Capì subito che si trattava del gommone in partenza, il rumore era amplificato dal silenzio e dalla grutta che faceva cassa di risonanza. Si bloccò. Davanti all'imboccatura del porticciolo, l'acqua del mare di colpo si tingì di rosso. Montalbano, data la posizione nella quale si trovava, non poteva vidiri direttamente il faretto addrumato pirchì era cummigliato dall'altro faraglione che gli stava davanti, ma quel riflesso rosso non poteva significare altro.
E dintra a quel riflesso vitti distintamente passare la sagoma del gommone, macari se non arriniscì a capire quante pirsone c'erano a bordo.
Subito doppo il riflesso scomparse, la rumorata del motore s'allontanò, durò a longo cangiato nel ronzio di un moscone, si perse. Tutto come aviva previsto. Mentre ripigliava a scinniri i graduna, dovette tenersi dal mettersi a cantare a squarciagola, fino a questo momento non aviva sbagliato una mossa.
Ma fu cuntintizza di breve durata pirchì la difficoltà di caminare sulla rina asciutta con quegli stivaloni s'appresentò subito. Sarebbero stati infatti bastevoli una decina di passi per spaccargli la schina e d'altra parte spostarsi di più verso la ripa fino a trovare la rina vagnata e compatta era periglioso assà, si veniva a trovari troppo alla scoperto. S'assittò 'n terra e tentò di levarsi il primo stivalone. Il quale stivalone scinnì tanticchia lungo la coscia, ma s'arrefutò, testardamente di oltrepassare il ginocchio. Si susì e ripeté il tentativo addritta.
Pejo di prima. Principiò a sudare e a santiare. Finalmente arriniscì a incastrare un tacco tra dù petre che sporgevano dalla parete e s'alliberò. Ripigliò a caminare a pedi nudi tenendo con una mano la tronchese e coll'altra gli stivaloni. Nello scuro non s'addunò di una troffa d'erba sarbaggia ch'era tutta un ammasso di spine e ci acchianò di supra. Un centinaro di spine s'azzeccarono felici nelle piante dei pedi. Avvilì. No, doveva pigliarne atto, quelle imprise, per lui, non erano più cosa.
Arrivato al margine del fossato, s'assittò e s'infilò gli stivaloni sudando friddo per il male che gli facivano le decine di spine disturbate per la sfricatura della gomma.
Si calò lentamente dintra al fossato ed ebbe la soddisfazione di sapiri che aviva inzertato il calcolo giusto: l'acqua gli arrivò a mezza coscia, proprio un dito sutta a dove finiva la protezione degli stivaloni. Ora aviva davanti il primo dei faraglioni nani che formavano il porticciolo, nasciva praticamente dalla stessa parete.
S'infilò nella cintura la tronchese e tastiando con le mano lo scoglio scoprì due appigli. Si isò con la forza delle vrazza. L'arrampicata gli venne facilitata dalle suole di gomma che facevano presa. Sciddricò una sola volta, ma arriniscì a tenersi con una mano sola. Aggrampandosi che pareva un grancio, arrivò alla rete metallica.
Pigliò la tronchese e, principiando da dritta a vascio, tranciò il primo filo. Il secco zac metallico risonò nel silenzio come una revorberata, o almeno accussì gli parse. S'apparalizzò, non osando cataminare manco un dito. Non capitò nenti, nisciuno fece voci, nisciuno arrivò di cursa. E zac appresso zac, mettendo tra l'uno e l'altro zac una giusta pausa quatelosa, arriniscì in una mezzorata a troncare tutti i fili della rete saldata al palo di ferro che a sua volta era cementata nella parete. Non tranciò solo due fili nella parte alta, uno a dritta e l'altro a manca, che servivano a tenere la rete sospesa e a dare l'impressione che fosse ancora intatta. Quelli li avrebbe tagliati a tempo debito.
