«Patre mio, patre mio, patre mio.. .» .
Litaniava a sò patre morto e senza paroli gli addumannò la grazia che qualichiduno dalla terrazza della villa finalmente s'addunasse di lui e l'astutasse con una piatosa raffica di mitra. Ma sò patre non ascutò la priera e Montalbano continuò a chiangiri fino a quanno macari stavolta il dolore scomparse, però con estrema lintizza, squasi che gli dispiacesse lasciarlo.
Ma passò tempo assà prima che egli fosse in condizione di cataminare una mano o un pedi, pareva che gli arti s'arrefutavano di ubbidire agli ordini che il ciriveddro gli mandava. Ma l'occhi li aviva aperti o ancora chiusi? C'era più scuro di prima o aviva la vista annigliata?
Si rassignò. Doviva accettare la facenna accussì com'era. Aviva fatto una minchiata ad andare da solo, era capitata una difficoltà e ora doviva pagare le conseguenze della sua spirtizza. L'unica era d'approfittare di questi intervalli tra una fitta e l'altra per calarsi in acqua, girare attorno allo scoglio e natare lentamente verso la riva. Non era cosa di proseguire oltre, tornare era l'unica, c'era solo da rimettersi in acqua, girare appena attorno alla boa...
Pirchì aviva detto boa e no scoglio? Fu allura che dintra alla sò testa si rappresentò la scena vista alla televisione, l'orgoglioso arrefuto di quella varca a vela che invece di fare il giro di boa e tornare narrè aviva preferito testardamente continuare ad andare avanti, fino a sfracellarsi 'nzemmula alla varca dei giudici... E seppe accussì che il suo essiri fatto in un certo modo non gli concedeva nessuna possibilità di scelta. Non sarebbe mai potuto tornare indietro.
Restò una mezzorata immobile, appuiato allo scoglio, in ascolto del suo corpo, in attesa del minimo signali dell'arrivo di una nuova fitta. Non capitò più niente. E non poteva più lasciar passare altro tempo. Si calò in mare al di qua della sbarra, principiò a natare a rana pirchì l'acqua era calma, le onde non avivano forza, si rompevano prima contro la sbarra. Dirigendosi a riva, capì che si attrovava dintra a una specie di canale con le sponde di cemento, largo minimo un sei metri. E difatti, mentre ancora i sò pedi non toccavano, a mano dritta vitti il biancore della rena all'altizza della sò testa. Appoggiò le dù mano sulla sponda più vicina e si isò.
Taliò davanti a sé e strammò. Il canale non finiva sulla spiaggia, ma proseguiva ancora tagliandola in due e andava a infilarsi dintra a una grutta naturale, assolutamente invisibile a chi passava davanti al porticciolo o a chi si sporgeva dalla cima dello sbalanco. Una grotta! A qualche metro dall'ingresso, a mano dritta, si partiva una scala scavata nella parete, come quella che aveva fatto prima di scinnuta, chiusa però da un cancello. Calato in due, s'avvicinò alla trasuta della grutta, ascutò. Nessun rumore, tranne lo sciabordio dell'acqua all'interno. Si buttò panza a terra, sganciò la torcia, l'addrumò per un secondo, astutò. Immagazzinò nel ciriveddro tutto quello che il lampo di luce gli aviva consentito di vidiri e ripeti. l'operazione. Incamerò altri dettagli preziosi. Alla terza addrumata e astutata, sapeva quello che c'era dintra la grutta.
In mezzo al canale, si dondolava un grosso gommone, probabilmente uno Zodiac dal motore potentissimo. A mano dritta lungo il canale correva una banchina in cemento, larga poco più di un metro: a metà di questa banchina c'era una enorme porta di ferro, chiusa. Probabilmente darrè la porta c'era la rimessa indovi tenevano il gommone quanno non serviva e molto probabilmente c'era macari una scala interna che acchianava sino alla villa. O un ascensore, và a sapiri. La grutta si capiva che era ancora più profunna, ma il gommone impediva la vista di quello che c'era appresso.
E ora? Fermarsi qua? Andare avanti?
«Trenta e dù vintotto» si disse Montalbano.
