Nei cinque giorni ch’era stato assente - gli rapportò Fazio - non era successo niente d’importante. Carmelo Arnone, quello che aveva la tabaccheria vicino alla stazione, aveva sparato quattro colpi ad Angelo Cannizzaro, quello che aveva la merceria, per una facenna di fìmmine. Mimì Augello, casualmente presente, aveva coraggiosamente affrontato lo sparatore e l’aveva disarmato.
«Quindi» commentò Montalbano «Cannizzaro se l’è sicuramente cavata con un poco di spavento».
Era cosa cognita all’urbi e all’orbo che Carmelo Arnone col ferro non ci sapeva fare, non era capace manco di colpire una vacca a dieci centimetri di distanza.
«Eh no».
«L’ha pigliato?» spiò Montalbano sbalordito.
In realtà, continuò a spiegare Fazio, pure questa volta non ce l’aveva fatta. Però un proiettile, colpito un palo della luce, era tornato narrè e si era fermato tra le scapole di Cannizzaro. Ferita da niente, il proiettile aveva perso la forza. Di subito, però, in paìsi si era sparsa la voce che Carmelo Arnone aveva vigliaccamente colpito alle spalle Angelo Cannizzaro. Il fratello di questi, Pasqualino, quello che commercia in fave e porta le lenti spesse due dita, si era armato e, incontrato Carmelo Arnone, gli aveva sparato, sbagliando due volte, di persona e di mira. Infatti aveva scangiato Carmelo Arnone per il fratello Filippo, che ha una putia di frutta e verdura, tratto in inganno da una certa somiglianza tra i due Arnone. In quanto allo sbaglio di mira, il primo colpo s’era perso non si sa dove, il secondo aveva ferito al mignolo della mano sinistra un commerciante di Canicattì venuto a Vigàta per affari suoi. A questo punto la pistola si era inceppata, altrimenti Pasqualino Arnone, sparando all’urbina, avrebbe fatto la seconda strage degli innocenti. Ah, poi c’erano stati due furti, quattro scippi, tre bruciatine d’automobili. Solita routine.
Bussarono e trasì Tortorella spingendo la porta col piede, dato che reggeva, sugli avambracci, tre chili e passa di carte.
«Vogliamo approfittare mentre che si trova qua?».
«Tortorè, stai parlando come se io fossi rimasto assente da cent’anni!».
Non firmava mai senza avere prima letto accuratamente di cosa si trattava e perciò arrivò all’ora di pranzo che ne aveva smaltito tanticchia di più di una chilata. Sentiva un certo stimolo alla bocca dello stomaco, ma decise di non andare alla trattoria «San Calogero», non voleva così presto profanare la memoria del cuoco Tanino, direttamente ispirato dalla Madonna. Bisognava che il tradimento fosse almeno in parte giustificato dall’astinenza.
Finì dì mettere firme alle otto di sira, che gli facevano male non solo le dita ma pure il braccio.
Arrivò a casa che pativa pititto forte, alla bocca dello stomaco ora ci aveva un buco. Come doveva comportarsi? Aprire il forno e il frigo per vedere quello che gli aveva preparato Adelina? Ragionò che, se passare da un ristorante all’altro poteva dirsi tecnicamente un tradimento, passare da Tanino ad Adelina certamente non lo era, anzi si poteva prospettare come un ritorno in famiglia dopo una parentesi adulterina. Il forno era vacante, nel frigo c’erano una decina d’ouve, tre sarde, tanticchia di tonno di Lampedusa in un vasetto di vetro. Il pane, incartato, era sul tavolo di cucina, allato a un biglietto della cammarera.
Doppo che vossia nonni mi ffa sapìri quanno che tonna, iu priparo e priparo e doppo sonno obbligatta a gittari nilla munnizza la grazzia di Diu. Non priparo cchiù nenti.
Si rifiutava di continuare nello spreco, certo, ma soprattutto doveva essersi offisa perché non le aveva detto dove andava («E va beni ca iu sugnu una cammarera, ma vossia certi voti mi tratta comu una cammarera!»).
