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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15384 字 更新时间:2026-6-22 23:14

«E per secondo uno stracotto».

«Gesù!» ripeté Montalbano.

«Perché si meraviglia tanto?».

«Non è un mangiare tanticchia pesante per lei?».

«E perché? Io ho uno stomaco che non ce l’ha una picciotta di vent’anni, quelle che vanno serene una giornata intera con mezza mela e una centrifuga di carote. Macari lei è dell’opinione di mio figlio Giulio?».

«Non ho il piacere di conoscerla».

«Dice che alla mia età non è dignitoso mangiare queste cose. Mi considera un poco svergognata. Secondo lui dovrei andare avanti a pappine. Allora che fa, resta?».

«Resto» fece deciso il commissario.

Traversò la strata, acchianò i tre scalini, tuppiò alla porta dello scagno. Venne ad aprirgli Gallo.

«Ho dato il cambio a Galluzzo» spiegò. E poi:

«Dottore, lei viene dall’ufficio?».

«No. Perché?».

«Fazio ha telefonato qua per sapere se l’avevamo visto. La sta cercando. Ha una cosa importante da dirle».

Il commissario corse al telefono.

«Commissario, mi sono permesso perché penso che si tratta di una novità seria. Si ricorda che aieri a sira lei mi disse di fare un fonogramma di ricerca per quella Karima? Bene, proprio una mezz’orata fa mi ha telefonato da Montelusa il dottor Mancuso della Stranieri. Dice che è riuscito a sapere, per pura combinazione, dove abita la tunisina».

«Dimmi».

«Abita a Villaseta, in via Garibaldi 70».

«Vengo subito e andiamo».

Sul portone del commissariato venne fermato da un quarantino ben vestito.

«Lei è il dottor Montalbano?».

«Sì, ma non ho tempo».

«È da due ore che l’aspetto. I suoi collaboratori non sapevano se lei sarebbe venuto o no. Sono Antonino Lapecora».

«Il figlio? Il medico?».

«Sì».

«Condoglianze. Venga dentro. Ma solo cinque minuti». Fazio gli si fece incontro.

«La macchina è pronta».

«Partiamo fra cinque minuti. Prima parlo con questo signore».

Trasìrono nella càmmara, il commissario fece accomodare il medico, lui s’assittò darrè la scrivania.

«L’ascolto».

«Vede, commissario, è da circa quindici anni che io vivo a Valledolmo dove esercito la professione. Sono pediatra. A Valledolmo mi sono sposato. Questo per dirle che da tempo i rapporti con i miei genitori si sono inevitabilmente allentati. Del resto da sempre, tra di noi, c’è stata una scarsa confidenza. Passavamo assieme le feste comandate, certo, e ogni quindici giorni una telefonata. Perciò rimasi molto sorpreso quando, ai primi d’ottobre dell’anno scorso, ricevetti una lettera da papà. Questa».

Si mise una mano in sacchetta, tirò fuori la lettera, la pruì al commissario.

Nino carissimo, lo so che questa mia ti sorprenderà. Ho cercato di non farti sapere niente di una storia nella quale mi sono trovato implicato che ora minaccia di diventare una cosa assai grave per me. Adesso però mi rendo conto che non posso più continuare così. Ho assolutamente bisogno del tuo aiuto. Vieni subito. E di queste righe non parlarne alla mamma. Baci.

PAPÀ

«E lei che fece?».

«Beh, vede, io due giorni dopo dovevo partire per New York... Sono stato fuori per un mese. Quando sono tornato, ho telefonato a papà domandandogli se aveva ancora bisogno di me e lui mi disse di no. Poi ci siamo visti di persona, ma non è tornato sull’argomento».

«Lei si fece un’idea quale potesse essere la storia pericolosa che suo padre le accennava?».

«Allora pensai che riguardasse la ditta che aveva voluto riaprire malgrado il mio parere decisamente contrario. Litigammo, anzi. In più, mamma m’aveva accennato a una relazione di papà con una donna che lo costringeva a spese eccessive...».

«Si fermi qui. Lei dunque si convinse che l’aiuto che suo padre voleva da lei consisteva principalmente in un prestito o qualcosa di simile?».

