«Capisco di chi sta parlando».
«Quel giovanotto scriveva a macchina. È così?»,
«Sì, ma non con quella dello scagno. Con una portatile».
«Ne è certa? Non poteva essere un computer?».
«No, era una portatile».
Ma che cavolo di modo era il suo di condurre un’inchiesta? Si rese di colpo conto che lui e la signora parevano due comari che stessero a spettegolare da un balcone all’altro.
Salutata la signora Vasile Cozzo, per riacquistare dignità davanti a se stesso, si diede a una perquisizione meticolosa, da vero professionista, alla ricerca del pacco mandato dalla tipografia. Non lo trovò, così come non trovò né un foglio né una busta con la nuova intestazione in inglese.
Avevano fatto sparire tutto.
E in quanto alla portatile che lo pseudo nipote di Lapecora si trascinava appresso invece di servirsi della macchina dello scagno, la spiegazione che si diede gli parse plausibile. Al giovanotto non serviva la tastiera della vecchia Olivetti. Gli necessitava, evidentemente, un alfabeto diverso.
Otto
Uscito dallo scagno, si mise in macchina e andò a Montelusa. Al Comando della Guardia dì Finanza, domandò del capitano Aliotta ch’era suo amico. Venne fatto passare subito.
«Da quand’è. che non si sta una sera insieme? Non sto accusando solo te. Ma anche me stesso» fece Aliotta abbracciandolo.
«Perdoniamoci a vicenda e cerchiamo di rimediare presto».
«D’accordo. Ti posso essere utile?».
«Sì. Chi è quel maresciallo che l’anno scorso mi diede preziose informazioni su un supermercato di Vigàta? Il traffico d’armi, ti ricordi?».
«Come no. Si chiama Laganà».
«Potrei parlargli?».
«Di che si tratta?».
«Dovrebbe venire a Vigàta per mezza giornata al massimo, almeno credo. Si tratta di esaminare gli incartamenti di una ditta di cui era proprietario quel tale ammazzato in ascensore».
«Te lo chiamo».
Il maresciallo era un cinquantino robusto, coi capelli all’umberta, gli occhiali d’oro. A Montalbano fece immediata simpatia.
Gli spiegò minuziosamente quello che voleva da lui e gli diede le chiavi dello scagno. Il maresciallo taliò il ralogio.
«Per le tre di dopopranzo posso scendere a Vigàta, se il signor Capitano è d’accordo».
Per scrupolo, finito ch’ebbe di chiacchiariare con Aliotta, gli spiò il permesso e telefonò al suo ufficio, dove non aveva messo piede dalla sera avanti.
«Dottori, lei è di propio?».
«Catarè, io di propio sono. Ci sono state telefonate?».
«Sissi, dottori. Due per il dottori Augello, una per...».
«Catarè, me ne fotto delle telefonate degli altri!».
«Ma se propio lei me lo spiò ora ora!».
«Catarè, mi sono state fatte telefonate propio per me di me?».
Adeguandosi al linguaggio, forse avrebbe ottenuto qualche risposta sensata.
«Sissi, dottori. Una. Ma non si capì».
«Che viene a dire che non si capì?».
«Non ci capii niente. Però doviva essere parenti».
«Di chi?».
«Sua di lei, dottori. La chiamava per nomi, faceva: Salvo, Salvo».
«E poi?».
«Si lamentiava, pareva avesse dolori, f aceva: ahi, ahi, scià, scià».
«Era omo o fìmniina?».
«Fìmmina vecchia, dottori».
Aisha! Scappò, si scordò di salutare Aliotta.
Aisha, assittata davanti alla casa, piangeva, sconvolta. No, Karima e François non si erano visti, il motivo per cui l’aveva chiamato era un altro. Si susì, lo fece entrare. La càmmara era all’aria, avevano macari sventrato il matarazzo. Vuoi vedere che s’era pigliato il libretto al portatore? No, quello non l’avevano trovato, fu la rassicurante risposta di Aisha.
