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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15693 字 更新时间:2026-6-22 23:13

«Lei sa con chi l'ha sostituito?».

«Con nessuno, a quanto pare».

«Allora la base è in disarmo?».

«Tutt'altro. Diciamo che non c'è un residente capo, ma dei responsabili di settore che vengono avvertiti a tempo debito di arrivi imminenti. Quando c'è da fare un'operazione grossa, si muove personalmente Jamil Zarzis, uno dei tre luogotenenti. Fa continuamente avanti e indietro tra la Sicilia e la laguna di Korba, in Tunisia, dove Gafsa ha il suo quartier generale».

«Lei mi ha detto una gran quantità di nomi di tunisini e non mi ha invece fatto il nome dell'italiano ammazzato da Gafsa».

«Non lo so, non sono riuscito a saperlo. So però, come lo chiamavano gli uomini di Gafsa. Un soprannome privo di significato».

«Qual era?».

«Il morto. Lo chiamavano così da vivo. Non è assurdo?».

Assurdo?! Di scatto Montalbano si susì, ittò la testa narrè e nitrì. Un nitrito piuttosto forte, in tutto simile a quello che fa un cavallo quanno gli girano i cabasisi.

Solo che al commissario i cabasisi non gli giravano, anzi. Tutto gli era addivintato chiaro, le parallele avevano finito per convergere. Intanto, atterrito, il mazzo di giaggioli era sciddricato dalla seggia, stava dirigendosi verso la porta. Montalbano gli corse appresso, lo placcò.

«Dove va?».

«Vado a chiamare qualcuno, lei si sente male» balbettarono i giaggioli.

Il commissario fece un ampio e rassicurante sorriso.

«Ma no, ma no, non è niente, sono piccoli disturbi come l'impallidimento di poco fa... Ne soffro da tempo, non è grave».

«Non si potrebbe aprire la porta? Mi manca l'aria».

Era una scusa, chiaramente il giornalista voleva assicurarsi una via di fuitina.

«Va bene, gliela apro».

Tanticchia rassicurato, Sozio Melato tornò ad assittarsi.

Ma si vidiva che era ancora nirbuso. Si era messo in pizzo sulla seggia, pronto a scappare. Di sicuro stava a spiarsi se quello era il commissariato di Vigàta o il superstite manicomio provinciale. E più d'ogni al tra cosa forse lo squietava il sorriso amorevole che gli indirizzava Montalbano mentre lo taliava. E difatti il commissario era in quel momento sommerso da un'ondata di gratitudine verso quell'omo che pareva un clown e invece non lo era. Come sdebitarsi?

«Signor Melato, non ho capito bene i suoi spostamenti. Lei è venuto a Vigàta appositamente per parlare con me?».

«Sì. Purtroppo devo tornare subito a Trieste. Mamma non sta bene e io le manco. Siamo.. . siamo molto legati».

«Potrebbe trattenersi ancora due o tre giorni al massimo».

«Perché?».

«Credo di poterle far avere, di prima mano, notizie interessanti».

Sozio Melato lo considerò a lungo, gli occhietti quasi scomparsi darrè le palpebre calate. Doppo s'arrisolvette a parlare.

«Lei mi ha detto, all'inizio del nostro colloquio, che non sapeva niente di questa storia».

«È vero».

«Ma se non ne sapeva niente, come fa, ora, a sostenere che è in grado in pochissimo tempo di.. .» .

«Non le ho mentito, mi creda. Lei mi ha riferito cose che prima non sapevo, ma ho l'impressione che abbiano messo sulla giusta carreggiata un'inchiesta che sto conducendo».

«Beh.. . Io sono sceso al Regina di Montelusa. Altri due giorni credo di poter restare».

«Molto bene. Potrebbe descrivermi il luogotenente di Gafsa, quello che spesso viene qua. .. Come si chiama?» .

«Jamil Zarzis. E un quarantenne basso, tarchiato.. . almeno così mi hanno detto.. . ah, sì, è quasi del tutto sdentato» .

«Beh, se intanto si è fatto persuadere da un dentista, siamo fottuti» commentò il commissario.

Sozio Melato allargò le braccine, a significare che più di tanto non sapeva dire su Jamil Zarzis.

