«E quand’è che...».
«Che andrò via? Che giorno è oggi?».
«Dodici maggio».
«Ufficialmente lascerò l’incarico il dieci agosto».
Il Questore si schiarì la voce e il commissario capì che ora veniva la seconda cosa, forse più difficile a dirsi.
«Circa l’altra faccenda...».
Esitava, era chiaro. Montalbano gli andò in soccorso.
«Peggio di quella che m’ha detto or ora non ce ne può essere un’altra».
«Riguarda la sua promozione».
«No!».
«Mi ascolti, Montalbano. La sua posizione non è più difendibile; ci metta anche che, avendo ottenuto il collocamento a riposo, sono, come dire, contrattualmente debole. Devo proporla e non ci saranno ostacoli».
«Sarò trasferito?».
«Al novantanove per cento. Consideri che, se io non lo proponessi per la nomina, con tutti i successi che ha conseguito, il fatto potrebbe essere interpretato dal Ministero negativamente e magari finirebbero col trasferirla comunque e senza promozione. Non le fa comodo un aumento?».
Il ciriveddro del commissario girava a pieno vapore, fumava, per trovare una possibile soluzione. Ne intravide una, ci si buttò.
«E se io da questo momento non arrestassi più nessuno?».
«Non capisco».
«Dico: e se mi metto a fare finta di non risolvere più niente, se non indago come dovrei, se mi lascio scappare...».
«... cretinate, si sta lasciando scappare idiozie. Io non capisco, ma ogni volta che le parlo di promozione, lei, di colpo, regredisce, si mette a ragionare come un bambino».
Fece passare un’altra orata tambasiando casa casa, rimettendo a posto i libri, spolverando i vetri che coprivano le cinque incisioni che possedeva, cosa che Adelina non faceva mai. Non addrumò la televisione. Taliò il ralogio, si erano fatte quasi le dieci di sira. Si mise in macchina e andò a Montelusa. Nei tre cinema facevano Le affinità elettive dei fratelli Taviani, Io ballo da sola di Bertolucci e In viaggio con Pippo. Non ebbe la minima esitazione, scelse i cartoni animati. La sala era vacante. Tornò indietro, da quello che aveva staccato il biglietto.
«Ma non c’è nessuno!».
«C’è lei. Che vuole, compagnia? È tardi, a quest’ora i picciliddrì sono andati a dormìri. È rimasto solo lei vigliante».
Si divertì tanto che a un certo momento si trovò a ridere nella sala vuota.
Arriva un momento - pinsò - nel quale t’adduni, t’accorgi che la tua vita è cangiata. Ma quando è successo? - ti domandi. E non trovi risposta, fatti impercettibili si sono accumulati fino a determinare la svolta, O macari fatti ben visibili, di cui però non ha calcolato la portata, le conseguenze. Spii e rispii, ma la risposta a quel «quando» non la sai trovare. Come se avesse importanza, poi! Lui, Montalbano, no, a quella domanda avrebbe saputo rispondere con precisione. Fu esattamente il dodici di maggio che la mia vita cangiò, avrebbe detto.
Allato alla porta d’ingresso della villetta, Montalbano aveva fatto mettere un lampioncino che si addrumava automaticamente quando veniva la notte. Fu a quella luce che, dalla provinciale, vide una macchina ferma nello spiazzetto davanti la casa. Imboccò il viottolo che portava alla villetta, fermò a pochi centimetri dall’altra auto. Era, come s’aspettava, una BMW grigio metallizzata. Il numero di targa faceva AM 237 GW. Però non si vedeva anima viva, l’uomo che l’aveva portata s’era certamente ammucciato nei paraggi. Montalbano decise che la meglio era di fare l’indifferente. Scinnì dalla macchina fischiettando, richiuse la portiera e allora vide uno che l’aspettava. Non l’aveva notato prima perché l’omo era in piedi, dall’altra parte dell’auto, ma era talmente corto di statura che non arrivava a superare il tettuccio. Praticamente un nano, o poco più. Correttamente vestito, occhialini d’oro.
«S’è fatto aspettare» fece l’ometto venendo avanti.
