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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15387 字 更新时间:2026-6-22 23:14

Ora sul video c’era Pippo Ragonese, notista politico dell’emittente. Voleva parlare, disse, della vigliacca aggressione tunisina contro il nostro motopeschereccio che tranquillamente pescava dentro le nostre acque territoriali, vale a dire nel sacro suolo della patria. Suolo non era certamente, perché si trattava di mare, ma sempre patria era. Un governo meno imbelle di quello attuale, in mano all’estrema sinistra, avrebbe certamente reagito con durezza ad una provocazione che...

Montalbano spense il televisore.

Il nirbùso che gli era venuto per la bella pensata di Jacomuzzi non accennava a passargli. Assittato nella verandina che dava sulla spiaggia, taliando il mare al chiaro di luna, si fumò tre sigarette di fila. Forse la voce di Livia l’avrebbe calmato, tanto da potersi coricare e pigliare sonno.

«Pronto, Livia, come stai?».

«Così così».

«Io ho avuto una giornata pesante».

«Ah, sì?».

Che diavolo aveva Livia? Poi s’arricordò che la telefonata della mattina si era conclusa infelicemente.

«Ti ho telefonato per chiederti perdono della mia cafonaggine. E non solo per quello. Se tu sapessi quanto mi manchi...».

Ebbe il sospetto di stare esagerando.

«Ti manco davvero?».

«Sì, tantissimo».

«Senti, Salvo, sabato mattina prendo l’aereo e poco prima di pranzo sono a Vigàta».

Si terrorizzò, ci mancava solo Livia.

«Ma no, amore, per te è un tale disturbo...».

Quando s’intestava, Livia era peggio di una calabrese. Sabato mattina aveva detto e sabato mattina sarebbe arrivata. Montalbano si disse che il giorno appresso avrebbe dovuto telefonare al Questore. Addio, pasta col nìvuro di sìccia!

Verso le undici del matino appresso, visto che in ufficio non capitava nenti, il commissario si diresse pigramente verso la Salita Granet. Il primo negozio della strata era una panetteria, stava lì da sei anni. Il panettiere e il suo garzone avevano sì saputo che un signore che aveva lo scagno al numero 28 era stato ammazzato, ma loro non lo conoscevano, mai visto. Non era possibile e Montalbano insisté con le domande sempre più pigliando un’ariata da sbirro, finché si rese conto che, per andare da casa sua all’ufficio, il signor Lapecora faceva il tratto opposto della strada. E difatti, al negozio d’alimentari ch’era al 26, lo conoscevano, e come!, il pòviro signor Lapecora. Conoscevano macari la tunisina, come si chiamava, Karima, bella fìmmina, e volò qualche taliatina, qualche sorrisino tra il proprietario e i suoi commessi. Oddio, la mano sul foco non potevano mettercela, ma lei capirà, commissario, una così bella picciotta, sola in casa con un omo come il pòviro signor Lapecora che la sua età se la portava bene... Sì, aveva un nipote, un arrogante prisuntuoso che spisso lasciava la màchina proprio attaccata alla porta del nigozio che una volta la signora Miccichè, che stazza centocinquanta chili, arrimase incastrata tra la màchina e la porta del nigozio... No, la targa no. Se fosse stata come quelle d’una volta che PA significava Palermo e mi Milano, il discorso sarebbe stato diverso.

Il terzo e ultimo negozio di Salita Granet vendeva elettrodomestici. Il proprietario, il signor Zircone Angelo, come diceva l’insegna, stava darrè il bancone e leggeva il giornale. Certo che conosceva il pòviro, il negozio stava lì da dieci anni. Quando il signor Lapecora passava, negli ultimi anni solo il lunedì, il mercoledì e il venerdì, salutava sempre. Una così brava pirsùna. Sì, vedeva macari la tunisina, bella fìmmina. Sì, puro il nipote, qualche volta. Il nipote e l’amico del nipote.