«Senta, lei mi ha detto che Gafsa provvede personalmente a eliminare i suoi avversari. E così?».

«E così».

«Una botta di kalashnikov e via oppure.. .».

«No, è un sadico. Trova sempre modi diversi. Mi hanno riferito che a uno l'ha appeso a testa in giù fino a quando è morto, a un altro l'ha letteralmente arrostito sulla brace, a un terzo ha legato i polsi e le caviglie con del fil di ferro e l'ha fatto lentamente annegare nella laguna, un quarto è stato.. .» .

Il commissario si susì, Sozio Melato s'azzittì, preoccupato.

«Che c'è?» fece, pronto a satare dalla seggia e a mettersi a curriri.

«Mi consente di nitrire ancora?» gli spiò, cortesissimo, Montalbano.

Quindici

«Chi è quel tipo?» spiò Mimì taliando a Sozio Melato che s'allontanava nel corridoio.

«Un angelo» arrispunnì Montalbano.

«Ma via! Vistuto accussì?».

«Perché, secondo tia gli angeli devono sempre vestire come quelli di Melozzo da Forlì? Non hai mai visto quella pellicola di Frank Capra che si chiama... aspetta...».

«Lasciamo perdere» fece Mimì che era evidentemente nirbùso. «Ti voglio dire che Tommaseo ha telefonato, io ho risposto che ci saremmo occupati della facenna, ma lui non ha voluto darci l'autorizzazione a perquisire la villa e manco ha voluto far mettere sotto controllo il telefono di Marzilla. Quindi tutta la recita che hai organizzato non è servita a un cazzo».

«Pazienza, faremo da soli. Ma mi spieghi pirchì sei d'umore malo?».

«Lo vuoi sapiri?» sbottò Augello. «È perché ho sentito la telefonata che Beba ha fatto al pm Tommaseo e alle domande che quel porco le rivolgeva. Stavo con l'orecchio incollato a quello di Beba. Quando lei ha finito di contare quello che aveva visto, lui ha cominciato a spiare: "lei era sola in macchina?". E Beba, con un certo impaccio: "no, col mio ragazzo". E lui: "che facevate?". E Beba, fingendosi ancora più impacciata: "Beh, sa.. .". E il porco: "facevate l'amore?". Beba, con un filo di voce: "Sì.. .". E lui: "Rapporto completo?". Qui Beba ha avuto un attimo d'esitazione e il maiale le ha spiegato che erano dati che doveva conoscere per chiarire il quadro della situazione. E allora lei non si è fermata più. Ci ha pigliato gusto. Non ti dico i particolari che ha saputo tirare fuori! E più cose diceva, più quel maiale s'incaniava! Voleva che Beba andasse di persona in procura! Voliva sapiri come si chiamava e com'era fatta. A fartela breve, quando ha riattaccato, è finita a sciarra tra noi due. Ma io mi domando e dico: dove è andata a trovare certi dettagli?» .

«Ma dai, Mimì, non fare il picciliddro! Che fai, sei diventato giluso?».

Mimi lo taliò a longo.

«Sì» disse.

E niscì.

«Mandami Catarella!» gli gridò appresso il commissario.

«Ai comandi, dottori!» fece Catarella materializzandosi istantaneamente.

«Mi pare di ricordare che tu m'hai detto che vai spesso a trovare tuo fratello che ha una casa vicino a capo Russello».

«Sissi. dottori. In contrata Lampisa».

«Bene. Mi spieghi come si fa ad arrivarci?» .

«Dottori, e che di bisogno ce n'è di spieco? Ci faccio io di pirsona l'accompagnamento!».

«Grazie, ma è una facenna che mi devo sbrogliare da solo, non te la prendere. Allora, me lo spieghi?».

«Sissi. Vossia piglia la strata per Montereale e la passa.

Prosecue per una tri chilometri e a mano mancina vede una fleccia che c'è scritto capo Russello».

«Piglio questa?».

«Nonsi. Prosecue. Sempre a mano mancina trova un'altra fleccia che dice Punta rossa».

«La piglio?».

«Nonsi. Prosecue. Appresso veni una fleccia che dice Lampisa. E questa la piglia».

«Va bene, grazie».

«Dottori, quella fleccia che dice Lampisa dice Lampisa tanto per dire. Di arrivari a Lampisa non se ne parla se uno secue solamenti quella fleccia».

