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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15583 字 更新时间:2026-6-22 23:14

«Aveva visto giusto?».

«In che senso?».

«C’era qualcuno o qualcosa ad aspettare il peschereccio?».

«Via, Montalbano! Avremmo fatto una strage inutile!».

«Voi fate solo le stragi utili, vero? E come pensate d’ottenere il silenzio dell’equipaggio?».

«Col bastone e la carota, per citare nuovamente un autore che non le è gradito. Ad ogni modo, tutto quello che c’era da dire, l’ho detto».

«Eh no» disse Montalbano.

«Che significa no?».

«Significa che non è tutto. Lei, abilmente, m’ha portato in alto mare, ma io non mi scordo di quelli che sono rimasti a terra. Per esempio, Fahrid. Questi, da qualche suo informatore, apprende che Ahmed è stato ammazzato, ma il peschereccio, inspiegabilmente per lui, è attraccato a Vigàta. La cosa lo turba. Ad ogni modo, deve procedere alla seconda parte del compito assegnatogli. Cioè neutralizzare, come dice lei, Lapecora. Arrivato al portone della casa dì questi, apprende, con stupore e inquietudine, che qualcun altro l’aveva preceduto. Allora s’appagna».

«Prego?».

«Si spaventa, non capisce più niente. Come il comandante del peschereccio, teme che dietro ci siate voi. Avete cominciato, secondo lui, a togliere dalla circolazione tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono implicati nella storia. Forse, per un attimo, lo sfiora il dubbio che a far fuori Lapecora sia stata Karima. Non so se lo sa, ma Karima, per ordine di Fahrid, aveva costretto Lapecora a nasconderla in casa, Fahrid non voleva che, in quelle ore decisive, Lapecora facesse qualche alzata d’ingegno. Fahrid però ignorava che Karima, svolta la sua missione, se n’era già tornata a casa. Ad ogni modo, a un certo momento di quella mattinata, Fahrid s’incontrò con Karima e i due dovettero avere una violenta discussione, nel corso della quale l’uomo le rivelò l’uccisione del fratello. Karima tentò la fuga. Non le riuscì e venne assassinata. Del resto, doveva esserlo comunque, alla scordatina, passato qualche tempo».

«Come avevo intuìto» disse Lohengrin Pera «Lei ha capito tutto. Ora la prego di riflettere: lei, come me, è un fedele e devoto servitore del nostro Stato. Ebbene...».

«Se lo metta in culo» fece piano Montalbano.

«Non ho capito»,

«Ripeto: il nostro Stato comune, se lo metta in culo. Io e lei abbiamo concezioni diametralmente opposte su che cosa significhi essere servitori dello Stato, praticamente serviamo due stati diversi. Quindi lei è pregato di non accomunare il suo lavoro al mio».

«Montalbano, adesso si mette a fare il don Chisciotte? Ogni comunità ha bisogno che qualcuno lavi i cessi. Ma questo non significa che chi lava i cessi non appartenga alla comunità»,

Montalbano sentiva la raggia crescergli, una parola in più sarebbe stata di sicuro sbagliata. Allungò una mano, avvicinò il piatto del gelato, cominciò a mangiare. Oramai Lohengrin Pera ci aveva fatto l’abitudine e, quando Montalbano principiò ad assaggiare il gelato, non raprì bocca.

«Karima è stata ammazzata, me lo conferma?» spiò Montalbano dopo qualche cucchiaiata.

«Purtroppo sì. Fahrid ha temuto che...».

«Non m’interessa il perché. M’interessa solo che è stata ammazzata su delega di un fedele servitore dello Stato come lei. Lei questo caso specifico come lo chiama, neutralizzazione o omicidio?».

«Montalbano, non si può col metro della morale comune...».

«Colonnello, l’ho già avvertita: in mia presenza non usi la parola morale».

«Volevo dire che certe volte la ragione di Stato...».

«Basta così» fece Montalbano che s’era sbafato il gelato con quattro cucchiaiate arraggiate. Poi, di colpo, si batté la fronte con una mano.

«Ma che ore sono?».

Il colonnello taliò il suo ralogio da polso, nico e prizioso, pareva il giocattolo di un picciliddro.

«Abbiamo fatto le due».