Ora da lì doveva andarsene. Lasciò la tronchese sutta la rete e, tenendosi con le due mano aggrappato alla parte superiore dello scoglio, stinnicchiò il corpo, coi pedi alla ricerca di un appiglio. Gli parse d'averlo trovato, c'infilò la punta degli stivaloni e lasciò la presa. Fu un errore. L'appiglio era poco profondo e non resse il peso. Scivolò lungo lo scoglio, tentando di fermare la sciddricata con le dita ad artiglio. Gli parse di essere addiventato gatto Silvestro in uno dei suoi migliori momenti comici. Si spellò le mano e piombò addritta nel fossato. Pirchì non funzionò il principio d'Aristotele, anzi no, d'Archimede? Il principio diciva che un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l'alto pari alla quantità di liquido spostato. Era accussì o no? Invece lui non ricevette nisciuna spinta, a riceverla fu l'acqua che gli arrivò a fontana fino a supra la testa, ricadde, gli assuppò il maglione, sguazzò allegramente tra i sò cabasisi, penetrò dintra gli stivaloni. E inoltre gli parse che la caduta avesse fatto l'istissa rumorata di una balena che si spiaggiava. Appizzò le orecchie, ancora una volta nenti, né una voce né una rumorata. Siccome il mare era tanticchia mosso, forse il guardiano aviva pinsato a un'ondata contro gli scogli più forte delle altre. Risalì dal fossato, si stinnicchiò sulla rena.
E ora che fare? Contare da zero a un miliardo? Circari di ripassare a memoria tutte le poesie che conosceva ? Farsi tornare a mente tutti i modi possibili di cucinare le triglie? Accominzari a pinsari alle giustificazioni da dare al Questore e al pm per avere travagliato a questa facenna a taci maci, senza «il permesso delli Superiori»? Improviso, gli venne di fare uno stranuto violento, tentò di tenerlo, non ci arriniscì, bloccò lo scruscio a livello di naso tappandolo con la mano. Sentiva d'avere dintra a ogni stivale una mezza litrata d'acqua. Ci mancava sulo sta gran camurria del raffreddore! Oltretutto, principiava a sintiri friddo. Si susì e si mise a passiare ranto ranto la parete, tanto peggio se all'indomani avrebbe avuto malo di s china. Fatti cento passi, tornò narrè. Arrivato al fossato, voltò le spalle e principiò una nova caminata.
Fece avanti e narrè una decina di volte. Altro che friddo! Ora sintiva cavudo e sudava. Decise d'arriposarsi tanticchia e s'assittò 'n terra. Poi si stinnicchiò completamente. Passata una mezzorata, gli principiò una fastiddiosa sonnolenza. Chiuì l'occhi e li raprì, non seppe calcolare quanto tempo doppo, infastidito dal ronzio di un moscone.
Moscone?! Ma quello era il gommone che pustiava!
Di scatto, rotolò verso il fossato, vi trasì dintra addritta, ma standosene raggomitolato. Il ronzio divintò rumore e a sua volta il rumore divintò fracasso mentre il gommone arrivava a vista del porticciolo. Il fracasso cessò improvviso, di certo il gommone ora stava sfruttando l'abbrivio per percorrere il canale e trasire dintra alla grutta. Montalbano acchianò sullo scoglio senza problemi, a dargli forza e lucidità era la cirtizza che da lì a poco si sarebbe pigliata la soddisfazione tanto addesiderata.
Appena arrivò con la testa all'altizza della rete vitti che un gran fascio di luce nisciva dall'ingresso della grutta. Sentì macari due voci arraggiate d'òmini e un chianto e un piagnucolio di picciliddri che gli muzzicò il cori e gli rivotò lo stomaco. Aspittò con le mano sudatizze e tremanti, non di tensione ma di raggia, fino a quanno non percepì più una voce o una rumorata provenire dalla grotta e quanno stava per tranciare il primo dei dù fili che restavano macari la luce s'astutò.
