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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15360 字 更新时间:2026-6-22 23:13

Tutto qua. Senza una firma, senza un rigo di spiegazione. Taliò il timbro postale: era di Cosenza. Ma che cavolo veniva a significare? Forse una spiegazione c'era: si trattava di una vendetta interna. Molto probabilmente il collega Vattiato aveva contato della malafiura fatta dal commissario Montalbano il quale gli aveva comunicato d'avere trovato a uno che invece risultava morto e sepolto. E qualcuno dei presenti, al quale evidentemente Vattiato stava sui cabasisi, gli aveva allora, ammucciuni, mandato il ritaglio. Perché quelle righe, se leggiute nel modo giusto, in qualche modo intaccavano le sicurezze di Vattiato. L'anonimo che aveva mandato il ritaglio in realtà poneva una sola, semplicissima domanda: se il morto dilaniato dal treno è stato riconosciuto come Ernesto Errera dai documenti d'identità e da un anello al dito, come si fa a essere assolutamente certi che quei resti siano proprio di Errera? E di conseguenza: non può essere stato lo stesso Errera ad ammazzare uno che lontanamente gli somigliava, mettergli il portafoglio in tasca, l'anello al dito e sistemarlo sui binari nel modo più acconcio perché il treno, passando, lo rendesse irriconoscibile? E perché l'avrebbe fatto? Ma qui la risposta era ovvia: per far terminare le ricerche di Polizia e Carabinieri su di lui e travagliare, con una certa tranquillità, a Brindisi. Ma queste considerazioni, una volta fatte, gli parsero troppo cosa di romanzo.

Chiamò Augello. Mimì arrivò con una faccia scurusa.

«Non stai bene?».

«Lasciami perdere, Salvo. Stanotte l'ho passata vigliante a dare adenzia a Beba. Questa gravidanza è difficile assà. Che volevi?».

«Un consiglio. Ma prima senti una cosa. Catarella!».

«Ai comandi, dottori!».

«Catarè, ripeti qua al dottor Augello l'ipotesi che hai fatto e detto a me su Errera».

Catarella fece la faccia d'importanza.

«Io ci dissi al signori dottori che forsi forsi era possibili che il morto addivintò vivendi e appresso morse nuovamenti addivintando natante».

«Grazie, Catarè. Puoi andare».

Mimì stava a taliarlo con la vucca aperta.

«Beh?» lo sollecitò Montalbano.

«Senti, Salvo. Fino a un momento fa pensavo che le tue dimissioni sarebbero state una tragedia per tutti noi, ma ora, considerato il tuo stato di salute mentale, penso che prima te ne vai, meglio è. Ma come?! Adesso ti metti a sentire le minchiate che passano per la testa di Catarella? Vivendi, morendi e natanti?».

Senza dire una parola, Montalbano gli allungò il ritaglio di giornale.

Mimi se lo liggì due volte. Doppo lo posò sulla scrivania.

«Secondo te che viene a significare?» spiò.

«Che qualcuno ha voluto avvertirmi che esiste la possibilità - remota, d'accordo - che il cadavere sepolto a Cosenza non sia quello di Ernesto Errera» fece Montalbano.

«Il pezzo che mi hai fatto leggere» disse Mimì «è stato scritto da un giornalista due o tre giorni dopo il ritrovamento dei resti. E non dice se i nostri colleghi di Cosenza hanno fatto altre e più serie ricerche per arrivare a una identificazione certa. Sicuramente l'avranno fatto. E se tu ti muovi, se ti catamini per saperne di più sulla facenna, rischi di cadere nel trainello che ti hanno preparato» .

«Ma che dici?!».

«Hai un'idea su chi ti ha spedito il ritaglio?».

«Forse qualcuno della Questura di Cosenza che, sentendo Vattiato che mi sfotteva, ha voluto offrirmi...».

«Salvo, tu l o conosci a Vattiato?».

«Non bene. E un omo burbero che...» .

«Io ci ho travagliato insieme prima di venire qua. È una carogna».

«Ma perché mi avrebbe mandato l'articolo?».