Mangiò svogliatamente due olive col pane che volle accompagnare col vino di suo padre. Raprì il televisore su «Retelibera», era l’ora del notiziario.
Nicolò Zito stava finendo di commentare l’arresto, per peculato e concussione, di un assessore di Fela. Poi passò alla cronaca. Alla periferia di Sommatino, tra Caltanissetta ed Enna, era stato rinvenuto il corpo, in avanzato stato di putrefazione, di una donna.
Montalbano, di scatto, s’addrizzò sulla poltrona.
La donna era stata strangolata, infilata in un sacco e poi gettata in un pozzo asciutto, piuttosto profondo. Accanto a lei era stata trovata una valigetta che aveva portato all’identificazione certa della vittima: Karima Moussa, di anni trentaquattro, nativa di Tunisi, ma da qualche anno trasferitasi a Vigàta.
Sul piccolo schermo apparve la foto di Karima con François, quella che il commissario aveva dato a Nicolò.
Ricordavano gli ascoltatori che «Retelibera» aveva dato notizia della sparizione della donna? Del bambino, suo figlio, invece nessuna traccia. Secondo il commissario Diliberto, che si occupava dell’indagine, a compiere l’omicidio poteva essere stato lo sconosciuto protettore della tunisina. Comunque rimanevano, sempre secondo il commissario, numerosi punti oscuri da chiarire.
Montalbano nitrì, spense il televisore, sorrise. Lohengrin Pera era stato di parola. Si susì, si sgranchì, s’assàttò nuovamente e di colpo s’addormentò sulla poltrona. Un sonno animale, forse senza sogni, a sacco di patate.
L’indomani matina, dall’ufficio, telefonò al Questore autoinvitandosi per la cena. Poi chiamò il commissariato di Sommatino.
«Diliberto? Montalbano sono. Telefono da Vigàta».
«Ciao, collega. Dimmi».
«Ti chiamo per quella donna che avete trovato nel pozzo».
«Karima Moussa».
«Sì. L’avete identificata con certezza?».
«Senz’ombra di dubbio. Nella valigetta, tra l’altro, c’era una tessera Bancomat rilasciata dalla Banca Agricola di Montelusa».
«Scusami se t’interrompo. Ma, vedi, chiunque può mettere...».
«Lasciami finire. Tre anni fa a questa donna era capitato un incidente e le avevano dato dodici punti al braccio sinistro all’ospedale di Montelusa. Corrisponde. La ricucitura è visibile malgrado l’avanzato stato di putrefazione del cadavere».
«Senti, Diliberto, io sono rientrato a Vigàta solo stamattina, dopo qualche giorno di vacanza. Sono a corto di notizie, ho saputo del ritrovamento da una televisione locale. Riferivano che tu hai qualche perplessità».
«Non riguardano l’identificazione. Sono certo che quella donna è stata ammazzata altrove e sepolta in posto diverso da quello in cui poi l’abbiamo ritrovata in seguito a una segnalazione anonima. Io perciò mi domando: perché hanno riesumato e spostato il cadavere? Che necessità avevano?»,
«Da dove ti viene questa certezza?».
«Vedi, la valigetta di Karima si era allordata di materia organica durante la prima permanenza allato al cadavere. Allora, per portare la valigetta fino al pozzo dove è stata ritrovata, l’hanno avvolta in un giornale».
«E con ciò?».
«Il giornale ha la data di tre giorni fa. La donna invece è stata ammazzata almeno una decina di giorni avanti quella data. Il medico legale ci mette la mano sul fuoco. Quindi io dovrò cercare di capire il perché dello spostamento. E non mi viene nessuna idea, non mi viene di farmene capace».
Montalbano l’idea ce l’aveva, ma non poteva comunicarla al collega. Però, ne avessero mai fatta una giusta, sti stronzi dei Servizi! Come quella volta che, avendo necessità di far credere che in un giorno preciso un certo aereo libico fosse caduto in Sila, avevano preparato un teatro di botti e fiamme. Poi, all’esame autoptico, era risultato che il pilota dell’aereo era morto quindici giorni prima dell’impatto. Il cadavere volante.