Al piano di sopra, dove abitava Karima, peggio ancora: qualche mattone dei pavimento era stato staccato; un giocattolo di François, un camioncino di plastica, era a pezzi. Le fotografie non c’erano più, nemmeno quelle che ritraevano la mercanzia di Karima. Meno male, commissario, che di quelle foto ne aveva portato via alcune. Però, dovevano avere fatto un fracasso spaventoso Aisha dov’era scappata nel frattempo? La vecchia non era scappata, spiegò, ma il giorno prima era andata a trovare un amica a Montelusa. Avendo fatto tardi, era rimasta lì a dormire. Una fortuna: se la trovavano in casa, l’avrebbero sicuramente scannata. Dovevano essere in possesso delle chiavi, le due porte infatti non erano state forzate. Certamente erano venuti solo per impadronirsi delle foto, di Karima volevano far sparire macari il ricordo di com’era fatta.
Montalbano disse alla vecchia di preparare le sue cose, l’avrebbe accompagnata lui stesso dalla sua amica a Montelusa. Avrebbe dovuto restarci qualche giorno, per prudenza.
Malinconicamente Aisha acconsentì. Il commissario le fece capire che, mentre lei si preparava alla partenza, avrebbe fatto un salto dal tabaccaio più vicino, questione di dieci minuti al massimo.
Poco prima del tabaccaio, davanti alla scuola elementare di Villaseta, c’era un vociante assembramento di madri gesticolanti e di bambini piangenti. Due guardie comunali di Vigàta, ma distaccate a Villaseta, che Montalbano conosceva, erano strette d’assedio. Proseguì, accattò le sigarette, ma al ritorno la curiosità fu troppo forte. Si fece largo d’autorità, intronato dalle grida.
«Macari a lei disturbarono per questa minchiata?» gli spiò stupita una delle guardie.
«No, sono qui per caso. Che succede?».
Le madri, che avevano sentita la domanda, risposero in coro, col risultato che il commissario non ci capì niente.
«Silenzio!» urlò.
Le madri tacquero, ma i picciliddri, terrorizzati, si misero a piangere più forte.
«Commissario, è una cosa da ridere» fece la guardia di prima. «Pare che da aieri matina c’è un picciliddro che assale gli altri picciliddri che vanno a scuola, gli ruba il mangiare e se ne scappa. Macari stamatina fece l’istisso».
«Taliasse ccà, taliasse ccà» intervenne una madre mostrando a Montalbano un bambino con gli occhi abbottati dai cazzotti. «Me’ figlio non ci voleva dari la frittatina e lui botte ci desi. Male ci fici!».
Il commissario si chinò, carezzò la testa del bambino.
«Come ti chiami?».
«Ntonio» rispose il picciliddro orgoglioso d’essere il prescelto.
«Tu lo conosci a questo che t’arrubbò la frittatina?».
«Nonsi».
«C’è qualcuno che l’ha riconosciuto?» spiò il commissario ad alta voce. Ci fu un coro di no,
Montalbano si richinò all’altezza di Ntonio.
«Cosa ti disse per farti capire che voleva la merendina?».
«Parlava stràneo. Io non capivo. Allora mi strappò lo zainetto e lo raprì. Io volevo ripigliarmelo, ma lui mi desi due cazzotti, agguantò la frittatina col pane e scappò».
«Continuate le indagini» ordinò Montalbano ai due vigili, miracolosamente riuscendo a mantenersi serio.
All’èbica dei musulmani in Sicilia, quando Montelusa si chiamava Kerkent, gli arabi avevano fabbricato alla periferia del paìsi un quartiere dove stavano tra di loro. Quando i musulmani se n’erano scappati sconfitti, nelle loro case c’erano andati ad abitare i montelusani e il nome del quartiere era stato sicilianizzato in Rabàtu. Nella seconda metà di questo secolo una gigantesca frana l’aveva inghiottito. Le poche case rimaste in piedi erano lesionate, sbilenche, si tenevano in equilibri assurdi. Gli arabi, tornati questa volta in veste di povirazzi, ci avevano ripreso ad abitare, mettendo al posto delle tegole pezzi di lamiera e in luogo delle pareti tramezzi di cartone.
Lì Montalbano accompagnò Aisha col suo misero fagotto. La vecchia, sempre chiamandolo zio, lo volle abbracciare e baciare.
Erano le tre del dopopranzo e a Montalbano, che non aveva ancora avuto tempo di mangiare, la fame, il pititto, gli stava intorcinando le budella. Andò alla trattoria «San Calogero», s’assittò.
«C’è ancora qualche cosa da mangiare?».
«Per vossia, sempre».