«Come mai Fazio non è ancora arrivato?» spiò Montalbano a se stesso fingendosi preoccupato. E aggiunse:

«Devo fare una telefonata».

Si susì, andò al telefono che era sulla scrivania, a due metri di distanza, parlò ad alta voce in modo che Lohengrin Pera sentisse tutto.

«Pronto, Fazio? Montalbano sono».

Fazio faticò a parlare, era impastato di sonno.

«Dottore che fu?».

«Ma come, ti scordasti di quell’arresto?».

«Quale arresto?» fece Fazio pigliato dai turchi.

«L’arresto di Simone Fileccia».

Simone Fileccia era stato arrestato il giorno avanti proprio da Fazio. E difatti Fazio capì subito.

«Che devo fare?».

«Vieni da me, mi carichi e andiamo ad arrestarlo».

«Piglio la mia macchina?».

«No, meglio una nostra».

«Vengo subito».

«Aspetta».

Il commissario coprì con una mano il ricevitore, si rivolse al colonnello.

«Per quanto ne abbiamo ancora?».

«Dipende da lei» disse Lohengrin Pera.

«Diciamo che arrivi da me tra una ventina di minuti» fece il commissario a Fazio «non prima. Devo finire una parlata con un amico».

Riagganciò, s’assittò. Il colonnello sorrise.

«Se abbiamo così poco tempo, mi dica subito qual è il suo prezzo. E non s’offenda per l’espressione».

«Costo poco, pochissimo» disse Montalbano.

«Ascolto».

«Due cose soltanto. Voglio che entro una settimana venga ritrovato il cadavere di Karima, ma in modo che sia inequivocabilmente identificabile».

Una mazzata in testa avrebbe fatto meno effetto a Lohengrin Pera. Raprì e chiudì la boccuccia, s’afferrò con le manuzze ai bordi del tavolo come se temesse di cadìri dalla seggia.

«Perché?» arriniscì ad articolare con la voce di un baco da seta.

«Cazzi miei» fu la robusta e lapidaria risposta.

Il colonnello scosse la testuzza da sinistra a destra e viceversa, pareva un pupo a molla.

«Non è possibile».

«Perché».

«Non sappiamo dov’è stata... sepolta».

«E chi lo sa?».

«Fahrid».

«Fahrid è stato neutralizzato? Lo sa che questa parola mi è piaciuta?».

«No, ma è tornato in Tunisia».

«Allora non c’è problema. Si metta in contatto con i suoi compagnucci di Tunisi».

«No» fece fermamente il nano. «Ormai la partita è chiusa. Non abbiamo nessuna convenienza a riaprirla col ritrovamento di un cadavere. No, non è possibile. Chieda quello che vuole, ma questo non possiamo concederglielo. A parte che non ne vedo lo scopo».

«Pazienza» fece Montalbano susendosi. Automaticamente, Lohengrin Pera si susi. macari lui. Ma non era tipo che s’arrendeva facilmente.

«Così, tanto per curiosità, mi vuol far conoscere la sua seconda richiesta?».

«Certo. Il Questore di Vigàta ha avanzato la proposta della mia promozione a vicequestore...».

«Non avremo nessuna difficoltà a farla accettare» fece sollevato il colonnello.

«E a farla rifiutare?».

Montalbano sentì, distintamente, il rumore del mondo di Lohengrin Pera che si frantumava e ricadeva a pezzi sopra di lui e vide che il colonnello s’era ingobbito, come chi vuole scansarsi da un’esplosione improvvisa.

«Lei è totalmente pazzo» mormorò sinceramente spaventato il colonnello.

«Se ne accorge ora?».

«Senta, lei faccia quello che vuole, ma io non posso accedere alla sua richiesta di far ritrovare il cadavere. Assolutamente».

«Vogliamo vedere com’è venuta la registrazione?» spiò Montalbano gentile.

«Quale registrazione?» fece Lohengrin Pera strammato.

Montalbano andò alla scaffalatura dei libri, si sollevò sulla punta dei piedi, pigliò la telecamera, la mostrò al colonnello.

«Cristo!» fece questi, crollando su una seggia. Stava sudando.

«Montalbano, nel suo stesso interesse, la scongiuro...».

