«Mi sta dicendo che se n’è salito col morto?».
«E per forza! Senonché, quando l’ascensori si fermò al mio piano, che poi è macari quello del morto, la bottiglia di vino rotolò dal sacchetto. Allora feci accussì: raprii la porta di casa, portai dintra i sacchetti e poi tornai fòra per ricuperare la bottiglia. Ma non feci in tempo pirchì l’ascensori venne chiamato al piano superiore».
«Com’è possibile? Se la porta era aperta!».
«Nossignore! Io l’avevo chiusa, per distrazione! Eh, la testa! Alla mia età non si arragiona più tanto bene. Non sapevo che fare, se mia moglie veniva a sapere che m’ero perso la bottiglia, mi scannava. Mi deve crìdiri, commissario. È una fìmmina capace della qualunque».
«Mi dica cos’è successo dopo».
«L’ascensori mi passò nuovamenti davanti e se ne calò al pianoterra. E allora io principiai a farmi le scale. Quando con la mia gamba offisa finalmente arrivai, trovai la guardia giurata che non faceva avvicinare a nisciuno. Io gli dissi della bottiglia e lui mi garantì che l’avrebbe riferito all’autorità. Lei autorità è?».
«In un certo senso».
«La guardia glielo riferì il fatto della bottiglia?».
«No».
«E io come faccio, ora? Come faccio? Quella i soldi mi conta!» si lamentò il ragioniere torcendosi le mani.
Al piano di sopra si sentirono le voci disperate delle Piccirillo e quella imperiosa di Fazio:
«Scendete a piedi! Silenzio! A piedi!».
Si raprirono le porte, volarono domande a voce alta, da piano a piano:
«A chi arrestarono? Alle Piccirillo arrestarono? Se le stanno portando? In galera vanno?».
Quando Fazio gli venne a tiro, Montalbano gli allungò diecimila lire:
«Dopo che le hai portate in ufficio, accatta una bottiglia di Corvo bianco e dalla a questo signore qua».
Dall’interrogatorio degli altri inquilini, Montalbano non apprese niente d’importante. L’unico a dire una cosa di qualche interesse fu il maestro elementare Bonavia, del terzo piano. Spiegò al commissario che suo figlio Matteo, di anni otto, priparandosi per andare a scuola, era caduto scugnandosi il naso. Siccome il sangue non attagnava, l’aveva accompagnato al pronto soccorso. Erano le sette e mezzo e nell’ascensore non c’era traccia del signor Lapecora, né vivo né morto.
A parte i viaggi in ascensore fatti in qualità di cadavere, a Montalbano parse chiaro che: uno, il defunto risultava essere stato una brava persona, ma decisamente antipatica; due, era stato ammazzato in ascensore, tra le sette e trentacinque e le otto.
Se l’assassino aveva corso il rischio di farsi sorprendere da qualche inquilino col morto nell’ascensore, quello veniva a significare che il delitto non era stato premeditato, ma compiuto d’impulso.
Non era molto, e il commissario ci ragionò sopra tanticchia. Poi taliò il ralogio. Erano le due! Ecco perché sentiva tanto pititto. Chiamò Fazio.
«Io vado a mangiare da Calogero. Se intanto arriva Augello, mandamelo. Ah,’senti: metti uno di guardia davanti all’appartamento del morto. Non la faccia trasìri prima che sia arrivato io».
«A chi?».
«Alla vedova, la signora Lapecora. Le due Piccirillo sono ancora qua?».
«Sissi, dottore».
«Rimandale a casa».
«E che gli dico?».
«Che l’indagine continua. Accussì si cacano, queste persone perbene».
Tre
«Che le posso servire oggi?».
«Che hai?».
«Quello che vuole, per primo».
«Primo niente, ho intenzione di tenermi leggero».
«Per secondo ho preparato alalonga in agrodolce e nasello in sarsa d’acciughi».
«Ti sei dato alla grande cucina, Calò?».
«Certe volte mi spercia, mi viene il crapiccio».
«Portami una porzione abbondante di nasello. Ah, dammi, intanto che aspetto, un bel piatto d’antipasto di mare».
