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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15369 字 更新时间:2026-6-22 23:13

La strata non solo non era una strata asfaltata, ma si vedeva chiaramente che si trattava di una vecchia trazzera le cui innumerevoli buche erano state malamente ricoperte in parte. Come aveva potuto una macchina corrervi a grande velocità senza rischiare di scassarsi? Forse pirchì era assicutata da un'altra auto? Passata una curva, il commissario capì d'essere arrivato al punto giusto. Alla base di una montagnola di pirciale allato al bordo di dritta della trazzera c'era un mazzetto di sciupi di campo. Fermò la macchina, scinnì per taliare meglio. La montagnola appariva sformata, come colpita forte da qualcosa. Il pirciale era macchiato da larghe chiazze scure di sangue asciugato. Da quel punto non si vedevano case, c'erano solo terreni arati. Più in basso rispetto alla trazzera, a un centinaro di metri, un viddranno azzappava. Montalbano si diresse verso di lui, faticando a caminare sulla terra molle. Il viddrano era un sissantino sicco e storto che non sollevò manco l'occhi.

«Bongiorno».

«Bongiorno».

«Sono un commissario di polizia».

«L'accapìu».

Come aveva fatto a capirlo? Meglio non insistere sull'argomento.

Avete messo voi quei fiori nel perciale?».

«Sissi».

«Conoscevate quel bambino ?».

«Mai signuri».

«Allora perché avete sentito il bisogno di mettere quei fiori?».

«Criatura era, unn'era armàlu».

«Avete visto com'è successo l'incidente?» .

«Vitti e nun vitti» .

«In che senso?».

«Vinisse ccà, appressu a mia».

Montalbano lo segui. Fatti una decina di passi, il viddrano si fermò.

«Iu stamatina a li setti eru ca azzappavu in questo postu priciso. Tutto 'nzemmula intisi 'na vuci ca mi parsi dispirata. Isai l'occhi e vitti un picciliddru ca sbucava currennu da la curva. Curriva comu un lepru e faciva voci» .

«Avete capito che gridava?».

«Nonsi. Quannu fu all'altizza di quel carrubbo, arrivò dalla curva 'na machina ca viaggiava forti assà. 'U picciliddru si votò a taliarla e allura circò di nesciri dalla strata. Forsi vuliva viniri versu di mia. Però iu lu persi di vista pirchì era ammucciatu dalla muntagnola di pirciali. La machina stirzò appressu a iddru. Iu nun vitti cchiù nenti. Sintii una speci di bottu. Doppu la machina ingranò la marcia indietro, si rimisi sulla strata e scumparse all'autra curva» .

Non c'era possibilità d'equivoco, eppure Montalbano volle esser ancora più sicuro.

«Quella macchina era inseguita da un'altra?».

«Nonsi. Sula era».

«E dite che sterzò apposta darrè il bambino?» .

«Nun sacciu si lo fici apposta, ma di stirzari, stirzò» .

«Siete riuscito a vedere il numero di targa?».

«Ma quannu mai! Taliasse vossia stissu se da ccà è possibili pigliari 'u numaru d'a targa».

In effetti non era possibile, tra il campo e la trazzera c'era troppo dislivello.

«E dopo che avete fatto?» .

«Mi misi a curriri versu la muntagnola. Quannu arrivai, capii di subitu ca 'u picciliddru era mortu o stava murennu. Allura sempri currennu arrivai a la mè casa ca di ccà nun si vidi e telefonai a Montechiaro».

«Avete detto a quelli della Stradale quello che avete detto a me?».

«Nonsi» .

«E perché?» .

«Pirchì non me lo spiarono».

Logica ferrea: a nessuna domanda, nessuna risposta.

«Io invece ve lo domando espressamente: credete che l'abbiano fatto apposta ?».

Sulla facenna il viddrano doviva averci ragionato a longo. Rispose con una domanda:

«Non poté essiri che la machina sbandò senza vuliri pirchì aviva truvatu 'na petra?».

«Può essere. Ma voi, dentro di voi, che ne pensate?».