Montalbano, con le chiavi in mano, si mosse verso la porta. Il quasi nano s’interpose agitando una sorta di tesserino.
«Ecco i miei documenti» disse.
Il commissario scostò la manuzza che teneva il tesserino, raprì la porta, trasì. L’altro lo seguì.
«Sono il colonnello Lohengrin Pera» fece il soprammobile.
Il commissario si fermò di colpo come se gli avessero premuto il ferro tra le scapole. Si voltò adascio, squatrò il colonnello. I genitori dovevano avergli dato quel nome per risarcirlo in qualche modo della statura e del cognome. Montalbano rimase affascinato dalle scarpuzze del colonnello, doveva certamente farsele fare su misura, non rientravano nemmeno nelle scarpe da «sottouomo», come le chiamavano i calzolai. Eppure l’avevano arrollato e quindi, sia pure a stento, doveva avere l’altezza necessaria. Ma gli occhi, dietro le lenti, erano vivi, attenti, pericolosi. Montalbano ebbe la certezza d’avere davanti la mente dell’operazione Moussa. Andò in cucina, sempre seguito dal colonnello, mise a scaldare al forno le triglie al sugo che Adelina gli aveva preparato, si mise a conzare la tavola, senza mai raprire la bocca. Sul tavolo c’era un libro di settecento pagine che aveva accattato su una bancarella e che non aveva mai aperto, l’aveva incuriosito il titolo: Metafisica dell’essere parziale. Lo pigliò, si susì sulla punta dei piedi, lo mise nella scaffalatura e spinse il pulsante della telecamera. Come obbedendo a un ciack, il colonnello Lohengrin Pera s’assittò nella seggia giusta.
Diciotto
Montalbano ci mise mezz’ora bona a mangiarsi le triglie, sia perché se le voleva gustare come meritavano sia per dare l’impressione al colonnello che di quello che avrebbe potuto dirgli altamente se ne catastrafotteva. Non gli offrì manco un bicchiere di vino, faceva come se fosse solo, tanto che una volta arruttò forte. Da parte sua Lohengrin Pera, assittatosi, non si cataminò più, limitandosi a taliàre fisso il commissario con gli occhietti viperigni. Fu solo dopo che Moritalbano s’ebbe bevuta una tazzina di cafè che il colonnello attaccò a parlare.
«Certamente ha capito perché sono venuto a trovarla».
Il commissario si susì, andò in cucina, posò la tazzina sul lavello, tornò.
«Sto giocando a carte scoperte» prosegui solo allora il colonnello «forse con lei è il modo migliore. Perciò ho voluto usare quella macchina di cui lei, per ben due volte, ha domandato di conoscere i dati d’appartenenza».
Tirò fòra dalla sacchetta due fogli che Montalbano raccanoscì come i fax che aveva mandato alla Motorizzazione.
«Solo che lei la proprietà di quella macchina la conosceva già, sicuramente il suo Questore deve averle detto che si trattava di un numero di targa blindato. E allora, se ha mandato lo stesso questi fax, vuol dire che essi intendevano significare altro che una semplice richiesta d’informazioni, sia pure incauta. Mi sono perciò convinto, mi corregga se sbaglio, che lei desiderava, per motivi suoi, che noi si uscisse allo scoperto. Ed eccomi qua, l’abbiamo accontentata».
«Mi permette un momento?» spiò Montalbano.
Senza aspettare risposta, si susì, niscì, andò in cucina, tornò con un piatto sul quale c’era un enorme pezzo di gelato duro di cassata siciliana. Il colonnello si dispose con santa pacienza ad attendere la fine della mangiata del gelato.
«Continui pure» fece cortese il commissario. «Così non posso mangiarmelo, devo aspettare che si squagli tanticchia».
«Prima d’andare oltre» ripigliò il colonnello che evidentemente i nervi doveva averli a posto «mi permetta una precisazione. Nel suo secondo fax lei accenna all’omicidio di una donna di nome Aisha. Con quella morte noi non c’entriamo per niente. Si è trattato certamente di una disgrazia. Se c’era la necessità d’eliminarla, l’avremmo fatto subito».