«Per stuzzicare la tua curiosità e invogliarti a fare altre domande su Errera. Così tutta la Questura di Cosenza può ridere alle tue spalle» .

Montalbano si susi a mezzo dalla seggia, cercò tra le carte ittate alla sanfasò sulla scrivania, trovò la scheda e le foto di Errera.

«Taliale ancora una volta, Mimì».

Augello, tenendo nella mano mancina la scheda con la foto di Errera, con la mano dritta pigliò a una a una le ricostruzioni della faccia del morto e diligentemente le confrontò. Doppo scosse la testa.

«Mi dispiace, Salvo. Rimango del mio parere: si tratta di due persone diverse, anche se si assomigliano assai. Hai altro da dirmi?» .

«No» fece brusco il commissario.

Augello s'irritò.

«Salvo, io sono già nirbùso per i fatti miei, non ti ci mettere macari tu».

«Spiegati meglio».

«Certo che mi spiego! Ti sei incazzato pirchì io continuo a sostenere che il tuo morto non è Errera. Ma lo sai che sei un personaggio? Ti devo dire di sì, che sono la stessa pirsona per farti piacere?».

E sinni niscì sbattendo la porta.

La quale porta, doppo manco cinco minuti, si raprì violentemente, urtò contro la parete e, per il contraccolpo, si richiuse.

«Mi scusasse, dottori» fece la voce di Catarella da darrè la porta.

Quindi il battente principiò a raprirsi lentissimamente fino a quanto bastò perché Catarella avesse lo spazio minimo per trasire.

«Dottori, ci portai quello che mi desi Torrisi che mi disse che l'intirissava di pirsona pirsonalmenti» .

Era un'immagine molto ingrandita di un particolare della scogliera sotto la villa di Spigonella.

«Dottori, migliori d'accussi meglio non veni».

«Grazie, hai fatto un ottimo lavoro».

Gli bastò un'occhiata per capacitarsi d'avere visto giusto.

Dall'uno all'altro dei due alti scogli che formavano la stretta imboccatura del minuscolo porto naturale, massimo massimo tre centimetri sopra il pelo dell'acqua correva una linea dritta e scura contro la quale la risacca si rompeva. Doveva essere una sbarra di ferro manovrabile dall'interno della villa che impediva agli estranei l'accesso al porticciolo con un natante qualisisiasi. Questo poteva non significare niente di sospetto, massimo massimo veniva a dire che le visite improvvise via mare non erano gradite. Taliando meglio gli scogli notò su di essi, a un metro d'altizza dall'acqua, qualichi altra cosa che l'incuriosì. Taliò e ritaliò fino a quanno l'occhi gli fecero pupi pupi.

«Catarella!».

«Comandi, dottori!».

«Fatti prestare da Torretta una lente d'ingrandimento».

«Subito, dottori»

Ci aveva inzertato: Catarella infatti tornò con una grande lente che pruì al commissario.

«Grazie, puoi andare. E non lasciare la porta aperta».

Non gli piaceva farsi sorprendere da Mimì o da Fazio in un atteggiamento tipico di Sherlock Holmes.

Con la lente arriniscì a capire di cosa si trattava: erano due faretti che, addrumati quanno faciva scuro o in caso di scarsa visibilità, delimitavano con precisione l'imboccatura, evitando accussì a chi manovrava per trasire, il rischio di andare a sbattere sugli scogli. L'installazione di certo doveva essere stata fatta dal primo proprietario, l'americano contrabbandiere, al quale tutto quell'armamentario doveva essere stato utile assà; ma macari i successivi inquilini l'avevano tenuto funzionante. Restò a longo a ragionare. Lentamente principiava a farsi strata nella sò testa la pinsata che forse era necessario andarci a dare un'occhiata più da vicino, possibilmente venendo dalla parte di mare. E, soprattutto, andarci a taci maci, senza avvertire nisciuno.

Taliò il ralogio, Ingrid stava per arrivare. Cavò il portafoglio dalla sacchetta per controllare se aviva dinaro bastevole per la cena. In quel momento, sul vano della porta apparse Catarella affannato:

«Ah dottori! Fora c'è la signorina Inghirighid che l'aspetta!».