«Quale amico?» spiò Montalbano pigliato alla sprovista. Risultò che il signor Zircone quest’amico l’aveva visto almeno tre volte: arrivava col nipote e assieme a lui trasìva al 28. Un trentino, bionnizzo, piuttosto grassottello. Di più non sapeva dire. La targa della macchina? Vogliamo babbiare? Con queste targhe che non si capisce se uno è turco o cristiano? Una Bmw grigio metallizzata, una parola di più sarebbe stata inventata.

Il commissario sonò il campanello della porta dello scagno. Nessuno venne ad aprire, Galluzzo, darrè la porta, evidentemente se la stava a pinsàri come meglio agire.

«Montalbano sono».

La porta si raprì mediatamente.

«La tunisina ancora non si vide» fece Galluzzo.

«E manco si vedrà. Avevi ragione tu, Gallù».

L’agente abbasciò gli occhi, confuso.

«Chi è stato a dare la notizia?».

«Il dottor Jacomuzzi».

Per passare il tempo della posta, Galluzzo si era organizzato. Impossessatosi di una pila di vecchi numeri del «Venerdì di Repubblica», che il signor Lapecora raccoglieva ordinatamente in un ripiano della scaff alatura, quella con meno carpette, li aveva sparpagliati sullo scrittoio alla ricerca di pagine che rappresentassero fìmmine più o meno nude. Poi aveva smesso di taliarli e si era dato a risolvere i cruciverba di una rivista ingiallita.

«Ci devo stare tutto il santo jorno qua?» spiò attristato.

«Penso di sì, fatti coraggio. Senti, io vado di là, approfitto del bagno del signor Lapecora».

Non gli capitava spesso di farla tanto fuori orario, forse l’arrabbiatura che si era pigliato la sera avanti vedendo Jacomuzzi fare il pupo in televisione gli aveva alterato i ritmi della digestione.

S’assittò sulla tazza, tirò il rituale sospiro di soddisfazione e in quel preciso momento la sua mente mise a fuoco una cosa che aveva visto qualche minuto prima e alla quale non aveva dato nessun valore.

Balzò in piedi, currì nella càmmara allato, tenendosi con una mano mutande e pantaloni a mezz’asta.

«Fermo!» intimò a Galluzzo che, per lo scanto, diventò giarno come un morto e istintivamente si mise mani in alto.

Eccola lì, proprio vicino al gòmito di Galluzzo una «erre» nera, in grassetto, accuratamente ritagliata da qualche pagina di giornale. No, non di giornale: rivista, la carta era patinata.

«Che succede?» riuscì ad articolare Galluzzo.

«Può essere tutto e può essere niente» rispose il commissario come se fosse la sibilla cumana.

Tirò su i pantaloni, afiacciò la cintura lasciando la patta aperta, pigliò il telefono.

«Mi perdoni se la disturbo, signora. In che data mi disse d’avere ricevuto la prima lettera anonima?».

«Il tredici di giugno dell’anno passato».

Ringraziò, riattaccò.

«Dammi una mano, Gallù. Mettiamo in ordine tutti i numeri di questa rivista e vediamo se mancano pagine».

Quello che cercavano, lo trovarono: era il numero sette giugno, il solo dal quale due pagine fossero state strappate via.

«Andiamo avanti» fece il commissario.

Dal numero del trenta luglio mancavano due pagine; lo stesso dal numero del primo settembre.

Le tre lettere anonime erano state composte lì, nello scagno.

«Con permesso» fece, compito, Montalbano.

Galluzzo lo sentì che cantava nel cesso.

Cinque

«Signor Questore? Montalbano sono. Le telefono per dirle che sono veramente addolorato, ma domani sera non potrò venire a cena da lei».

«È addolorato perché non possiamo incontrarci o per la pasta al nero di seppia?».

«Per le due cose».

«Se si tratta di un impegno di lavoro io non posso...».

«Non è un impegno di lavoro... Il fatto è che per ventiquattr’ore viene a trovarmi la mia...».

Fidanzata? Gli parse cosa dell’Ottocento. Ragazza? Con l’età che si ritrovavano?

«Donna?» suggerì il Questore.

«Esattamente».

«La signorina Livia Burlando deve volerle molto bene per sobbarcarsi a un viaggio così lungo e noioso».

