Il libro
Io li guardai, stupefatta. – Si può sapere cosa avete intenzione di fare, voi due? – domandai.
Per tutta risposta, Sherlock saggiò la tenuta della trave che sorreggeva il tetto, poi l’albero mozzato alle spalle del pozzo. Ci legò intorno la corda che si erano portati dietro dal villaggio e la gettò sul fondo. – Scendo io – disse.
– Scòrdatelo, genio – gli rispose Arsène. – Tu pensi. Io faccio. Guarda e impara.
Si avvicinò all’orlo nero del pozzo e guardò in basso. – Uu-uh! – esclamò. La sua voce gli tornò sotto forma di eco.
Sherlock gli si inginocchiò vicino. – Fai attenzione, ok?
– Ci puoi contare.
Sherlock annuì, saggiò ancora una volta la tenuta della corda e si rialzò.
Arsène si voltò verso di me, si toccò la fronte e mi sorrise. – Ci metto un attimo – disse.
E poi scomparve dentro al Pozzo delle Streghe.
L’autrice
Anni prima di diventare un personaggio de Le avventure di Sherlock Holmes, Irene Adler era una dodicenne curiosa, intelligente e ribelle. Amava anche molto la scrittura, tanto da decidere di raccontare in una serie di libri gli incredibili misteri risolti insieme ai suoi amici Sherlock e Lupin.
Dopo Il trio della Dama Nera, Ultimo atto al teatro dell’Opera, Il mistero della Rosa Scarlatta, La cattedrale della paura, Il castello di ghiaccio, Le ombre della Senna, L’enigma del Cobra Reale e La sfinge di Hyde Park, questo è il nono romanzo della serie Sherlock, Lupin & Io.
Irene Adler
Caccia alla volpe con delitto
Illustrazioni di Iacopo Bruno
Capitolo 1
I GIORNI GRIGI
Aspettavo l’arrivo di marzo come si aspetta il proprio salvatore, o, nel caso di ragazze di ben più semplici principi dei miei, il proprio sposo.
Se l’autunno era stato mite e gradevole, al punto da riuscire quasi a convincermi che il famigerato clima britannico non fosse poi così male, l’inverno di quel 1872 mi aveva avviluppata come una tela di ragno, e le sue interminabili giornate buie e nebbiose mi avevano infine intristito.
A poco servivano a rallegrarmi le luci di Londra che si accendevano una dopo l’altra lungo le strade buie, o le risate, non tantissime, per la verità, con i miei amici. Non era il buio, il problema, e neppure il freddo che ci mordeva la faccia. Era il grigiore: ottundente e implacabile, saliva dalle acque melmose del Tamigi, dalle ciminiere delle fabbriche, e gocciolava dai rami neri degli alberi di Hyde Park. Mi sembrava persino che le carrozze si muovessero più lentamente, e che dalle porte socchiuse dei pub non provenisse il consueto cicaleccio interrotto dallo schioccare dei boccali di birra, ma un mesto mormorio, carico di fatalità inspiegabili.
Forse non sarebbe stato poi difficile individuarne le cause, se solo ci avessi perduto un po’ del mio tempo, ma la verità è che ci sono arrivata con chiarezza solo ora, a tanti anni di distanza, e con alle spalle le esperienze di una vita intera vissuta come l’ho vissuta, pericolosamente e in due continenti. Allora, in quel plumbeo febbraio, tutto mi pareva fermo, stagnante e senza vita, compreso il mio sogno di diventare cantante lirica, che si scontrava con la grigia realtà: non ero altro che una delle numerose figlie di buona famiglia della città, che potevano permettersi le lezioni private della signorina Langtry.
Per mia fortuna, a passarmi i libri che divoravo e che spesso mi salvavano dalla noia più cupa, c’era il signor Orazio Nelson, il nostro maggiordomo. O forse sarebbe più giusto chiamarlo, dopo tutti i segreti che avevamo condiviso, il mio complice in famiglia. Le sue scelte letterarie arricchivano l’orizzonte delle mie letture, che fosse stato per l’insegnante di letteratura, la signora Symonds, si sarebbero dovute limitare a John Milton, Alexander Pope e Samuel Richardson. Il precettore scelto per me da mio padre, il signor Grimston, aveva da poco accostato alle lezioni di matematica quelle di latino e greco, e il buon uomo cercava, nelle quattro ore settimanali a disposizione, di convincermi dell’utilità di ripetere rosa, rosae, rosae, rosam e qualcosa. Ma le sue fortune, con me, erano a dir poco modeste.
