L’aveva accompagnata l’uomo cattivo?
No, era venuta coll’autobus. L’uomo cattivo era invece arrivato dopo che Karima e suo figlio erano andati via da un quarto d’ora. Appena saputo che la donna non c’era, era risalito in macchina e corso a cercarla.
Karima le aveva detto dove intendeva andare?
No, non aveva parlato. Lei li aveva visti che si dirigevano a piedi verso Villaseta vecchia, lì passano le corriere.
Aveva una valigia?
Sì, molto piccola.
Che la vecchia si guardasse attorno. Mancava qualcosa dalla càmmara?
La vecchia spalancò l’armuàr - esplose nella stanza l’odore di «Volupté» - raprì qualche cassetto, rovistò.
Disse alla fine che Karima nella valigetta aveva messo un paio di pantaloni, una camicetta, delle mutandine, non portava reggiseno. Ci aveva infilato dentro anche un ricambio di vestiti e la biancheria del piccolo.
Che taliasse attentamente. Mancava altro?
Sì, il grande libro che teneva allato al telefono.
Risultò che il libro era una specie di agenda-diario. Sicuramente Karima l’aveva portato con sé.
«Non pensa di dover starsene fòra a lungo» commentò Fazio. «Domandale» disse il commissario a Buscaìno «se Karima passava spesso la notte fuori». Non spesso, qualche volta. Però avvertiva sempre. Montalbano ringraziò Buscamo e gli spiò: «Puoi dare uno strappo a Fazio sino a Vigàta?». Fazio taliò perplesso il suo superiore. «Perché, lei che fa?». «Io resto qua ancora tanticchia».
Tra le tante fotografie che il commissario principiò a esaminare, c’era una grossa busta gialla con dintra una ventina di foto di Karima nuda, in pose ora provocanti ora decisamente oscene, una sorta di campionario della mercanzia che era decisamente di primissima qualità. Come mai una fìmmina così non era arrinisciuta a trovare un marito, un amante ricco che la mantenesse, senza che lei fosse costretta a prostituirsi? Ce n’era una di Karima avanti nella gravidanza che taliava innamorata l’omo alto e biondo al quale stava letteralmente appesa, probabilmente il padre di François, il francese di passaggio in Tunisia. Altre mostravano Karima bambina con un maschietto di poco più grande di lei, si assomigliavano molto, gli occhi identici, erano senza dubbio fratello e sorella. Di foto col fratello ce n’erano tantissime, scattate nel corso degli anni. L’ultima doveva essere quella in cui Karima, con in braccio il figlio di pochi mesi, stava col fratello che indossava una specie di divisa e aveva un mitra fra le mani. Pigliò quest’ultima fotografia, scese la scala. La vecchia pistiàva dentro un mortaro della carne macinata alla quale aggiungeva chicchi di grano cotto. In un piatto c’erano pronti per essere arrostiti spiedini di carne, ogni pezzo avvolto in una pàmpina di vite. Montalbano riunì le punte delle dita in su, a cacòcciola, a carciofo, le mosse dall’alto in basso e viceversa. La vecchia capì la domanda. Indicò prima il mortaro:
«Kubba».
Poi pigliò in mano uno spiedino.
«Kebab».
Il commissario le mostrò la foto, puntò il dito sull’uomo. La vecchia rispose qualcosa d’incomprensibile. Montalbano s’incazzò con se stesso, perché aveva avuto tanta premura di mandare via Buscaìno? Poi s’arricordò che i tunisini ci avevano avuto a che spartire con i francesi per anni e anni. Ci tentò.
«Frère?».
Gli occhi della vecchia s’illuminarono.
«Oui. Son frère Ahmed».
«Où est-il?».
«Je ne sais pas» fece la vecchia allargando le braccia.
Dopo questo dialogo da manuale di conversazione, Montalbano si rifece la scala, pigliò la foto di Karima gravida con l’uomo biondo.
«Son mari?».
La vecchia fece un gesto di disprezzo.
«Simplement le père de François. Un mauvais homme». Troppi ne aveva incontrati e ne stava incontrando di uomini cattivi la bella Karima.
«Je m’appelle, Aisha» fece inaspettatamente la vecchia.