Ingrid volle che il commissario acchianasse nella so machina.

«Con la tua non arriveremo mai e ce n'è strada da fare».

«Ma dove mi porti?».

«Vedrai. Una volta tanto puoi interrompere la monotonia dei tuoi piatti di pesce, no?».

Tra la parlantina di Ingrid e la velocità che la svidisa teneva, a Montalbano non parse di aviri caminato tanto quando la machina si fermò davanti a un casale in aperta campagna. Quello era veramente un ristorante o Ingrid si era sbagliata? La presenza di una decina di auto parcheggiate lo rassicurò. Appena trasuti, la svidisa salutò e venne salutata da tutti, era di casa. Il proprietario s'apprecipitò.

«Salvo, vuoi mangiare quello che mangio io?».

E accussì il commissario si godì un piatto di ditalini cu 'a ricotta, frisca e giustamente salata, con l'aggiunta di cacio picorino e pepe nivuro. Piatto che chiamava a gran voce vino: richiesta che venne ampiamente esaudita. Per secondo si sbafò costi 'mbriachi, ossia coste di maiale annegate nel vino e nello stratto di pummadoro.

Al momento di pagare il conto, il commissa rio aggiarniò: si era scordato il portafoglio sulla scrivania dell'ufficio. Pagò Ingrid. Quanno pigliarono la strata del ritorno, la machina ogni tanto faciva qualche giro di valzer. Davanti al commissariato, Montalbano pregò Ingrid di fermarsi, voleva recuperare il portafoglio.

«Vengo con te» fece la svidisa «non ho mai visto il posto dove lavori».

Trasirono nell'ufficio. Il commissario si avvicinò alla scrivania, Ingrid macari. Montalbano pigliò in mano il portafoglio e la svidisa inveci taliò le fotografie sul tavolino e ne pigliò in mano una.

«Perché tieni sulla scrivania le foto di Nini?» spiò.

Dodici

Tutto si fermò per un attimo, per un attimo andò via macari il confuso sottofondo sonoro del mondo. Persino una mosca che stava decisamente puntando sul naso del commissario s'apparalizzò restando, le ali aperte, suspisa e ferma in aria. Non ricevendo risposta alla sua domanda, Ingrid isò l'occhi. Montalbano pariva una statua, stava col portafoglio infilato a mezzo nella sacchetta, la vucca spalancata e la taliava.

«Perché hai tutte queste foto di Ninì?» spiò nuovamente la svidisa pigliando in mano le altre che stavano sulla scrivania.

Una specie di libeccio furioso percorreva intanto a grandissima velocità tutti i giri e rigiri del ciriveddro del commissario che non arrinisciva a ripigliarsi. Ma come?!

Avivano circato dovunque, telefonato a Cosenza, spulciato l'archivio, interrogato possibili testimoni, esplorato Spigonella via terra e via mare nel tentativo di dare un nome al morto e ora se ne veniva Ingrid e, frisca come un quarto di pollo, lo chiamava persino con un diminutivo?

«Lo... co... co...».

Montalbano stava faticosamente articolando una domanda esclamativa «lo conosci?!» però Ingrid equivocò e l'interruppe.

«Lococo, appunto» disse. «Credo di avertene già parlato».

Vero era. Gliene aviva parlato quella sira che sulla verandina si erano scolata una bottiglia di whisky. Gli aveva detto che aviva avuto una storia con questo Lococo, ma che si erano lasciati perché... perché?

«Perché vi siete lasciati?».

«L'ho lasciato io. C'era qualcosa in lui che non mi faceva stare tranquilla, ero sempre in guardia... non riuscivo a rilassarmi... anche se non me ne dava motivo...».

«Aveva pretese... particolari?».

«A letto?».

«Sì».

Ingrid isò le spalle.

«Non più particolari di quelle di qualsiasi altro uomo».

Pirchì a quelle parole sentì un'assurda pungicatura di gilusia?

