Grazie a Smiley, tutto quatrava. Tornò a dòrmiri.
Il commendatore Baldassarre Marzachì, direttore dell’ufficio postale di Vigàta, era notoriamente un imbecille presuntuoso. Manco questa volta si smentì.
«Non posso accedere alla sua richiesta».
«Ma perché, scusi?».
«Perché lei non ha l’autorizzazione di un magistrato».
«E perché dovrei averla? Qualsiasi impiegato del suo ufficio me l’avrebbe data, l’informazione che chiedo. È una cosa senza importanza».
«Questo lo sostiene lei. Se le avessero data l’informazione, i miei impiegati avrebbero commesso un’infrazione passibile di richiamo».
«Commendatore, cerchiamo di ragionare. Le sto solo domandando il nome del postino che serve la zona nella quale si trova Salita Granet. Tutto qua».
«E io non glielo dico, va bene? Se io, putacaso, glielo dicessi, lei che farebbe?».
«Rivolgerei qualche domanda al postino».
«Vede?! Lei vuole violare il segreto postale».
«Ma quando mai?».
Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti. Il commissario decise di fare ricorso a una tragediata che avrebbe annichilito il suo avversario. Di colpo, si abbandonò indietro col corpo, aderì con le spalle alla seggia, si fece venire una specie di trimolizzo alle mani e alle gambe, cercò disperatamente d’aprire il colletto della camicia.
«Oddio» rantolò.
«Oddio!» fece perfetta eco il commendator Marzachì susendosi e correndo afiato al commissario. «Si sente male?».
«Mi aiuti» affannò Montalbano.
Quello si calò, tentò d’allargare il colletto e fu allora che il commissario si mise a fare voci.
«Mi lasci! Perdio, mi lasci!».
Nello stesso momento, agguantò con le sue le mani di Marzachì, che aveva istintivamente tentato di sganciarsi, e le tenne all’altezza del suo collo.
«Ma che fa?» balbettò Marzachì completamente perso, non capiva cosa stesse succedendo. Montalbano urlò di nuovo.
«Mi lasci! Come si permette!» si sgolò sempre tenendo afferrate le mani del commendatore.
La porta si spalancò, apparvero due impiegati esterrefatti, un omo e una fìmmina, videro distintamente il loro superiore che tentava di strozzare il commissario.
«Andate via!» gridò Montalbano ai due. «Via! Non è niente! Tutto a posto!».
Gli impiegati si ritirarono chiudendo la porta. Montalbano tranquillamente si rimise il colletto a posto e taliò Marzachì che, appena lasciato libero, si era addossato a una parete.
«Ti ho inculato, Marzachì. Quei due hanno visto. E siccome ti odiano, come del resto tutti i tuoi dipendenti, sono pronti a testimoniare. Aggressione a pubblico ufficiale. Che vogliamo fare? Vuoi essere denunziato o no?».
«Perché mi vuole rovinare?».
«Perché ti ritengo responsabile».
«E di che, Dio santo?».
«Del peggio. Delle lettere che ci mettono due mesi per andare da Vigàta a Vigàta, dei pacchi che mi arrivano sventrati con metà del contenuto e tu mi vieni a parlare del segreto postale che ti puoi infilare nel culo, dei libri che mi dovrebbero giungere e non giungeranno mai... Tu sei una merda che si paluda di dignità per coprire questa cloaca. Ti basta?».
«Sì» fece distrutto Marzachì.
«Certo che gli arrivava posta. Non tanta, ma gli arrivava. Gli scriveva una ditta di fòra Italia, quella sola».
«Da dove?».
«Non ci ho fatto caso. Ma il francobollo era furastère. Le posso però dire come si chiamava la ditta perché sulla busta c’era stampato il nome. Aslanidis. Me l’arricordo perché mio patre, bonarma, che s’era fatto la guerra di Grecia, aveva conosciuto da quelle parti una fìmmina che si chiamava Galatea Aslanidis. Ce ne parlava sempri».
«Sulla busta c’era stampato che cosa vendeva questa ditta?».
«Sissi. Dattes, che significa àttuli, datteri».