«Iu nun pensu, signuri miu. Iu nun vogliu cchiù pinsari. Troppu tintu è addivintatu lu munnu».

L'ultima frase era stata risolutiva. Era chiaro che il viddrano si era fatto preciso concetto. Il picciliddro era stato travolto apposta. Massacrato per una ragione inspiegabile. Ma subito dopo il viddrano quel concetto l'aveva voluto cancellare. Troppo cattivo era diventato il mondo. Meglio non pensarci.

Montalbano scrisse il numero del commissariato su un pezzetto di carta, lo pruì al viddrano.

«Questo è il numero telefonico del mio ufficio a Vigàta».

«E chi minni fazzu?».

«Niente. Lo tenete. Se per caso viene la madre o il padre o qualche parente del picciliddro, vi fate dire dove abitano e me lo comunicate».

«Comu voli vossia».

«Bongiorno».

«Bongiorno».

La risalita verso la strata fu più dura della scinnuta. Gli era venuto l'affanno. Finalmente arrivò alla macchina, raprì lo sportello, trasì e invece di mettere in moto restò fermo, le vrazza sul volante, la testa appuiata sulle vrazza, l'occhi inserrati a escludere, a negare il mondo. Come il viddrano che aveva ripigliato a zappare e avrebbe continuato accussì fino a quanno non calava lo scuro. Di colpo, nella testa, gli trasì un pinsèro, una lama ghiazzata che doppo avergli spaccato il ciriveddro, scinnì e si fermò, devastante trafittura, in mezzo al petto: il valente, brillante commissario Salvo Montalbano aviva pigliato per la manina quel picciliddro e, volenteroso aiutante, l'aviva consegnato ai sò carnefici.

Otto

Ancora era troppo presto per intanarsi a Marinella, ma preferì andarci lo stisso senza passare prima dall'ufficio. La vera e propria raggia che gli schiumava dintra gli faceva vuddriri il sangue e sicuramente gli aveva portato qualche linea di febbre. Era meglio se trovava modo di sfogarsela da solo, questa raggia, senza farla ricadere supra i sò òmini del commissariato cogliendo a volo il minimo pretesto. La prima vittima fu un vaso da fiori che qualcuno gli aviva arrigalato e che di subito gli era vinuto a colossale 'ntipatia. Levato in alto a due mani, il vaso venne scagliato 'n terra con soddisfazione e con l'accompagno di un vigoroso santione. Doppo la gran botta, strammato, Montalbano dovette constatare che il vaso non era stato minimamente scalfito.

Possibile? Si calò, lo pigliò, lo sollevò, lo rilanciò con tutta la forza che aviva. Nenti. E non solo: una piastrella del pavimento si lineò. Poteva rovinarsi la casa per distruggere quel mallitto vaso? Andò alla machina, raprì il cruscotto, tirò fora la pistola, tornò dintra la casa, niscì sulla verandina doppo avere pigliato il vaso, caminò sulla spiaggia, arrivò a ripa di mare, posò il vaso sulla rena, arretrò di una decina di passi, scocciò l'arma, mirò, sparò e sbagliò.

«Assassino!».

Era una voce fimminina. Si voltò a taliare. Dal balcone di una villetta lontana due figure si sbracciavano verso di lui.

«Assassino!».

Ora era stata una voce masculina. Ma chi cavolo erano?

E tutto 'nzemmula s'arricordò: i coniugi Bausan di Treviso! Quelli che gli avivano fatto fare la gran malafiura di comparire nudo in televisione. Mandandoli mentalmente a fare in quel posto, pigliò accuratamente la mira e sparò. Stavolta il vaso esplose. Tornò appagato verso casa accompagnato da un coro sempre più distante di «Assassino! Assassino!».