Si susì e trasì nella grutta senza addrumari la torcia. Sentì sutta i pedi il cemento della banchina, avanzò, la sò mano dritta sfiorò il ferro arruggiato della porta. Ci accostò l'orecchio, nenti, silenzio assoluto. Lo tentò con la mano e sentì che cedeva, era appena accostata. Fece una pressione leggera, ma bastò perché si aprisse per qualche centimetro. I cardini dovevano essere ben lubrificati. E se c'era qualichiduno che l'aviva sentito e l'aspittava con un kalashnikov? Pacienza. Pigliò la pistola e addrumò la torcia. Nisciuno gli sparò, nisciuno gli disse bongiorno. Era la rimessa del gommone, piena di taniche. In fondo c'era un arco scavato nella roccia e si vedevano 'na poco di graduna. La scala che portava alla villa, come aveva supposto. Astutò la torcia, richiuse la porta. Prosegui allo scuro per altri tre passi e doppo fece luce. La banchina continuava ancora per qualche metro, doppo s'interrompeva di colpo diventando una specie di belvedere pirchì la parte posteriore della grutta era tutta un ammasso di scogli di varia grannizza, una disordinata catena montuosa in miniatura sotto la volta altissima. Astutò.
Ma com'erano fatti gli scogli? C'era qualichi cosa di strammo. Mentre cercava di capire pirchì gli scogli gli erano parsi strammi, Montalbano, nello scuro e nel silenzio, percepì un rumore che lo fece agghiazzare. C'era qualichi cosa di vivente nella grutta. Era un sono strisciante, continuo, picchiettato da colpi leggeri come di ligno su ligno. E notò che l'aria che stava respirando aviva un colore giallo marcito. Squieto, addrumò nuovamente la torcia e doppo l'astutò. Ma gli era stato bastevole per vidiri che gli scogli, verdi per il lippo a livello d'acqua, cangiavano colore nella parte di supra pirchì erano letteralmente cummigliati da centinara, da migliara di granchi di tutte le dimensioni e di tutti i colori che si muovevano continuamente, furmicoliavano, s'arrampicavano gli uni sugli altri sino a formare grosse pigne viventi e orride che per il peso si staccavano e cadevano in acqua. Uno spettacolo schifoso.
Montalbano notò macari che la parte posteriore della grutta era separata da quella anteriore da una rete metallica che s'alzava di un mezzo metro supra il pelo dell'acqua e che andava dal termine della banchina al la parete di fronte. A che poteva servire? A impedire che trasisse qualche grosso pisci? Ma che stronzaggini andava pinsanno? Forse arriversa, a impedire che qualichi cosa niscisse? Ma che cosa, se in quella parte di grutta non c'erano altro che scogli?
E tutto 'nzemmula capì. Che gli aviva detto il dottor Pasquano? Che il catafero era stato mangiato dai granci, che gliene avivano trovalo dù in gola.. . Quello era il posto indovi Errera-Lococo, che evidentemente aveva troppo alzato la testa, era stato fatto affogare per punizione e a lungo Baddar Gafsa lì ne aviva tenuto esposto in acqua il catafero con i polsi e le caviglie legati col filo di ferro, mentre i granci a centinara se lo mangiavano, altro trofeo da mostrare agli amici e a tutti coloro che avrebbero potuto avere male intinzioni tradimentose. Doppo aviva dato l'ordine di gettarlo in mare aperto. E il catafero, navicanno navicanno, era arrivato fino a davanti a Marinella.
Che altro c'era da vidiri? Rifece la strata all'incontrario, niscì fora dalla grutta, si calò in acqua, natò, passò supra la sbarra, girò attorno allo scoglio e si sentì assugliare di colpo da una stanchizza mortale, infinita.
Stavolta sì che si scantò. Gli mancava persino la forza di isare il vrazzo per dari la bracciata, si era scarricato di colpo. Si vede che l'aviva tenuto addritta solamenti la tensione nirbusa e ora che aviva fatto quello che doviva fare non c'era più nenti dintra il suo corpo a dargli un minimo di spinta, d'energia. Allura si rivotò sul dorso e si mise a fare il morto, era l'unica, prima o doppo la corrente l'avrebbe portato a riva. A un certo punto gli parse d'arrisbigliarsi pirchì la schina gli strisciava contro qualichi cosa. Si era appinnicato?
