«Sissi, perfettamente».
Riattaccò e chiamò il San Gregorio.
«C'è l'infermiera Agata Militello?».
«Un attimo. Sì, c'è».
«Vorrei parlarle».
«È in servizio. Abbiamo l'ordine di...»
«Senta, il commissario Montalbano sono. È una cosa seria».
«Aspetti che la cerco».
Quanno stava per perderci le spranze, sentì la voce della 'nfirmera.
«Commissario, è lei?».
«Sì. Mi perdoni se...».
«Di niente. Mi dica».
«Avrei bisogno di vederla e di parlarle. Prima che può» .
«Senta, commissario. Faccio il turno di notte e domani mattina vorrei dormire un pochino. Possiamo incontrarci alle undici ?» .
«Certo. Dove?».
«Ci possiamo vedere davanti all'ospedale» .
Stava per dire di sì, ma ci ripensò. E se per un caso sfortunato l'infermiere dell'ambulanza li vedeva 'nzemmula ?
«Preferirei sotto il portone di casa sua».
«Va bene. Via della Regione 28. A domani».
Durmì comu un angiluzzu 'nnuccenti che non ha pinsèri o problemi. Gli capitava sempre accussì quanno, al principio di un'inchiesta, capiva d'essiri partutu giustu. Arrivato in ufficio frisco e sorridenti, trovò sulla scrivania una busta a lui indirizzata, portata a mano.
Non c'era scritto il nome del mittente.
«Catarella!».
«Comandi, dottori!».
«Chi l'ha portata questa lettera?».
«Ponzio Pilato, dottori. Aieri a sira la portò».
Se la mise in sacchetta, l'avrebbe letta appresso. O forse mai. Mimì Augello s'appresentò poco dopo.
«Com'è andata col Questore?».
«M’è parso giù, non aveva la solita baldanza. Evidentemente da Roma ha riportato solo chiacchiere e tabbaccheri di ligno. Ci ha detto che è chiaro che il flusso migratorio clandestino dall'Adriatico si è spostato nel Mediterraneo e sarà perciò più difficile fermarlo. Ma questa evidenza, a quanto pare, tarda ad essere riconosciuta da chi di dovere. D'altra par te chi di dovere tarda a riconoscere che i furti sono in aumento, le rapine pure ... Insomma, loro cantano in coro "Tutto va ben, mia nobile marchesa" e noi dobbiamo continuare ad andare avanti con quello che abbiamo».
«Ti sei scusato con lui per la mia assenza?».
«Sì».
«E che ha detto?».
«Salvo, che volevi? Che si mettesse a piangere? Ha detto: va bene. Punto. E ora me lo spieghi che ti pigliò ieri?».
«Un contrattempo ebbi».
«Salvo, a chi vuoi cugliuniare? Tu prima mi dici che devi vedere il Questore per presentargli le dimissioni e un quarto d'ora appresso cangi idea e mi dici che dal Questore ci devo andare io. Che contrattempo è stato?».
«Se proprio lo vuoi sapere.. .».
E gli contò tutt'intera la storia del picciliddro. Alla fine, Mimì se ne restò in silenzio, pinsoso.
«C'è qualcosa che non ti torna?» spiò Montalbano.
«No, mi torna tutto, ma fino a un certo punto».
«E cioè?».
«Tu metti in diretta relazione l'ammazzatina del picciliddro col tentativo di fuitina che aveva fatto al momento dello sbarco. E questo può essere sbagliato».
«Ma và, Mimì! Perché l'avrebbero fatto, allora?».
«Ti conto una cosa. Un mese fa, un mio amico è andato a New York ospite di un suo amico americano.
Un giorno vanno a mangiare. Al mio amico servono una bistecca enorme con patate. Non riesce a sbafare tutto e lo lascia nel piatto. Poco dopo un cameriere gli consegna un sacchetto con dentro quello che non ha mangiato. Il mio amico lo piglia e quando esce dal ristorante si avvicina a un gruppo di barboni per dare loro il sacchetto con i resti del mangiare. Ma l'amico americano lo ferma e gli dice che i barboni non lo accetteranno. Se proprio vuole fare l'elemosina, dia loro mezzo dollaro. "Perché non vogliono il sacchetto con la mezza bistecca?" domanda il mio amico. E l'altro: "perché qui c'è gente che offre loro cibo avvelenato, come si fa per i cani randagi". Hai capito?».