Bon signo, veniva a significare che la grutta era sgombra. Tagliò i fili uno appresso all'altro senza precauzioni, fece sciddricare il grande quatrato di rete che gli restò in mano lungo lo scoglio e doppo lo lasciò cadiri nel fossato. Passò tra i dù pali di ferro e saltò sulla rena, allo scuro? dalla cima dello scoglio. Un savuto di oltre tri metri, e il Signuruzzu gliela mandò bona.
In quei pochi momenti pariva aviri perso una decina e passa d'anni. Scocciò l'arma, mise il colpo in canna e trasì nella grutta. Scuro fitto e silenzio. Caminò sulla banchina stritta fino a quanno la sò mano sentì la porta di ferro mezzo aperta. Trasì nella rimessa e spedito, come se ci vidiva, arrivò fino all'arco, lo passò, acchianò sul primo graduni e qui si fermò. Come mai tutto era accussì tranquillo? Pirchì i sò òmini ancora non avivano principiato a fare quello che dovivano? Un pinsèro gli traversò la testa e lo fici sudare: vuoi vidiri che avivano avuto un contrattempo e non erano arrivati?
E lui che se ne stava lì allo scuro, pistola in mano, vistuto da bucaniere come una testa di minchia! Ma pirchì non s'addecidevano? Gesù, ma volevano babbiare?
E accussì il signor Zarzis e i suoi dù amicuzzi se la sarebbero passata liscia? Eh no, a costo d'acchianare nella villa da solo e fare un catunio.
E proprio in quel momento sentì, sia pure attutiti dalla lontananza, esplodere quasi contemporaneamente colpi di pistola, raffiche di mitra, voci alterate delle quali non si capivano le parole. Che fare? Aspittare lì o curriri in appoggio dei sò? Supra, la sparatina continuava, violenta e pariva essersi fatta più vicina. Tutto 'nzemmula una luce fortissima s'addrumò nelle scale, nella rimessa e dintra alla grutta. Qualichiduno si priparava a scappare. Sentì distintamente passi precipitosi sulla scala. Velocissimo, il commissario niscì dall'arco e gli si mise allato, spalle al muro. Un attimo appresso un omo ansante sbucò facendo una specie di balzo che parse 'ntifico un surci quanno nesci dalla fogna.
«Fermo! Polizia!» gridò Montalbano avanzando di un passo.
L'omo non si fermò, si voltò appena, isò il vrazzo destro armato di un grosso revorbaro e sparò darrè di sé quasi all'urbigna. Il commissario sentì una mazzata violenta alla spalla sinistra, tanto violenta che tutta la parte superiore del suo corpo venne girata a mancina. Ma i pedi e le gambe no, restarono al posto loro, 'nchiuvati 'n terra. L'omo era arrivato alla porta della rimessa quanno il primo e unico colpo sparatogli da Montalbano lo pigliò in pieno in mezzo alle scapole. L'omo si bloccò, allargò le mazza, mollò il revorbaro e cadì in avanti affacciabocconi. Il commissario, con lintizza, pirchì non ce la faciva a caminare spedito, gli si avvicinò e con la punta dello stivalone lo rivoltò.
Jamil Zarzis parse sorridergli con la sò vucca sdintata.
Una volta una pirsona gli aviva spiato se gli era mai capitato d'essiri contento d'aviri ammazzato a uno. E lui aviva risposto di no. E manco stavolta si sintiva contento, ma appagato sì. Appagato era la parola giusta.
Lentamente s'agginucchiò, aviva le gambe di ricotta e una gran gana di sonno. Il sangue nisciva a fontanella dalla ferita alla spalla e gli assuppava il maglione. Il colpo doviva aviri fatto un gran pirtuso.
«Commissario! Dio mio, commissario! Chiamo un'ambulanza!».
Teneva l'occhi inserrati e riconobbe Fazio dalla voce.
«Niente ambulanze. Perché ci avete messo tanto a principiare?».
«Abbiamo aspittato che mettessero i picciliddri dintra a una càmmara, così potevamo cataminarci meglio».
«Quanti sono?».
«Sette picciliddri. Pare un asilo infantile. Tutti salvi.