Possibile? Con quel mare e in quelle condizioni si era messo a durmiri come dintra a una vasca da bagno? Ad ogni modo, capì che era arrivato alla spiaggia, ma non arriniscì a susirisi, le gambe non lo tenevano. Si mise sulla panza e si taliò torno torno. La corrente era stata piatosa con lui, l'aviva portato vicinissimo al posto indovi aviva lasciato il binocolo. Non poteva lasciarlo R. Ma come arrivarci? Doppo due o tri tentativi di mettersi addritta, si rassegnò a caminare a quattro zampe, come un armàlo. Ogni metro doviva fermarsi, gli mancava il sciato e sudava. Quanno arrivò all'altizza del binocolo, non arriniscì a pigliarlo, il vrazzo non s'allungava, s'arrefutava di assumere consistenza, pariva un budino trimoliante. Si rassegnò. Avrebbe dovuto aspettare.
Ma non poteva perdere troppo tempo, alla prima luce del jorno quelli della villa l'avrebbero visto.
«Cinto minuti soli» disse a se stesso chiudendo l'occhi e rannicchiandosi su un fianco, come un picciliddro.
Ci mancava solamente che si metteva un dito in bocca ed era fatta. Ora come ora voleva dormire tanticchia, ripigliare forza, tanto così com'era arridutto quella scala terribile in salita non sarebbe stato capace di farla. Aviva appena chiuso l'occhi che sentì una rumorata vicinissima, una luce violenta gli perforò le palpebre, scomparse.
L'avevano scoperto! Ebbe la certezza della fine. Ma era accussì privo di forze, accussì cuntento di poter tenere l'occhi chiusi che non volle reagire, non si cataminò dalla sua posizione, stracatafottendosene di quello che certamente stava per capitargli.
«Sparami e vattela a pigliare nel culo» disse.
«E perché vuole che le spari?» spiò, soffocata, la voce di Fazio.
L'acchianata della scala se la fece praticamente fermandosi a ogni graduni, malgrado che Fazio, con una mano sulla schina, l'ammuttasse d i darrè. Mancavano solamenti cinco graduna per arrivare in cima quanno venne necessitato d'assittarsi, il core gli era arrivato al cannarozzo, aviva la 'mpressioni che potesse di momento in momento scappargli fora dalla vucca. Fazio s'assittò macari lui, in silenzio. Montalbano non lo poteva vidiri in faccia, ma lo sintiva nirbùso e 'nfuscato.
«Da quand'è che mi vieni appresso ?».
«Da aieri sira. Quando la signora Ingrid l'ha riaccompagnato a Marinella io ho aspettato tanticchia, non sono andato via subito, avevo la mezza idea che lei sarebbe uscito nuovamente. E così è stato. Sono riuscito a seguirla bene fino d'entrata di Spigonella, poi l'ho perso. E dire che la zona oramà la conosco. Per ritrovare la sua auto ci ho messo quasi un'ora».
Montalbano taliò sutta, il mare si era ingrossato al vento che già sentiva vicina l'alba. Se non era per Fazio, sicuramente sarebbe stato ancora mezzo sbinuto sulla spiaggia. Era stato Fazio a pigliare il mallitto binocolo, a farlo susire, a carricarselo quasi sulle spalle, a incitarlo a reagire. In una parola, a salvarlo. Tirò un respiro funnuto.
«Grazie».
Fazio non arrispunni.
«Però tu qua con me non ci sei mai stato».
Manco stavolta Fazio parlò.
«Mi dai la tua parola?».
«Sì. Ma lei mi dà la sua?».
«Per cosa?».
«Che va da un medico a farsi taliare. Appena può».
Montalbano agliuttì amaro.
«Parola» disse susendosi.
Era pirsuaso che quella parola data l'avrebbe mantenuta. Non pirchì fosse scantato per la sò salute, ma pirchi non si può mancari la promissa fatta a un angilo custodi. E ripigliò l'acchianata.