«Allora che devo fare?».

«Quanno che ha pigliato la strata per Lampisa, fatta un cinquecento metri a mano dritta si dovrebbi attrovare davanti a un granni cancello di ferro abbattuto che una vota c'era e ora comu ora non c'è più».

«E come faccio a vedere un cancello che non c'è?» .

«Facili, dottori. Pirchì da indovi che c'era il cancello si partono due filere di guercie. Quella era la propietà del barone Vella, ora è propietà di nisciuno. Quanno arriva in funno in funno al viale, che davanti si viene a trovare la villa sdirrupata del barone Vella, gira ranto ranto all'ultima guercia a mancina. E a tricento metri scarsi si trova in contrata Lampisa».

«Questa è l'unica strada per arrivarci?» .

«A secunno».

«A seconda di che?».

«Se ci deve andari a pedi o se ci deve andari in machina».

«In macchina».

«Allura l'unica è, dottori».

«Il mare quanto è distante?».

«Manco a cento metri, dottori».

Mangiare o non mangiare? Questo era il problema: era più saggio sopportare le fitte di un pititto vrigognoso oppure futtirisinni e andarsi a riempire la panza da Enzo? Il dilemma scespiriano gli si pose quanno, taliato il ralogio, s'addunò che si erano fatte quasi le otto. Se cedeva alla fame, avrebbe avuto un'orata assai scarsa da dedicare alla cena: il che veniva a significare che avrebbe dovuto dare ai suoi movimenti mangiatori un ritmo alla Charlot di «Tempi moderni». Ora una cosa era certa e cioè che mangiare di prescia non era mangiare, massimo massimo era nutrirsi. Differenza sostanziale, pirchì lui della necessità di nutrirsi come un armàlo o un àrbolo non ne sentiva in quel momento il bisogno Lui aveva gana di mangiare godendo vuccuni appresso vuccuni e impiegandoci tutto il tempo che ci voleva. No, non era cosa. E, per non cadere in tentazione, una volta arrivato a Marinella non raprì né il forno né il frigorifero. Si spogliò nudo e se ne andò sotto la doccia. Doppo si rivestì con un paro di jeans e una cammisa da cacciatori canadisi di orsi. Pinsò che non sapiva come sarebbero andate le cose e gli venne un dubbio: armarsi o non armarsi?

Forse la meglio era portarsi appresso la pistola. Allora sciglì un giubbotto marrone di pelle che aviva una sacchetta interna assai capace e se lo mise. Non voleva scuitare Ingrid facendole vedere che andava a pigliare l'arma, meglio farlo subito. Niscì, andò alla machina, raprì il cruscotto, pigliò la pistola, l'infilò nella sacchetta del giubbotto, si calò a richiudere il cruscotto, l'arma sciddricò fora dalla sacchetta, cadì sul pavimento della machina, Montalbano santiò, si mise ginucchiuni pirchì la pistola era andata a finire sutta al sedie, la ricuperò, chiuì la machina, ritrasì in casa. Col giubbotto sintiva cavudo, se lo levò e lo posò sul tavolino della càmmara di mangiari. Stabili che una telefonata a Livia ci stava bene. Sollevò la cornetta, compose il numero, sentì il primo squillo e contemporaneamente sonarono alla porta. Aprire o non aprire? Attaccò la cornetta, andò a raprire. Era Ingrid, leggermente in anticipo. Più bella del solito, se questo era possibile. Vasarla o non vasarla? Il dilemma venne risolto dalla svidisa che lo vasò.

«Come stai?».

«Mi sento tanticchia amletico».

«Non ho capito».

«Lascia perdere. Sei venuta con la macchina di tuo marito?».

«Sì».

«Cos'è?» .

Domanda del tutto accademica: Montalbano non ci capiva un'amata minchia di marche d'automobili. E macari di motori.

«Una BMW 320» .

«Di che colore?».

Questa domanda invece era interessata: conoscendo la stronzaggine del marito di Ingrid, capace che quello si era fatto pittare la carrozzeria a strisce rosse, verdi e gialle con palline blu.

«Grigio scuro».

Meno male: c'era qualche possibilità di non essere individuati e sparati a prima botta.