Mai aveva parlato di Livia al suo superiore, ufficialmente ne avrebbe dovuto ignorare l’esistenza. Manco quand’era in ospedale, perché gli avevano sparato, i due si erano incontrati. «Senta» disse il Questore. «Perché non ce la fa conoscere? Mia moglie ne avrebbe gran piacere. Faccia venire anche lei, domani sera».

La mangiata di sabato era salva.

«Parlo con il signor commissario? Con lui personalmente?».

«Sì, signora, sono io».

«Vorrei dirle qualcosa a proposito del signore che hanno assassinato ieri mattina».

«Lei lo conosceva?».

«Sì e no. Non ci ho mai parlato. Anzi, ho saputo come si chiamava dal telegiornale di ieri sera».

«Senta, signora, lei ritiene che quello che ha da dirmi sia veramente importante?».

«Penso di sì».

«Va bene. Passi nel mio ufficio oggi pomeriggio verso le cinque».

«Non posso».

«Beh, allora domani».

«Manco domani. Sono paralitica».

«Capisco. Vengo io da lei, anche subito».

«Io sempre a casa sto».

«Dove abita, signora?».

«Salita Granet 23. Mi chiamo Clementina Vasile Cozzo».

Mentre percorreva il corso diretto all’appuntamento, si sentì chiamare. Era il maggiore Marniti, assittato a un tavolo del caffè Albanese con un ufficiale più picciotto.

«Le presento il tenente Piovesan, comandante della motovedetta Fulmine, quella che...».

«Montalbano, piacere» fece il commissario. Ma non ci aveva nessun piacere, quella storia del peschereccio era riuscito a scaricarla, perché continuavano a metterlo di mezzo?

«Prenda un caffè con noi».

«Veramente ho un impegno».

«Cinque minuti soltanto».

«Va bene, ma senza caffè».

S’assittò.

«Parli lei» disse Marniti a Piovesan.

«Per me, no xe vero gnente».

«Cosa non è vero?».

«A mi sta storia del peschereccio la me sta proprio sul gobo. Noi abbiamo ricevuto il may day del Santopadre all’una di notte, ci ha dato la posizione e ci ha detto che era inseguito dalla motovedetta Rameh».

«Qual era la posizione?» s’informò suo malgrado il commissario.

«Appena fuori dalle nostre acque territoriali».

«E voi siete corsi».

«Veramente tocava alla motovedetta Lampo ché la xera più vicina».

«E perché la Lampo non ci andò?».

«Perché un’ora avanti era stato lanciato un sos da un peschereccio che imbarcava acqua da una falla. Alla Lampo ghe xè andà drio il Tuono e cussì un largo tratto de mare restò sguarnìo».

«Fulmine, lampo, tuono: sempre malotempo in marina» pinsò Montalbano. E invece disse:

«Naturalmente non trovarono nessun peschereccio in difficoltà».

«Naturalmente. E anca mi, quando arrivai sul posto, non trovai traccia né del Santopadre né del Rameh, il quale, tra l’altro, sicuramente quella notte non era in servizio. Non so cosa dir ma la me spussa».

«Di che?» gli spiò Montalbano.

«Di contrabbando» rispose Piovesan.

Il commissario si susì, allargò le braccia stringendo le spalle:

«Ma che possiamo fare? Quelli di Trapani e Mazàra hanno avocato l’inchiesta».

Attore consumato, Montalbano.

«Commissario! Dottore Montalbano!». Lo stavano chiamando un’altra volta. C’era la possibilità che arrivasse prima di notte dalla signora, o signorina, Clementina? Si voltò, era Gallo che lo stava inseguendo.

«Che c’è?».

«Nenti, c’è. Siccome che l’ho vista, l’ho chiamata».

«Dove stai andando?».

«Mi ha telefonato Galluzzo dallo scagno di Lapecora. Ora vado ad accattare qualche panino e gli tengo compagnia».

Il numero 23 di Salita Granet era esattamente di fronte al numero 28, le due case erano identiche.

Clementina Vasile Cozzo era una settantenne molto ben vestita. Stava su una sedia a rotelle. L’appartamento era pulitissimo, specchiato. Seguita da Montalbano, andò a sistemarsi vicinissima a una finestra con le tendine. Fece cenno al commissario di pigliare una seggia e d’assittarsi davanti a lei.