Uno dei due òmini l'abbiamo ammazzato, l'altro si è arreso.
Al terzo ha sparato lei. Il conto torna. E ora posso chiamare qualcuno che mi dia una mano d'aiuto?».
Ripigliò conoscenza che era dintra a una machina guidata da Gallo. Fazio era darrè con lui e lo tiniva abbrazzato dato che l'auto sobbalzava sulla strata tutta pirtusa pirtusa. Gli avivano levato il maglione e fatto una fasciatura provisoria. Non sintiva dolore per la ferita, forse sarebbe arrivato doppo. Tentò di parlari, ma a prima botta non ci arriniscì pirchì aviva le labbra arse.
«Stamatina... a punta Raisi... a mezzojorno... arriva Livia».
«Non si preoccupi» disse Fazio. «Qualcuno di noi ci andrà sicuramente».
«Dove... mi state portando?».
«All’ospedale di Montechiaro. È il più vicino» .
E qui capitò una cosa che fece spavento a Fazio. Pirchì capì che la rumorata che stava facendo Montalbano non era tosse o schiarimento di gola, ma risata. E che ci trovava da ridere in quella situazione?
«Perché ride, dottore?» spiò prioccupato.
«Io vuliva futtiri... all'angelo custode... e non andare dal medico... e invece lui... futtì a mia... facendomi finire allo spitali».
A quella risposta, Fazio atterrì. Il commissario evidentemente cominciava a delirare. Ma l'atterrì ancora di più l'urlo improvviso del ferito.
«Fermo!».
Gallo frenò, la machina sbandò.
«Quello... davanti a noi... è... il bivio?».
«Sissi, dottori».
«Piglia la strata per Tricase» .
«Ma dottore...» intervenne Fazio.
«Vi ho detto di pigliare la strata per Tricase».
Gallo rimise in moto lentamente, svoltò a mano dritta e quasi subito Montalbano gli ordinò di fermarsi.
«Addruma gli abbaglianti».
Gallo eseguì e il commissario si sporse a taliare fora dal finestrino. La montagnola di perciale non c'era più, era servita a pianeggiare la trazzera.
«Meglio accussì» si disse.
Improvviso, fortissimo, l'assugliò il dolore della ferita.
«Andiamo all'ospedale».
Ripartirono.
«Ah, Fazio, un'altra cosa...» continuò con fatica passandosi inutilmente la lingua arida sulle labbra arse «ricordati... ricordati d'avvertire... a Ponzio Pilato... sta all'hotel Regina».
Madunnuzza santa! E da dovi nisciva fora Ponzio Pilato?
Fazio fece la voce comprensiva, come si fa coi pazzi.
«Certo, certo, stia calmo, l'avvertiremo, la prima cosa che farò» .
Troppa faticata a parlari, a spiegari. E Montalbano si lasciò andare, mezzo sbinuto. Allura Fazio, ch'era addivintato tutto un sudore per lo scanto che gli veniva a sintiri quelle cose per lui senza senso, si calò in avanti e sussurrò a Gallo:
«Curri, pi carità, curri. Non lo vedi che il dottore non ci sta più con la testa?».
Nota
I personaggi di questo romanzo, i loro nomi e le situazioni nelle quali si vengono a trovare e agiscono sono, naturalmente, frutto d'invenzione.
Appartengono invece alla realtà i dati sull'immigrazione clandestina dei minori tratti dall'inchiesta di Carmelo Abbate e Paola Ciccioli apparsa su «Panorama» del 19 settembre 2002, e le notizie sul capo dei negrieri e la sua organizzazione desunte da un articolo del quotidiano «La Repubblica» del 26 settembre 2002.
Anche la storia del finto morto mi è stata suggerita da un fatto di cronaca («Gazzetta del Sud», 17, 20 e 25 agosto 2002).
A.C.
Sommario
Uno
Due
Tre
Quattro
Cinque
Sei
Sette
Otto
Nove
Dieci
Undici
Dodici
Tredici
Quattordici
Quindici
Sedici
Diciassette
Nota