«Non ne dubito. E l’avevo capito benissimo».
«E allora perché nel suo fax ha scritto diversamente?».
«Per metterci il carrico da undici».
«Già. Lei ha letto gli scritti e i discorsi di Mussolini?».
«Non sono tra le mie letture preferite».
«In uno dei suoi ultimi scritti, Mussolini afferma che il popolo va trattato come l’asino, con il bastone e la carota».
«Sempre originale, Mussolini! La sa una cosa?».
«Mi dica».
«La stessa frase la diceva mio nonno, ch’era viddrano, contadino, ma lui, non essendo Mussolini, si riferiva solamente allo scecco, all’asino».
«Posso, continuare nella metafora?».
«Per carità!»,
«I suoi fax, l’avere convinto il suo collega Valente di Mazàra a interrogare il comandante del peschereccio e il capo di Gabinetto del Prefetto, questi e altri fatti sono stati i suoi colpi di bastone per stanarci».
«E la carota dov’è?».
«Consiste nelle sue dichiarazioni durante la conferenza stampa dopo l’arresto della signora Lapecora per l’omicidio del marito. Lì sì che poteva tirarci dentro di forza, per i capelli, invece non l’ha voluto fare, ha accuratamente circoscritto quel delitto entro i confini della gelosia e dell’avidità. Ma era una carota minacciosa, essa diceva...».
«Colonnello, le consiglio di lasciar perdere la metafora, siamo arrivati alla carota parlante».
«D’accordo. Lei, con quella conferenza stampa, ha voluto farci sapere d’essere in possesso d’altri elementi che al momento però non voleva tirare fuori. È così?».
Il commissario allungò un cucchiaino verso il gelato, lo riempì, se lo portò alla bocca.
«È ancora duro» comunicò a Lohengrin Pera.
«Lei è scoraggiante» commentò il colonnello, ma proseguì. «Tanto per continuare a mettere le carte in tavola, mi vuol dire tutto quello che sa della faccenda?».
«Quale faccenda?».
«L’uccisione di Ahmed Moussa».
C’era riuscito a fargli dire apertamente quel nome, debitamente registrato dal nastro della telecamera.
«No».
«E perché?».
«Perché adoro la sua voce, sentirla parlare».
«Posso avere un bicchiere d’acqua?».
All’apparenza, Lohengrin Pera era perfettamente calmo e controllato, ma certamente dintra stava arrivando al punto di bollitura. La domanda dell’acqua ne era un chiaro signale.
«Vada a pigliarsela in cucina».
Mentre il colonnello trafichiàva col bicchiere e il cannolo, Montalbano, che lo vidiva di spalle, notò un rigonfio sotto la giacchetta, all’altezza della natica di destra. Vuoi vidìri che il nano era armato di un pistolone due volte più granni di lui? Decise di stare accorto e avvicinò a sé un coltello affilatissimo che gli serviva per tagliare il pane.
«Sarò esplicito e breve» preluse Lohengrin Pera assittandosi e asciucandosi le labbra con un fazzolettino, un francobollo, ricamato. «Poco più di due anni orsono, i nostri colleghi di Tunisi ci proposero di collaborare ad una delicata operazione tendente alla neutralizzazione di un pericoloso terrorista il cui nome lei se l’è fatto ripetere or ora».
«Mi perdoni» fece Montalbano «ma io ho uno scarso vocabolario. Per neutralizzare lei intende eliminazione fisica?».
«La chiami come vuole. Ci consultammo naturalmente con i nostri superiori e ci venne ordinato di non collaborare. Senonché, nemmeno un mese dopo, ci venimmo a trovare nella spiacevolissima situazione dì dover essere noi a domandare un aiuto ai nostri amici di Tunisi».
«Che coincidenza!» esclamò Montalbano.
«Già. Loro, senza discutere, ci diedero l’aiuto richiesto e così noi ci trovammo ad avere un debito morale...».
«No!» gridò Montalbano.
Lohengrin Pera sobbalzò.
«Che c’è?».
«Ha detto: morale» fece Montalbano.
«Come vuole, diciamo solamente un debito, senza aggettivi, le va bene così? Mi scusi, prima di proseguire, devo fare una telefonata, me ne stavo dimenticando».