«Mon nom est Salvo» disse Montalbano.
Si mise in macchina, trovò la pasticceria che aveva intravisto venendo, accattò dodici cannoli, ritornò. Aisha aveva conzato la tavola sotto una minuscola pergola darrè la casuzza, all’inizio dell’orto. La campagna era deserta. Il commissario, come prima cosa, scartò la guantiera e la vecchia, come antipasto, si mangiò due cannoli. La «kubba» non entusiasmò Montalbano, ma i «kebab» avevano un sapore d’erba asprigna che li faceva vivaci, così almeno li definì secondo la sua aggettivazione imperfetta.
Durante il pasto Aisha probabilmente gli raccontò la sua vita, ma si era persa il francese e parlava solo in arabo. Comunque il commissario attivamente partecipò: se la vecchia arridìva, lui rideva; se la vecchia s’intristiva, lui faceva una faccia da due novembre.
Alla fine della cena Aisha sparecchiò mentre Montalbano, in pace con se stesso e col mondo, fumava una sigaretta. Poi la vecchia tornò, con una ariata misteriosa e cospirativa. Teneva in mano una scatoletta nìvura, lunga e piatta, probabilmente aveva contenuto una collana o qualcosa di simile. Aisha la raprì, dentro c’era un libretto al portatore della Banca Popolare di Montelusa.
«Karima» disse la vecchia e si portò un dito alle labbra per significare che quello era un segreto che tale doveva restare.
Montalbano pigliò il libretto dalla scatola, lo raprì.
Cinquecento milioni tondi.
L’anno passato - gli aveva contato la signora Clementina Vasile Cozzo - le era venuta una botta tirribili d’insonnia che non ci poteva verso, per fortuna che era durata solo qualche mese. Passava la maggior parte della nottata a taliàre la televisione o a sentire la radio. Leggere no, non ce la faceva così a lungo perché dopo un certo tempo gli occhi le pigliavano a fare pupi pupi. Una volta, potevano essere le quattro del matino, o forse prima, sentì le vociate di due imbriachi che si sciarriavano proprio sotto la sua finestra. Scostò la tendina, così, per curiosità, e vide che nello scagno del signor Lapecora c’era luce. A quell’ora di notte che ci faceva il signor Lapecora? E difatti Lapecora non c’era, non c’era nisciuno, la càmmara dello scagno era vacante. La signora Vasile Cozzo si fece persuasa che forse s’erano scordati la luce accesa. Tutt’inzèmmula spuntò, niscendo dall’altra càmmara che lei sapeva che c’era ma che non arrinisciva a vedere, un giovane il quale ogni tanto veniva nello scagno, macari quando Lapecora non ci stava. Quel giovane, completamente nudo, corse al telefono, sollevò la cornetta, cominciò a parlare. Evidentemente aveva squillato il telefono, ma la signora non l’aveva sentito. Poco dopo, sempre dall’altra càmmara, trasì Karima. Macari lei nuda e stette a sintìri il picciotto che animatamente discuteva. Poi la telefonata terminò, il giovane agguantò Karima e se ne tornarono nell’altra càmmara a finire quello che stavano facendo quando la telefonata li aveva interrotti. Doppo ricomparvero vestiti, astutarono la luce, se ne ripartirono col macchinone grigio metallizzato di lui.
Nel corso dell’anno passato la cosa si era ripetuta quattro o cinque volte. Per lo più stavano ore senza fare o dire niente, se lui la pigliava per un braccio e se la portava di là, era solo per passare il tempo. Certe volte lui scriveva o leggeva e lei dormicchiava sulla seggia, la testa appuiata al tavolo in attesa della telefonata. Certe volte, dopo aver ricevuto la telefonata, il picciotto ne faceva a sua volta, una o due.
Quella fìmmina, Karima, il lunedì, il mercoledì e il venerdi puliziava lo scagno - ma che c’era da pulire, Dio santo? - e certe volte rispondeva al telefono, ma le telefonate mai le passava al signor Lapecora, macari se lui era lì, di prisenza, e se la stava a sentire che parlava tenendo la testa vascia, a taliàre il pavimento, come se la cosa non lo riguardasse o fosse offiso.
