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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15429 字 更新时间:2026-6-22 23:13

Montalbano la odiò. S'incuponò fino a sopra la testa e chiuse l'occhi.

Senti sonare il telefono a longo. Come mai Adelina non rispondeva? Si susì variando, andò nell'altra càmmara

«Brondo?» fece con voce nanfarosa.

«Dottore? Sono Fazio. Purtroppo non posso venire, c'è un contrattempo».

«Serio?».

«Nonsi, una minchiata. Passo nel doppopranzo. Pensi a curarsi il raffreddore».

Riattaccò, andò in cucina. Adelina era andata via, sul tavolo c'era un suo biglietto.

«Vosia durmivva e nun voghliu arisbighliarilla. Tantu ora s'aricampa sighnor Fazziu. Ci priparai in frighirifferu. Adelina».

Non ebbe gana di raprire il frigorifero, non aviva pititto. S'addunò che stava caminando casa casa in costume adamitico, modo di dire che piace ai giornalisti e a quelli che si credono spiritosi. S'infilò una cammisa, un paro di mutanne, i pantaloni e s'assittò sulla solita poltrona davanti al televisore. Si era fatta l'una meno un quarto, l'ora del primo notiziario di «Televigàta», emittente filogovernativa per vocazione, sia che al governo ci fosse l'estrema sinistra sia che ci fosse l'estrema destra. La prima immagine che vitti fu la sò. Era completamente nudo, la bocca spalancata, l'occhi strammati, le mano a coppa a cummigliarsi le vrigogne. Pareva una casta Susanna in là negli anni e assai più pelosa. Apparse una didascalia indove che c'era scritto:

«Il commissario Montalbano (nella foto) salva un morto».

Montalbano pinsò al fotografo che era arrivato appresso a Fazio e a Gallo e gli inviò, mentalmente, i più sinceri e cordiali auguri di lunga vita e fortuna. Sullo schermo apparse la faccia a culo di gallina del giornalista Pippo Ragonese, nemico giurato del commissario.

«Questa mattina poco dopo l'alba.. .».

Sullo schermo, per chi non l'avesse capito, apparse un'alba qualsiasi.

«... il nostro eroe commissario Salvo Montalbano è andato a farsi una bella nuotata. ..»

Apparse un pezzo di mare con un tale, lontanissimo e irriconoscibile, che natava.

«Voi vi direte che non solo non è ancora stagione di bagni ma soprattutto che quella non è un'ora tra le più adatte. Ma che ci volete fare? Il nostro eroe è così, forse ha sentilo la necessità di quel bagno per far evaporare dal suo cervello certe idee balzane delle quali è spesso vittima. Nuotando al largo, si è imbattuto nel cadavere di uno sconosciuto. Invece di telefonare a chi di dovere.. .».

«... col telefonino incorporato nella minchia» continuò per lui, arraggiato, Montalbano.

«. . . il nostro commissario ha deciso di portare il cadavere a terra senza l'aiuto di nessuno, legandolo a un suo piede col costume che indossava. Faccio tutto io, è il suo motto. Queste manovre non sono sfuggite alla signora Fina Bausan che si era messa a osservare il mare con un binocolo».

Spuntò la faccia della signora Bausan, quella che gli aveva scassato la testa con la sbarra di ferro.

«Di dov'è lei, signora?».

«Io e mio marito Angelo siamo di Treviso».

Allato alla faccia della fìmmina comparse quella del marito, lo sparatore.

«Vi trovate in Sicilia da molto?».

«Da quattro giorni» .

«In vacanza?».

«Ma quale vacanza! Io soffro d'asma e allora il medico m'ha detto che l'aria di mare mi avrebbe fatto be ne. Mia figlia Zina che è sposata con un siciliano che lavora a Treviso.. .».

Il racconto venne interrotto da un lungo sospiro di pena della signora Bausan alla quale la sorte maligna aveva dato un siciliano come genero.

«.. . mi ha detto di venire a passare qualche tempo qua, nella casa di suo marito che loro adoperano solo un mese d'estate. E ci siamo venuti».

Il sospiro di pena stavolta fu assai più forte: vita dura e pericolosa, su quell'isola selvaggia!

