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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15402 字 更新时间:2026-6-22 23:14

S’arrisbigliò ch’erano le nove passate ed ebbe la netta percezione che non ce l’avrebbe fatta a tornare in ufficio e a ripigliare il travaglio di tutti i giorni. Decise d’avvertire Mimì.

«Pronti! Pronti’ Chi parla che sta parlando?».

«Catarè, Montalbano sono».

«Vossia proprio di lei è?».

«Proprio di io. Passami il dottor Augello».

«Pronto, Salvo. Dove sei?».

«A casa. Senti, Mimì, non ce la faccio a venire in ufficio».

«Stai male?».

«No. Solo che non me la sento né oggi né domani. Ho bisogno di quattro o cinque giorni di riposo. Ce la fai a coprirmi?».

«Certo».

«Grazie».

«Aspetta, non attaccare».

«Che c’è?».

«Sono preoccupato, Salvo. Da due giorni sei strammo. Che ti capita? Non mi fare stare in pinsèro».

«Mimì, ho solo bisogno di tanticchia di riposo. Tutto qua».

«Dove vai?».

«Non lo so, al momento. Poi ti telefono».

Invece, dove andare, lo sapeva benissimo. A Marinella preparò la valigia in cinque minuti, più tempo c’impiegò a scegliere i libri da portarsi appresso. Lasciò un biglietto scritto a stampatello alla cammarera Adelina avvertendola che sarebbe tornato entro una simanata. Arrivò alla trattoria di Mazàra che l’accolsero come il figliò pròtico.

«L’altro giorno m’è parso di capire che affittate stanze».

«Sì, di sopra ne abbiamo cinque. Ma siamo fòra stascione. affittata ce n’è una sola».

Gli fecero vedere la càmmara, ampia, luminosa, dritta sul mare.

Si distese sul letto, svacantato di pìnsèri ma sentendosi gonfiare il petto da una felice malinconia. Stava mollando gli ormeggi per salpare verso «the country sleep» quando sentì tuppiare alla porta.

«Avanti, è aperta».

Sulla soglia comparve il cuoco. Era un omone di notevole stana, di una quarantina d’anni, nìvuro d’occhi e di pelle.

«Che fa? Non scinni? Ho saputo ch’era arrivato e le ho preparato una cosa che...».

Cose gli avesse preparato il cuoco non riuscì a sentirlo perché una musica soave e dolcissima, una musica di paradiso aveva principiato a sonargli nelle orecchie.

Da un’ora seguitava a taliàre una varca a remi che s’avvicinava lentamente a riva. A bordo c’era un omo che remava con colpi ben ritmati e vigorosi. La varca era stata avvistata macari dal proprietario della trattoria, difatti Montalbano lo sentì gridare:

«Luicì, sta tornando il cavaliere!».

Il commissario vide Luicino, il figlio sedicenne del trattore, entrare in acqua e spingere la varca fin sulla sabbia, in modo che l’occupante non si bagnasse le scarpe. Il cavaliere, di cui Montalbano ancora ignorava il nome, era vestito dì tutto punto, cravatta compresa. In testa un panama bianco con regolamentare striscia nera.

«Cavaliere, pigliò qualcosa?» gli spiò il trattore.

«Sta minchia, pigliai».

Era un omo vicino alla sittantina, sicco, nirbùso. Dopo, Montalbano lo sentì tripistiàre nella càmmara allato alla sua.

«Ho preparato di qua» disse il trattore appena vide Montalbano comparire per la cena e lo guidò in una cammaruzza capace di soli due tavoli. Il commissario gli fu grato, la sala grande rimbombava delle voci e delle risate di una comitiva rumorosa.

«Ho apparecchiato per due» proseguì il trattore. «Ha nìente in contrario se il cavaliere Pintacuda mangia con lei?».

Qualcosa in contrario l’aveva, temeva sempre di dover parlare mentre stava mangiando.

Poco dopo, il settantino segaligno si presentò con un mezzo inchino.

«Liborio Pintacuda e non sono cavaliere».

«La devo preavvertire di una cosa anche a costo d’apparire vastaso» continuò il non cavaliere appena assittatosi. «Io, quando parlo, non mangio. Di conseguenza, se mangio, non parlo».