Ma serpe era e da serpe si comportò. Mentre pareva stesse supplicando il commissario a non commettere una minchiata, la sua mano lentamente s’era mossa, ora era a tiro del cellulare. Conscio del fatto che da solo non ce l’avrebbe mai fatta, voleva chiamare rinforzi. Montalbano lo lasciò avvicinare a un centimetro dal telefonino, poi scattò. Con una mano fece volare via il cellulare dal tavolo, con l’altra colpì violentemente la faccia del colonnello. Lohengrin Pera volò attraverso tutta la stanza, sbatté di schiena contro la parete opposta, scivolò a terra. Montalbano si avvicinò lentamente e, come aveva visto fare in un film di nazisti, schiacciò col tacco gli occhialetti caduti del colonnello.

Diciannove

E dato che c’era, fece trentuno, pigliando a carcagnate violente il cellulare fino a quando non l’ebbe scrafazzato a metà.

Il resto dell’òpira lo compì col martello che aveva nella cassetta degli attrezzi. Doppo s’avvicinò al colonnello che stava sempre a terra e si lamentiava debolmente. Appena si vide davanti il commissario, Lohengrin Pera si parò la faccia con gli avambracci, come fanno i picciliddri.

«Basta, per carità» implorò.

Che uomo era? Per una botta e tanticchia di sangue che gli niscìva dal labbro spaccato, si era ridotto in quelle condizioni? L’agguantò per il bavero della giacchetta, lo sollevò, lo mise a sedere. Con mano tremante, Lohengrin Pera s’asciucò il sangue col francobollo ricamato, ma, appena vide la macchia rossa sul tessuto, serrò gli occhi e parse mancare.

«È che... il sangue... mi fa orrore» farfugliò.

«Il tuo o quello degli altri?» s’informò Montalbano.

Andò in cucina, prese una bottiglia di whisky piena a metà e un bicchiere, li posò davanti al colonnello.

«Sono astemio».

Montalbano, ora che si era sfogato, si sentiva più calmo.

Se il colonnello - ragionò - aveva tentato di telefonare per domandare aiuto, le persone che soccorso avrebbero dovuto portargli certamente si trovavano nelle vicinanze, a pochi minuti di strata dalla casa. Questo era il vero pericolo. Sentì il campanello della porta d’ingresso.

«Dottore? Fazio sono».

Raprì la porta a metà.

«Senti, Fazio, devo finire di parlare con quella persona che ti dissi. Resta in macchina, quando ho bisogno ti chiamo io. Ma attento: può darsi che nei paraggi ci sia gente malintenzionata. Ferma tutti quelli che vedi avvicinarsi alla casa».

Richiuse la porta, tornò ad assittarsi davanti a Lohengrin Pera, che pareva perso nel suo abbattimento.

«Cerca di capirmi ora perché tra poco tu non riuscirai a capire più niente».

«Che vuol farmi?» spiò, aggiarniando, il colonnello.

«Niente sangue, stai tranquillo. Io ti ho in pugno, questo spero tu l’abbia capito. Sei stato così coglione da spiattellare tutto a una telecamera. Se faccio mandare in onda il nastro, scoppia un casino internazionale della malavita e puoi andartene a vendere pane e panelle all’angolo di una strada. Se invece fai ritrovare il corpo di Karima e mi fermi la promozione - guarda però che le due cose vanno di pari passo - io ti do la mia parola d’onore che distruggerò il nastro. Ti devi fidare per forza. Sono stato chiaro?».

Lohengrin Pera fece signo di sì con la tistuzza e in quel momento il commissario s’accorse che il coltello era sparito dalla tavola. Il colonnello doveva essersene impadronito mentre lui parlava con Fazio.

«Levami una curiosità» disse Montalbano. «Esistono che tu sappia vermi velenosi?».

Pera lo taliò interrogativo.

«Nel tuo stesso interesse, posa il coltello che hai sotto la giacca».

Senza dire una parola, il colonnello obbedì e mise il coltello sulla tavola. Montalbano stappò la bottiglia di whisky, riempì il bicchiere fino all’orlo, lo pruì a Lohengrin Pera che si ritrasse con una smorfia di ripugnanza.

«Le ho già detto che sono astemio».

«Bevi».

«Non posso, mi creda».