«Se devo essere sincero, sì».

«E non intervenne, malgrado il tono della lettera preoccupato e preoccupante»,

«Beh, vede...».

«Lei guadagna bene, dottore?».

«Non mi posso lamentare».

«Mi levi una curiosità: perché ha voluto farmi vedere la lettera?».

«Perché, alla luce dell’omicidio, la prospettiva è mutata. Penso che possa essere utile alle indagini».

«No, non lo è» fece calmo Montalbano. «Se la ripigli e se la tenga cara. Lei ha figli, dottore?».

«Uno. Calogerino, di quattro anni».

«Le auguro di non avere mai bisogno di suo figlio».

«Perché?» spiò sbalestrato il dottor Antonino Lapecora.

«Perché se buon sangue non mente, lei sarebbe fottuto».

«Ma come si permette?».

«Se non sparisce entro dieci secondi la faccio arrestare con un pretesto qualsiasi».

Il dottore scappò tanto precipitosamente da far cadere la seggia sulla quale era stato assittato.

Aurelio Lapecora aveva disperatamente domandato al figlio d’essere aiutato e quello, tra lui e suo padre, ci aveva messo di mezzo l’Oceano.

Fino a trent’anni avanti, Villaseta consisteva in una ventina di case, o meglio casupole, disposte dieci per lato a metà della provinciale Vigàta-Montelusa. Negli anni del boom economico però, alla frenesia edilizia (sulla quale sembrò basarsi costituzionalmente il nostro paese: «l’Italia. è una Repubblica fondata sul lavoro edilizio»), si accompagnò il delirio viario e quindi Villaseta si trovò ad essere il punto d’intersecazione di tre strade a scorrimento veloce, di una superstrada, di una cosiddetta «bretella», di due provinciali e di tre interprovinciali. Alcune di queste strade riservavano all’incauto viaggiatore foresto, dopo qualche chilometro di turistico paesaggio coi guardrail opportunamente dipinti di rosso dove erano stati ammazzati giudici, poliziotti, carabinieri, finanzieri e persino guardie carcerarie, la sorpresa di terminare inspiegabilmente (o troppo spiegabilmente) contro il fianco d’una collina così desolata da far sorgere il sospetto che mai fosse stata calcata da piè umano. Altre invece, di colpo, andavano a finire a ripa di mare, sulla spiaggia dalla rena bionda e fine, senza una casa a vista d’occhio né una nave a filo d’orizzonte, con pronta caduta dell’incauto viaggiatore nella sindrome di Robinson.

Villaseta, che da sempre aveva obbedito al suo istinto primario di collocare case ai lati di una qualsiasi strada, divenne in breve un paesone esteso e labirintico.

«Va’ a trovare questa via Garibaldi, ora!» si lamentò Fazio che era alla guida.

«Qual è la parte più periferica di Villaseta?» s’informò il commissario.

«Quella allato alla strata per Butera».

«Andiamoci».

«Come lo sa che via Garibaldi è da quelle parti?».

«Lasciati pregare».

Sapeva di non sbagliarsi. Gli risultava, per osservazione diretta, che negli anni immediatamente precedenti il predetto miracolo economico, la zona centrale d’ogni paese o città aveva le strade intitolate, per doverosa memoria, ai padri della patria (tipo Mazzini, Garibaldi, Cavour), ai vecchi politici (Orlando, Sonnino, Crispi), ai classici (Dante, Petrarca, Carducci; Leopardi incontrava di meno). Dopo il boom la toponomastica era cangiata, i padri della patria, i vecchi politici e i classici erano andati a finire in periferia, mentre al centro ora ci stavano Pasolini, Pirandello, De Filippo, Togliatti, De Gasperi e l’immancabile Kennedy (sottinteso John e non Bob, per quanto Montalbano, in un perso paesino dei Nebrodi, si fosse una volta imbattuto in una piazza «F.lli Kennedy»).

