饭饭TXT > 海外名作 > 《Il giro di boa》作者:[意] Andrea Camilleri【完结】 > Il giro di boa - Andrea Camilleri.txt

第 5 页

作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15428 字 更新时间:2026-6-22 23:13

«E questo è lo strammo della cosa».

«Spiegati meglio, Ciccio!».

«Il fatto è che non mi piace dire minchiate».

«Se sapessi quante ne dico e ne faccio io! Coraggio, Ciccio!».

«Ha visto le ferite provocate dagli scogli?»

«Sì».

«Sono superficiali, dottore. Il mese passato abbiamo avuto mare grosso per deci giorni di fila. Se il catafero andava a sbattere contro uno scoglio non avrebbe avuto questo tipo di ferite. Capace che gli si staccava la testa, gli si scassavano le costole, uno spunzone lo trapassava».

«E allora? Forse il corpo, in quelle male giornate che dici tu, si trovava a mare aperto e non ha incontrato scogli».

«Commissario, ma vossia l'ha trovato in una zona di mare indovi che le correnti vanno arriversa!».

«Cioè?».

«Lei l'ha trovato davanti a Marinella?».

«Sì» .

Là ci sono correnti che o portano al largo o procedono parallelamente alla costa. Bastavano due giorni e il catafero sarebbe arrivato a capo Russello. Vossia ci può mettere la mano sul foco».

Montalbano s'azzittì, riflettendo. Doppo disse:

«Questa facenna delle correnti dovresti spiegarmela meglio».

«Quanno vole vossia».

«Stasera sei libero?».

«Sissi. Pirchì non viene a mangiari a la mè casa? Mè mogliere ci pripara triglie di scoglio come sapi fare lei».

Di subito, la lingua di Montalbano annegò nella saliva, altro che acquolina!

«Grazie. Ma tu, Ciccio, che idea hai?».

«Pozzo parlari liberamenti? In primisi, gli scogli non lassano firute come quelle che il morto aviva torno torno ai polsi e alle caviglie».

«D'accordo».

«A quell'omo l'hanno annigato doppo averlo legato mani e pedi».

«Usando filo di ferro, secondo Pasquano».

«Giusto. Appresso hanno pigliato il catafero e l'hanno messo a maceriare in acqua di mare, in un posto in qualichi modo arriparato. Quanno gli è parso che era arrivato al punto giusto di salamoria, l'hanno varato».

«E perché avrebbero aspettato tanto?».

«Commissario, quelli volevano fari cridiri che il morto veniva da luntano».

Montalbano lo taliò ammirativo. E così Ciccio Albanese, omo di mare, non solo era arrivato alle stesse conclusioni di Pasquano, omo di scienza, e di Montalbano, omo di logica sbirresca, ma aviva fatto un gran passo avanti.

Quattro

Ma era scritto che delle triglie di scoglio priparate dalla mogliere di Ciccio Albanese il commissario non ne avrebbe sentito manco il sciauro alla lontana. Verso le otto di sira, quanno già si stava priparanno per nesciri dall'ufficio, gli arrivò una telefonata del vicequestore Riguccio. Si conoscevano da anni e, pur facendosi simpatia, avevano solo rapporti di lavoro. Bastava picca per passare all'amicizia, ma non si decidevano.

«Montalbano? Scusami, c'è qualcuno lì da voi in commissariato che porta occhiali da miope da tre e tre?».

«Boh» arrispose il commissario. «Qui ci stanno due agenti con gli occhiali, Cusumano e Torretta, ma non so le diottrie. Perché me lo domandi? È un censimento voluto dal tuo caro e amato ministro?».

Le idee politiche di Riguccio, assai vicine al nuovo governo, erano canosciute.

«Non ho tempo di babbiare, Salvo. Vedi se qualche paio può andare bene e me lo mandi prima possibile. I miei si sono rotti ora ora e io senza occhiali mi sento perso».

«Non ne hai un paro di ricambio in ufficio ?» spiò Montalbano mentre chiamava Fazio.

«Sì, ma a Montelusa».

«Perché, tu dove sei?».

«Qua a Vigàta, sul porto Servizio turistico».

Il commissario spiegò a Fazio la facenna.

«Riguccio? Ho mandato a vedere. Quanti sono stavolta i turisti?»