Ebbe un dubbio. Si trattava di un pasto leggero? Lasciò perdere la risposta e raprì il giornale. La manovrina economica che il governo avrebbe varato non sarebbe stata di quindici ma di ventimila miliardi. Sicuramente ci sarebbero stati rincari, tra i quali benzina e sigarette. La disoccupazione nel Sud aveva raggiunto una cifra ch’era meglio non far conoscere. I leghisti del Nord, dopo lo sciopero fiscale, avevano deciso di sfrattare i prefetti, primo passo verso la secessione. Trenta picciotti di un paese vicino a Napoli avevano violentato una picciotta etiope, il paese li difendeva, la negra non solo era negra ma magari buttana. Un picciliddro di otto anni si era impiccato. Arrestati tre spacciatori la cui età media era di anni dodici. Un ventenne s’era fatto saltare il ciriveddro giocando alla roulette russa. Un ottantenne geloso...
«Ecco l’antipasto».
Montalbano gli fu grato, ancora qualche altra notizia e gli sarebbe passato il pititto. Poi arrivarono gli otto pezzi di nasello, porzione chiaramente per quattro pirsùne. Gridavano, i pezzi di nasello, la loro gioia per essere stati cucinati come Dio comanda. A nasata, il piatto faceva sentire la sua perfezione, ottenuta con la giusta quantità di pangrattato, col delicato equilibrio tra acciuga e uovo battuto.
Portò alla bocca il primo boccone, non l’ingoiò subito. Lasciò che il gusto si diffondesse dolcemente e uniformemente su lingua e palato, che lingua e palato si rendessero pienamente conto del dono che veniva loro offerto. Ingoiò il boccone e davanti al tavolo si materializzò Mimì Augello.
«Assèttati».
Mimì Augello s’assittò.
«Mangerei anch’io» disse.
«Fai quello che vuoi. Ma non parlare, te lo dico come un fratello e nel tuo stesso interesse, non parlare per nessuna ragione al mondo. Se m’interrompi mentre sto mangiando questo nasello, sono capace di scannarti».
«Mi porti spaghetti alle vongole» fece, per niente scantato, Mimì a Calogero che stava passando.
«In bianco o col sugo?»,
«In bianco».
In attesa, Augello s’impadronì del giornale del commissario e si mise a leggere. Gli spaghetti arrivarono quando per fortuna Montalbano aveva finito il nasello, perché Mimì cosparse abbondantemente il suo piatto di parmigiàrio. Gesù! Persino una jena ch’è una jena e si nutre di carogne avrebbe dato di stomaco all’idea di un piatto di pasta alle vongole col parmigiano sopra!
«Come ti sei comportato col Questore?».
«Che significa?».
«Voglio solo sapere se al Questore gli hai leccato il culo o le palle».
«Ma che ti viene in mente?».
«Mimì, ti conosco. Tu hai afferrato a volo la facenna del tunisino mitragliato per metterti in mostra».
«Ho fatto solo il dovere mio, dato che tu eri introvabile».
Il parmigiano gli parse picca, ne aggiunse altre due cucchiaiate, ci macinò sopra tanticchia di pepe.
«E nell’ufficio del Prefetto come sei entrato, strisciando?».
«Salvo, tu la devi finire».
«E pirchì? Doppo che tu non manchi occasione per farmi le scarpe!».
«Io? Io ti farei le scarpe? Salvo, se avessi veramente voluto farti le scarpe, in quattro anni che travagliamo assieme, tu a quest’ora saresti a dirigere il più perso commissariato nel più perso paese della Sardegna mentre io sarei, come minimo, vicequestore. Tu, Salvo, lo sai che sei? Un colabrodo che perde acqua da tanti pirtùsa. E io non faccio altro che tapparti quanti più buchi posso».
Aveva perfettamente ragione e Montalbano, che s’era sfogato, cangiò tono:
«Almeno informami».
«Ho scritto il rapporto, lì c’è tutto. Un motopeschereccio d’alto mare di Mazàra del Vallo, il Santopadre, sei persone d’equipaggio con un tunisino ch’era la prima volta che s’imbarcava, povirazzo. E solito copione, che ti devo dire? Una motovedetta tunisina che intima loro l’alt, il peschereccio non obbedisce, quelli sparano. Stavolta però è andata diverso, c’è scappato il morto e i più dispiaciuti di tutti ne saranno i tunisini. Perché a loro gli fotte solo di sequestrare il peschereccio e farsi pagare una barca di soldi, per il rilascio, dall’armatore che tratta con il governo tunisino».