«Grazie per essere venuto accussì di prescia» disse la signora Palmisano Antonietta recentissima vedova Lapecora appena gli raprì la porta.
«Perché? Lei voleva vedermi?».
«Sì. Non glielo dissero all’ufficio che telefonai?».
«Non ci sono ancora passato. Sono venuto qua di testa mia».
«Allora è una caso di cleptomania» concluse la signora. Per un attimo il commissario strammò, poi capì che quella intendeva dire telepatia.
«Un giorno o l’altro la faccio conoscere a Catarella» pensò Montalbano «e poi ne trascrivo i dialoghi. Altro che Ionesco!».
«Perché voleva vedermi, signora?.».
Antonietta Palmisano agitò un ditino malizioso.
«Eh no. Tocca a lei di parlare per prima, è a lei che è venuto il pinsèro».
«Signora, vorrei che lei mi facesse vedere esattamente quello che ha fatto l’altra mattina quando si preparava per andare a trovare sua sorella».
La vedova sturdì, aprì e richiuse la bocca.
«Babbìa?».
«No, non babbìo, non scherzo».
«Ma che pretende, che mi metto in cammisa di notte?» spiò, arrossendo, la signora Antonietta.
«Manco per sogno».
«Allora. Mi faccia pinsàri. Mi sono susùta dal letto appena che la sveglia sonò. Pigliai...».
«No, signora, forse non mi sono spiegato bene. Lei non me lo deve dire quello che fece, me lo deve far vedere. Andiamo di là».
Passarono nella càmmara di letto. L’armuàr era spalancato, vestiti di fìmmina riempivano una valigia posata sul letto. Su uno dei comodini, una sveglia rossa.
«Lei dorme da questo lato?» spiò Montalbano.
«Sì. Che faccio, mi devo distendere?».
«Non c’è bisogno, basta che si sieda sulla sponda».
La vedova obbedì, ebbe però uno scatto:
«Ma che ci accucchia tutto questo con l’ammazzatina d’Arelio?».
«Si lasci pregare, è importante. Cinque minuti e levo il disturbo. Mi dica: macari suo marito s’arrisbigliò sentendo la sveglia?».
«Di solito aveva il sonno lèggio. Se facevo la minima rumorata, rapriva gli occhi. Però, ora che lei mi ci sta facendo pinsàri, l’altra matina non la sentì. Anzi anzi: doveva essere tanticchia arrifriddato, col naso chiuso, perché si mise a russare, non lo faceva quasi mai».
Pessimo filodrammatico, il pòviro Lapecora. Ma gli era andata bene, una volta tanto.
«Vada avanti».
«Mi susii, pigliai i vistita che tenevo su quella seggia e andai in bagno».
«Spostiamoci».
Impacciata, la signora gli fece strata. Quando furono in bagno, taliando pudicamente a terra, la vedova spiò:
«Devo fare tutto?».
«Ma no. Dal bagno è uscita vestita, vero?».
«Sì, completamente, faccio sempre accussì».
«E poi che ha fatto?».
«Sono andata nella càmmara di mangiare».
Cramà aveva imparato la lezione e ci andò, seguita dal commissario.
«Pigliai la borsa che avevo preparata su questo divanetto la sera avanti, raprii la porta e niscii sul pianerottolo».
«È sicura d’aver chiuso la porta uscendo?».
«Sicurissima. Chiamai l’ascensore...».
«Basta così, grazie. Che ora era, lo ricorda?».
«Le sei e venticinque. Avevo fatto tardi, tanto che mi misi a correre».
«Quale fu l’imprevisto?».
La signora lo taliò interrogativa.
«Quale fu il motivo per cui venne a fare tardi? Mi spiego meglio: se uno sa che la matina appresso deve partire e punta la sveglia, considera il tempo giusto che ci vuole a...».
La signora Antonietta sorrise.
«Mi faceva male un callo» disse. «Ci ho messo la pomata, me lo sono fasciato e ho perso un tempo che non avevo calcolato».
«Grazie ancora e mi scusi. Buongiorno».
«Aspetti! Che fa? Se ne va?».
«Ah, già. Lei doveva dirmi qualcosa».
«S’assittasse un attimo».