Le cause, dicevo, di quella mia profonda disattenzione, e tristezza, erano da cercare molto vicine a me, ed erano, come spesso accade quando le sofferenze paiono inspiegabili e profondissime, legate a mia madre. O meglio, alle mie due madri. Geneviève, la mamma che non avevo più, e la cui assenza mi era ogni giorno più pesante, nonostante, quando ancora era in vita, fino a quella maledetta notte di Parigi, io e lei non fossimo mai andate molto d’accordo. E la mia vera madre, così imperturbabile nella sua dolcezza, incapace di raccontarmi perché mi avesse abbandonata, quale fosse la sua storia, e dunque la mia. Sophie, tuttavia, era venuta a trovarci per la fine dell’anno, in seguito a un invito di mio padre Leopoldo, che aveva pensato così di farmi piacere. Me ne aveva fatto, ma in quelle festività, pur trascorse in un’atmosfera allegra e cordiale, noi due non avevamo parlato molto, e io avevo ormai accettato l’idea che quella distanza e quei segreti che c’erano tra noi fossero per Sophie un modo per proteggermi, anche se il desiderio di scoprire da che cosa mi volesse proteggere si affacciava spesso e con grande veemenza tra i miei pensieri.
È da qui che dovrei iniziare questa storia. Da un crimine a cui non assistetti, ma che, come altri fatti altrettanto terribili provarono in seguito, dovette verificarsi più o meno nel modo che segue.
Capitolo 2
DUE OMBRE NELLA NEBBIA
La nebbia era fitta e densa, e come una pallida creatura di sogno fluttuava tra le onde del Tamigi e le luci delle poche imbarcazioni. Era notte, ma se c’erano luna, o stelle, non le si riusciva a scorgere. Due uomini camminavano piano, uno accanto all’altro, tra i ruderi fatiscenti di vecchi magazzini. Muri cariati, finestre rotte. Ai lati della strada, una distesa di fango lucido, alberi scheletrici color del carbone. Il silenzio che regnava tra i due aveva un che di confidenziale. I due si conoscevano. Ma non amavano parlarsi. Se solo un bagliore ne avesse illuminato i volti, e se in quell’attimo avessero incrociato un passante, costui avrebbe scorto due figure dolenti, una delle quali in preda a un orribile tic nervoso, che la obbligava a dilatare, in modo incontrollabile, l’occhio destro, mentre il sinistro, esausto, rimaneva sempre chiuso. Ma, per sua sfortuna, nessuna luce riusciva a penetrare quella notte nebbiosa, e il luogo dell’incontro era stato scelto appositamente perché non vi si trovasse passante alcuno.
Il mantello schioccò nel buio come l’ala di un corvo, mentre l’uomo si avventava sul compagno. Lo afferrò per il bavero e lo gettò a terra, l’arma stretta in pugno.
– Mi hai appena detto che non vuoi più vivere in questo modo – sibilò, rabbioso, mettendosi a cavalcioni dell’altro. – E allora, così sia.
Lo colpì una prima volta.
– Niente…
Una seconda.
– Più…
E una terza.
– Vita!
E poi lo spinse nel fiume.
Capitolo 3
UNA PARTENZA SVOGLIATA
– Interessante, non vi sembra? – commentò il mio amico Sherlock Holmes, il giorno dopo, nel nostro ritrovo preferito, la Shackleton Coffee House. Come spesso accadeva, se ne intuiva solo la sommità della testa, per il resto nascosta dalle pagine spalancate dell’ultima edizione del Times. Le sue mani appuntite, perfettamente curate, e le scarpe, risuolate da poco e molto rovinate, incrociate sul tavolino, erano gli unici altri due particolari che si potevano notare di lui.
