饭饭TXT > 海外名作 > 《Il giro di boa》作者:[意] Andrea Camilleri【完结】 > Il giro di boa - Andrea Camilleri.txt

文章简介

作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15379 字 更新时间:2026-6-22 23:13

Andrea Camilleri

Il giro di boa

2003

Indice

Uno

Due

Tre

Quattro

Cinque

Sei

Sette

Otto

Nove

Dieci

Undici

Dodici

Tredici

Quattordici

Quindici

Sedici

Diciassette

Nota

Uno

Nuttata fitusa, 'nfami, tutta un arramazzarsi, un votati e rivotati, un addrummisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati. E non per colpa di una mangiatina eccessiva di purpi a strascinasali o di sarde a beccafico fatta la sira avanti, perché almeno una scascione di quell'affannata insonnia ci sarebbe stata, invece, nossignore, manco questa soddisfazione poteva pigliarsi, la sira avanti aviva avuto lo stomaco accussì stritto che non ci sarebbe passato manco un filo d'erba. Si era trattato dei pinsèri nìvuri che l'avevano assugliato doppo avere sentito una notizia del telegiornale nazionale. «All 'annigatu, petri di 'ncoddru» era il detto popolare che veniva esclamato quando una insopportabile serie di disgrazie s'abbatteva su qualche sbinturato. E per lui, che già da qualche mese nuotava alla disperata in mezzo a un mare in timpesta, e si sentiva a tratti perso come un annegato, quella notizia era stata uguale a una vera e propria pitrata tiratagli addosso, anzi una pitrata che l'aviva pigliato preciso 'n testa, tramortendolo e facendogli perdere le ultime, debolissime forze.

Con un'ariata assolutamente indifferente, la giornalista del tg aveva detto che la Procura di Genova, in merito all'irruzione della polizia alla scuola Diaz nel corso del G8, si era fatta pirsuasa che le due bombe molotov, trovate nella scuola, erano state portate lì da gli stessi poliziotti per giustificare l'irruzione. Questo faceva seguito - aveva continuato la giornalista – alla scoperta che l'agente il quale aveva dichiarato di essere stato vittima di un tentativo di accoltellamento da parte di un no-global, sempre nel corso di quell'irruzione, aveva in realtà mentito: il taglio alla divisa se l'era fatto lui stesso per dimostrare la pericolosità di quei ragazzi che invece, a quanto si andava via via svelando, nella scuola Diaz stavano pacificamente dormendo. Ascutata la notizia, per una mezzorata Montalbano era restato assittato sulla poltrona davanti al televisore, privo della capacità di pinsari, scosso da un misto di raggia e di vrigogna, assammarato di sudore. Non aveva manco trovato la forza di susirisi per rispondere al telefono che stette a squillare a longo. Bastava ragionare tanticchia supra quelle notizie che venivano date col contagocce e con governativa osservanza dalla stampa e dalla televisione per farsi preciso concetto: i suoi compagni e colleghi, a Genova, avevano compiuto un illegale atto di violenza alla scordatina, una specie di vendetta fatta a friddo e per di più fabbricando prove false. Cose che facevano tornare a mente episodi seppelluti della polizia fascista o di quella di Scelba. Poi s'arrisolse ad andare a corcarsi. Mentre si susiva dalla poltrona, il telefono ripigliò la camurria degli squilli. Senza manco rendersene conto, sollevò la cornetta. Era Livia.

«Salvo! Dio mio, quanto ti ho chiamato! Stavo cominciando a preoccuparmi! Non sentivi?»

«Ho sentito, ma non avevo voglia di rispondere. Non sapevo che eri tu».

«Che facevi?».

«Niente. Pensavo a quello che hanno detto in televisione».

«Sui fatti di Genova?».

«Sì».

«Ah. Anch'io ho visto il telegiornale».

Pausa. E poi:

«Vorrei essere lì con te. Vuoi che domani prendo un aereo? Possiamo parlarne assieme, con calma. Vedrai che.. .» .

«Livia, ormai c'è poco da dire. In questi ultimi me si ne abbiamo parlato e riparlato. Stavolta ho preso una decisione seria».

«Quale?» .