«Prego» fece il commissario indicandogli il telefono.
«Grazie. Ho il cellulare».
Lohengrin Pera non era armato, il rigonfio sulla natica lo faceva un telefonino. Compose il numero in modo che Montalbano non lo potesse leggere.
«Pronto? Sono Pera. Tutto bene, stiamo parlando».
Spense il cellulare, lo lasciò sul tavolo.
«I nostri colleghi di Tunisi avevano scoperto che da anni la sorella prediletta di Ahmed, Karima, abitava in Sicilia e che, per il suo lavoro, godeva di un vasto giro di conoscenze».
«Vasto no» lo corresse Montalbano «scelto sì. Era una puttana rispettosa, dava affiamento».
«Il braccio destro di Ahmed, Fahrid, propose al suo capo d’aprire una base operativa in Sicilia servendosi proprio di Karima. Ahmed si fidava abbastanza di Fahrid, ignorando del tutto che il suo braccio destro era stato comprato dai Servizi tunisini. Agevolato discretamente da noi, Fahrid arrivò e prese contatto con Karima, la quale, dopo un’accurata cernita dei suoi clienti, scelse Lapecora. Forse con la minaccia di rivelare la loro relazione alla moglie, Karima costrinse Lapecora a ripristinare la vecchia ditta d’importazione e d’esportazione, che si rivelò un’ottima copertura. Fahrid poteva comunicare con Ahmed scrivendo lettere commerciali in codice a una fantomatica ditta di Tunisi. A proposito, lei nella conferenza stampa ha detto che a un certo momento Lapecora scrìsse anonimamente alla moglie denunziando la tresca. Perché?».
«Perchè aveva nasato il losco che c’era in tutta la facenna».
«Pensa che abbia sospettato la verità?».
«Ma no! Al massimo, avrà pensato a un traffico di droga. Se scopriva che era al centro d’un intrigo internazionale, sarebbe morto sul colpo».
«Lo credo anch’io. Per qualche tempo, il nostro compito fu quello di arginare le impazienze tunisine, ma noi volevamo essere certi che, una volta l’amo in acqua, il pesce avrebbe abboccato».
«Mi scusi, ma chi era il giovane biondo che ogni tanto si vedeva in giro con Fahrid?».
Il colonnello lo taliò ammirativo.
«Sa anche questo? Un nostro uomo che di tanto in tanto andava a controllare come procedevano le cose».
«E dato che c’era, si fotteva Karima».
«Cose che capitano. Finalmente Fahrid convinse Ahmed a venire in Italia facendogli balenare la possibilità di trattare un grosso carico d’armi. Sempre con la nostra invisibile protezione, Ahmed Moussa arrivò a Mazàra, seguendo le istruzioni di Fahrid. Il comandante del peschereccio, su pressioni del capo di Gabinetto del Prefetto, accondiscese ad imbarcare Ahmed, dato che l’incontro tra questi e il fantomatico trafficante d’armi doveva avvenire in alto mare. Ahmed Moussa cadde nella rete senza il minimo sospetto, accese persino una sigaretta, come gli era stato detto di fare perché l’individuazione riuscisse meglio. Ma il commendator Spadaccia, il capo di Gabinetto, aveva commesso un grosso errore».
«Non aveva avvertito il comandante che non di un incontro clandestino si trattava, ma di un agguato» fece Montalbano.
«Possiamo anche dire così. Il comandante, come gli era stato detto di fare, buttò in acqua i documenti dì Ahmed e divise con l’equipaggio i settanta milioni che quello aveva in tasca. Poi, invece di tornare a Mazàra, cambiò rotta, temeva di noi».
«Cioè?».
«Vede, noi avevamo allontanato le nostre motovedette dal luogo dell’azione e questo il comandante lo sapeva. Se tanto mi dà tanto, avrà pensato, è possibile, che sulla rotta del ritorno trovi qualcosa, un siluro, una mina, una motovedetta stessa che, affondandomi, faccia sparire le tracce dell’operazione. Per questo venne a Vigàta, imbrogliò le carte».