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作者:意- Andrea Camilleri 当前章节:15405 字 更新时间:2026-6-22 23:13

«Ma perché? Aveva qualcosa da nascondere?».

«Probabilmente si. Secondo me si tratta di un ricongiungimento familiare fatto al di fuori della legge».

«Spiegati meglio» .

«Quasi certamente suo marito è un clandestino che però ha trovato dalle parti nostre un lavoro in nero. E ha richiamato la famiglia, servendosi di gente che con queste storie ci guadagna. Se la donna avesse fatto le cose in regola, avrebbe dovuto dichiarare che il marito è clandestino in Italia. E con la nuova legge si sarebbero trovati tutti nuovamente gettati fuori. Così hanno fatto ricorso a un accurzo, a una scorciatoia».

«Ho capito» disse il commissario.

Cavò dalla sacchetta le tre tavolette di cioccolato e le posò sul tavolo di Riguccio.

«Le avevo accattate per quei picciliddri» murmuriò.

«Le do al mio» fece Riguccio intascandole.

Montalbano lo taliò imparpagliato. Sapeva che il collega, maritato da sei anni, ci aveva perso le speranze di aviri un figlio. Riguccio accapì quello che gli stava passando per la testa.

«Teresa e io siamo riusciti ad adottare un picciliddro del Burundi. Ah, a momenti mi scordavo. Eccoti gli occhiali».

Catarella era inchiffarato al computer, ma appena vitti il commissario, lassò perdiri tutto e gli corse incontro.

«Ah dottori dottori!» principiò.

«Che stavi facendo al computer?» gli spiò Montalbano.

«Ah, quello? Trattasi di un'intintificazione che me l'addimannò Fazio. Di quel morto natante che attrovò vossia mentri che macari vossia natava».

«Va bene. Che mi volevi dire ?»

Catarella s'imparpagliò, si taliò la punta delle scarpe.

«Beh?».

«Domando pirdonanza, ma me lo sdimenticai, dottori».

«Non ti preoccupare, quando ti torna a mente me lo...» .

«Mi tornò, dottori! Di novo novamenti Ponzio Pilato tilifonò! Io ci dissi come vossia mi aveva detto di dire di dirci, che vossia era arreunito col signor Caifa e il signor Sinedrio, ma lui non si ne fece intiso, disse accussì di dire di dirci a vossia che ci deve dire una cosa».

«Va bene, Catarè. Se ritelefona, digli di dirti quello che mi deve dire e doppo me lo dici».

«Dottori, mi scusasse, sono pigliato di curiosità. Ma Ponzio Pilato non fu quello?».

«Quello chi?»

«Quello che nei tempi antichi si lavò le mano?».

«Sì».

«Allora questo che tilifona sarebbe un addiscendente?».

«Quando telefona, domandaglielo tu stesso. C'è Fazio?».

«Sissi, dottori. Ora ora tornò».

«Mandamelo».

«Permette che m'assetto?» spiò Fazio. «Rispetto parlanno, ho i pedi che mi fumano, tanto camminai. E ancora sono al principio».

S'assittò, cavò dalla sacchetta un mazzetto di fotografie, le pruì al commissario.

«Il mio amico della Scientifica me le ha fatto avere per tempo».

Montalbano le taliò. Rappresentavano la faccia di un quarantino qualisisiasi, in una era coi capelli lunghi, in un'altra coi baffi, in una terza coi capelli molto corti e via di questo passo. Ma erano, come dire, tutte assolutamente anonime, inerti, non erano personalizzate dalla luce dell'occhi.

«Sempre morto pare» disse il commissario.

«E che voleva, che lo facessero diventare vivo?» scattò Fazio. «Meglio di così non potevano. Se la ricorda com'era ridotta la faccia di quello? A mia saranno di grosso aiuto. Ne ho dato copia a Catarella per i riscontri d'archivio, ma sarà facenna longa, una gran bella camurria» .

«Non ne dubito» disse Montalbano. «Ma ti vedo tanticchia nirbùso. C'è cosa?».

«Dottore, c'è che forse il travaglio che ho fatto e quello che mi resta da fare è inutile».