«Almeno centocinquanta, su due motovedette nostre. Navigavano su due barconi che imbarcavano acqua e stavano andando a sbattere sugli scogli di Lampedusa. Gli scafisti, a quanto ho capito, li hanno abbandonati in mare e se ne sono scappati con un gommone. A momenti sti povirazzi annegavano tutti. La sai una cosa, Montalbà? Non ne posso più di vedere tutti sti disgraziati che...»

«Dillo ai tuoi amichetti del governo».

Tornò Fazio con un paro d'occhiali.

«L'occhio mancino è tre, l'occhio di dritta due e mezzo» .

Montalbano riferì.

«Perfetto» disse Riguccio. «Me li mandi? Le motovedette stanno attraccando».

Vai a sapiri pirchì, Montalbano addecise che glieli avrebbe portati lui, di pirsona pirsonalmenti, per dirla alla Catarella. Riguccio, tutto sommato, era un gran galantomo. E pacienza se arrivava con tanticchia di ritardo a casa di Ciccio Albanese.

Era contento di non trovarsi al posto di Riguccio. Il Questore si era messo d'accordo con la Capitaneria la quale comunicava direttamente alla Questura di Montelusa ogni arrivo di extracomunitari. E allura Riguccio si partiva verso Vigàta con una teoria di pullman requisiti, automezzi carrichi di poliziotti, ambulanze, jeep. E ogni volta, tragedie, scene di chianti e di duluri. C'era da dare adenzia a fimmine che stavano partorendo, a picciliddri scomparsi nella confusione, a pirsone che avivano perso la testa o che erano addiventate malate durante viaggi interminabili passati sopracoperta all'acqua e al vento. Quanno sbarcavano, l'aria frisca del mare non arrinisciva a disperdere l'odore insopportabile che si portavano appresso, che non era feto di gente mala lavata. ma feto di scanto, d'angoscia, di sofferenza, di disperazione arrivata a quel limite oltre il quale c'è sulamenti la spiranza della morti. Impossibile restare indifferenti e per questo Riguccio gli aveva confessato che non reggeva più.

Quanno arrivò sul porto, il commissario vitti che la prima motovedetta aviva già calato la passerella. I poliziotti si erano disposti su due file a formare una specie di corridoio umano fino al primo pullman che aspittava col motore addrumato. Riguccio, che era ai pedi della passerella, ringraziò appena Montalbano e inforcò gli occhiali. Il commissario ebbe l'impressione che il suo collega manco l'avesse raccanosciuto, tanto era attento a controllare la situazione.

Doppo, Riguccio desi il via allo sbarco. La prima a scinniri fu una fìmmina nivura con una panza accussì grossa che pariva dovisse sgravarsi da un momento all'altro. Non ce la faceva a dari un passo. L'aiutavano un marinaro della motovedetta e un altro omo nivuro. Arrivati all'ambulanza, ci fu turilla pirchì il nivuro vuliva acchianarci 'nzemmula alla fimmina. Il marinaro tentò di spiegare ai poliziotti che sicuramente quello era il marito, pirchì durante la traversata era stato sempre abbrazzato a lei. Non ci fu verso, non era possibile. L'ambulanza se ne partì a sirena addrumata. Allura il marinaro pigliò sottovrazzo il nìvuro che si era messo a chiangiri e l'accompagnò al pullman, parlandogli fitto fitto. Pigliato di curiosità, il commissario s'avvicinò. Il marinaro gli discurriva in dialetto, doviva essiri veneziano o di quelle parti, e il nìvuro non ci capiva nenti, ma si sintiva confortato l'istisso dal sono amico delle parole.

Montalbano aviva appena addeciso di tornarsene verso la sò macchina quanno vitti sbandare, variare come se fosse fatto di 'mbriachi, un gruppo di quattro extracomunitari che erano arrivati alla fine della passerella. Per un attimo, non si capì quello che stava succedendo. Doppo si vitti sbucare d'in mezzo alle gambe dei quattro un picciliddro che poteva aviri massimo massimo sei anni. Comparso all'improvviso, altrettanto improvvisamente spirì superando in un vidiri e svidiri lo schieramento degli agenti. Mentre due poliziotti pigliavano a correre all'inseguimento, Montalbano 'ntravitti il picciliddro che, con l'istinto di un armàlo braccato, si stava dirigendo verso la zona meno illuminata della banchina, dove c'erano i resti di un vecchio silos che, per sicurezza, era stato circondato torno torno da un muro. Non seppe mai cosa lo spinse a gridare:

«Fermi! Il commissario Montalbano sono! Tornate indietro! Vado io!».

I poliziotti obbedirono.

Ora il commissario aveva perso di vista il picciliddro, ma la direzione che aveva pigliato non lo poteva portare che in un solo posto e quel posto era un loco chiuso, una specie di vicolo cieco tra la parete posteriore del vecchio silos e il muro di recinzione del porto, che non permetteva altre strate di fuitina. Oltretutto lo spazio era ingombro di taniche e buttiglie vacanti, di centinara di cassette rotte di pisci, di almeno dù o tri motori scassati di pescherecci. Difficile cataminarsi in quel cafarnao di giorno, figurarsi alla splapita luce di un lampione! Sicuro che il picciliddro lo stava taliando, se la pigliò fintamente commoda, caminò con lintizza, un pedi leva e l'altro metti, s'addrumò persino una sigaretta. Arrivato all'imbocco di quel vudeddru si fermò e disse a voce vascia e quieta:

«Veni ccà, picciliddru, nenti ti fazzu».

Nisciuna risposta. Ma, attisando le grecchie, al di là della rumorata che arrivava dalla banchina, come una risaccata fatta di vociate, chianti, lamenti, biastemie, colpi di clacson, sirene, sgommate, nitidamente percepì l'ansimo sottile, l'affanno del picciliddro che doviva trovarsi ammucciato a pochi metri.

«Avanti, veni fora, nenti ti fazzu».

Senti un fruscio. Veniva da una cascia di ligno proprio davanti a lui. Il picciliddro certamente vi si era raggomitolato darrè. Avrebbe potuto fare un salto e agguantarlo, ma preferì restarsene immobile. Poi vitti lentamente apparire le mano, le vrazza, la testa, il petto. Il resto del corpo restava cummigliato dalla cascia. Il picciliddro stava con le mano in alto, in segno di resa, l'occhi sbarracati dal terrore, ma si sforzava di non chiangiri, di non dimostrare debolezza.

Ma da quale angolo di 'nfernu viniva - si spiò improvvisamente sconvolto Montalbano - se già alla so età aveva imparato quel terribile gesto delle mano isate che certamente non aviva visto fare né al cinema né alla televisione?

Ebbe una pronta risposta, pirchì tutto 'nzemmula nella sò testa ci fu come un lampo, un vero e proprio flash. E dintra a quel lampo, nella sò durata, scomparsero la cascia, il vicolo, il porto, Vigàta stessa, tutto scomparse e doppo arricomparse ricomposto nella grannizza e nel bianco e nero di una vecchia fotografia, vista tanti anni prima ma scattata ancora prima, in guerra, avanti che lui nascesse, e che mostrava un picciliddro ebreo, o polacco, con le mano in alto, l'istessi precisi occhi sbarracati, l'istissa pricisa volontà di non mittirisi a chiangiri, mentri un sordato gli puntava contro un fucile.

Il commissario sentì una violenta fitta al petto, un duluri che gli fece ammancari il sciato, scaniato serrò le palpebre, li raprì nuovamente. E finalmente ogni cosa tornò alle proporzioni normali, alla luce reale, e il picciliddro non era più ebreo o polacco ma nuovamente un picciliddro nìvuro. Montalbano avanzò di un passo, gli pigliò le mano agghiazzate, le tenne stritte tra le sue. E arristò accussì, aspittanno che tanticchia del suo calore si trasmettesse a quelle dita niche niche. Solo quanno lo sentì principiare a rilassarsi, tenendolo per una mano, fece il primo passo. Il picciliddro lo seguì, affidandosi docilmente a lui. E a tradimento a Montalbano tornò a mente Francois, il piccolo tunisino che sarebbe potuto diventare suo figlio, come voleva Livia. Arriniscì a tempo a bloccare la commozione a costo di muzzicarsi quasi a sangue il labbro di sutta. Lo sbarco continuava.