Si spogliò, si mise sutta la doccia, si fece pure la varba, si cangiò di vestito come se dovesse nesciri e vidiri pirsone. Invece doveva incontrare solamente se stesso e voleva presentarsi bene. Andò ad assittarsi sulla verandina a ragionare. Perché, macari se non l'aveva fatta a parole o col pinsèro, una sullenne promissa l'aveva di sicuro formulata a quel paro di piccoli occhi sbarracati che lo taliavano dal cassetto frigorifero. E gli tornò a mente un romanzo di Durrenmatt dove un commissario consuma la sua esistenza per tenere fede alla promissa fatta ai genitori di una picciliddra ammazzata di scoprire l'assassino.. . Un assassino che intanto è morto e il commissario non lo sa. La caccia a un fantasima. Solo che nel caso del picciliddro extracomunitario macari la vittima era un fantasima, non ne conosceva la provenienza, il nome, nenti. Come del resto non conosceva nenti dell'altra vittima del primo caso di cui si stava occupando: un quarantino sconosciuto fatto annegare. E oltre tutto non si trattava di vere e proprie inchieste, non c'erano fascicoli aperti: lo sconosciuto era, per usare il linguaggio burocratico, deceduto per annegamento; il picciliddro era l'ennesima vittima di un pirata della strada. Ufficialmente, che c'era da indagare? Il resto di nenti. Nada de nada.

«Ecco» rifletté il commissario. «Questo è il tipo d'indagini che potrebbe interessarmi quando andrò in pensione. Se me ne occupo ora, significa che già mi ci comincio a sentire in pensione?».

E l'assugliò una gran botta di malinconia. La malinconia il commissario aviva due sistemi comprovati per combatterla: il primo consisteva nel cafuddrarsi a letto incuponandosi fin supra la testa; il secondo nel farsi una gran mangiata. Taliò il ralogio, troppo presto per corcarsi, capace che se pigliava sonno si sarebbe arrisbigliato verso le tre del matino e allura sì che ci sarebbe stato da impazzire a tambasiare casa casa! Non restava che la mangiata, del resto s'arricurdò che a mezzojorno non ne aveva avuto il tempo. Andò in cucina e raprì il frigorifero. Va a sapiri pirchì, Adelina gli aviva priparato involtini di carne Non erano cosa. Niscì, pigliò la machina e andò alla trattoria «da Enzo». Al primo piatto, spaghetti al nivuro di ciccia, la malinconia cominciò ad arretrare. Alla fine del secondo, calamaretti fritti croccanti, la malinconia, in rotta precipitosa, era scomparsa all'orizzonte. Di ritorno a Marinella si sentì gli ingranaggi del ciriveddro oleati, scorrevoli, come nuovi. Tornò ad assittarsi sulla verandina.

In primisi, bisognava dare atto a Livia di averci visto giusto e cioè che il comportamento del picciliddro, al momento dello sbarco, era stato strammo assà. Il picciliddro, evidentemente, stava cercando d'approfittare della confusione del momento per scomparire. Non ce l'aveva fatta perché lui, il sublime, l'intelligentissimo commissario Montalbano, glielo aveva impedito. Allora, ammettendo macari che si trattava di un contrastato ricongiungimento familiare, secondo la pinione di Riguccio, per quale motivo il picciliddro era stato accussì brutalmente ammazzato? Perché aviva il vizio di scappare da qualisisiasi posto si trovava? Ma quanti sono nel mondo i picciliddri di tutti i colori, bianchi, nìvuri, gialli, che si allontanano da casa seguendo una loro fantasia? Centinaia di migliaia, certo. E vengono per questo puniti con la vita; Stronzate. E allura? Era stato forsi massacrato pirchì era squieto, dava rispostazze, non ubbidiva a papà o si refutava di mangiarisi la minestrina? Ma via! Alla luce di quell'ammazzatina, la tesi di Riguccio diventava ridicola. C'era altro, c'era sicuramente un carrico da undici che il picciliddro si portava addosso già fin dalla partenza, quale che fosse il paìsi dal quale proveniva.