«Perché?».

«Noi stiamo cercando nei paesi a ripa di mare. E chi ci dice che quest'omo non sia stato ammazzato in un qualisisiasi paese dell'interno, messo in un portabagagli, portato su una spiaggia e gettato a mare?».

«Non credo. In genere, quelli che vengono ammazzati in campagna o in un paese dell'interno finiscono dintra a un pozzo o sprofunnati in un chiarchiaro. Comunque, chi ci vieta di cercare prima di tutto nei paesi a ripa di mare?».

«I poveri pedi miei ce lo vietano, dottore».

Prima di andarsi a corcare, telefonò a Livia. La trovò d'umore nìvuro perché non aveva avuto la possibilità di partire per Vigàta. Saggiamente, Montalbano la lasciò sfogare, di tanto in tanto facendo un «ehm» che serviva a certificare la sua attenzione. Poi Livia, senza soluzione di continuità, spiò:

«Che mi volevi dire?»

«Io?» .

«Dai, Salvo. L'altra sera mi hai detto che mi avresti raccontato una cosa, ma che preferivi farlo di presenza. Io non posso essere presente e perciò ora mi dici tutto per telefono» .

Montalbano maledì la sua lingua longa. Se Livia fosse stata davanti a lui mentre le faceva il racconto della scappatina del picciliddro durante lo sbarco, avrebbe opportunamente potuto dosare parole, toni e gesti per evitare che lei s'immalinconisse al ricordo di Francois. A un minimo cangiamento dell'espressione di lei avrebbe saputo come modificare il colore del discorso, ma così invece.. . Tentò una difesa estrema.

«Ma lo sai che proprio non mi ricordo che ti volevo dire?».

E subito si muzzicò le labbra, aveva fatto una minchiata. Macari a diecimila chilometri di distanza Livia, al telefono, dal tono della voce avrebbe immediatamente capito che le stava contando una farfantaria.

«Salvo, non ci provare. Avanti, dimmi».

Per i deci minuti che parlò, a Montalbano parse di caminare supra un campo minato. Livia non l'interruppe mai, non fece nessun commento.

«... e quindi il mio collega Riguccio è convinto che si è trattato di un ricongiungimento familiare, come lo chiama lui, felicemente riuscito» concluse asciucandosi il sudore. Manco il lieto fine della storia fece reagire Livia. Il commissario s'appreoccupò.

«Livia, sei ancora lì ?».

«Si. Sto riflettendo».

Il tono era f ermo, non c'era incrinatura nella voce.

«Su cosa? Non c'è niente da riflettere, è una storiellina senza nessuna importanza».

«Non dire cretinate. Ho capito anche perché avresti preferito raccontarmela di presenza».

«Ma che ti salta in testa, io non.. .».

«Lascia perdere».

Montalbano non sciatò.

«Certo che è strano» fece Livia doppo tanticchia.

«Che cosa?» .

«A te sembra normale?».

«Ma se non mi dici cosa!».

«Il comportamento del bambino».

«Ti è parso strano?».

«Certo. Perché ha tentato di scappare?».

«Livia, cerca di renderti conto della situazione! Quel bambino doveva certamente essere in preda al panico».

«Non credo» .

«E perché?».

«Perché un bambino in preda al panico, se ha la madre vicino, si aggrappa alla sua gonna con tutte le forze, come mi hai detto che facevano gli altri due più piccoli».

«Vero è» si disse nella sò testa il commissario.

«Quando si è arreso» continuò Livia «non si è arreso al nemico che eri tu in quel momento, ma alle circostanze. Con lucidità si è reso conto che non aveva più vie di fuga. Altro che panico!».

«Fammi capire» disse Montalbano. «Tu insomma supponi che quel bambino stava approfittando della situazione per scappare via da sua madre e dai suoi fratelli?».

«Se le cose stanno come me le hai raccontate, penso proprio di sì».

«Ma perché?».

«Questo non lo so. Forse non vuole rivedere suo padre, potrebbe essere una spiegazione logica» .