«Benvenuto al club» disse Montalbano tirando un sospiro di sollievo. La pasta ai granchi di mare aveva la grazia di un ballerino di gran classe, ma la spigola farcita con salsa di zafferano lo lasciò senza fiato, quasi spaventato.

«Lei pensa che potrà ripetersi un miracolo così?» spiò a Pintacuda indicando il piatto ormai vacante. Avevano finito e perciò potevano ripigliare l’uso della parola.

«Si ripeterà, stia tranquillo, come il miracolo del sangue di San Gennaro» fece Pintacuda. «Sono anni che vengo qua e mai, dico mai, ho avuto una delusione dalla cucina di Tanino».

«In un grande ristorante un cuoco come Tanino lo pagherebbero a peso d’oro» commentò il commissario.

«Eh già. L’anno scorso passò da qua un francese, era il proprietario di un famoso ristorante parigino, quasi s’inginocchiò davanti a Tanino per portarselo a Parigi. Non ci fu verso. Tanino dice che lui è di qua e qua deve morire».

«Qualcuno gli ha insegnato certamente a cucinare cosi, non può essere un dono naturale».

«Guardi, fino a dieci anni fa Tanino era un piccolo delinquente, furterelli, spaccio. Entrava e usciva dal carcere. Poi, una notte, gli spuntò la Madonna».

«Sta scherzando?».

«Me ne guardo bene. Lui conta che la Madonna gli pigliò le mani tra le sue, lo taliò negli occhi e gli comunicò che dal giorno appresso sarebbe diventato un grande cuoco».

«Ma via!».

«Lei questo fatto della Madonna non lo sapeva, eppure davanti alla spigola ha usato precisa parola: miracolo. Vedo però che lei non crede nel soprannaturale e perciò cangio discorso. Che fa da queste parti, commissario?».

Montalbano sobbalzò. Lì non aveva detto a nessuno il lavoro che faceva. «Ho visto in televisione la sua conferenza stampa per l’arresto di quella donna che ha ammazzato il marito» spiegò Pintacuda.

«Mi faccia un favore, non dica a nessuno chi sono».

«Ma qui lo sanno tutti chi è lei, commissario. Siccome però hanno capito che a lei non fa piacere d’essere riconosciuto, fanno finta di niente».

«E lei che fa di bello?».

«Facevo il professore di filosofia, se insegnare filosofia può dirsi bello».

«Non lo è?».

«Per niente. I picciotti si annoiano, non ci hanno più testa a imparare come la pensavano Hegel e Kant. Bisognerebbe sostituire l’insegnamento della filosofia con una materia chiamata, che so, ‘istruzioni per l’uso’. Allora forse avrebbe ancora senso».

«Per l’uso di che?».

«Della vita, egregio. Sa che scrive Benedetto Croce nelle sue ‘Memorie’? Dice che dalle sue esperienze imparò a considerare la vita come una cosa seria, come un problema da risolvere. Pare ovvio, vero? Ma non è cosi. Bisognerebbe spiegare filosoficamente ai giovani il significato, ad esempio, del loro andare a catafottersi, con la loro, contro un’altra automobile il sabato sera. E dire loro come, filosoficamente, questo si potrebbe evitare. Ma avremo tempo di discorrerne, m’hanno detto che lei sì tratterrà qualche giorno».

«Sì. Lei vive solo?».

«Nei quindici giorni che passo qua, solissimo. A Trapani invece abito un casone con mia moglie, quattro figlie femmine tutte maritate e otto nipoti che, quando non sono a scuola, stanno con me tutto il giorno. Almeno una volta ogni tre mesi me ne scappo qua, non lascio né indirizzo né telefono. Mi depuro, passo le acque della solitudine, questo posto per me è come una clinica nella quale mi disintossico da un eccesso di sentimenti. Lei gioca a scacchi?».

Nel dopogranzo del giorno appresso, mentre stava stinnicchiato sul letto a rileggersi per la ventesima volta Il consiglio d’Egitto di Sciascia, gli venne a mente che si era scordato d’avvertire Valente di quella specie di patto che aveva fatto col colonnello. La cosa poteva risultare pericolosa per il suo collega di Mazàra nel caso avesse continuato nelle indagini. Scinnì al piano di sotto dove c’era il telefono.