«E il nostro?».
«Il nostro che?».
«Il nostro governo non entra nel merito?».
«Per carità di Dio! Farebbe perdere un tempo infinito per risolvere la questione per via diplomatica. E tu capisci che più il peschereccio sta sotto sequestro e meno l’armatore guadagna».
«Ma che gliene viene in tasca all’equipaggio tunisino?».
«Vanno a percentuale, come i vigili urbani di certe città nostre. Non ufficialmente, però. Il comandante del Santopadre, che è magari il proprietario, dice che ad attaccarlo è stato il Rameh».
«E che è?».
«Una motovedetta tunisina che si chiama così ed è comandata da un ufficiale che si comporta come un vero pirata. Siccome questa volta c’è di mezzo un morto, il nostro governo sarà costretto a intervenire. Il Prefetto ha voluto un rapporto minuziosissimo».
«Perché sono venuti a rompere i coglioni a noi, invece di tornarsene a Mazàra?».
«Il tunisino non è morto sul colpo, Vigàta era il porto più vicino, però il povirazzo non ce l’ha fatta».
«Hanno domandato soccorso?».
«Sì. Alla motovedetta Fulmine, quella che sta sempre alla fonda nel nostro porto».
«Come hai detto, Mimì?».
«Che ho detto?».
«Hai detto: ‘sta alla fonda’. E magari l’hai scritto nel rapporto al Prefetto. Figurati quello, pitinioso com’è! Ti sei fottuto con le tue stesse mani, Mimì».
«E come dovevo scrivere?».
«Attraccata, Mimì. Alla fonda significa ancorata in acque aperte. La differenza è fondamentale»..
«Oh, Cristo!».
Era cosa cògnita che il prefetto Dieterich, di Bolzano, non sapeva riconoscere una paranza da un incrociatore, ma Augello c’era cascato e Montalbano se la scialò.
«Coraggio. Com’è andata a finire?».
«La Fulmine non ci ha messo manco un quarto d’ora per arrivare sul posto, ma una volta lì non ha visto niente. Ha incrociato nelle vicinanze ma senza risultato. Questo è quello che la Capitaneria ha saputo via radio. Ad ogni modo stanotte la nostra motovedetta rientrerà e si conosceranno meglio i particolari della storia».
«Bah!» fece il commissario dubitoso.
«Che c’è?».
«Non vedo cosa c’entriamo noi, il nostro governo, se i tunisini ammazzano un tunisino».
Mimì Augello lo taliò a bocca aperta.
«Salvù, io magari dico qualche minchiata di tanto in tanto, ma quando le spari tu sono peggio delle cannonate».
«Bah!» ripeté Montalbano, poco convinto d’avere detto una minchiata.
«E del morto di qua, quello dell’ascensore, che mi dici?».
«Niente ti dico. Quel morto è mio. Tu ti sei pigliato l’ammazzato tunisino? E io mi piglio questo di Vigàta».
«Speriamo che il tempo migliori» pensò Augello. «Altrimenti con questo qui chi ci combatte?».
«Pronto, commissario Montalbano? Sono Marniti».
«Maggiore, mi dica».
«La volevo avvertire che il nostro Comando ha deciso - giustamente, a mio avviso - che della faccenda del motopeschereccio se ne occupi la Capitaneria di Porto di Mazàra. il Santopadre quindi dovrebbe salpare immediatamente. Voi avete altri rilievi da fare sull’imbarcazione?».
«Non credo. Sto pensando però che anche noi dovremmo uniformarci a quanto saggiamente disposto dal vostro Comando».
«Non osavo suggerirglielo».
«Montalbano sono, signor Questore. Mi voglia scusare se...».
«casa e dopo un poco tornò con un piatto nel quale c’erano un panino, una fetta consistente di caciocavallo, cinque fettine di salame, un bicchiere di vino.
«Questo è Corvo bianco. Me l’accattò il commissario».
Tornò dopo una mezz’orata.
«Il giornale le portai, accussì passa tempo».