A parere della signora Clementina Vasile Cozzo, la criata, la serva, la tunisina, era una fìmmina tinta, cattiva.
Non solo faceva quello che faceva col giovane bruno, ma qualche volta andava a smurritiare il povero Lapecora che inevitabilmente finiva per cedere, lasciandosi guidare nell’altra càmmara. Una volta, che Lapecora stava assittato al tavolinetto della macchina da scrivere leggendo il giornale, lei gli si era inginocchiata davanti, gli aveva sbottonato i pantaloni e, sempre inginocchiata... A questo punto la signora Vasile Cozzo aveva smesso di raccontare arrossendo.
Era chiaro che Karima e il giovane possedevano la chiave dello scagno, sia che l’avessero avuta da Lapecora sia che ne avessero fatto fare un duplicato. Ed era pure chiaro, macari se non c’erano testimoni in preda all’insonnia, che Karima, la notte prima che Lapecora venisse ammazzato, aveva passato qualche ora in casa della vittima, il profumo di «Volupté» stava a dimostrarlo. Possedeva anche le chiavi di casa o era stato lo stesso Lapecora a farla entrare, approfittando del fatto che la moglie aveva pigliato una dose abbondante di sonnifero? Ad ogni modo, la cosa pareva non avere senso. Perché rischiare di farsi sorprendere dalla signora Antonietta quando potevano comodamente incontrarsi nello scagno? Per un capriccio? Per condire col brivido del pericolo un rapporto altrimenti prevedibile?
E poi c’era la facenna delle tre lettere anonime, indubbiamente confezionate nello scagno. Perché Karima e il picciotto bruno l’avevano fatto? Per mettere in una posizione critica Lapecora? Non tornava. Niente avevano da guadagnarci. Anzi, rischiavano che il loro recapito telefonico, o quello che era diventata la ditta, non potesse più essere utilizzato.
Per capirci di più, bisognava aspettare il rientro di Karima che, Fazio aveva ragione, aveva pigliato il largo per non dover rispondere a domande pericolose, sarebbe tornata alla scordatina. Il commissario era certo che Aisha avrebbe mantenuto la parola che gli aveva data. In un improbabile francese le aveva spiegato che Karima si era infilata in un brutto giro, sicuramente quell’uomo cattivo e i suoi compagni avrebbero prima o poi ammazzato non solo lei ma anche François; e persino Aisha stessa. Gli parse d’averla abbastanza convinta e spaventata.
Rimasero d’accordo che appena Karima si faceva vedere, la vecchia avrebbe telefonato, bastava semplicemente che domandasse di Salvo e dicesse solamente il suo nome, Aisha. Le lasciò il numero dell’ufficio e quello di casa, raccomandandole di nasconderli bene, così come faceva col libretto al portatore.
Naturalmente il discorso filava a un semplice patto: che Karima non fosse l’assassina. Ma il commissario non ce la vedeva, per quanto ci ragionasse sopra, con un coltello in mano.
Taliò il ralogio alla luce dell’accendino, quasi mezzanotte. Da più di due ore se ne stava assittato nella verandina, allo scuro per evitare che moschitte e pappataci se lo mangiassero vivo, a pinsari e a ripinsari a quello che aveva saputo dalla signora Clementina e da Aisha.
Gli necessitava però ancora una precisazione. Poteva telefonare a quell’ora di notte alla Vasile Cozzo? La signora gli aveva spiegato che ogni sera la cammarera, dopo averla fatta mangiare, la spogliava e la metteva sulla sedia a rotelle. Però, anche se era pronta per andare a letto, non si curcàva, restava fino a tardo a taliàre la televisione. Dalla sedia a rotelle al letto e viceversa poteva farcela da sola.
«Signora, sono imperdonabile, lo so».
«Ma s’immagini, commissario! Ero sveglia, stavo seguendo un film».
«Ecco, signora. Lei mi ha detto che il giovane bruno certe volte leggeva o scriveva. Che leggeva? Che scriveva? riuscita in qualche modo a capirlo?».
«Leggeva giornali, lettere. E lettere scriveva. Però non usava la macchina che c’è nello scagno, si portava appresso una portatile. C’è altro?».