Montalbano eseguì. Tanto, aveva saputo quello che voleva sapere: la vedova Lapecora non era entrata nello studio dove, quasi certamente, stava nascosta Karima.
«Come ha visto» esordi la signora «sto preparandomi a partire. Appena potrò fare il funerale ad Arelio, me ne vado».
«Dove va, signora?».
«Da mia sorella. Ha una casa granni ed è malata, come sa. Qua a Vigàta non ci metterò più piede, manco dopo morta».
«Perché non va a vivere con suo figlio?».
«Non gli voglio dare disturbo. E poi non vado d’accordo con sua mogliere che spende e spande e questo pòviro figlio mio si lamenta sempri che ci mancano novantanove centesimi per fare una lira. Comunque, le volevo dire che, taliando tra le cose che non mi servono più per gettarle via, ho trovato la busta nella quale c’era la prima lettera anonima. Credevo d’averla abbrusciata e invece si vede che ho distrutto solo lo scritto. Siccome che lei m’è parso particolarmente interessato...».
L’indirizzo era scritto a macchina.
«Posso tenerla?».
«Certo. E questo è quanto».
Si susì, il commissario pure, ma lei andò alla credenza sulla quale c’era una lettera, la pigliò, l’agitò verso Montalbano.
«Taliasse, commissario. Arelio manco due jorna ch’è morto e io comincio a pagare già ì debiti dei porci comodazzi suoi. Aieri m’arrivarono qua - si vede che alla posta hanno saputo che l’hanno ammazzato - due bollette dell’ufficio: la luce, duccentoventimila lire e il telefono trecentottantamila lire! Ma non era lui che telefonava, sa? A chi aveva da telefonare? Era quella buttana tunisina che telefonava, sicuro, macari ai parenti suoi in Tunisia. E stamatina m’è arrivata questa. Va a sapìri che gli aveva messo in testa quella grandissima troia che praticava e quello stronzo di me’ marito la stava a sèntiri!».
Elevato, il grado di pietas della signora Antonìetta Palmisano vedova Lapecora. La busta non era affrancata, l’avevano recapitata a mano. Montalbano decise di non farsi vedere troppo curioso, solo quel tanto che bastava.
«Quando l’hanno portata?».
«Gliel’ho detto, stamatina. Cento settantasettemila lire, una fattura della tipografia Mulone. A proposito, commissario, mi può ridare le chiavi dello scagno?».
«Ha urgenza?».
«Urgenza vera e propria, no. Però voglio cominciare a farlo vedere a quarchiduno che può accattarselo. Mi voglio vendere macari la casa. Ho calcolato che il solo funerale mi verrà a costare sopra i cinque milioni, tra una cosa e l’altra».
Tale madre, tale figlio.
«Con il ricavato dello scagno e della casa» fece Montalbano in una botta di malignità «funerali potrà pagarsene una ventina».
Empedocle Mulone, proprietario della tipografia, disse che sì, il pòviro Lapecora gli aveva ordinato fogli e buste con l’intestazione tanticchia modificata rispetto a quella vecchia. Erano vent’anni che il signor Arelio si serviva da lui, avevano amicizia.
«Qual è stata la modifica?».
«Export-Import al posto di Esportazione-Importazione. Però io lo sconsigliai».
«Non avrebbe fatto la modifica?».
«Non mi riferivo all’intestazione, ma all’idea che gli era venuta di ripigliare l’attività. Erano quasi cinque anni che si era ritirato e intanto le cose sono cangiate, le ditte falliscono, un momentaccio. E lo sa che fece, invece di ringraziarmi? S’incazzò. Disse che lui leggeva i giornali e taliava la televisione e perciò sapeva come stavano le cose».
«Il pacco col materiale stampato l’ha mandato a casa o allo scagno?».
«S’era raccomandato che lo mandassi allo scagno e così feci, in un giorno sparo della simàna. Ora non ricordo il giorno preciso, ma se vuole...».
«Non importa».
«La fattura invece l’ho fatta avere alla signora, dato che è molto difficile che il signor Lapecora trovi ora modo di passare dallo scagno, non le pare?».
Rise.
«Pronto il suo espresso, commissario» fece il banconista del caffè Albanese.