Guidò senza difficoltà per le strate ancora deserte, tallonato dalla machina di Fazio che non c'era stato verso di convincerlo che poteva benissimo arrivare a Marinella da solo. Via via che il cielo schiariva si sentiva meglio, la jornata prometteva. Trasì in casa. «Madonna santa! I latri!» fece Fazio appena vitti com'erano arridotte le càmmare.
«Sono stato io, cercavo una cosa».
«La trovò?».
«Sì».
«E meno mali, masannò spurtusava le pareti!».
«Senti, Fazio, sono quasi le cinque. Ci vediamo in commissariato passate le dieci, d'accordo?».
«D'accordo, dottore. Si riposasse».
«Voglio vedere macari il dottor Augello».
Quanno Fazio se ne fu andato, scrisse un biglietto ad Adelina, in stampatello.
«ADELINA, NON TI SCANTARE, NON CI SONO STATI I LADRI IN CASA. RIMETTI IN ORDINE MA SENZA FARE RUMORATA PERCH È DORMO. PREPARAMI IL MANGIARE».
Raprì la porta di casa, ci appizzò il biglietto con una puntina da disegno in modo che la cammarera lo vidiva prima di trasire. Staccò il telefono, andò in bagno, si mise sutta la doccia, s'asciucò e si stinnicchiò sul letto. La botta atroce di dibolizza era miracolosamente scomparsa, anzi, a dire tutta la virità, si sentiva sì tanticchia stanco, ma non più del normale. Del resto era stata una nottatazza, non si poteva negare. Si passò una mano sul petto, come per controllare se le due atroci fitte avessero lasciato un qualche segno, una qualche cicatrice. Nenti, nessuna ferita, né aperta né rimarginata. Prima d'addrummiscirisi, ebbe un ultimo pinsèro con buona pace dell'angelo custode: ma c'era tutto questo bisogno di andare dal medico? No - concluse - non se ne vidiva proprio la nicissità.
Diciassette
S’appresentò in commissariato alle undici, tutto alliffato e, se non sorridente, almeno non era di umore ursigno. Le ore di sonno che si era fatto l'avivano addirittura ringiovanito, sentiva che tutti gli ingranaggi del suo corpo funzionavano al meglio. Delle due terribili fitte della notti avanti e della conseguente dibolizza, manco l'ùmmira. Proprio sul portone, quasi si scontrò con Fazio che stava niscenno e che, al vederlo, si bloccò e lo taliò a longo. Il commissario si lasciò taliare.
«Stamatina ha una bella faccia» fu il verdetto.
«Ho cangiato fondotinta» disse Montalbano.
«No, la virità è che lei, dottore, ha sette vite come i gatti. Torno subito».
Il commissario si piazzò davanti a Catarella.
«Come mi trovi?».
«E comi voli ca la trovi, dottori? Un dio!».
In fondo in fondo, questo tanto criticato culto della personalità non era poi accussì malvagio.
Macari Mimì Augello aviva un aspetto riposato.
«Beba ti ha lasciato dormire?».
«Sì, abbiamo passato una buona nuttata. Anzi, non voleva che venivo in commissariato».
«E perché?».
«Desiderava essere portata a spasso dato che la jornata è accussì bella. Mischina, negli ultimi tempi non nesci più da casa».
«Eccomi qua» disse Fazio.
«Chiudi la porta che cominciamo».
«Faccio un ricapitolo generale» principiò Montalbano «macari se alcuni di questi fatti già li conoscete. Se c'è qualcosa che non vi torna, ditemelo».
Parlò per una mezzorata senza essiri mai interrotto, spiegando come Ingrid avesse riconosciuto Errera e come la parallela inchiesta personale sul picciliddro extracomunitario lentamente era confluita nell'indagine sull'annegato senza nome. E qui contò quello che a sua volta gli aviva contato il giornalista Melato. Arrivato al punto dello scanto che si era pigliato Marzilla di ritorno dall'avere portato alla villa Jamil Zarzis e un altro omo, fu lui a interrompersi e a spiare: