饭饭TXT > 海外名作 > 《Il ladro di merendine 》作者:[意] Andrea Camilleri【完结】 > Il ladro di merendine - Andrea Camilleri.txt

第 4 页

作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:16088 字 更新时间:2026-6-22 23:14

Il commissario disse a Galluzzo, che aveva sostituito Gallo, dì portare in ufficio arma e munizioni.

«Controlla dopo se la pistola è stata denunziata».

Nello studio stagnava un profumo colore paglia bruciata, aggressivo, malgrado il commissario, appena entrato, avesse spalancato la finestra.

La vedova era andata ad assittarisi in una poltrona del salotto. Era assolutamente indifferente, pareva si trovasse nella sala d’aspetto d’una stazione in attesa del treno.

Macari Montalbano s’assittò in una poltrona. In quel momento suonarono alla porta, la signora Antonietta fece istinfivamente per susirisi, il commissario la fermò con un gesto.

«Galluzzo, vacci tu».

La porta venne aperta, si sentì un parlottio, l’agente tornò. «C’è uno che ha detto che abita al sesto piano. Le vuole parlare. Dice che è una guardia giurata».

Cosentino si era messo in divisa, doveva andare a travagliare.

«Mi scusi se ci porto disturbo, ma datosi che mi venne in mente una cosa...».

«Dica pure».

«Vede, la signora Antonietta, appena scinnùta dalla corriera, quanno capì che il marito era morto, ci spiò se l’avevano ammazzato. Ora, se a mia mi vengono a dire che mia moglie è morta, io a tutto penso su come morì, meno che l’abbiano ammazzata. A meno di non aver considerato, prima, macari questa possibilità. Non so se mi spiegai».

«Si spiegò benissimo. Grazie» fece Montalbano.

Tornò in salotto, la signora Lapecora pareva imbarsamata. «Ha figli, signora?».

«Sì».

«Quanti?».

«Uno».

«Vive qua?».

«No».

«Che fa?».

«Il medico».

«Quanti anni ha?».

«Trentadue».

«Bisognerà avvertirlo».

«Lo farò».

Gong. Fine del primo round. Alla ripresa, fu la vedova a pigliare l’iniziativa,

«Gli spararono?».

«No».

«Lo strangolarono?».

«No».

«E come fecero ad ammazzarlo in ascensore?».

«Coltello».

«Di cucina?».

«Probabile».

La signora si susì, andò in cucina, il commissario la sentì rapriri e chiudiri un cassetto, tornò, si riassittò.

«Di là non manca niente». Il commissario passò al contrattacco.

«Perché ha pensato che quel coltello potesse essere vostro?».

«Un pinsèro come l’altro».

«Che ha fatto suo marito aieri?».

«Quello che faceva ogni mercoledì. Andò allo scagno. Ci andava il lunedì, il mercoledì e il venerdi».

«Che orario faceva?».

«Dalle dieci all’una della matinata, veniva a mangiare, s’arriposava tanticchia, tornava alle tre e mezzo e ci stava fino alle sei e mezzo».

«A casa che faceva?».

«Si metteva davanti alla televisione e lì stava».

«E nei giorni nei quali non andava in ufficio?».

«Stava lo stesso davanti alla televisione».

«Quindi stamatina, essendo giovedì, suo marito sarebbe dovuto restare a casa».

«Così è».

«Invece si vestì per uscire».

«Così è».

«Lei ha idea dove dovesse andare?».

«Nenti mi disse».

«Quando è uscita di casa, suo marito era sveglio o dormiva?».

«Dormiva».

«Non le sembra strano che suo marito, appena lei è andata via, si è svegliato di colpo, si è preparato in fretta e...».

«Può avere ricevuto una telefonata».

Un punto netto a favore della vedova.

«Aveva ancora molti rapporti d’affari suo marito?».

«Affari? Erano anni che aveva chiuso l’attività commerciale».

«Allora perché andava regolarmente in ufficio?».

«Quando glielo spiavo, m’arrispondeva che ci andava per taliàre le mosche. Era quello che diceva lui».

«Dunque, signora, lei afferma che aieri, dopo che suo marito tornò a casa dallo scagno, non successe niente d’anormale?».

«Niente. Almeno fino alle nove di sira».

«Che capitò dopo le nove di sira?».

«Mi pigliai due pastiglie di Tavor. E dormii accussì profunno che poteva crollare la casa e io non avrei aperto gli occhi».

«Quindi se il signor Lapecora avesse ricevuto una telefonata o una visita dopo le nove di sera lei non se ne sarebbe accorta».

«Certo».

«Aveva nemici suo marito?».

«No».

«Ne è sicura?».

«Sì».

«Amici?».

«Uno. Il cavaliere Pandolfo. Si telefonavano il martedì e andavano a chiacchiariàre al cafè Albanese».

«Signora, lei ha qualche sospetto su chi possa avere...».

Venne interrotto.

«Sospetto, no. Certezza sì».

Montalbano fece un salto dalla poltrona, Galluzzo disse «minchia!», ma a bassa voce.

«E chi sarebbe stato?».

«Chi è stato, commissario? La sua amante. Si chiama Karima col cappa. Una tunisina. S’incontravano nello scagno, il lunedì, il mercoledì e il venerdì. La buttana ci andava con la scusa di dover fare le pulizie».

Quattro

La prima domenica dell’anno passato cadde di cinque, la vedova disse che quella data fatale lei ce l’aveva stampata in testa.

Bene, alla nisciuta della chiesa dove era andata per la santa missa di mezzojorno, le si era avvicinata la signora Collura che aveva un negozio di mobilia.

«Signora, dica a suo marito che quella cosa che aspittava, arrivò aieri».

«Quali cosa?».

«Il divano-letto».

La signora Antonietta ringraziò e se ne tornò a casa con una virrina, un trapano, che le spirtusava la testa. Che se ne faceva suo marito di un divano-letto? Malgrado la curiosità se la mangiasse viva, non spiò nenti ad Arelio. A farla brevi, quel mobile non arrivò mai a la casa. Fu due domeniche appresso che la signora Antonietta accostò la venditrice di mobilia.

«Lo sapi? Il colore del divano-letto stona con la tintura della parete».

Un colpo sparato a casaccio, ma che centrò il bersaglio.

«Signora mia, a mia disse che il colore doveva essere verde cupo, come la tappezzeria».

La seconda càmmara dello scagno era verde cupo; ecco dove aveva fatto portare il divano-letto, quel grandissimo disgraziato!

Il tridici di giugno sempri dell’anno passato, macari questa data ci aveva stampata in testa, le arrivò la prima lettera anonima. In tutto ne mandarono tre, fra giugno e settembre.

«Me le può far vedere?» spiò Montalbano.

«Le abbrusciai. Non conservo fitinzìe».

Le tre lettere anonime, composte con lettere ritagliate dai giornali secondo la migliore tradizione, dicevano tutte la stessa cosa: so’ marito Arelio, tre volte la simana, il lunedì, il mercoledì e il venerdì, riceveva una fìmminazza tunisina di nome Karima, canosciuta come buttana. Questa fìmmina ci andava o la matina o il dopopranzo dei giorni spari. Qualche volta accattava le cose che le servivano per le pulizie in un negozio della stessa strata, ma tutti sapevano che quella andava a trovare il signor Arelio per fare cose vastase.

«Ha avuto modo di avere... riscontri?» spiò diplomaticamente il commissario.

«Se m’appostai per vidiri quanno quella troia trasiva e niscìva dallo scagno di me’ marito?».

«Anche».

«Non m’abbasso a fare sti cosi» disse superbiosa la signora. «Ma ebbi lo stesso modo. Un fazzoletto lordo».

«Rossetto?».

«No» fece la vedova con un certo sforzo e diventando leggermente rossa in faccia.

«E macari un paio di mutande» aggiunse dopo una pausa, facendosi ancora più rossa.

Montalbano e Galluzzo arrivarono nella Salita Granet che i tre negozi di quella corta strata erano già chiusi. Al numero 28 corrispondeva una minuscola palazzina: pianoterra sollevato di tre scalini rispetto al livello stradale, primo e secondo piano. Allato al portone c’erano tre targhe, una diceva: «Lapecora Aurelio Importazioni-Esportazioni piano terra»; un’altra: «Cannatello Orazio Studio Notarile»; la terza: «Angelo Bellino Commercialista ultimo piano». Trasirono con le chiavi che il commissario aveva pigliato dal tavolo dello studio. La prima càmmara era lo scagno vero e proprio: uno scrittoio grande, ottocentesco, di mogano nero; un tavolinetto con sopra una Olivetti anni Quaranta, quattro grandi scaffalature metalliche stracolme di vecchi fascicoli. Sullo scrittoio c’era un telefono funzionante. Di seggie nello scagno ce n’erano cinque, ma una era rotta e stava capovolta in un angolo. Nella càmmara appresso... La càmmara appresso, dalle ormai note pareti verde cupo, pareva non appartenere allo stesso appartamento: tirata a lucido, ampio divano-letto, televisione, telefono collegato all’altro, impianto stereo, carrello con bottiglie di liquori vari, minifrigo, un orrendo nudo di donna chiappe al vento sopra il divano. Allato al divano c’era un mobiletto basso con un lume finto liberty, il cassetto stracolmo di preservativi d’ogni tipo.

«Quanti anni aveva il morto?» spiò Galluzzo.

«Sessantatré».

«All’anima!» fece l’agente e fischiò ammirativo.

Il bagno era come la stanza verde cupo: splendente, munito di bidet anatomico, phon a parete, vasca da bagno con doccia a telefono, uno specchio dove ci si poteva taliàre intero.

Tornarono nella prima càmmara. Rovistarono nei cassetti dello scrittoio, raprirono qualche fascicolo. La corrispondenza più recente risaliva ad almeno tre anni prima.

Sentirono dei passi al piano di sopra, nello studio del notaio Cannatello. Il notaio non c’era, comunicò loro il segretario, un allampanato trentino sconsolato. Disse che il pòviro signor Lapecora rapriva l’ufficio solo per passare tempo. Nei giorni in cui apriva, veniva a puliziare l’appartamento una bella tunisina. Ah, se ne stava scordando: negli ultimi mesi, con una certa frequenza, veniva a fargli visita un nipote, almeno così l’aveva presentato il pòviro signor Lapecora quella volta che si erano incontrati tutti e tre sul portone. Si trattava di un trentenne, bruno, alto, vestito bene, guidava una BMW grigio metallizzata. Doveva essere stato molto all’estero, il nipote, parlava l’italiano con accento curioso. No, non sapeva niente della targa della BMW, non ci aveva fato caso. Di colpo, assunse l’espressione di chi considera la propria casa devastata dal terremoto. Disse che su quel delitto aveva precisa piniòne.

«E cioè?» spiò Montalbano.

Doveva essere stato il solito giovinastro in cerca di soldi per la droga.

Ridiscesero e dal telefono dello scagno il commissario chiamò la signora Antonietta.

«Mi scusi, perché non m’ha detto che avete un nipote?».

«Perché non l’abbiamo».

«Torniamo allo scagno» disse Montalbano quando erano arrivati a due passi dal commissariato. Galluzzo non s’azzardò a spiare né il pirchì né il pircomu. Nel bagno della càmmara verde cupo, il commissario tuffò il naso nell’asciugamano, aspirò profondamente, poi si mise a cercare nel mobiletto allato al lavabo. C’era una bottiglietta di profumo, «Volupté», la porse a Galluzzo.

«Profumati».

«Che mi devo profumare?».

«Il culo» fu l’inevitabile risposta.

Galluzzo si passò tanticchia di «Volupté» su una guancia. Montalbano gl’impiccicò sopra il naso, aspirò. Combaciava, era lo stesso odore color paglia bruciata che aveva sentito nello studio di casa Lapecora. Volle esserne certo, ripeté il gesto.

Galluzzo sorrise:

«Dottore, se ci vedessero qua, così... chissà cosa penserebbero».

Il commissario non rispose, andò al telefono.

«Pronto, signora? Mi scusi se la disturbo ancora. Suo marito usava qualche profumo? No? Grazie».

Nella càmmara dell’ufficio di Montalbano trasì Galluzzo.

«La Beretta di Lapecora è stata denunziata l’otto dicembre dell’anno passato. Siccome non aveva porto d’armi, la poteva tenere solo in casa».

Qualcosa - pensò il commissario - dovette averlo squietato in quel periodo se si risolvette ad accattare un’arma.

«Che ne facciamo della pistola?».

«Ce la teniamo qua. Gallù, eccoti le chiavi dello scagno. Domani a matina presto ci vai, trasi e aspetti dintra. Cerca di non farti vedere. Se la tunisina non sa niente di quello che è capitato, domani, che è venerdì, s’appresenta regolarmente».

Galluzzo fece una smorfia.

«Difficile che non sappia nenti».

«Perché? Chi glielo deve dire?».

Al commissario parse che Galluzzo stesse disperatamente cercando di fare marcia indietro.

«Mah, sa com’è, la voce circola...».

«Non è che per caso ne hai parlato a tuo cognato il giornalista? Guarda che se Ilo hai fatto...».

«Commissario, ci lo giuro. Non ci dissi nenti».

Montalbano ci credette. Galluzzo non era omo che contasse farfantarìe.

«Ad ogni modo, allo scagno ci vai lo stesso».

«Montalbano? Sono Jacomuzzi. Ti volevo ragguagliare sui risultati delle nostre analisi».

«Oddio, Jacomù, aspetta un attimo, il cuore mi sta battendo all’impazzata. Dio, che emozione! Ecco, sono un pochino più calmo. Ragguagliami, come dici tu nel tuo impareggiabile burocratese».

«Premesso che sei un inguaribile stronzo, il mozzicone di sigaretta era una comune cicca di Nazionale senza filtro, nella polvere raccolta dal pavimento dell’ascensore non c’era niente d’anormale e in quanto al pezzettino di legno...».

«...era solamente un fiammifero di cucina».

«Esatto».

«Sono senza fiato, praticamente mi trovo sotto infarto! M’avete consegnato l’assassino!».

«Montalbà, vai a farti fottere».

«Sempre meglio che starti a sentire. Che aveva in tasca?».

«Un fazzoletto e un mazzo di chiavi».

«E del coltello che mi dici?».

«Da cucina, molto usato. Tra la lama e il manico c’era una squama di pesce».

«E non ti sei spinto oltre? Era una squama di triglia o di merluzzo? Indaga ancora, non lasciarmi nell’ansia».

«Ma perché te la pigli tanto?».

«Jacomù, cerca di mettere in moto A cervello. Se fossimo putacaso nel deserto del Sahara e tu mi venissi a dire che c’era una squama di pesce nel coltello che ha ammazzato un turista, la cosa potrebbe, dico potrebbe, avere senso. Ma che minchia di significato ha in un paese come Vigàta dove tra ventimila abitanti diciannovemilanovecentosettanta mangiano pesce?».

«E gli altri trenta perché non lo mangiano?» spiò impressionato e incuriosito Jacomuzzi.

«Perché sono lattanti».

«Pronto? Montalbano sono. Mi chiama per favore il dottor Pasquano?».

«Aspetti all’apparecchio».

Ebbe il tempo di cominciare a canticchiare: «E te lo vojo dì / che sò stato io...».

«Pronto, commissario? Il dottore si scusa, ma sta facendo l’autopsia a quei due incaprettati di Costabianca. Dice così, che per il morto che la riguarda, quello aveva salute da vendere, se non l’ammazzavano campava cent’anni. Una sola coltellata, data con mano ferma. Il fatto è successo tra le sette e le otto di questa mattina. Serve altro?».

Nel frigo trovò pasta coi broccoli che mise in forno a scaldare, per secondo la cammarera Adelina gli aveva preparato involtini di tonno. Stimando che a mezzogiorno s’era tinuto leggero, si sentì in dovere di mangiarsi tutto. Poi raprì il televisore, lo sintonizzò su «Retelibera», una buona televisione provinciale nella quale lavorava il suo amico Nicolò Zito, rosso di pelo e di pinsèro. Zito commentava il fatto del tunisino ammazzato sul Santopadre mentre l’operatore dettagliava sui pirtùsa che sforacchiavano la timoniera e su una macchia scura nel legno che poteva essere sangue. Di colpo, spuntò Jacomuzzi inginocchiato che taliava qualcosa con una lente d’ingrandimento.

«Buffone!» fece Montalbano e passò su «Televigàta», quella dove travagliava Prestìa, cognato di Galluzzo. Macari qua apparse Jacomuzzi, solo che non era più sul peschereccio, ora stava facendo finta di pigliare impronte digitali dintra l’ascensore dove era stato assassinato Lapecora. Montalbano santiò, si susì, buttò un libro contro il muro. Ecco perché Galluzzo era stato reticente, sapeva che la notizia si era sparsa e non aveva avuto il coraggio di dirglielo. Sicuramente era stato Jacomuzzi ad avvertire i giornalisti per mettersi in mostra. Non poteva farne a meno, l’esibizionismo in quell’uomo toccava vertici riscontrabili solo in qualche attore mediocre o in qualche scrittore con centocinquanta copie di tiratura.

目录
设置
设置
阅读主题
字体风格
雅黑 宋体 楷书 卡通
字体大小
适中 偏大 超大
保存设置
恢复默认
手机
手机阅读
扫码获取链接,使用浏览器打开
书架同步,随时随地,手机阅读
首 页 < 上一章 章节列表 下一章 > 尾 页