«Totò, sentimi. Il signor Lapecora veniva qua qualche volta con gli amici?».
«E come no? Ogni martedì. Chiacchiariavano, giocavano a carte. Erano sempre gli stessi».
«Dimmi i nomi».
«Dunque, c’erano: il ragionier Pandolfo...».
«Aspetta. Dammi l’elenco telefonico».
«E perché ci vòli telefonari? È quel signore anziano assittato al tavolino che si sta mangiando la granita».
Montalbano pigliò la sua tazza, andò allato al ragioniere.
«Posso sedermi?».
«Padronissimo, commissario».
«Grazie. Ci conosciamo?».
«Lei a mia no, io a lei sì».
«Ragioniere, lei giocava abitualmente con la bonarma?».
«Abitualmente! Ci giocavo solo il martedì. Perché, vede, il lunedì, il mercoledì e il...».
«Venerdì stava allo scagno» concluse Montalbano l’ormai consueta litania.
«Che vuole sapere?».
«Perché il signor Lapecora voleva ripigliare l’attività commerciale?».
Il ragioniere parse sinceramente meravigliato.
«Ripigliare? Ma quando mai? A noi non ce ne parlò. Tutti sapevamo che andava allo scagno per abitudine, per passatempo».
«E le parlò della fìmmina a ore, una certa Karima, che andava allo scagno per le pulizie?».
Un guizzo delle pupille, un’impercettibile esitazione che sarebbero passati inosservati se Montalbano non l’avesse tenuto, con gli occhi, sotto punterìa.
«E che ragione aveva di contarmi cose della so’ cammarera?».
«Lei a Lapecora lo conosceva bene?».
«E chi è che si conosce bene? Una trentina d’anni fa stavo di casa a Montelusa e avevo un amico di testa fina, lucido, intelligente, spiritoso, pronto, equilibrato. Tutte le qualità, aveva. E poi era generosissimo, un angelo, il suo era di chi aveva bisogno. Una sira sua sorella gli lasciò a tenere il figlio nico, di manco sei mesi. Si trattava di abbadargli due ore al massimo. Appena la sorella niscì, lui pigliò un coltello, squartò il picciliddro e se lo fece a brodo con tanticchia di prezzemolo e uno spicchio d’aglio. Guardi che non sto babbiando. Io, quello stesso giorno, ero stato con lui e lui era come sempre, lucido e gentile. Per tornare al pòviro Lapecora, sì, lo conoscevo quanto bastava, per esempio, a capire che da un due anni a questa parte era cangiato assai».
«In che senso?».
«Mah, era diventato nirbùso, non rideva, anzi attaccava lite, faceva catùnio a ogni minima occasione. Prima, no».
«Ha idea quale ne fosse la causa?».
«Un giorno glielo spiai. Era una quistione di salute, m’arrispose, un principio d’arteriosclerosi, così gli aveva detto il medico».
La prima cosa che fece, nello scagno dì Lapecora, fu d’assittarsi alla macchina da scrivere. Raprì il cassetto del tavolinetto, dintra. c’erano buste e fogli intestati alla vecchia maniera, fatti gialli dall’età. Pigliò un foglio, cavò dalla sacchetta la busta che gli aveva dato la signora Antonietta, ricopiò a macchina l’indirizzo. La prova del nove, se mai ce ne fosse stato di bisogno. Le «r» saltavano sopra il rigo, le «a» invece calavano sotto, la «o» era una pallina nìvura. l’indirizzo sulla busta della lettera anonima era stato scritto da quella macchina. Taliò fora. La cammarera della signora Vasile Cozzo, su una piccola scala a forbice, stava puliziando i vetri. Spalancò la finestra, chiamò.
«Senta, c’è la signora?».
«Aspittasse» fece la cammarera Pina taliandolo storto. Evidentemente il commissarìo non le andava a genio.
Scinnì dalla scaletta, sparì, dopo un poco al suo posto apparve la testa della signora a livello del davanzale. Non c’era bisogno d’alzare tanto la voce, erano distanti meno d’una decina di metri.
«Signora, mi perdoni, ma se non ricordo male lei mi disse che certe volte quel giovanotto, si ricorda...».