A distanza vitti una fìmmina chiuttosto picciotta che faciva come una maria, con dù picciliddri attaccati alle sò gonne, urlava parole che non si capivano, si tirava i capiddri, battiva i pedi 'n terra, si strappava la cammisetta. Tri agenti tentavano di farla stare carma, ma non ce la facivano. Doppo, la fìmmina s'addunò del commissario e del picciliddro e allusa non ci fu verso, ammuttò con tutta la forza gli agenti, s'apprecipitò a vrazza tese verso la coppia. In quel momento capitarono dù cose. La prima fu che distintamente Montalbano avvertì che il picciliddro, a vedere la matre, s'irrigidiva, pronto a scappari nuovamente. Pirchì faciva accussì invece di andarle incontro? Montalbano lo taliò e s'addunò, con stupore, che il picciliddro taliava a lui, non la matre, con una dispirata domanda nell'occhi. Forse voleva essere lasciato libero di scapparsene, perché certamente la matre l'avrebbe vastoniato per la fuitina. La secunna cosa che capitò fu che la fìmmina, nella sò cursa, mise un pedi in fallo e cadì 'n terra. Gli agenti tentarono di farla susiri, ma non ci arriniscero pirchì quella non ce la faceva, si lamentiava, si toccava il ginocchio mancino. E intanto faceva 'nzinga al commissario di avvicinarle il figlio. Appena il picciliddro le fu a paro, l'abbrazzò, lo subissò di vasate. Però non era proprio capace di stare addritta. Si sforzava, ma ricadeva. Allora qualcuno chiamò l'ambulanza. Dalla macchina scinnero dù 'nfirmeri, uno sicco sicco coi baffi si calò sulla fimmina, le toccò la gamma.

«Deve essersela rotta» disse.

La carricarono sull'ambulanza coi tre figli e partirono. Ora stavano principiando a scinniri quelli della secunna motovedetta, ma il commissario oramà aviva addeciso di tornarsene a Marinella. Taliò il ralogio: erano quasi le deci, inutile appresentarsi in casa di Ciccio Albanese. Addio triglie di scoglio. A quest'ora non l'aspittavano più. E inoltre, a essiri sinceri, gli si era chiuso lo stomaco, il pititto gli era completamente passato.

Appena arrivato a Marinella, telefonò. Ciccio Albanese gli disse che l'aviva aspittato a longo, ma doppo aviva capito che non sarebbe più arrivato.

«Resto sempri a disposizioni per la facenna delle correnti» .

«Grazie, Ciccio».

«Se voli, datosi che dumani non nescio col peschereccio, posso passare da vossia, in commissariato, in matinata. Porto cu mia i scartafacci».

«D'accordo».

Sotto la doccia ci stette assà, a lavarsi le scene che aviva visto e che se le sentiva trasute, ridotte a invisi bili frammenti, fin dintra i pori. Si rivestì col primo paro di pantaloni che gli capitò a tiro e andò nella càmmara di stare per parlare con Livia. Allungò la mano e il telefono squillò per i fatti suoi. Ritirò di scatto la mano come se avesse toccato il foco. Una reazione istintiva e incontrollata, certo, ma stava a dimostrare che, a malgrado la doccia, il pinsèro di quello che aveva visto sulla banchina del porto ancora travagliava dintra di lui e lo faciva essiri nirbùso.

«Ciao, amore. Stai bene?».

Di colpo sentì il bisogno di aviri Livia allato, di abbrazzarla, di farsi confortate da lei. Ma siccome era fatto com'era fatto, arrispose solamente:

«Sì» .

«Passato il raffreddore ?» .

«Sì» .

«Completamente ?» .

Avrebbe dovuto capire che Livia gli stava priparanno un trainello, ma era troppo nirbùso e con la testa appresso ad altre cose.

«Completamente».

«Quindi Ingrid deve averti curato bene. Dimmi che t'ha fatto. Ti ha messo a letto? Ti ha rimboccato le coperte? Ti ha cantato la ninna nanna?».

目录
设置
设置
阅读主题
字体风格
雅黑 宋体 楷书 卡通
字体大小
适中 偏大 超大
保存设置
恢复默认
手机
手机阅读
扫码获取链接,使用浏览器打开
书架同步,随时随地,手机阅读
首 页 < 上一章 章节列表 下一章 > 尾 页