«Sono vedova» esordì «ma mio figlio Giulio non mi fa mancare niente. Sono pensionata, facevo la maestra elementare. Mio figlio mi paga una cammarera che accudisce a mia e alla casa. Viene tre volte al giorno, la mattina, a mezzogiorno e la sera quando mi metto a letto. Mia nuora, che mi vuole bene come una vera figlia, passa di qua almeno una volta al giorno, lo stesso fa Giulio. A parte questa disgrazia che m’è capitata da sei anni, non mi posso lamentare. Sento la radio, guardo la televisione, ma soprattutto leggo. Vede?»,

Indicò due scaffali stracolmi di libri.

La signora, e non signorina, ormai era assodato, quando si sarebbe decisa di venire al dunque?

«Le ho premesso tutto questo per farle capire che io non sono una strucciolèra, una che passa il tempo a taliàre quello che fanno gli altri. Però ogni tanto le cose le vedi macari quando non vorresti vederle».

Squillò il cordless che la signora teneva su un ripiano agganciato al bracciolo.

«Giulio? Sì, c’è da me il commissario. No, non ho bisogno di niente. A più tardi».

Taliò Montalbano con un sorriso.

«Giulio era contrario al nostro incontro. Non voleva che m’ammiscassi, m’intromettessi in cose che, secondo lui, non mi riguardano. Per decenni la gente perbene di qua non ha fatto altro che ripetere che la mafia non la riguardava, erano cose loro. Ma io, ai miei scolari, insegnavo che il ‘nenti vitti, nenti sacciu’ era il peggiore dei peccati mortali. E ora che tocca a me di contare quello che ho visto, mi tiro indietro?».

Tacque, sospirò. A Montalbano la signora Clementina Vasile Cozzo andava piacendo sempre più.

«Lei mi deve scusare, sto divagando. Per quarant’anni, come maestra, non ho fatto che parlare e parlare. M’è rimasta l’abitudine. Si alzi».

Montalbano obbedì. da bravo scolaro.

«Si metta alle mie spalle e si chini fino all’altezza della mia testa».

Quando il commissario le fu tanto vicino da sembrare che stesse parlandole all’orecchio, la signora scostò la tendina.

Pareva proprio d’esserci dentro, nella prima càmmara dello scagno del signor Lapecora, perché la mussola, applicata direttamente ai vetri della finestra, era troppo leggera per fare da schermo. Gallo e Galluzzo stavano mangiando panini che in realtà erano mezze pagnotte. Una bottiglia di vino in mezzo, con due bicchieri di carta. La finestra della signora Clementina era leggermente più in alto dell’altra e, per un curioso effetto di prospettiva, i due agenti e gli oggetti ch’erano nella càmmara risultavano leggermente ingranditi.

«D’inverno, quando accendevano la luce, si vedeva meglio» commentò la signora, lasciando ricadere la tendina.

Montalbano tornò ad assittarsi.

«Allora, signora, che ha visto?» spiò.

Clementina Vasile Cozzo glielo disse.

Finito il racconto, quando già stava pigliando congedo il commissario sentì raprirsi e chiudersi la porta di casa.

«È arrivata la cammarera» disse la signora Clementina.

Trasì una picciotta ventina, bassa e stacciuta, dall’ariata severa che severamente taliò l’intruso.

«Tutto a posto?» spiò sospettosa.

«Sì, tutto a posto».

«Allora io vado in cucina a mettere l’acqua» fece. E niscì per niente rassicurata.

«Beh, signora, io la ringrazio e...» principiò il commissario susendosi.

«Perché non resta a mangiare con me?».

Montalbano si sentì impallidire lo stomaco. La signora Clementina era buona e cara, ma doveva nutrirsi a semolino e a patate bollite.

«Veramente avrei tanto da...».

«Pina, la cammarera, è un’ottima cuoca, mi creda. Oggi ha preparato pasta alla Norma, sa, quella con le milanzane fritte e la ricotta salata».

«Gesù!» fece Montalbano assittandosi.

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