«Mi dica, signora: perché scrutava il mare a quell'ora?».

«Mi alzo presto, devo pur fare qualcosa, no?».

«E lei, signor Bausan, porta sempre quell'arma con sé?».

«No. Non ho armi. Il revolver me lo sono fatto prestare da un mio cugino. Capirà che dovendo venire in Sicilia.. .».

«Lei ritiene che si debba venire in Sicilia armati?»

«Se qui la legge non esiste, mi pare logico, no?».

Riapparse la faccia a culo di gallina di Ragonese.

«E da qui è nato il grottesco equivoco. Credendo.. .».

Montalbano astutò. Era arraggiato contro Bausan non perché gli aveva sparato, ma per quello che aveva detto. Pigliò il telefono.

«Brondo, Cadarella?».

«Sentimi, gran curnutu e figliu di buttana.. .».

«Cadarè, non mi riconosci? Montalbano zono».

«Ah, vossia è, dottori? Raffriddato è?».

«No, Cadarè, mi spercia di parlare accussì. Pazzami Fazio».

«Di subito, dottori».

«Mi dica, dottore».

«Fazio, ghe fine ha fatto il revolver del vecchio?».

«Di Bausan, dice? L'ho ridato a lui.

«Ha il bordo d'armi?».

Ci fu una pausa imbarazzata.

«Non lo so, dottore. In quel casino, mi passò di mente».

«Va bene. Cioè va male. Ora stezzo vai da quezto zignore e vedi come zta combinato. Ze non è in regula, agizci zecondo la legge. Non z i può lazdiare libero un vecchio rimbambito che zpara a porci e a cani».

«Capito, dottore».

Ecco fatto. Così il signor Bausan e la sua amabile signora avrebbero imparato che macari in Sicilia c'era tanticchia di legge. Tanticchia, ma c'era. Stava tornando a corcarsi che sonò il telefono.

«Brondo?» .

«Salvo, amore, perché hai questa voce? Dormivi o sei raffreddato?».

«La zeconda che hai detto».

«Ti ho chiamato in ufficio, ma mi hanno risposto che eri a casa. Dimmi come è andata».

«Ghe vuoi ghe ti dica? E ztata una coza comica. Io ztavo nudo e lui mi ha zparato. E cozi mi zono raffreddado».

«Tu tu ti ti...».

«Ghe zignifica tututiti?».

«Tu.. . tu ti sei messo nudo davanti al Questore e quello ti ha sparato?» .

Montalbano strammò.

«Livia, perché mi dovevo mettere nudo davanti al Questore?».

«Perché tu ieri sera mi hai detto che stamattina, cascasse il mondo, saresti andato a presentare le tue dimissioni!».

Con la mano libera, Montalbano si diede una gran manata sulla fronte. Le dimissioni! Se ne era completamente scordato!

«Vedi, Livia, damattina, mentre fazevo il morto, c'e ra un morto che.. .».

«Ciao!» l'interruppe Livia arraggiata. «Devo andare in ufficio. Quando ti torna l'uso della parola, mi chiami».

L'unica era pigliarisi un'altra spirina, incuponarsi e sudare alla dannata.

Prima d'inoltrarsi nel paese del sonno, gli capitò di fare, del tutto involontariamente, una specie di ripasso del suo incontro col catafero.

Arrivato al punto nel quale gli sollevava il braccio per infilarvi il costume e mentre glielo arravugliava attorno al polso la sua pellicola mentale s'arrestò e tornò narrè, come in un tavolo di montaggio. Braccio sollevato, costume infilato) costume arravugliato.. . Stop. Braccio sol levato, costume infilato.. . E qui il sonno ebbe la meglio.

Alle sei di sira era addritta, aveva durmuto come un picciliddro e sentiva che la botta di raffreddore gli era quasi passata. Bisognava però per quel giorno portare pacienza e starsene a casa.

Provava ancora tanticchia di stanchizza, ma ne capiva la scascione: era la somma della notte 'nfami, della nuotata, della faticata per portare a terra il morto, del colpo di sbarra in testa e, soprattutto, della caduta di tensione per non essere andato dal Questore. Si chiuse in bagno, si fece una doccia lunghissima, si rasò accuratamente, si vestì come se dovesse andare in ufficio. Invece, deciso e tranquillo, telefonò alla Questura di Montelusa.

«Pronto? Il commissario Montalbano sono. Vorrei parlare col signor Questore. È urgente».

Dovette aspettare pochi secondi.

«Montalbano? Sono Lattes. Come sta? Come sta la famiglia?»

Bih, che camurria! Il dottor Lattes, capo di gabinetto, detto «Lattes e miele» per l'untuosità, era uno che leggeva «L'Avvenire» e «Famiglia cristiana». Era pirsuaso che ogni omo stimabile dovesse avere moglie e numerosa prole. E siccome stimava a modo suo Montalbano, nisciuno arrinisciva a levargli dalla testa che il commissario non era maritato.

«Tutti bene, ringraziando la Madonna» fece Montalbano.

Oramà aveva imparato che quel «ringraziando la Madonna» provocava la disponibilità massima di Lattes.

«Posso esserle utile?».

«Vorrei conferire col signor Questore».

Conferire! Montalbano si disprezzò. Ma quando si aveva a che fare coi burocrati la meglio era parlare come loro.

«Ma il signor Questore non c'è. È stato convocato da (pausa) Sua Eccellenza il Ministro, a Roma».

La pausa, e Montalbano ne ebbe chiara la visione, era stata provocata dalla rispettosa susuta addritta del dottor Lattes dovendo nominare, sia pure non invano, Sua Eccellenza.

«Ah! fece Montalbano sentendosi ammosciare. «E sa quanto tempo resterà fuori?».

«Ancora due o tre giorni, credo. Posso esserle utile io?».

«La ringrazio, dottore. Aspetterò che torni» .

«.. . e passeranno i giorni.. .» canticchiò tra sé con raggia mentre sbatteva il ricevitore.

Ora aveva la 'mpressione d'essere un palloncino sgonfiato. Appena decideva di dare, anzi rassegnare, così abbisognava dire, le dimissioni, qualichi cosa si metteva di traverso. S'addunò che, a malgrado della stanchizza aggravata dalla telefonata, gli era smorcato un pititto lupigno.

Erano le sei e dieci, ancora non era ora di cena. Ma chi l'ha detto che uno deve mangiare a orario stabilito? Andò in cucina, raprì il frigorifero. Adelina gli aveva priparato un piatto da malati: merluzzi bolliti. Solo che erano enormi, freschissimi e in numero di sei. Non li quadiò, gli piacevano friddi conditi con aglio, poche gocce di limone e sale. Il pane Adelina l'aveva accattato in matinata: una scanata cummigliata di giuggiulena, quei semi di sesamo meravigliosi a mangiarseli raccogliendoli a uno a uno, quando cadono sulla tovaglia, facendoli appiccicare all'indice leggermente bagnato di saliva. Conzò la tavola sulla verandina e se la scialò assaporando ogni boccone come se fosse l'ultimo della sua esistenzia.

Quanno sparecchiò, erano di picca passate le otto. E ora come spardava il tempo fino a quanno si faciva notti? Di primo acchitto il problema glielo arrisolse Fazio che tuppiò alla porta.

«Bonasira, dottore. Vengo a riferirle. Come si sente?».

«Molto meglio, grazie. Accomodati. Che hai fatto con Bausan?»

Fazio s'assistimò meglio sulla seggia, tirò fora dalla sacchetta un pizzino, principiò a leggerlo.

«Bausan Angelo fu Angelo e fu Crestin Angela, nato a...».

«Tutti angeli, da quelle parti» l'interruppe il commissario.

«E ora scegli. O ti rimetti quel pizzino in sacchetta o ti piglio a pidate» .

Fazio soffocò il suo «complesso dell'anagrafe», come lo chiamava il commissario, si rimise dignitosamente il pizzino in sacchetta e disse:

«Dottore, dopo la sua telefonata, mi sono immediatamente portato nella casa dove abita questo Bausan Angelo. L'abitazione, che dista da qua qualche centinaro di metri, appartiene a suo genero, Rotondò Maurizio. Bausan non ha porto d'armi. Per farmi consegnare il revolver, lei non ha idea di quello che ho dovuto passare. Tra l'altro, mi sono pigliato una botta in testa che m'ha dato sò mogliere con la scopa. La scopa della signora Bausan è un'arma impropria e la vecchia ha una forza.. . Lei ne sa qualcosa».