Alle sette e mezzo di sira, come a un segnale convenuto, non ci fu balcone o finestra della parte del casamento dove c’era il portone d’ingresso che restasse senza gente a taliàre il rientro della signora Palmisano Antonietta, ancora ignara d’esser vedova Lapecora. Lo spettacolo si sarebbe diviso in due parti.
Parte prima: la signora Palmisano, scesa dalla corriera da Fiacca, quella delle sette e venticinque, sarebbe apparsa all’inizio della strata cinque minuti dopo, offrendo alla vista di tutti la sua solita, scostante compostezza, senza che le passasse per la mente che da lì a poco una bomba le sarebbe scoppiata sulla testa. Questia prima parte era indispensabile per godersi meglio la seconda (con rapido spostamento degli spettatori da finestre e balconi a pianerottoli): al sentire dall’agente di guardia la ragione per la quale non poteva trasìre nel suo appartamento, l’ormai vedova Lapecora avrebbe principiato a fare come una maria, strappandosi i capelli, facendo voci, dandosi manate sul petto, invano trattenuta da condolenti prontamente accorsi.
Lo spettacolo non ebbe luogo.
Non era giusto che la pòvira signora Palmisano, si dissero la guardia giurata e la moglie, sapesse dell’ammazzafina del marito da una bocca stranea. Vestitisi per l’occasione, abito grigio scuro lui, completo nero lei, s’appostarono nei paraggi della fermata della corriera. Quanno ne discese la signora Antonietta si fecero avanti, intonando la faccia al colore dell’abito: grigia lui, nera lei.
«Che successe?» spiò allarmata la signora Antonietta.
Non c’è fìmmina siciliana di qualsiasi ceto, nobile o viddrana, la quale, passata la cinquantina, non si aspetti il peggio. Quale peggio? Uno qualsiasi, ma sempre peggio. La signora Antonietta seguì la regola:
«Capitò qualche cosa a mio marito?».
Visto che stava facendo tutto lei, a Cosentino e signora non restò che farle da spalla. Allargarono le braccia, sconsolati.
E qui la signora Antonietta disse una cosa che, a filo di logica, non avrebbe dovuto dire.
«L’ammazzarono?».
I coniugi Cosentino allargarono di bel nuovo nuovamente le braccia. La vedova barcollò, ma resse.
Gli affacciati quindi assistettero solo a una scena deludente: la signora Lapecora, tra il signore e la signora Cosentino, parlava tranquillamente. Stava spiegando, con dovizia di particolari, l’operazione che la sorella aveva subìto a Fiacca.
Allo scuro di quanto era successo, l’agente Gallo, quando sentì alle sette e trentacinque l’ascensore fermarsi al piano, si susì dal gradino sul quale era seduto ripassandosi quello che avrebbe dovuto dire alla pòvira fìmmina, e fece un passo in avanti. La porta dell’ascensore si raprì, ne uscì un signore.
«Cosentino Giuseppe, guardia giurata. Datosi che la signora Lapecora deve aspettare, la faccio accomidàre a casa mia. Lei avverta il commissario. Abito al sesto».
L’appartamento dei Lapecora era in ordine perfetto. Càmmara da pranzo-salotto, càmmara da dòrmiri, studio, cucina, bagno: nenti fòra di posto. Sul tavolo dello studio c’era il portafoglio dei defunto con dintra tutti i documenti e centomila lire. Dunque - si disse Montalbano - Aurelio Lapecora s’era vestito per nèsciri e andare in un posto dove non gli servivano né carte né soldi. S’assittò sulla seggia ch’era darrè il tavolo, raprì uno appresso all’altro i cassetti. Nel primo di sinistra c’erano timbri, vecchie buste intestate «Ditta Lapecora Aurelio - Importazioni Esportazioni», matite, penne biro, gomme da cancellare, francobolli fuori corso e due mazzi di chiavi. La vedova spiegò ch’erano le copie delle chiavi di casa e dello scagno. Nel cassetto di sotto solo lettere ingiallite legate con lo spago. Il primo cassetto di destra riservò una sorpresa: c’era una Beretta nuova con due caricatori di riserva e cinque scatole di munizioni. Il signor Lapecora avrebbe potuto, volendo, fare una strage. L’ultimo cassetto conteneva lampadine, lamette da barba, rotoli di spago, elastici.