«Hai cenato?» spiò la svidisa.

«No. E tu?».

«Nemmeno io. Se resta tempo, dopo potremmo... A proposito, che cosa dobbiamo fare?».

«Te lo spiegherò strada facendo».

Squillò il telefono. Era Marzilla.

«Commissario, la macchina che mi hanno portato è una Jaguar. Tra cinco minuti nescio da casa» comunicò con la voce che gli trimava.

E riattaccò.

«Se sei pronta, possiamo andare» disse Montalbano.

Con un gesto disinvolto agguantò il giubbotto, senza addunarsi che l'aviva pigliato arriversa. Naturalmente la pistola sciddricò dalla sacchetta e cadì 'n terra. Ingrid fece un salto narrè, scantata.

«Hai intenzioni serie?» spiò.

Seguendo le istruzioni di Catarella, non sbagliarono una strata. Doppo una mezzorata ch'erano partiti da Marinella, mezzorata che servì a Montalbano per istruire a Ingrid, arrivarono davanti al viale delle querce. Lo percorsero e alla fine, alla luce dei fari, scorsero i ruderi di una grossa villa.

«Vai dritto, non seguire la strada e non girare a sinistra. Andiamo a nascondere la macchina dietro la villa» fece Montalbano.

Ingrid eseguì. Darrè la villa c'era campagna aperta e disolata. La svidisa astutò i fari, scinnero. La luna faciva jorno, il silenzio era tanto da pigliare scanto, manco i cani abbaiavano.

«E ora?» spiò Ingrid.

«Ora lasciamo la macchina qua e ce ne andiamo in un posto da dove si vede il viale. Così possiamo controllare le auto che passano».

«Ma quali auto?» disse Ingrid. «Qui non passano nemmeno i grilli».

Si avviarono.

«Ad ogni modo, possiamo fare come nei film» fece la svidisa.

«E come fanno?».

«Dai, Salvo, non lo sai? I due poliziotti, lui e lei, che devono fare un appostamento, si fingono innamorati. Stanno abbracciati, si baciano e intanto sorvegliano».

Ora erano arrivati davanti ai ruderi della villa, a una trentina di metri dalla quercia dove la strata girava per contrata Lampisa. Si assittarono sui resti di un muro, Montalbano si addrumò una sigaretta. Ma non fece a tempo a finirla. Una macchina aveva imboccato il viale, procedeva lenta, forse chi era alla guida non conosceva la strata. Di scatto, Ingrid si susì, pruì la mano al commissario, lo tirò addritta, gli si avvinghiò. La macchina veniva avanti lentissima. Per Montalbano fu come trasire tutt'intero all'interno di un àrbolo di albicocche, il profumo lo stordì, gli rimescolò il rimescolabile. Ingrid lo teneva stritto stritto. A un tratto gli murmuriò all'orecchio:

«Sento qualcosa che si muove».

«Dove?» spiò Montalbano che stava con il mento appuiato sulla spalla di lei, il naso annegato tra i suoi capelli.

«Tra te e me, in basso» disse Ingrid.

Montalbano si sentì arrussicare, tentò di tirare narrè il bacino, ma la svidisa gli si spalmò contro.

«Non essere scemo» .

Per un istante i fari della macchina li pigliarono in pieno, doppo girarono a mancina dell'ultima quercia, scomparvero.

«Era la tua auto, una Jaguar» disse Ingrid.

Montalbano ringraziò il Signuruzzu che Marzilla fosse arrivato al tempo debito. Non ce l'avrebbe fatta a resistere un minuto dì più. Si staccò dalla svidisa, aviva il sciato grosso.

Non fu un inseguimento pirchì mai Marzilla e gli altri due che occupavano la Jaguar ebbero la sensazione che ci fosse una macchina che li seguiva. Ingrid era un pilota eccezionale, fino a quando non furono sulla provinciale per Vigàta, guidò a fari astutati aiutata dal chiario della luna. Li addrumò solo sulla provinciale pirchì poteva benissimo ammucciarsi nel traficu. Marzilla andava spedito, non velocissimo, e il pedinamento veniva facilitato. In fondo in fondo di questo infatti si stava trattando, di un pedinamento a motore. La Jaguar di Marzilla pigliò la strata per Montelusa.

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