Invece il commissario da un lato c’inzertò e dall’altro ci sbagliò. C’indovinò perché lungo la strata per Butera era avvenuto, come previsto, lo spostamento centrifugo dei nomi storici. Ci sbagliò invece perché le vie di quel, si fa per dire, quartiere, erano intestate non ai padri della patria ma, va a sapere perché, a Verdi, Bellini, Rossini e Donizetti. Scoraggiato, Fazio si decise a domandare informazioni a un vecchio viddrano su uno scecco carrico di rami secchi. Senonché l’asino decise di non fermarsi e Fazio fu costretto ad andargli appresso col motore al minimo.

«Scusi, via Garibaldi?».

Il vecchio parse non avere sentito.

«Via Garibaldi?» ripeté più forte Fazio.

Il vecchio si voltò, taliò il forastero con faccia arraggiata.

«Via Caribardi? Lei mi viene a dire ‘via’ a Caribardi con tutto questo burdello che succede nella nostra terra? Ca quale ‘via’! Caribardi deve tornare, di prescia, a rompergli il culo a questa maniàta di figli di buttana!».

Sei

La via Garibaldi, finalmente trovata, confinava con la campagna gialla, incolta, interrotta di tanto in tanto da qualche macchia verde d’orticello stento. Il numero 70 era una casuzza d’arenaria non intonacata. Due càmmare: a quella di sotto si accedeva da una porta piuttosto bassa con una finestrina allato; a quella di sopra, che godeva di un balconcino, si arrivava da una scala esterna. Fazio tuppiò alla porticina e poco dopo venne ad aprire una vecchia che indossava un camicione, la gallabiya, consunto ma pulito. Vedendo i due, si esibì in un profluvio di parole arabe spesso interrotte da gridolini di testa.

«E buonanotte!» commentò irritato Montalbano perdendosi subito d’animo (il cielo si era fatto leggermente nuvoloso).

«Aspetta, aspetta» fece Fazio alla vecchia, mentre metteva il palmo delle mani in avanti nel gesto internazionale che significa fermarsi. La vecchia capì e tacque di botto.

«Ka-ri-ma?» spiò Fazio, e, temendo di non aver pronunziato bene il nome, ancheggiò, lisciandosi una fluente quanto immaginaria capigliatura. La vecchia rise.

«Karima!» disse e col dito indice alzato indicò la càmmara di sopra.

Fazio in testa, Montalbano appresso e la vecchia che chiudeva la fila incomprensibilmente gridando, salirono la scala esterna. Fazio tuppiò e non rispose nessuno. Gli strilli della vecchia si fecero più forti. Fazio rituppiò. La vecchia risolutamente scostò il commissario, lo sorpassò, allontanò Fazio, si piazzò spalle alla porta, imitò Fazio lisciandosi i capelli e ancheggiando, fece seguire alla mimica il gesto di chi è andato via, poi abbassò la mano destra col palmo teso, la rialzò, allargò le dita, ripeté il gesto dell’andata via.

«Aveva un figlio?» sì stupì il commissario.

«Se n’è andata col figlio di cinque anni, se ho capito giusto» confermò Fazio.

«Ne voglio sapere di più» fece Montalbano. «Chiama a Montelusa l’ufficio Stranieri e fatti mandare uno che parli l’arabo. Il più presto possibile».

Fazio si allontanò seguito dalla vecchia che continuava a parlargli. Il commissario s’assittò su un gradino, addrumò una sigaretta e ingaggiò una gara d’immobilità con una lucertola.

Buscaìno, l’agente che sapeva l’arabo perché in Tunisia ci era nato e vissuto fino a quindici anni, arrivò dopo manco tre quarti d’ora. A sentire che il nuovo arrivato parlava la sua lingua, la vecchia decise una pronta collaborazione.

«Dice così, che lei vorrebbe raccontare tutto allo zio» tradusse Buscaìno.

Dopo il bambino, veniva fòra macari uno zio?

«E cu minchia è?» spiò Montalbano imparpagliato.

«Lo zio, ‘amm, sarebbe lei, commissario» spiegò l’agente «è un titolo di rispetto. Dice che Karima aieri a matina verso le nove è tornata qua, ha preso suo figlio e se n’è andata via di corsa. Dice che pareva molto agitata, spaventata».

«Ce l’ha la chiave della càmmara di sopra?».

