tuppìa a quella porta, ci sono due fìmmine, madre e figlia. Omissione di soccorso. Portale in ufficio, facendo il più grosso scarmazzo possibile. Tutti, nel palazzo, devono credere che le abbiamo arrestate. Poi, quando arrivo io, le rimettiamo in libertà».

Il ragionier Culicchia, che abitava nel primo appartamento del quarto piano, appena ebbe aperto la porta diede una spinta al commissario e l’allontanò.

«Mia mogliere non deve sentirci» fece accostando l’anta.

«Sono il commissario...».

«Lo so, lo so. Mi riportò la bottiglia?».

«Quale bottiglia?» spiò Montalbano strammato, taliando il settantino segaligno che aveva un’aria cospirativa.

«Quella che era vicino al morto, la bottiglia di Corvo bianco».

«Non era del signor Lapecora?».

«Ca quale! È mia!».

«Scusi, non ho capito bene, si spieghi meglio».

«Stamattina sono nisciuto per fare la spisa e quanno sono tornato, ho aperto l’ascensore. Dintra c’era Lapecora, morto. L’ho capito subito, io».

«Lei l’ascensore l’ha chiamato?».

«E pirchì? Era già al pianoterra».

«E che ha fatto?».

«Che dovevo fare, figlio mio? Io ho la gamba mancina e il braccio destro offisi. Mi spararono gli americani. Avevo quattro pacchi per mano, mi potevo fare tutte quelle scale a piedi?».

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