«Valente? Montalbano sono».

«Salvo, dove cavolo sei? Ti ho cercato in ufficio e m’hanno risposto che non hanno tue notizie».

«Perché mi cercavi? Ci sono novità?».

«Sì. Stamattina mi ha chiamato il Questore per comunicarmi che, inaspettatamente, la mia domanda di trasferimento è stata accolta. Mi mandano a Sestri».

Giulia, la moglie di Valente, era di Sestri e lì vivevano i suoi genitori. Sino a quel giorno, ogni volta che il vicequestore aveva fatto domanda d’essere trasferito in Liguria, gli avevano risposto negativamente.

«Non te l’avevo detto che da questa storia ce ne sarebbe venuto giovamento?» gli ricordò Montalbano.

«Tu pensi che?...».

«Certo. Ti levano di mezzo, senza che tu abbia motivo di protestare. Anzi. Da quando decorre il trasferimento?».

«Effetto immediato».

«Vedi? Ti verrò a salutare, prima che tu parta».

Lohengrin Pera e i compagnucci della parrocchietta si erano celermente messi in moto. Bisognava però appurare se era buono o cattivo segno. E volle fare la prova del nove. Se quelli stavano dimostrando tanta prescia di chiudere la partita, sicuramente si erano affrettati a mandare un segnale macari a lui. La burocrazia italiana, di solito lentissima, diventa fulminea quando si tratta di fottere il cittadino: in base a questa risaputa verità, telefonò al suo Questore.

«Montalbano! Dio santo, dove si è cacciato?».

«Mi scuso di non averla avvertita, mi sono preso qualche giorno di riposo».

«Capisco. È andato a trovare...».

«No. M’ha cercato? Ha bisogno di me?».

«Sì, l’ho cercata, ma non ho bisogno di lei. Si riposi. Si ricorda che l’ho dovuta proporre per un avanzamento?».

«E come no».

«Ebbene, stamattina m’ha telefonato il commendator Ragusa del Ministero. È mio buon amico. M’ha comunicato che contro la sua promozione... voglio dire, pare che siano insorti ostacoli non so di che natura. Ragusa non ha voluto o potuto dirmi di più. Mi ha fatto anche capire che ogni insistenza sarebbe inutile e forse dannosa. Io, mi creda, sono esterrefatto e offeso».

«Io no».

«Lo so bene! Anzi lei ne è contento, non è così?».

«Doppiamente contento, signor Questore».

«Doppiamente?».

«Poi glielo spiego a voce».

Si tranquillizzò. Correvano nella direzione giusta.

L’indomani matina, Liborio Pintacuda, con in mano una tazza di cafè fumante, l’arrisbigliò che ancora faceva scuro.

«L’aspetto nella varca».

L’aveva invitato all’inutile mezza giornata di pesca e il commissario aveva accettato. Indossò un paio di jeans e una camicia con le maniche: nella varca, con un signore vestito di tutto punto, si sarebbe sentito impacciato in costume da bagno.

Pescare, per il professore, si rivelò lo stesso che mangiare: non raprì bocca se non per imprecare, ogni tanto, contro i pesci che non abboccavano.

Verso le nove del matino, col sole già alto, Montalbano non seppe più tenersi.

«Sto perdendo mio padre» disse.

«Condoglianze» fece il professore senza levare gli occhi dalla lenza.

Al commissario quella parola parse inopportuna, stonata.

«Ancora non è morto, sta morendo» precisò.

«Non fa differenza. Suo padre per lei è morto nel preciso momento in cui ha saputo che stava per morire. Il resto è, come dire, formalità corporale. Niente di più. Abita con lei?»,

«No, in un altro paese».

«Solo?»,

«Sì. E io non riesco a trovare il coraggio di andarlo a vedere, così, mentre se ne va. Non ce la faccio. La sola idea mi fa paura. Non avrò mai la forza di mettere piede nell’ospedale dove è ricoverato».

II vecchio non disse niente, si limitò a rimettere l’esca che i pesci si erano mangiata con tanti ringraziamenti. Poi si decise a parlare.