E in quel preciso momento s’arricordò di Livia. Gli era completamente passata di mente. Si precipitò al telefono, mentre cercava febbrilmente qualche giustificazione: Livia aveva detto che sarebbe arrivata per l’ora di pranzo. Doveva essere furibonda.
«Livia, amore».
«Sono appena arrivata, Salvo. L’aereo è partito con un ritardo di due ore, non ci hanno dato nessuna spiegazione. Sei stato in pensiero, amore mio?».
«Certo che sono stato in pensiero» menti senza alcun pudore Montalbano visto che 9 vento gli era a favore. «Ho telefonato a casa ogni quarto d’ora e non rispondeva nessuno. Poco fa mi sono deciso a telefonare all’aeroporto di Punta Ràisi e mi hanno detto che il volo era arrivato con due ore di ritardo. Così mi sono finalmente tranquillIzzato».
«Perdonami, amore, ma non è stata colpa mia. Quando vieni?».
«Livia, purtroppo non posso subito. Sono in piena riunione a Montelusa, mi ci vorrà sicuramente ancora un’ora. Poi mi precipito da te. Ah, senti: stasera siamo a cena dal Questore»,
«Ma io non ho portato niente con me!».
«Ci vieni in jeans. Guarda nel forno o in frigo, sicuramente Adelina avrà preparato qualcosa».
«Ma no, t’aspetto, mangiamo insieme».
«Io mi sono già arrangiato con un panino. Non ho appetito. A presto».
Tornò a sedersi al tavolo, dove già l’aspettava una mezza chilata di triglie fritte croccanti.
Livia si era messa a letto, tanticchia stanca del viaggio. Montalbano si spogliò e si coricò allato a lei. Si baciarono e a un tratto Livia si scostò, cominciò ad annusarlo.
«Odori di fritto».
«Certamente. Figurati che sono stato a interrogare uno per un’ora dentro a una friggitoria».
Fecero l’amore quietamente, sapendo che avevano tutto il tempo che volevano. Dopo s’assittarono nel letto coi cuscini darrè le spalle e Montalbano le contò l’ammazzatina di Lapecora. Credendo di farla divertire, le disse che aveva fatto fermare le Piccirillo, madre e figlia, che tanto tenevano alla loro onorabilità. Le raccontò macari come avesse fatto accattare una bottiglia di vino per il ragioniere Culicchia che la sua se l’era persa quando era rotolata vicino al morto. Invece di mettersi a ridere, come s’aspettava, Livia lo taliò freddamente.
«Stronzo».
«Prego?» spiò Montalbano con un appiombo degno di un lord inglese.
«Stronzo e maschilista. Sputtani quelle due povere disgraziate e invece al ragioniere, che non esita ad andare in ascensore su e giù con un morto, compri una bottiglia di vino. Dimmi tu se non è agire da mentecatti».
«Dai, Livia, non la pigliare per questo verso».
Invece Livia continuò a pigliarla da quel verso. Si erano fatte le sei quando riuscì a rabbonirla., Per svariarla, le contò la storia del piccfliddro di Villaseta che rubava le merendine al picciliddri come lui.
Manco stavolta Livia rise. Anzi, parse immalinconirsi.
«Che c’è? Che ho detto? Ho sbagliato di nuovo?».
«No, ma stavo pensando a quel povero bambino».
«Quello che è stato picchiato?».
«All’altro. Dev’essere veramente affamato e alla disperazione. Non parlava italiano, hai detto? Forse è figlio di extracomunitari che non hanno nemmeno l’aria per respirare. O forse è stato abbandonato».
«Gesù» gridò Montalbano folgorato dalla rivelazione e gridò tanto forte che Livia sobbalzò.
«Che ti piglia?».
«Gesù» ripeté il commissario con gli occhi sbarracati.
«Ma che ho detto?» domandò preoccupata Livia.
Montalbano non arrispose, nudo com’era si precipitò al telefono.
«Catarella, levati dai coglioni e passami immediatamente Fazio. Fazio? Tra un’ora al massimo vi voglio tutti, dico tutti, in ufficio. Non deve mancare nessuno o faccio un casino».
Riattaccò, compose un altro numero.
«Signor Questore? Montalbano sono. Mi vergogno a dirglielo, ma stasera non ce la faccio a venire. No, non si tratta di Livia. È una questione di lavoro, le riferirò. Domani a pranzo? Va benissimo. E mi scusi con la signora».