«No».
«Capace che quel picciliddro, sorpreso mentre camminava sulla strada, è stato volontariamente investito da qualcuno, un garruso figlio di buttana, per puro divertimento o per un attacco di razzismo. Un qualcuno che non aveva niente a che fare con l'arrivo del picciliddro qua».
Montalbano cacciò un sospiro funnuto.
«Macari! Se le cose sono andate come dici tu, io mi sentirei meno in colpa. Ma purtroppo mi sono fatta opinione che tutta la facenna ha una sua precisa logica».
Agata Militello era una quarantina tutta alliffata, di personale gradevole, ma pericolosamente tendente al grasso. Era di sciolta parola e difatti parlò quasi sempre lei in quell'orata che stette col commissario. Disse che quella matina era di umore nìvuro per via che suo figlio, studente universitario («Sa, commissario, ebbi la sfortuna d'innamorarmi a diciassett'anni di un disgraziatazzo cornuto che appena seppi che aspittavo mi lassò»), si voleva fare zito («ma io dico, non potete aspittare? Che prescia avite a maritarvi? Intanto fate i comodazzi vostri e doppo si vede»). Disse macari che allo spitali erano una gran manica di figli di buttana che s'approfittavano di lei, sempre pronta a curriri a ogni chiamata straordinaria pirchì aviva un cori granni come una casa.
«Fu qua» fece a un tratto fermandosi.
Si trovavano in una strata curta, senza porte d'abitazione o negozi, costituita praticamente dal retro di due grandi palazzi.
«Ma qua non c'è manco un portone!» fece Montalbano.
«Accussì è . Noi ci troviamo nella parte di darrè dello spitale, che è questo palazzo a mano dritta. Io faccio sempre questa strata perché traso dal pronto soccorso che è il primo portone a dritta girato l'angolo».
«Quindi quella donna coi tre bambini, uscita dal pronto soccorso, ha girato a mancina, ha imboccato questa strada e qui è stata raggiunta dall'auto».
«Preciso accussì».
«Lei ha visto se la macchina veniva dalla parte del pronto soccorso o da quella opposta?».
«Nonsi, non l'ho visto».
«Quando l'auto si è fermata, ha potuto vedere quante persone c'erano a bordo?».
«Prima che acchianasse la fimmina coi picciliddri ?».
«Si».
«Solamente quello che guidava c'era».
«Ha notato qualche particolarità nell'uomo che guidava ?».
«Commissario mio, e come faciva? Quello sempre assittato dintra la machina ristò! Nivuro non era, ecco».
«Ah, no? Era uno come noi?».
Sissi, commissario. Ma lo sapi distinguere vossia un tunisino da un siciliano? Una vota a mia capitò che.. .».
«Quante ambulanze avete?» tagliò il commissario.
«Quattro, ma non abbastano cchiù. E mancano i piccioli per accattarne almeno almeno un'altra».
«Quanti uomini ci sono a bordo quando l'ambulanza fa servizio ?» .
«Due. C'è scarsizza di pirsonale. Un infirmeri e uno che guida e aiuta».
«Lei li conosce?».
«Ca certo, commissario».
Voleva spiargli dell'infirmeri sicco sicco e coi baffi, ma non lo fece, quella fìmmina parlava assà. Capace che subito doppo curriva dall'infirmeri dell'ambulanza e gli andava a dire che il commissario aviva spiato di lui.
«Ci andiamo a pigliare un cafè?».
«Sissi, commissario. Macari se io non dovrei busarne. Pinsassi che una vota che mi vippi quattro cafè di fila.. .».
Al commissariato l'aspittava Fazio, impaziente di ripigliare le ricerche sullo sconosciuto trovato morto in mare. Fazio era un cane che quanno puntava non mollava la punta fino a quanno non scugnava la serbaggina.
«Dottore, l'infermiere dell'ambulanza di nome fa Marzilla Gaetano».
E si fermò.