– Hai trovato una delle tue minuscole notizie nascoste? – gli domandò, con una certa ironia, Arsène Lupin, seduto accanto a lui. A differenza di Holmes, però, Lupin aveva girato la poltrona sfondata su cui si era appollaiato in modo che chiunque potesse vederlo, anzi: che quasi non si potesse fare a meno di vederlo. E dal bracciolo da cui faceva dondolare la gamba, fasciata in un costoso pantalone a righe grigie e nere, da cui spuntava una calza che pareva di seta e un mocassino di pelle strettissimo, restituiva ogni sguardo arrivasse nella nostra direzione, in modo talmente sfacciato da parere decisamente arrogante. Aveva finalmente abbandonato i baffi finti con i quali, negli ultimi tre mesi, si era spacciato per tutta una serie di dubbi personaggi accomunati dall’accento parigino, ed era tornato a essere il fenomenale imprudente che conoscevo. E mentre Sherlock cercava minuzie nel suo angolo di giornale, lui, appostato in poltrona, pareva un cacciatore: i suoi begli occhi scuri si muovevano di continuo, impercettibilmente, non appena riconoscevano l’avvicinarsi di un passo femminile.
Il giornale di Sherlock frusciò, mentre lui, con una mossa da prestigiatore, lo ripiegava in quattro parti. Mi lanciò un’occhiata (quel misto di sufficienza e di sollievo per il fatto che io ero seduta là, insieme a loro, e che non solo ne sopportavo le manie, ma le trovavo anche insostituibili) e sorrise.
– Non tanto nascosta, mon cher. Questa potresti ribatterla anche a Parigi…
Arsène si allungò sulla poltrona per prendere il giornale, ma io fui più veloce di lui.
– Assassinio sul Tamigi – lessi. Era il titolo della notizia principale. – Il dottor Timothy Beresford, rispettabile medico della capitale, trovato ucciso quest’oggi all’alba in un sordido lungofiume della zona di Jacob’s Island… –. Abbassai il giornale e commentai: – Se era tanto rispettabile, che ci faceva in un posto terribile come Jacob’s Island?
– Ben detto – commentò Arsène. – I dottori per bene, di notte, se ne stanno a casa al calduccio.
– A meno che non ricevano una chiamata d’urgenza… – puntualizzò Sherlock. – Ma non è certo questo il caso. Vai avanti a leggere.
Lo feci, scorrendo brevemente le righe con sguardo obliquo: – Una carriera immacolata, servizio nell’esercito durante la guerra di Crimea, congedato con onore, uno studio stimatissimo in Amwell Street.
– Non è vicinissimo, ma se avete voglia di passeggiare… – osservò Arsène, le mani incrociate sotto il mento.
«Vedovo, senza figli… brutalmente accoltellato… portato dalla corrente per un breve tratto… un delitto di una ferocia inaudita… probabilmente un lungo coltello…» lessi mentalmente, fino all’ovvia conclusione, che scandii a voce alta: – E la polizia brancola nel buio.
– E questo già lo sapevamo – ghignò Arsène. Guardò l’amico, rigido sulla poltrona. – È per questo che lo trovi interessante, Sherlock? Vuoi che ci mettiamo sulle tracce del dottor…
– Beresford – lo aiutai.
– Oh, no – rispose Sherlock, calmissimo, come assorto nei suoi pensieri. – Non è il momento, direi. E sarebbe decisamente poco elegante, non credi?
Abbassai il giornale, sorridendo. Era forse una delle rare gentilezze di Sherlock Holmes?
– Non possiamo iniziare un’indagine senza contare sull’aiuto di Irene – terminò lui.
Sì, era davvero uno dei suoi momenti di gentilezza. Quello stesso pomeriggio, infatti, sarei partita in treno per il Devonshire, dove avrei trascorso alcuni giorni in compagnia di mio padre e di un suo conoscente di gioventù. E non si può dire che all’idea brillassi di felicità. Ma se il grigiore londinese aveva incupito me, mio padre Leopoldo si trovava in ancora più grave difficoltà: negli ultimi mesi l’avevamo visto spegnersi come una candela consumata e perdere vigore in ogni cosa che faceva. Non si infuriava più per le notizie di Borsa, non inveiva divertito contro le ricette che la signorina Fowler ci faceva trovare nel piatto la sera. Aveva messo su chili, in malo modo, come fa chi dorme poco ed è tormentato, il suo sguardo era diventato sfuggente e anche i suoi capelli si erano afflosciati.