«Ciao, amore, dormivi? No? Davvero? Sarò da te domani mattina verso le tredici. Non ti preoccupare in nessun modo per me. Arrivo e se non ci sei t’aspetto. Tanto ho le chiavi».
Sette
Nel sonno, evidentemente una parte del suo ciriveddro aveva continuato a travagliare sulla facenna Lapecora, tant’è vera che verso le quattro del matino, a un ricordo che gli era venuto, si era susùto e si era messo affannosamente a cercare tra i libri. A un tratto s’arricordò che quel libro glielo aveva domandato in prestito Augello perché aveva visto in televisione il film che n’era stato tratto. Ce l’aveva da sei mesi e ancora non si era deciso a ridarglielo narrè. Si squietò.
«Pronto, Mimi? Montalbano sono».
«Oddio, che fu? Che successe?».
«Ce l’hai tu ancora quel romanzo di Le Carré che s’intitola Chiamata per il morto? Sicuro che te l’ho prestato».
«Ma che cazzo?! Sono le quattro del mattino!».
«Embè? Lo voglio restituito».
«Salvo, da fratello che ti vuole bene, perché non ti fai ricoverare?».
«Lo voglio subito».
«Ma stavo dormendo! Calmati, domani a matina te lo porto in ufficio. Ora mi dovrei mettere le mutande, cominciare a cercarlo, rivestirmi...».
«Non me ne fotte niente. Lo cerchi, lo trovi, ti metti in macchina macari in mutande e me lo porti».
Tambasiò casa casa per una mezz’orata facendo cose inutili come tentare di capire la bolletta del telefono o leggere l’etichetta di una bottiglia di minerale, poi sentì arrivare una macchina a velocità, un colpo sordo alla porta, l’auto che ripartiva. Raprì, il libro era a terra, le luci dell’auto di Augello già lontane. Gli venne il firtìcchio di fare una telefonata anonima all’Arma.
«Sono un cittadino. C’è un pazzo furioso che gira in mutande...».
Lasciò perdere. Cominciò a sfogliare il romanzo.
La storia era proprio come se la ricordava. Pagina 15:
«Smiley, parla Maston. Lei ha avuto un abboccamento con Samuel Arthur Fennan, al Foreign Office, lunedì, vero?».
«Sì, l’ho avuto».
«Di che cosa si trattava?».
«Una lettera anonima riguardante la sua appartenenza al Partito, a Oxford...».
Ed ecco, a pagina 187, l’avvio delle conclusioni alle quali arrivava Smiley nel suo rapporto:
«Era tuttavia possibile che avesse perduto l’amore per il suo lavoro e che quel suo invito a colazione rivolto a me fosse un primo passo per arrivare alla confessione. Con questo intento egli potrebbe anche aver scritto la lettera anonima che avrebbe potuto essere ideata allo scopo di mettersi in contatto col Dipartimento».
Seguendo la logica di Smiley, era dunque possibile che Lapecora avesse lui stesso scritto le lettere anonime contro di sé. Ma se ne era l’autore, perché, macari con qualche altro pretesto, non si era rivolto alla polizia o ai carabinieri?
Aveva appena formulato la domanda, che gli venne da sorridere per la sua ingenuità. Con la polizia o con l’Arma, una lettera anonima in grado di far aprire un’indagine avrebbe portato a conseguenze assai più serie per lo stesso Lapecora. Indirizzandole alla moglie, Lapecora sperava di suscitare una reazione, come dire, casalinga, ma bastevole a levarlo da una situazione o pericolosa o che gli pesava perché non era più capace di reggerla. Voleva tirarsene fòra e le sue erano state richieste d’aiuto, ma la moglie le aveva pigliate per quello che apparivano, vale a dire lettere anonime qualsiasi che denunziavano una tresca comune e volgare. Offisa, non aveva reagito, si era chiusa in un mutismo sdegnoso. Allora Lapecora, disperato, aveva scritto al figlio senza trincerarsi darrè l’anonimato. Ma quello, annorbato dall’egoismo e dallo scanto di perdere qualche lira, se n’era scappato a Nuovaiorca.