«Mi dimetto. Domani vado dal Questore e gli presento le dimissioni. Bonetti-Alderighi ne sarà felicissimo».

Livia non reagì subito, tanto che Montalbano ebbe l'impressione che fosse caduta la linea.

«Pronto, Livia? Sei lì ?» .

«Sono qui. Salvo, a mio parere, tu commetti un errore gravissimo ad andartene così».

«Così come?».

«Arrabbiato e deluso. Tu vuoi lasciare la polizia perché ti senti come chi è stato tradito dalla persona nel la quale aveva più fiducia e allora.. .».

«Livia, io non mi sento tradito. Io sono stato tradito. Non si tratta di sensazioni. Ho sempre fatto il mio mestiere con onestà. Da galantomo. Se davo la mia parola a un delinquente, la rispettavo. E perciò sono rispettato. È stata la mia forza, lo capisci? Ma ora mi siddriai, m'abbuttai».

«Non gridare, ti prego» fece Livia con la voce che le tremava.

Montalbano non la senti. Dintra di lui c'era una rumorata stramma, come se il suo sangue fosse arrivato al punto di bollitura. Continuò.

«Manco contro il peggio delinquente ho fabbricato una prova! Mai! Se l'avessi fatto mi sarei messo al suo livello. Allora si che il mio mestiere di sbirro sarebbe diventato una cosa lorda! Ma ti rendi conto, Livia? Ad assaltare quella scuola e a fabbricare prove false non è stato qualche agente ignorante e violento, c'erano questori e vicequestori, capi della mobile e compagnia bella!».

Solo allora capì che a fare quel suono che sentiva nella cornetta erano i singhiozzi di Livia. Respirò profondamente.

«Livia?» .

«Sì».

«Ti amo. Buonanotte».

Riattaccò. Si curcò. Ed ebbe inizio la nuttata 'nfami.

La vera virità era che il comincio del disagio di Montalbano risaliva a tempo prima, a quando la televisione aveva fatto vidiri il Presidente del consiglio che se la fissiava avanti e narrè per i carrugi di Genova sistemando fioriere e ordinando di togliere le mutanne stese ad asciugare su balconi e finestre mentre il suo ministro dell'interno pigliava misure di sicurezza assai più adatte a una guerra civile imminente che a una riunione di capi di governo: reti d'acciaio che impedivano l'accesso a certe strade, piombatura dei tombini, chiusura delle frontiere e di alcune stazioni, pattugliamento del mare e persino l'installazione di una batteria di missili. C'era - pinsò il commissario – un eccesso di difesa tanto ostentato da costituire una specie di provocazione. Doppo era successo quello che era successo: certo, c'era scappato il morto tra i dimostranti, ma forse la cosa più grave era stato il comportamento di alcuni reparti della polizia che avevano preferito sparare lacrimogeni su pacifici manifestanti lasciando liberi di fare e disfare i più violenti, i cosiddetti black bloc. E appresso c'era stata la laida facenna della scuola Diaz che assomigliava non a un'operazione di polizia, ma a una specie di trista e violenta sopraffazione per sfogare istinti di vendetta repressi.

Tri jorna doppo il G8, mentre infuriavano le polemiche in tutta Italia, Montalbano era arrivato tardo in ufficio. Appena fermò la macchina e scinnì, s'addunò che due imbianchini stavano passando una mano di calce su un muro laterale del commissariato.

«Ah dottori dottori!» fece Catarella vedendolo trasire.

«Vastasate ci scrissero stanotti!».

Montalbano non capì di subito:

«Chi ci ha scritto?».

«Non sono a canoscenza di chi fu che scrisse di pirsona pirsonalmenti».

Ma che minchia voleva dire, Catarella?

«Era una lettera anonima?».

«Nonsi dottori, non era gnonima, dottori, murale era. Fu proprio a scascione di questa muralità che Fazio stamatina di presto mandò a chiamari i pittura per scancillari».

E finalmente il commissario si spiegò la presenza dei due imbianchini.

«Che c'era scritto?».

Catarella arrussicò violentemente e tentò un diversivo.

«Con le bombololette spraghi nìvure le avevanu scrivute le parolazze» .