«E allora cos'era?».

«Guarda, Salvo, era una sensazione che non riesco a spiegare con le parole...».

«Cosa ti ha detto che faceva?».

«Era stato comandante di petroliere... Poi aveva ricevuto un'eredità... sostanzialmente non faceva niente».

«Come vi eravate conosciuti?».

Ingrid rise.

«Per caso. A un distributore di benzina. C'era la fila. Attaccammo discorso».

«Dove v'incontravate?».

«A Spigonella. Sai dov'è?».

«La conosco».

«Scusami, Salvo, ma mi stai facendo un interrogatorio?».

«Direi di sì».

«Perché?» .

«Te lo spiego dopo».

«Ti dispiace se lo continuiamo in un altro posto?».

«Qui non ti va bene?».

«No. Qui dentro, mentre mi fai queste domande, mi sembri un altro».

«Come, un altro?».

«Sì, un estraneo, uno che non conosco. Possiamo andare a casa tua?».

«Come vuoi. Ma niente whisky. Almeno non prima d'avere finito».

«Agli ordini, signor commissario».

Andarono a Marinella ognuno con la propria machina e naturalmente la svidisa arrivò assi prima di lui.

Montalbano andò a raprire la porta finestra che dava sulla verandina.

La nuttata era dolcissima, forse tanticchia troppo.

Aviva un sciauro misto di salsedine e di mentuccia. Il commissario respirò a fondo, i suoi polmoni se la scialarono.

«Ci mettiamo sulla verandina?» propose Ingrid.

«No, meglio dentro».

S'assittarono, l'uno di fronte all'altra, al tavolo di mangiare. La svidisa lo taliava e pareva perplessa. Il commissario si posò allato la busta con le fotografie di Lococo che si era portate dal commissariato.

«Posso sapere il perché di tutto questo interesse per Ninì?».

«No».

La svidisa ci restò male e Montalbano se ne addunò

«Se te lo dicessi, molto probabilmente influenzerei le tue risposte. Mi hai detto che lo chiamavi Ninì. Diminutivo di Antonio?».

«No. Di Ernesto».

Era un caso? Quelli che si cangiavano generalità in genere conservavano le iniziali del nome e del cognome.

Il fatto che tanto Lococo quanto Errera si chiamavano tutti e due Ernesto veniva a significare che erano la stissa pirsona? Meglio andarci piano, un pedi leva e l'altro metti.

«Era siciliano?».

«Non mi disse di dov'era. Solo una volta mi raccontò che si era sposato con una ragazza di Catanzaro e che la moglie era morta due anni dopo il matrimonio».

«Disse proprio Catanzaro?».

Ingrid parse esitare, tirò fora la punta della lingua.

«O f orse Cosenza?».

Adorabili rughe le comparsero sulla fronte.

«Mi sono sbagliata. Disse proprio Cosenza» .

E due! Il defunto signor Ernesto Lococo continuava a guadagnare punti di somiglianza con l'altrettanto defunto signor Ernesto Errera. Di scatto, Montalbano si susì e andò a baciare Ingrid all'angolo della bocca.

Lei lo taliò ironica.

«Fai sempre così quando quelli che interroghi ti danno la risposta che volevi sentire?».

«Sì, soprattutto se sono mascoli. Dimmi una cosa: il tuo Ninì zoppicava?».

«Non sempre. Quando il tempo non era buono. Ma si notava appena».

Il dottor Pasquano aviva visto giusto. Solo che non si capiva se macari Errera zuppiava o no.

«Quant'è durata la vostra storia?».

«Pochissimo, un mese e mezzo o poco più. Ma...».

«Ma?».

«E stata molto intensa».

Zac! Un'altra pungicata di gilusia immotivata.

«E quand'è finita?».

«Quasi due mesi fa».

Quindi poco prima che qualichiduno l'ammazzasse.

«Dimmi esattamente come hai fatto a lasciarlo».

«Io lo chiamai di mattina sul cellulare per avvertirlo che in serata sarei andata a trovarlo a Spigonella» .

«Vi vedevate sempre di sera?».

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