Dopo la cena, sobria ma di classe, Montalbano e il suo superiore si ritirarono nello studio. La moglie del Questore s’appartò a sua volta, a taliàre la televisione.
Il racconto di Montalbano fu lungo, tanto circostanziato da non omettere manco la volontaria frantumazione degli occhialetti di Lohengrin Pera. A un certo momento, la relazione si cangiò in confessione. Ma l’assoluzione da parte del superiore tardò. Era veramente seccato di essere stato escluso dal gioco.
«Montalbano, ce l’ho con lei. Mi ha negato la possibilità di divertirmi un poco prima di andare a riposo».
Livia mia cara, questa lettera ti stupirà per almeno due ragioni. La prima sta nella lettera stessa, per averla scritta e spedita. Lettere non scritte invece te ne ho mandate tante, quasi una al giorno. Mi sono reso conto che in tutti questi anni ti ho fatto avere, di tanto in tanto, solo avare cartoline di «burocratici e commissariali» saluti, come li definisci tu.
La seconda ragione, per la quale oltre a stupirti penso gioirai, è il suo contenuto.
Da quando sei partita, esattamente cinquantacinque giorni fa (come vedi ne tengo il conto), sono accadute molte cose, alcune delle quali ci riguardano. Dire però «accadute» è sbagliato, sarebbe più giusto scrivere che io ho fatto accadere.
Tu una volta mi rimproverasti una certa mia tendenza a sostituirmi a Dio, mutando, con piccole o grandi omissioni e magari con falsificazioni più o meno colpevoli, il corso delle cose (degli altri). Forse è vero, anzi certamente lo è, però non credi che questo rientri anche nel mestiere che faccio?
Ad ogni modo, ti dico subito che ti parlerò di un’altra mia, come dire, trasgressione volta però a cambiare a nostro favore, quindi non più contro o pro gli altri, una sequenza dì eventi. Prima, voglio dirti di François.
Questo nome non l’abbiamo più pronunziato, né tu né io, dopo l’ultima notte che hai trascorso a Marinella, quando mi rimproverasti di non aver capito che quel bambino poteva diventare il figlio che noi non avremmo mai avuto. In più, riferiva il modo col quale io ti avevo fatto sottrarre il bambino. Ma vedi: ero spaventato, e con ragione. Era diventato un pericoloso testimone, temevo l’avrebbero fatto sparire («neutralizzare», dicono loro eufemisticamente).
L’omissione di quel nome ha pesato sulle nostre telefonate, rendendole evasive e un pochino disamorate. Oggi desidero chiarirti che, se non ti ho mai parlato prima di François, dandoti forse l’impressione di averlo dimenticato, era per non alimentare in te pericolose illusioni, ma se ora te ne scrivo vuol dire che questo mio timore è venuto a mancare.
Ricordi quella mattina a Marinella quando François scappò per andare a cercare sua madre? Bene, mentre lo riportavo a casa, lui mi disse che non voleva andare a finire in un orfanotrofio. Io gli risposi che questo non sarebbe mai accaduto. Gli diedi la mia parola d’onore e ci stringemmo la mano. Avevo preso un impegno, l’avrei mantenuto a tutti i costi.
In questi cinquantacinque giorni Mimì Augello ha telefonato, su mia richiesta, tre volte la settimana, a sua sorella per sapere come stava il bambino, Ho sempre avuto risposte tranquillizzanti.
L’altro ieri, sempre accompagnato da Mimì, sono andato a trovarlo (a proposito, dovresti scrivere una lettera a Mimì per ringraziarlo della sua generosa amicizia). Ho avuto modo di osservare François per qualche minuto mentre giocava col nipote di Augello che ha la stessa sua età, era allegro, spensierato. Appena mi ha visto, riconoscendomi immediatamente, la sua espressione è cambiata, si è come intristito. La memoria dei bambini è intermittente come quella dei vecchi: sicuramente deve essergli tornata alla mente la madre. M’ha abbracciato forte e poi, guardandomi con gli occhi lucidi ma senza lacrime, non credo sia un bambino che pianga facilmente, non m’ha rivolto la domanda che temevo e cioè se avessi notizie di Karima. Ha detto invece, a bassa voce:
«Portami da Livia».