«Va bene, che c'era scritto?».

«Sbirri farrabuti» arrispunnì Catarella tenendo l'occhi vasci.

«E basta?» .

«Nonsi. Macari asasini c'era scrivuto. Farabuti e asasini».

«Catarè, ma perché te la stai pigliando tanto?».

Catarella parse sul punto di mittirisi a chiangiri.

«Pirchì ccà dintru nisciuno è farrabuto o asasino, a cominzare da vossia, dottori, e a finiri a mia ca sono l'urtima rota del carretto».

Montalbano gli posò a conforto una mano sulla spalla e si avviò verso la sò càmmara. Catarella lo richiamò.

«Ah, dottori! Mi scordai: grannissimi cornuti c’era macari scrivuto» .

Figurarsi se in Sicilia, in una scritta offesiva, poteva mancare la parola cornuto! Quella parola era un marchio doc; un modo tipico d'espressione della cosiddetta sicilitudine. Si era appena assittato che trasì Mimi Augello. Era frisco come un quarto di pollo, la faccia distesa e sirena.

«Ci sono novità?» spiò.

«Hai saputo quello che ci hanno scritto sul muro stanotte?» .

«Sì, me l'ha contato Fazio».

«E non ti pare una novità?».

Mimi lo taliò imparpagliato.

«Babbii o dici sul serio?» .

«Dico sul serio».

«Beh, rispondimi mettendoti la mano supra 'u cori. Pensi che Livia ti metta le corna?».

A taliare strammato Mimi stavolta fu Montalbano.

«Che minchia ti passa per la testa?».

«Quindi non sei cornuto. E manco io penso di esserlo da parte di Beba. Passiamo ora a un'altra parola, farabutto. A mia due o tre fimmine me l'hanno detto che sono un farabutto. A tia non credo che te l'abbia mai detto nessuno e quindi tu non sei compreso in questa parola. Assassino, manco a parlarne. E allora?».

«Ma quanto sei spiritoso, Mimì, con questa tua logica da Settimana enigmistica!».

«Scusami, Salvo, che è la prima volta che ci chiamano bastardi, figli di buttana e assassini?».

«Solo che stavolta? almeno in parte, hanno ragione» .

«Ah, tu accussì la pensi?».

«Sissignore. Spiegami perché abbiamo agito in questo mo do a Genova dopo anni e anni che non capitava niente di simile».

Mimì lo taliò con le palpebre quasi completamente calate e non raprì vucca.

«Eh, no!» disse il commissario. «Rispondimi a parole, non con questa tua taliata d i sbirro» .

«E va bene. Però voglio fare una premessa. Non ho nessuna 'ntinzioni di sciarriarmi cu tia. D'accordo?».

«D'accordo» .

«Ho capito quello che ti rode. Il fatto che tutto questo sia capitato con un governo che suscita la tua diffidenza, la tua contrarietà. Pensi che i governanti di oggi in questa facenna ci abbiano bagnato il pane».

«Scusa, Mimì. Hai letto i giornali? Hai sentito la televisione? Hanno detto, più o meno chiaramente, che nelle sale operative genovesi in quei giorni c'era gente che non ci doveva stare. Ministri, deputati e tutti dello stesso partito. Quel partito che si è sempre appellato all’ordine e alla legalità. Ma bada bene, Mimi: il loro ordine, la loro legalità».

«E questo che significa?»

«Significa che una parte della polizia, l a più fragile ma cari se si crede la più forte, si è sentita protetta, garantita. E si è scatenata. Questo nella migliore delle ipotesi» .

«Ce n'è una peggiore?».

«Certo. Che noi siamo stati manovrati, come pupi nell'opira dei pupi, da persone che volevano fare una specie di test».

«Su cosa?».

«Su come avrebbe reagito la gente ad un'azione di forza, quanti consensi, quanti dissensi. Fortunatamente non gli è andata tanto bene» .

«Mah!» fece Augello dubitoso.

Montalbano decise di cangiare discorso.

«Come sta Beba».

«Non tanto bene. Ha una gravidanza difficile. Deve stare più corcata che susuta, ma il dottore dice che non c'è da preoccuparsi».