Livia s’era alzata, tentava di capire perché le sue parole avessero provocato una reazione così frenetica.
Per tutta risposta, Montalbano si gettò sul letto e la trascinò con sé. Le sue intenzioni erano chiarissime.
«Ma non hai detto che tra un’ora sarai in ufficio?».
«Quarto d’ora più, quarto d’ora meno».
Dentro la càmmara di Montalbano, che certamente capiente non era, si erano stipati Augello, Fazio, Tortorella, Gallo, Germanà, Galluzzo e Grasso, che aveva pigliato servizio in commissariato da manco un mese. Catarella stava appoggiato alla stipite della porta, l’orecchio al centralino. Montalbano si era portato appresso Livia riluttante.
«Ma che vengo a farci, io?».
«Credimi, potresti essere utilissima».
Ma non aveva voluto dirle una parola di spiegazione.
Nel silenzio più totale, il commissario aveva disegnato una rozza ma abbastanza precisa piantina topografica che mostrò ai presenti.
«Questa è una casetta di via Garibaldi a Villaseta. Momentaneamente non l’abita nessuno. Questo dietro è un orto...».
Proseguì illustrando ogni dettaglio, le case vicine, gli incroci delle strade, le intersecazioni dei viottoli. Si era fissato tutto a mente nel pomeriggio passato da solo nella stanza di Karima. Fatta eccezione di Catarella, che sarebbe rimasto di guardia, tutti erano impegnati nell’operazione: ad ognuno indicò sulla cartina il posto che avrebbe dovuto occupare. Ordinò che raggiungessero il luogo dell’azione alla spicciolata, niente sirene, niente divise, anzi niente macchine della polizia, non dovevano assolutamente farsi notare. Se qualcuno voleva arrivarci con la propria auto, avrebbe dovuto lasciarla ad almeno mezzo chilometro di distanza dalla casa. Che si portassero quello che volevano, panini, caffè, birra, perché probabilmente la cosa sarebbe stata lunga, forse avrebbero dovuto restare appostati tutta la notte e non era manco sicura la riuscita, era molto probabile che chi dovevano pigliare non si facesse vedere nei paraggi. L’accendersi dell’illuminazione stradale avrebbe segnato l’inizio dell’operazione.
«Armi?» spiò Augello.
«Armi? Che armi?» sbalordì per un attimo Montalbano.
«Mah, non so, siccome la cosa mi pare seria, pensavo...».
«Ma chi dobbiamo Pigliare?» intervenne Fazio.
«Un ladro di merendine».
Nella càmmara non si sentì più respirare. Ad Augello apparve sulla fronte un velo di sudore.
«E da un anno che gli ripeto di farsi visitare» pensò.
La nottata era serena, illuminata dalla luna, immobile per mancanza di vento. Aveva un solo difetto, agli occhi di Montalbano: pareva non volesse passare mai, ogni minuto, misteriosamente, si spandeva, si dilatava in altri cinque.
Alla fiammella di un accendino, Livia aveva rimesso il materasso sventrato sulla rete, ci si era distesa, aveva a poco a poco pigliato sonno. Ora dormiva della bella.
Il commissario, assittato su una seggia messa allato alla finestra che dava sul retro, poteva distintamente vedere l’orto e la campagna. Da quella parte dovevano trovarsi Fazio e Grasso ma, per quanto si sforzasse la vista, dei due manco l’ùmmira, confusi tra gli alberi di mandorlo. Si compiacque della professionalità dei suoi uomini: ci si erano messi d’impegno, dopo che aveva spiegato che forse il picciliddro era François, il figlio di Karima. Aspirò la quarantesima sigaretta e a quel lucore taliò il ralogio: venti minuti alle quattro. Stabilì d’aspettare ancora una mezz’orata, poi avrebbe detto agli uomini di tornarsene a casa. Fu proprio allora che notò un leggerissimo movimento nel punto dove terminava l’orto e principiava la campagna; ma, più che un movimento, una momentanea mancanza di riflesso della luce della luna sulla paglia e gli sterpi gialli. Non poteva essere Fazio e manco Grasso, lui aveva voluto lasciare apposta quella zona non piantonata, quasi a favorire, a suggerire un accesso. Il movimento, o quello che era, si ripeté e stavolta Montalbano distinse una piccola forma scura che avanzava lentamente. Non c’era dubbio, era il picciliddro.