«Sa, m’è capitato di seguire una sua inchiesta, quella che venne detta del ‘cane di terracotta’. In quell’occasione, lei abbandonò l’indagine su di un traffico d’armi per buttarsi a corpo morto appresso a un delitto avvenuto cinquant’anni prima e la cui soluzione non avrebbe avuto effetti pratici. Lo sa perché l’ha fatto?».

«Per curiosità?» azzardò Montalbano.

«No, carissimo. Il suo è stato un modo finissimo e intelligente di continuare a fare il suo non piacevole mestiere scappando però dalla realtà di tutti i giorni. Evidentemente questa realtà quotidiana a un certo momento le pesa troppo. E lei se ne scappa. Come faccio io quando mi rifugio qua. Ma appena torno a casa, perdo subito la metà del beneficio. Che suo padre muoia è un fatto reale, ma lei si rifiuta di avallarlo constatandolo di persona. Fa come i bambini che, chiudendo gli occhi, pensano d’avere annullato il mondo».

Il professore Liborio Pintacuda a questo punto taliò dritto il commissario.

«Quando si deciderà a crescere, Montalbano?».

Venti

Mentre scendeva le scale per andare a cena, decise che la matina appresso sarebbe ripartito per Vigàta, era stato lontano cinque giorni. Luicino aveva apparecchiato nella solita cammaruzza, Pintacuda era già assittato al suo posto e l’aspettava.

«Domani vado via» annunziò Montalbano.

«Io no, ho bisogno di una simanata ancora di disintossicazione».

Luicino portò subito il primo e perciò le loro bocche servirono solamente per mangiare. Arrivato il secondo, ebbero una sorpresa.

«Polpette!!» esclamò indignato il professore. «Le polpette si danno ai cani!».

Il commissario non si sbilanciò, il sciauro che dal piatto acchianava al suo naso era ricco e denso.

«Tanino che è, malato?» s’informò squieto Pintacuda.

«Nossignore, è in cucina» rispose Luicino.

Solo allora il professore con la forchetta spaccò a metà una polpetta e se la portò alla bocca. Montalbano ancora non aveva fatto un gesto. Pintacuda masticò lentamente, socchiuse gli occhi, emise una specie di gemito.

«Se uno se la mangia in punto di morte, è contento macari di andare all’inferno» disse piano.

Il commissario si mise in bocca mezza polpetta e con la lingua e con il palato principiò un’analisi scientifica che Jacomuzzi poteva andare ad ammucciarsi. Dunque: pesce, e non c’era dubbio, cipolla, peperoncino, uovo sbattuto, sale, pepe, pangrattato. Ma all’appello mancavano ancora due sapori da cercare sotto il gusto del burro ch’era servito per friggere. Al secondo boccone, individuò quello che non aveva scoperto prima: cumino e coriandolo.

«Koftas!» esclamò stupefatto.

«Che ha detto?» spiò Pintacuda.

«Stiamo mangiando un piatto indiano fatto alla perfezione».

«Me ne fotto di dov’è» fece il professore. «So solo che è un segno. E la prego di non rivolgermi più la parola sino alla fine della cena».

Pintacuda fece sparecchiare il tavolo e propose l’ormai consueta partita a scacchi che consuetamente Montalbano perdeva.

«Mi scusi, ma prima vorrei salutare Tanino».

«L’accompagno».

Il cuoco stava facendo un grandissimo liscebusso all’aiutante che non aveva puliziato bene le padelle.

«Accussì il giorno appresso si portano il sciauro del giorno avanti e uno non capisce più quello che sta mangiando» spiegò ai visitatori.

«Senta» spiò Montalbano «è vero che lei non è mai uscito dalla Sicilia?».

Inavvertitamente doveva avere assunto il tono dello sbirro, perché Tanino parse tornare ai tempi di quando faceva il delinquente.

«Mai, glielo giuro, commissario! Ci ho i testimoni!».

Quindi non poteva avere imparato quel piatto da qualche ristorante di cucina straniera.

«Ha mai frequentato indiani?».

«Quelli del cinema? I pellirossa?»,

«Lasciamo perdere» disse Montalbano. E salutò il cuoco miracolato abbracciandolo.

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