Stringendogli le guance con due dita della mano mancina, Montalbano l’obbligò ad aprire la boccuzza.

Fazio si sentì chiamare dal commissario dopo un tre quarti d’ora che aspettava in macchina e gli stava calando un sonno d’alloppiato. Trasì in casa e subito notò un nano imbriaco, che si era macari vomitato addosso. Dato che non ce la faceva a stare addritta, il nano, appuiandosi ora a una seggia ora a un muro, tentava di cantare Celeste Aida. Per terra, Fazio vide un paio d’occhiali e un cellulare fracassati; sopra la tavola c’erano una bottiglia di whisky vacante, un bicchiere pure vacante, tre o quattro fogli di carta e documenti d’identità.

«Ascoltami bene, Fazio» fece il commissario. «Ora ti conto esattamente come sono andate le cose nel caso che ti facessero domande. Aieri a sira, verso la mezzanotte, stavo tornado a casa ma ho trovato, proprio al principio del vialetto che porta qua, la macchina di questo signore, una BMW, che mi sbarrava la strada. Era completamente imbriaco. L’ho portato a casa perché non era in condizioni di guidare. In tasca non aveva documenti, niente. Dopo diversi tentativi di fargli passare la sbornia, ho chiamato a tia in aiuto».

«Chiarissimo» disse Fazio.

«Ora facciamo così. Tu l’afferri, tanto pesa poco, e lo catafotti nella sua BMW, ti metti alla guida e lo vai a depositare in cella di sicurezza. Io ti vengo appresso con la nostra macchina».

«E poi lei come fa a tornare a casa?».

«Devi riaccompagnarmi, porta pacienza. Domani a matina, appena lo vedi con la testa che ragiona, le metti in libertà».

Tornato a casa, levò la pistola dal cassetto del cruscotto della sua auto, dove la teneva sempre, e se l’infilò nella cintola. Poi, con la scopa, raccolse i frammenti del telefonino e degli occhiali e li avvolse in un foglio di giornale. Pigliò la paletta che Mimì aveva regalato a François e scavò due buche profonde quasi sotto la veranda. In una ci mise l’involto e lo ricoprì, nell’altra le carte e i documenti ridotti a pezzetti. Li cosparse di benzina e gli diede fuoco. Quando si ridussero in cenere, ricoprì anche questa buca. Cominciava a schiarire. Andò in cucina, si preparò un caffè forte, lo bevve. Poi si fece la barba e quindi si mise sotto la doccia. Voleva godersi la registrazione completamente rilassato. Infilò la cassetta piccola in quella più grande, come gli aveva insegnato Nicolò, addrumò televisione e videoregistratore. Dopo qualche secondo che non compariva niente, si susì dalla poltrona, controllò gli apparecchi, sicuro d’avere sbagliato qualche collegamento. Per quelle cose era completamente negato, i computer poi l’atterrivano. Niente, manco questa volta. Tirò fòra la cassetta grande, la raprì, taliò. La cassetta piccola che c’era dintra gli parse messa male, la spinse a fondo. Rimise il tutto nel videoregistratore. Sullo schermo non si vide un’amata minchia. Cosa c’era, Cristo santo, che non funzionava? Mentre si poneva la domanda, aggelò, gli venne un dubbio. Corse al telefono.

«Pronto?» fece la voce all’altro capo del filo formulando ogni singola lettera con enorme fatica.

«Nicolò? Montalbano sono».

«E chi altro poteva essere, buttanazza della miseria?».

«Ti devo spiare una cosa».

«Ma lo sai che minchia di ora è?».

«Scusami, scusami. Ti ricordi la telecamera che m’hai prestato?».

«Ebbè?».

«Per registrare, quale tasto dovevo premere? Quello di sopra o quello di sotto?».

«Quello di sopra, stronzo».

Aveva sbagliato tasto.

Si spogliò di nuovo, indossò i calzoncini da bagno, trasì coraggiosamente nell’acqua gelata, principiò a natare. Mentre, stancatosi, si era messo a fare il morto, ragionò che in fondo non era tanto grave non aver registrato niente, l’importante era che il colonnello l’avesse creduto e continuasse a crederlo. Tornò a riva, rientrò a casa, si buttò sul letto tutto vagnato com’era, s’addrummiscì.

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