«Sì» disse l’agente dopo avere spiato.

«Fattela dare e andiamo a vedere».

Mentre salivano la scala la vecchia parlò ininterrottamente e Buscaino velocemente tradusse. Il figlio di Karima aveva cinque anni; la madre lo lasciava alla vecchia tutti i giorni quando andava a lavorare; il picciliddro si chiamava François ed era figlio di un francese di passaggio in Tunisia.

La càmmara di Karima, d’esemplare pulizia, aveva un letto a due piazze, un lettino per il picciliddro arriparato da una tenda, un tavolinetto col telefono e il televisore, un tavolo più grande con attorno quattro seggie, una specchiera con quattro cassettini, un armuàr. Due dei cassettini erano pieni di fotografie. In un angolo c’era uno sgabuzzino, chiuso da una porta scorrevole di plastica, nel quale avevano trovato loco la tazza del cesso, il bidè, il lavabo. Qui il profumo che il commissario aveva sentito nello studio dello scagno di Lapecora, «Volupté», era molto intenso. Oltre il balconcino, c’era pure una finestra che si apriva sul retro, sopra un orticello ben tenuto.

Montalbano pigliò una fotografia, c’era una bella trentina scura di pelle, dai grandi occhi intensi, che teneva per mano un bambino.

«Chiedile se sono Karima e François».

«Sì» disse Buscaino.

«Dove andavano a mangiare? Qui non vedo fornelli».

La vecchia e l’agente parlottarono animatamente, poi Buscaino riferì che il bambino mangiava sempre dalla vecchia, anche Karima quand’era in casa, cosa che capitava qualche volta di sera”.

Riceveva uomini in casa?

Appena sentita la traduzione, la vecchia chiaramente s’indignò. Karima poco ci mancava che fosse una «ginn», una santa fìmmina a metà strada tra la razza umana e gli angeli, mai avrebbe fatto «haram», cose illecite, si guadagnava la vita sudando da serva, puliziando la sporcizia degli uomini. Era buona e generosa; le passava per la spesa, per badare al bambino e per tenere in ordine la casa, assai di più di quanto lei spendesse e non voleva mai indietro il resto. Lo zio, vale a dire Montalbano, era certamente uomo di giusto sentire e di retto operare, quindi come mai poteva pensare una cosa simile di Karima?

«Dille» fece il commissario mentre taliava le fotografie del cassetto «che Allah è grande e misericordioso, ma che se lei mi sta contando minchiate, sicuramente Allah se la prenderà a male perché inganna la giustizia e allora saranno cazzi amari».

Buscaino coscienziosamente tradusse e la vecchia s’azzittò, come se le fosse finita la carica a molla. Poi una sua chiavetta interiore la ricaricò e la vecchia si rimise incontenibilmente a parlare. Lo zio, che era molto saggio, aveva ragione, aveva visto giusto. Diverse volte, negli ultimi due anni, era venuto a trovarla un uomo giovane, arrivava con una grande automobile.

«Domandale di che colore».

Il dialogo tra la vecchia e Buscaìno fu lungo e laborioso.

«Mi pare d’aver capito grigio metallo».

«Che facevano quel giovane e Karima?».

Quello che fanno un uomo e una donna, zio. La vecchia sentiva sopra la sua testa il letto cigolare.

Dormiva con Karima?

Solo una volta, e fu lui, la mattina dopo, ad accompagnarla al lavoro con la sua automobile.

Ma era un uomo cattivo. Una notte c’era stato un gran rumore.

Karima gridava e piangeva, poi l’uomo cattivo se n’era andato.

Lei era accorsa e aveva trovato Karima che singhiozzava, i segni delle botte sul corpo nudo. François per fortuna non si era svegliato.

L’uomo cattivo era per caso venuto a trovarla mercoledì sera?

Come aveva fatto lo zio a indovinare? Sì, era venuto, ma non aveva fatto niente con Karima, se l’era portata via in macchina.

Che ora era?

Potevano essere le dieci di notte. Karima aveva fatto scendere giù da lei François, aveva detto che avrebbe passato la notte fuori casa. E infatti era tornata la mattina appresso verso le nove per poi scomparire col bambino.

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