La meglio era ricominciare dal principio, senza trascurare dettagli che a prima taliata putivano pariri assolutamente inutili. E procedendo macari per sezioni, per segmenti senza affastellare troppe informazioni. Allora, principiamo. Lui quella sira se ne stava assittato nell'ufficio sò aspittanno che si facesse l'ora di andare a casa di Ciccio Albanese per avere notizie sulle correnti marine e, cosa assolutamente non secondaria, sbafarsi le triglie di scoglio della signora Albanese. A un certo momento telefona in commissariato il vicequestore Riguccio: si trova al porto per accogliere centocinquanta emigrati clandestini, ha rotto gli occhiali e ne domanda un paio che possano andargli bene. Lui glieli procura e decide di portarglieli lui stesso. Arriva alla banchina che da una delle due motovedette hanno calato la passerella. Per prima scende una fìmmina grassa e prena che viene portata direttamente a un'ambulanza. Poi scendono quattro extracomunitari i quali, arrivati quasi alla fine della passerella, barcollano pirchì un picciliddro si è intrufolato quasi in mezzo alle loro gambe. Il picciliddro riesce a evitare gli agenti e si mette a correre verso il vecchio silos. Lui si precipita all'inseguimento e intuisce la presenza del nicareddro in una specie di vicolo stracolmo di rifiuti. Il picciliddro capisce di non avere più vie di fuga e si arrende, letteralmente. Lui lo piglia per una mano e lo sta riportando verso il posto dove avviene lo sbarco quando scopre una donna, piuttosto picciotta, che si sta disperando con altri due picciliddri attaccati alle gonne. La fìmmina, appena vede lui con il picciliddro, si mette a correre verso di loro, è evidentemente la matre. A questo punto il picciliddro lo talìa (meglio sorvolare su questo particolare), la matre inciampica e cade. Gli agenti provano a farla rialzare e non ci riescono. Qualcuno chiama un'ambulanza...

Stop. Un attimo. Pensiamoci supra un momento. No, in realtà lui non ha visto nessuno che chiamava l'ambulanza. Ne sei certo, Montalbano? Ripassiamo ancora una volta la scena. No, ne sono sicuro. Mettiamola accussì: qualcuno deve avere chiamato l'ambulanza. Dalla macchina scinnino due infirmeri e uno, quello sicco sicco coi baffi, toccata una gamba della fimmina, dice che probabilmente si è rotta. La fimmina e i tre picciliddri vengono carricati e l'ambulanza se ne parte alla volta di Montelusa.

Torniamo narrè per sicurezza. Occhiali. Banchina. Sbarco fimmina prena. Picciliddro compare tra le gambe di quattro extracomunitari. Picciliddro scappa. Lui insegue. Picciliddro si arrende. Tornano verso il punto di sbarco. Matre li vede e principia a curriri verso di loro. Picciliddro lo talìa. Matre inciampica, cade, non può più rialzarsi. Arriva ambulanza. Infirmeri coi baffi dice gamba rotta. Fìmmina e picciliddri sull'ambulanza. La machina parte. Fine del primo segmento.

In conclusione: quasi certo che l'ambulanza non l'ha chiamata nisciuno. E sopraggiunta da sola. Pirchì? Pirchì aviva visto la scena della matre caduta a terra? Possibile. E poi: l'infirmeri diagnostica gamba rotta. E queste sue parole autorizzano il trasporto in ambulanza. Se l'infirmeri fosse rimasto in silenzio, qualche agente avrebbe chiamato il medico che, come sempre, era li con loro. Perché il medico non è stato consultato? Non è stato consultato perché non ce n'è stato tempo: il tempestivo arrivo dell'ambulanza e la diagnosi dell'infirmeri hanno fatto correre le cose nel senso voluto dal regista. Sissignore. Regista. Quella era stata una scena di tiatro predisposta con molta intelligenza.

A malgrado dell'ora, s'attaccò al telefono.

«Fazio? Montalbano sono».

«Dottore, non ci sono novità, se le avessi avute io...».

«Sparagna il sciato. Ti voglio domandare un'altra cosa. Domani mattina avevi l'intenzione di ripartire per le ricerche?».

«Sissi».

«Prima devi sbrigarmi un'altra cosa».

«Agli ordini».

«All'ospedale San Gregorio c'è un infermiere molto magro coi baffi, un cinquantino. Voglio sapere tutto di lui, il cognito e lo scognito, mi spiegai?».

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