«E preferisce andarsene alla ventura in un paese sconosciuto del quale non sa la lingua, senza un soldo, senza un appoggio, senza niente? Era un bambino di sì e no sei anni!».

«Salvo, avresti ragione se si fosse trattato di uno di noi, ma quei bambini là.. . Quelli sembrano avere sei anni, ma in quanto a esperienza sono già uomini fatti. Con la fame, la guerra, le stragi, la morte, la paura si fa presto a maturare» .

«E macari questo è vero» si disse Montalbano nella sò testa.

Con una mano sollevò il linzolo, con l'altra s'appuiò al letto, isò la gamba mancina e restò accussì, folgorato. Di colpo, si sentì agghiazzare. Perché gli era tornato tutto 'nzemmula a mente la taliata del picciliddro mentre lo teneva per una mano e sò matre correva per ripigliarselo. Allora non l'aveva capita, quella taliata; ora, doppo quello che aveva detto Livia, sì. L'occhi del picciliddro lo supplicavano. Gli dicevano: per carità, lasciami andare, lasciami scappare. E di non avere saputo di subito leggere il senso di quello sguardo s'incolpò amaramente mentre ripigliava a cercarsi.

Perdeva colpi, era difficile ammetterlo, ma era accussì. Come aveva fatto a non addunarisi, per usare le parole del dottor Pasquano, che le cose non stavano come gli erano parse?

«Dottori? C'è al tilifono una 'nfermeria dello spitali di Montelusa, il San Gregorio.. .».

Che capitava a Catarella? Aviva detto giusto il nome dello spitali!

«E che vuole?».

«Vale parlari con lei di pirsona pirsonalmente. Dice che si chiama Militello Agata. La passo?».

«Sì» .

«Commissario Montalbano? Sono Agata Militello e.. .».

Miracolo! Si chiamava veramente accussì. Che stava succedendo se Catarella aviva inzertato dù nomi di seguito?

«... sono infermiera al San Gregorio. Ho saputo che lei ieri è venuto qua per avere notizie di un'extracomunitaria con tre bambini e che non l'ha trovata. Io quella donna e i suoi tre figli li ho visti».

«Quando?»

«L'altra sera. Siccome stavano cominciando ad arrivare i feriti da Scroglitti, mi hanno chiamato dall'ospedale per riprendere servizio. Era il mio turno di riposo.

Casa mia non dista molto, a lavorare ci vado a piedi. E così, arrivata nei paraggi dell'ospedale, ho visto questa donna che veniva verso di me di corsa trascinandosi appresso i tre bambini. Quando era quasi alla mia altezza, è arrivata una macchina che si è fermata di colpo. L'uomo che stava al volante ha chiamato la donna. Appena sono tutti saliti, è ripartito a velocità».

«Senta, le faccio una domanda che le sembrerà strana, ma la prego di pensarci bene prima di rispondere.

Ha visto qualcosa che l'ha colpita?».

«In che senso?».

«Beh, non so.. . Per caso, il bambino più grande ha cercato di scappare prima di salire sull'auto?» .

Militello Agata ci pinsò supra coscienziosamente.

«No, commissario. Il bambino più grande è salito per primo, spinto dalla madre. Poi gli altri due piccoli, la donna per ultima».

«E riuscita a vedere la targa?».

«No. Non mi è venuto in mente di farlo. Non ce n'era motivo».

«Infatti. La ringrazio».

E questa testimonianza veniva a chiudere definitivamente la facenna. Riguccio aveva ragione, si era trattato di un ricongiungimento familiare. Macari se il picciliddro più grande, su quel ricongiungimento, aveva pinione e sentimenti diversi.

La porta sbatté con violenza, Montalbano satò sulla seggia, un pezzetto d'intonaco si staccò a malgrado che fosse stato rifatto meno di un mese avanti. Isando l'occhi, il commissario vitti a Catarella fermo sulla soglia, stavolta non si era manco degnato di dire che gli era scappata la mano. Aveva un'ariata tale che una marcia trionfale sarebbe stata il sottofondo ideale.

«Beh?» spiò Montalbano.

Catarella gonfiò il petto e lanciò una specie di barrito.