Non da sua madre, da te. Dev’essersi convinto che sua madre non la rivedrà più. E questo, purtroppo, corrisponde alla verità.
Tu sai che fin dal primo momento, per triste esperienza, ho nutrito la convinzione che Karima fosse stata assassinata. Per fare quello che avevo in mente di fare, ho dovuto compiere un’aZione rischiosa che obbligasse i complici dell’assassinio a venire allo scoperto. Il passo successivo è stato quello di costringerli a far ritrovare il corpo della donna rendendone certa l’identificazione. M’è andata bene. E così ho potuto muovermi «ufficialmente» nei riguardi di François, ormai dichiarato privo di madre. Di grande aiuto m’è stato il Questore che ha messo in moto tutte le sue conoscenze, Se il corpo di Karima non fosse stato trovato, i miei passi sarebbero stati intralciati da infinite pastoie burocratiche che avrebbero rimandato di anni e anni la soluzione del nostro problema.
Mi rendo conto di starti scrivendo una lettera troppo lunga e perciò cambio registro.
1) François, agli occhi della legge, nostra e tunisina, si trova in una situazione paradossale. È infatti un orfano che non esiste, in quanto la sua nascita non è stata registrata né in Sicilia né in Tunisia.
2) Il giudice di Montelusa che si occupa di queste cose ha in qualche modo regolarizzato la posizione di François, solo per il tempo necessario al disbrigo delle pratiche, assegnandolo in provvisorio affidamento alla sorella di Mimì.
3) Lo stesso giudice m’ha informato che sì, teoricamente, sarebbe possibile in Italia l’adozione da parte di una donna non sposata, ma, ha aggiunto, in realtà sono chiacchiere. E mi ha citato il caso di un’attrice sottoposta da anni a sentenze, pareri, dispositivi, tutti in contrasto tra di loro.
4) La cosa migliore da fare per abbreviare i tempi, secondo il giudice, sarebbe quella che noi due ci sposassimo.
5) Quindi prepara le carte.
T’abbraccio e ti bacio. Salvo
P.S. Un notaio di Vigàta, mio amico, amministrerà un fondo di mezzo miliardo vincolato a François e di cui potrà usufruire raggiunta la maggiore età. Trovo giusto che «nostro» figlio nasca ufficialmente nel momento stesso in cui mette piede in casa nostra, ma trovo più che giusto che sia aiutato, nella vita, da quella che fu la sua vera madre e alla quale il denaro apparteneva.
«SUO PADRE È ALLO STREMO SE VUOLE VEDERLO ANCORA VIVO NON PERDA TEMPO. PRESTIFILIPPO ARCANGELO».
Quelle parole se l’aspettava, ma quando le lesse tornò il dolore, sordo, come quando aveva saputo, aggravato dall’angoscia per quello che era dovere suo di fare, chinarsi sul letto, baciare la fronte di suo padre, sentire il suo alito secco di morente, taliarlo negli occhi, dirgli qualche parola di conforto. Ne avrebbe avuto la forza? In un bagno di sudore, pensò che questa era la prova inevitabile, se era davvero necessario che crescesse, come gli aveva detto il professor Pintacuda.
«Insegnerò a François a non avere paura della mia morte» pensò. E da quel pensiero che lo stupì per il fatto stesso d’averlo potuto pensare, trasse una provvisoria serenità.
Proprio alle porte di Valmontana, dopo quattro ore filate di macchina, c’era un cartello che indicava la via da seguire per la clinica Porticelli.
Sistemò l’auto nell’ordinato parcheggio, trasì. Il cuore se lo sentiva battere proprio sotto il pomo d’Adamo.
«Mi chiamo Montalbano. Vorrei vedere mio padre che è ricoverato qua».
Quello che stava darrè il bancone lo taliò un attimo, poi gli indicò un salottino.
«S’accomodi. Le chiamo il professor Brancato».
S’assittò su una poltrona, pigliò una delle riviste che c’erano su un tavolinetto. La riposò subito, le sue mani erano così sudate che avevano inumidito la copertina.