– Oh, certo che no – rispose Arsène. – Fino a che sarai in Devonshire, il nostro gruppo investigativo non farà neppure una piccola mossa per curiosare su questo, o su altri delitti insoluti…
– Mmm – risposi. – Non sono sicura di potermi fidare.
– Ma certo che puoi! – ribadì Arsène. – Anzi: devi. E facci la cortesia di fare altrettanto, se nella tua vacanza dovessi imbatterti… che so… nel famoso strangolatore di Hemyock…
Lo fissai, divertita. Il nome del villaggio in cui ero diretta era esattamente quello appena menzionato da Arsène: Hemyock, un posto quasi invisibile anche sulle carte più dettagliate. Ed ero del tutto sicura di non averlo mai pronunciato davanti ai miei due amici.
– Oppure… – balbettò. – Ah, no! Ecco! Sono passato proprio l’altro giorno dalle parti di casa tua e mi sono imbattuto casualmente nella tua domestica, come si chiama…?
– Arsène! – esclamai. – Mi stai dicendo che hai importunato la signorina Fowler per sapere dove saremmo andati in questi giorni?
Sherlock ridacchiò, ma dovette inghiottire rapidamente la risata non appena Arsène gli ribatté: – E tu, cos’hai da fare tanto il superiore? Vuoi forse che racconti a Irene della tua divisa da postino?
– Divisa da postino? – trasecolai. – E cosa ci facevi con una divisa da postino, scusa?
Sherlock, lungi dal voler rispondere, tirò giù i piedi dal tavolino, si alzò dalla poltrona e, scusandosi perché non sarebbe riuscito ad accompagnarmi alla Victoria Station, uscì dalla Shackleton Coffee House.
Capitolo 4
UN VIAGGIO, DUE LIBRI
– Dunque… ci vediamo tra una settimana – disse Arsène Lupin, fermandosi nel grande atrio della stazione. Sembrava dispiaciuto o, almeno, faceva di tutto per darne l’impressione. Eravamo circondati dal vociare confuso dei viaggiatori, e assordati, di tanto in tanto, dallo sbuffo delle locomotive. Il mio treno era fermo al binario 5, dove i fattorini caricavano le ultime valigie. Mi parve di intravedere il signor Nelson, tra le persone ferme sulla banchina, ma c’era un tale via vai di gente che potevo essermi sbagliata. Mio padre, invece, doveva già essere in carrozza.
– Passerà in fretta, vedrai… – gli risposi, anche se non la pensavo davvero così e mi sentivo insolitamente agitata, come se la mia fosse qualcosa di più di una semplice partenza per una gita in campagna. – Troverete qualcosa da fare, senza di me – aggiunsi, poi, senza nessun motivo particolare.
– Oh, sì – rispose lui. – Questo di sicuro… anche se… – si strinse nelle spalle, come per lasciar perdere. E poi sospirò: – Forse viene mio padre, questa settimana.
– Davvero? Mi sembra una cosa bellissima! Da quanto non vi vedete?
– Appunto – rispose lui. – C’è davvero bisogno di vedersi? Comunque…
Tornò a sorridermi, a guardare il binario e i facchini. L’ombra che gli era passata sugli occhi al pensiero di suo padre, un artista del circo, con un passato non del tutto limpido, si dissolse in un attimo e il suo sguardo tornò scintillante.
– Ho pensato che se invece i giorni in campagna non sono entusiasmanti come dicono… ed è qualche brivido a mancare a te…
Si infilò una mano nella tasca del grande cappotto blu che aveva sfoggiato per tutto l’inverno e afferrò la costa di un libro, che mi porse.
– Vigliacco! – esclamò una voce, in quel preciso momento.
Ci voltammo a guardare, non senza una certa sorpresa, il nostro amico Sherlock Holmes, apparso sulla banchina.
– E tu cosa ci fai qui? – lo apostrofò Lupin.