A forza di chilometri e chilometri di passiate solitarie lungo il molo, a forza di lunghe assittatine sullo scoglio del pianto a ragionare sopra i fatti ginovisi fino a farsi fumare il ciriveddro, a forza delle mangiatine di càlia e simenza che assommarono a una quintalata, a forza di telefonate notturne con Livia, la ferita che il commissario si portava dintra principiava a cicatrizzarsi quanno si ebbe improvvisa notizia di un'altra bella alzata d'ingegno della polizia, stavolta a Napoli. Una maniata di poliziotti era stata arrestata per avere prelevato presunti manifestanti violenti da uno spitale dove si trovavano ricoverati. Portati in caserma, erano stati trattati a càvuci e a cazzotti in mezzo a uno sdilluvio di parolazze, offise, insulti. Ma quello che soprattutto sconvolse Montalbano fu la reazione di altri poliziotti al la notizia dell’arresto: alcuni si incatenarono al cancello del la questura per solidarietà, altri organizzarono manifestazioni di piazza, i sindacati fecero voci, un vicequestore che a Genova aveva pigliato a càvuci un manifestante caduto a terra venne a Napoli acclamato come un eroe. Gli stessi politici che si trovavano a Genova durante il G8 capeggiarono quella curiosa (ma poi non tanto curiosa per Montalbano) mezza rivolta di una parte delle forze dell’ordine contro i magistrati che avevano deciso l'arresto. E Montalbano non ce la fece più. Quest'altro vuccuni amaro non arriniscì ad agliuttirlo. Una matina, appena trasuto in ufficio, telefonò al dottor Lattes, capo di gabinetto alla Questura di Montelusa. Dopo una mezzorata, Lattes, tramite Catarella, fece sapere a Montalbano che il Questore era di sposto a riceverlo a mezzojorno spaccato. L'òmini del commissariato, che avevano imparato a capire l'umore del loro capo già da come caminava quanno al matino s'arricampava in ufficio, si erano di subito fatti persuasi che non era cosa. Perciò il commissariato, dalla càmmara di Montalbano, pariva deserto, non una voce, non una rumorata qualisisiasi. Catarella, di guardia alla porta d'ingresso, appena vidiva comparire uno, sgriddrava l'occhi, portava l'indice al naso e intimava:

«Sssssstttttt!» .

E tutti trasivano in commissariato con l'ariata di chi sia andando a vegliare un morto.

Verso le deci, Mimì Augello, dopo avere discretamente tuppiato e ottenuto il permesso, s'appresentò. Aveva la faccia scurusa. E Montalbano, al primo vederlo, s'appreoccupò.

«Come sta Beba?».

«Bene. Posso assittarmi?».

«Certo».

«Posso fumare?».

Certo, ma non farti vidiri dal ministro».

Augello s'addrumò una sigaretta, inspirò, tenne il fumo a longo.

«Guarda che puoi espirare» fece Montalbano. «Te ne do il permesso».

Mimi lo taliò imparpagliato.

«Eh, sì» continuò il commissario «stamatina mi pari un cinese. Mi domandi il permesso per qualisisiasi minchiata.

Che c'è? Ti v iene difficile dirmi quello che vuoi dirmi?».

«Si» ammise Augello.

Astutò la sigaretta, s'assistimò meglio sulla seggia, tirò un respiro e attaccò:

«Salvo, tu sai che io ti ho sempre considerato mio padre.. .» .

«Chi te L'ha detto?».

«Cosa?» .

«Questa storia che io sono tuo padre. Se te l'ha detto tua madre, ti ha contato una farfantaria. Tra me e te ci sono quindici anni di differenza e, per quanto io sia stato precoce, a quindici anni non...».

«Ma, Salvo, io non ho detto che sei mio padre, ho detto che ti considero come mio padre».

目录
设置
设置
阅读主题
字体风格
雅黑 宋体 楷书 卡通
字体大小
适中 偏大 超大
保存设置
恢复默认
手机
手机阅读
扫码获取链接,使用浏览器打开
书架同步,随时随地,手机阅读
首 页 < 上一章 章节列表 下一章 > 尾 页