Dalla càmmara allato s'apprecipitò allarmato Mimì.

«Che successe?».

«L’attrovai! L'intintificazioni feci!» urlò Catarella avanzando e posando sulla scrivania una foto ingrandita e una scheda stampata dal computer.

Tanto la foto grande quanto quella, assai più piccola, in alto a sinistra nella scheda parevano rappresentare l'istisso omo.

«Mi spiegate?» fece Mimì Augello.

«Certo, dottori» disse orgoglioso Catarella. «Chista fotorafia grandi mi la dette Fazio e rapprisenta l'omo morto che natava l'altra matina col dottori. Chista scheta inveci l'intintificai io. Taliasse. dottori. Non sono una stampa e una figura?».

Mimi girò darrè la scrivania, si mise alle spalle del commissario, si calò a taliare. Doppo, emise il verdetto:

«Si assomigliano. Ma non sono la stessa persona».

«Dottori, ma vossia devi considerari una considerazioni» replicò Catarella.

«E quale?»

«Che la fotorafia granni non è una fotorafia ma un disigno fotorafato di una probbabili facci di morto. Disigno è. Errori può starci» .

Mimì sinni niscì dall'ufficio, intestato:

«Non sono la stessa persona».

Catarella allargò le vrazza, taliò il commissario rimettendo a lui il suo destino. O nella polvere o sull'altar. Una certa somiglianza esisteva, questo era innegabile. Tanto valeva fare una prova. L'omo si chiamava Errera Ernesto, aveva un elenco di reati, tutti commessi a Cosenza e dintorni, che andavano dal furto con scasso alla rapina a mano armata ed era latitante da oltre due anni. Per risparmiare tempo, era meglio non seguire la procedura.

«Catarè, vai dal dottor Augello e fatti dire se abbiamo qualche amico alla Questura di Cosenza» .

Catarella niscì, tornò, raprì la bocca e disse:

«Vattiato, dottori. Si chiama accussì» .

Era vero. Per la terza volta, in un breve lasso di tempo, Catarella era tornato a inzertarci. Forse la fine del mondo era prossima ?

«Telefona alla Questura di Cosenza, fatti dare il commissario Vattiato e passamelo».

Il collega di Cosenza era omo di malo carattere. Manco stavolta si smentì.

«Che c'è, Montalbano?».

«Forse avrei trovato un vostro ricercato, tale Errera Ernesto» .

«Davvero?! L'hai arrestato? Ma non mi dire!».

Pirchì s'ammaravigliava tanto? Montalbano sentì feto d'abbrusciato.

S'inquartò a difesa.

«Ma quando mai! Semmai, ne avrei trovato il cada vere».

«Ma va'! Errera è morto quasi un anno fa ed è stato sepolto nel nostro cimitero. Così ha voluto la moglie».

Montalbano arraggiò per la vrigogna.

«Ma la sua scheda non è stata annullata, cazzo!».

«Noi abbiamo comunicato il decesso. Se poi quelli dello schedario non provvedono perché te la pigli con me?».

Riattaccarono contemporaneamente, senza salutarsi. Fu, per un attimo, tentato di chiamare Catarella e fargli pagare la malafiura fatta con Vattiato. Doppo ci ripensò. Che colpa ne aviva quel povirazzo di Catarella? Era colpa sua semmai se non si era lasciato persuadere da Mimì a lasciare perdere e aveva voluto insistere. E subito appresso un altro pinsèro lo ferì. Qualche anno avanti sarebbe stato capace di distinguere tra chi aveva torto e chi aveva ragione? Avrebbe ammesso con la stessa tranquillità d'oggi l'errore commesso? E non era macari questo un segno di maturità o, per dirla tutta, di vicchiaia?

«Dottori? Ci sarebbi al tilifono il dottori Latte con la esse in funno. Che faccio, lo passo?».

«Certo».

«Dottor Montalbano? Come sta? Tutto bene in famiglia?».

«Non mi posso lamentare. Mi dica».

«Il signor Questore è appena arrivato da Roma e ha indetto una riunione plenaria per domani pomeriggio alle quindici. Ci sarà?» .

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