«Beh? Tutto qua?» spiò sorpreso Montalbano.
«Dottore, possiamo fare un patto?».
«Che patto?».
«Vossia mi lascia tanticchia sfogare col mio complesso dell'anagrafe, come lo chiama lei, e doppo le dico che cosa ho saputo su di lui».
«Patto fatto» disse il commissario rassegnato.
L'occhi di Fazio sbrilluccicarono di cuntintizza. Tirò fora dalla sacchetta un foglietto e principiò a leggiri.
«Marzilla Gaetano, nato a Montelusa il 6 ottobre 1960, fu Stefano e di Diblasi Antonia, residente a Montelusa, via Francesco Crispi 18. Sposato con Cappuccino Elisabetta, nata a Ribera il 14 febbraio 1963, fu Emanuele e di Ricottilli Eugenia la quale.. .».
«Basta così o ti sparo» disse Montalbano.
«Va bene, va bene. M'abbastò» fece Fazio soddisfatto rimettendosi il foglio in sacchetta.
«Allora, vogliamo parlare di cose serie?».
«Certo. Questo Marzilla, da quando si è diplomato infermiere, travaglia all'ospedale. Sua moglie ha avuto come dote dalla madre un modesto negozio di articoli da regalo, negozio che tre anni fa è stato distrutto da un incendio».
«Doloso?».
«Sì, ma non era assicurato. Corre voce che il negozio sia stato incendiato perché Marzilla si era a un certo punto stancato di pagare il pizzo. E lo sa che ha fatto Marzilla?».
«Fazio, questo tipo di domande mi fanno incazzare. Io non so una minchia, sei tu che devi farmi sapere le cose?!».
«Marzilla ha capito la lezione e sicuramente si è messo in regola col pizzo Sentendosi sicuro, ha accattato un magazzino attiguo al negozio e ha ingrandito e rinnovato tutto. A farla breve, si è cummigliato di debiti e dato che gli affari vanno male, le malelingue dicono che oramà è tenuto stritto al collo dagli usurai. Il povirazzo ora è costretto a circare piccioli a dritta e a manca come un disperato».
«Io a quest'omo devo assolutamente parlarci. E prima possibile» disse Montalbano doppo essersene per un pezzo restato mutanghero.
«E come facciamo? Certo che non possiamo arrestarlo!» fece Fazio.
«No, e chi parla d'arrestarlo? Però...».
«Però?».
«Se gli arrivasse all'orecchio...».
«Che cosa?».
«Nenti, mi passò un pinsèro. Tu lo sai l'indirizzo del negozio?».
«Certo, dottore. Via Palermo 34».
«Grazie. Tornatene alle tue scarpinate».
Nove
Nisciuto Fazio, stette tanticchia a pinsarisilla su quello che doviva fare fino a quanno non l'ebbe chiaro in testa. Chiamò Galluzzo.
«Senti, vai alla tipografia Bulone e fatti fare 'na poco di biglietti da visita».
«Miei?!» spiò Galluzzo strammato.
«Gallù, che ti metti a fare Catarella? Miei».
«E che ci devo fare scrivere?».
«L'essenziale. Dott. Salvo Montalbano e sotto Commissariato di Polizia di Vigàta. A mancina, in basso, ci fai mettere il nostro numero di telefono. Me ne bastano una decina».
«Dottore, dato che ci siamo...».
«Vuoi che me ne faccia fare una migliarata? Accussì mi ci posso tappezzare il cesso? Una decina bastano e superchiano. Li voglio su questa scrivania entro le quattro di oggi doppopranzo. Non sento ragioni. Corri, prima che chiudono».
Si era fatta l'ora di mangiare, le pirsone dovivano trovarsi a casa, quindi tanto valeva tentare.
«Brontu? Ghi balla?» fece una voce fimminina che minimo minimo viniva dal Burkina Faso.
«Il commissario Montalbano sono. C'è la signora Ingrid?».
«Tu speta».
Era oramà tradizione: quanno telefonava a Ingrid, risponneva sempre una cammarera arrivata da paisi introvabili persino sulla carta geografica.
«Ciao, Salvo. Che succede?».