«Perché non ti voleva dare il revolver?».

«Perché secondo lui doveva riconsegnarlo all'amico che glielo aveva prestato. Quest'amico si chiama Pausin Roberto. Ho trasmesso le sue generalità alla Questura di Treviso. Il vecchio l'ho portato in carcere. Ora a lui ci penserà il gip».

«Novità sul cadavere?»

«Quello che lei ha trovato ?».

«E quale sennò?»

«Guardi, dottore, che mentre lei se ne stava qua, a Vigàta e dintorni sono stati trovati altri due morti».

«A me interessa quello che ho trovato io».

«Nessuna novità, dottore. Sicuramente si tratta di qualche extracomunitario annegato durante la traversata. Comunque, a quest'ora, il dottor Pasquano avrà fatto l'autopsia».

Manco a farlo apposta, sonò il telefono.

«Rispondi tu» disse Montalbano.

Fazio allungò una mano, sollevò la cornetta.

«Casa del dottor Montalbano. Chi sono io? Sono l'ispettore Fazio. Ah, è lei? Mi scusi, non l'avevo riconosciuta.

Glielo passo subito».

Pruì il ricevitore al commissario.

«È il dottor Pasquano»

Pasquano! E quanno mai era capitato che il dottor Pasquano gli avesse fatto una telefonata? Cosa grossa doveva essere.

Tre

«Pronto? Montalbano sono. Mi dica, dottore».

«Me la spiega una cosa?».

«Agli ordini» .

«Com'è che tutte le altre volte, quando mi ha fatto gentilmente pervenire un cadavere, mi ha scassato i cabasisi per avere immediatamente i risultati dell'esame autoptico e questa volta invece se ne è stracatafottuto?».

«Vede, è capitato che.. .».

«Glielo dico io che cosa è capitato. Lei si è fatto convinto che quel morto che è venuto a farsi recuperare da lei fosse un povirazzo di extracomunitario vittima di un naufragio, uno di quei cinquecento e passa morti che galleggiano nel Canale di Sicilia, che a momenti si potrà andare in Tunisia a piedi, camminandoci di sopra. E se ne è lavato le mani. Tanto, uno più uno meno che conta?».

«Dottore, se ha gana di sfogarsi sopra di me per qualcosa che le è andato storto, faccia pure. Ma lei sa be ne che non la penso così. E inoltre, stamattina.. .».

«Ah, sì! Stamattina lei era impegnato a esibire i suoi attributi virili al concorso per "Mister commissario". L'ho vista a "Televigàta". Mi dicono che ha avuto quella cosa lì, come si chiama, un'audience altissima. Complimenti, ad majora» .

Pasquano era fatto accussì, era grevio, 'ntipatico, aggressivo, indisponente. Il commissario sapeva però che si trattava di una forma istintiva ed esasperata di difesa da tutto e da tutti. Passò al contrattacco, usando il tono che ci voleva.

«Dottore, posso sapere perché mi viene a rompere a casa mia a quest’ora?».

Pasquano apprezzò.

«Perché le cose penso che non stiano come sembrano».

«E cioè?».

«Intanto il morto è nostrano».

«Ah».

«E poi, secondo me, l'hanno ammazzato. Ho fatto solo una ricognizione superficiale, badi bene, non ho aperto» .

«Ha trovato ferite da arma da fuoco?».

«No» .

«Da taglio?».

«No».

«Da esplosione atomica?» fece Montalbano che si era stuffato. «Dottore, che è, un quiz? Si vuole spiegare?».

«Domani pomeriggio venga qui e il mio illustre collega Mistretta, che eseguirà l'autopsia, le riferirà la mia opinione che però, badi bene, lui non condivide».

«Mistretta? Perché, lei non c'è?» .

«No, io no. Parto domani mattina presto, vado a trovare mia sorella che non sta tanto bene».

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