«Avrei bisogno di un tuo piccolo aiuto. Oggi pomeriggio sei libera?».
«Sì, ho un impegno verso le sei».
«Mi basta. Ci possiamo vedere a Montelusa davanti al bar della Vittoria alle quattro e mezza?».
«Certo. A più tardi».
A Marinella, dintra al forno trovò una tenera e maliziosa pasta 'ncasciata (pativa di improprietà d'aggettivazione, non seppe definirla meglio) e se la scialò. Doppo si cangiò d'abito, si mise un doppiopetto grigio, camicia azzurrina, cravatta rossa. Doveva avere un aspetto tra l'impiegatizio e l'equivoco. Doppo ancora s'assittò sulla verandina e si pigliò il cafè fumandosi una sigaretta.
Prima di nesciri, circò un cappello virdastro tanticchia alla tirolese praticamente mai usato e un paro d'occhiali con le lenti non graduate che una volta gli erano sirbuti e noti s'arricordava manco pirchì. Alle quattro, quanno tornò in ufficio, trovò sulla scrivania la scatolina con i biglietti da visita. Ne pigliò tri e se li mise nel portafoglio. Niscì nuovamente, raprì il bagagliaio della machina indovi teneva un impermeabile alla Bogart, l'indossò, si mise cappello e occhiali e partì.
A vidirisillo compariri davanti parato in quella manera, Ingrid ebbe una tale botta di risate che prima si mise a lacrimiare e doppo fu costretta a trasire nel bar per chiudersi nel gabinetto.
Ma quanno niscì dal bar, venne assugliata ancora dalla risata. Montalbano fece la faccia dura.
«Sali che non ho tempo da perdere».
Ingrid ubbidì, evidentemente facendo sforzi enormi per trattenere le risate.
«Tu lo conosci un negozio di articoli da regalo che si trova in via Palermo al numero 34?».
«No. Perché?».
«Perché dobbiamo andare proprio lì».
«A fare che?».
«A scegliere un regalo per una nostra amica che si sposa. E guarda che mi devi chiamare Emilio».
Ingrid parse scoppiare, letteralmente. La sua risata fu una specie di botto. Si pigliò la testa tra le mano e non si capiva se ridiva o chiangiva.
«Va bene, ti riporto a casa» fece il commissario 'nfuscato.
«No, no, aspetta un momento, dai».
Si soffiò il naso due volte, s'asciucò le lagrime.
«Dimmi che devo fare, Emilio».
Montalbano glielo spiegò.
L'insegna del negozio diceva. Cappuccino, scritto grosso, e sutta, a caratteri più piccoli, argenteria, regali, liste di nozze. Nelle vetrine, indubbiamente eleganti, erano esposti oggetti sparluccicanti di un gusto pacchiano. Montalbano tentò di raprire la porta, m a era chiusa. Scanto di rapine, evidentemente. Premette un pulsante e la porta venne aperta dall'interno. Dintra c'era solamente una fìmmina quarantina, minuta e ben vistuta, ma come inquartata a difesa, chiaramente nirbùsa.
«Buongiorno» disse senza manco fare il solito sorriso di benvenuto ai clienti. «Desiderano?».
Montalbano ebbe la cirtizza che fosse non una commissa, ma la signora Cappuccino in pirsona.
«Buongiorno» arrispunnì Ingrid. «C'è una nostra amica che si sposa e io ed Emilio vorremmo regalarle un piatto d'argento. Potrei vederne qualcuno ?» .
«Certo» fece la signora Cappuccino.
E principiò a tirare fora dalle scaffalature piatti d'argento, uno più disgustoso dell'altro, e a posarli sul banco. Intanto Montalbano si taliava torno torno «con evidente fare sospetto» , come si scrive nei giornali e nei rapporti di polizia. Finalmente Ingrid lo chiamò.
«Vieni, Emilio».
Montalbano s'avvicinò e Ingrid gli fece vedere due piatti.
«Sono indecisa tra questi due. A te quale piace?».
Mentre faciva finta d'essere incerto, il commissario notò che la signora Cappuccino lo taliava di sottocchio appena poteva. Forse, come lui sperava, l'aviva raccanosciuto.