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作者:意- Irene Adler 当前章节:15477 字 更新时间:2026-6-22 20:19

giunti in vista della Pale Horse Inn. Lupin accettò la mia dichiarazione di fiducia con un buffo inchino e ci separammo, dandoci appuntamento per il mattino seguente.

Avevo già fatto qualche passo quando mi voltai di nuovo e aggiunsi: – Arsène… fai attenzione al signor Sheppard. Quell’uomo non mi piace affatto.

Lupin mi rispose con un vago cenno della mano, come se fossi stata sua madre che gli diceva di coprirsi bene.

Io scossi il capo e sorrisi, accorgendomi che, in effetti, avrei dovuto preoccuparmi soltanto se il mio amico avesse reagito in qualsiasi altro modo.

Affrettando il passo, arrivai alla dimora del signor Ralston in pochi minuti e corsi a cambiarmi per la cena.

Sherlock si sarebbe presto gettato nelle sue misteriose indagini londinesi, Lupin teneva d’occhio il losco signor Sheppard e io non volevo essere da meno.

Mi sedetti quindi a tavola, determinata a scoprire il più possibile su come si fosse svolta la caccia alla volpe del martedì precedente. Uno dei punti interrogativi di quella storia era infatti il cavallo elegantemente bardato che avevo visto impastoiato nel bosco, senza nessun cavaliere in vista. Si trovava in un luogo non lontano dalle operazioni di caccia e mi sembrava del tutto ragionevole pensare che si trattasse della cavalcatura di uno dei partecipanti alla battuta. Speravo quindi, raccogliendo più dettagli possibile, di fare luce su quel fatto, che poteva essere importante per la nostra indagine.

Esordii così con il dichiarare (mentendo spudoratamente!) che, a dispetto della mia iniziale diffidenza, ero rimasta affascinata dall’antico rito della caccia alla volpe, e che mi sarebbe piaciuto molto apprendere nel dettaglio come si erano svolte le operazioni durante la battuta.

Papà mi lanciò un’occhiata vagamente sorpresa, ma era abituato al modo repentino in cui il mio carattere di fanciulla mi faceva spesso cambiare opinione e non ci fece troppo caso. Il signor Ralston, dal canto suo, accolse la mia curiosità con un’espressione raggiante.

– È stata una caccia alla volpe fuori stagione, signorina Irene, certo, ma un magnifico spettacolo in ogni caso! – attaccò il nostro ospite.

E, come se non avesse aspettato altro, si lanciò a descrivere con autentico trasporto quella battuta di caccia: partì dal fare una stima dei cacciatori presenti e poi descrisse, con precisione estenuante, il percorso seguito tra i boschi intorno a Hemyock. Illustrò quanti cani ci fossero, chi aveva seguito quale Terrier man e in che direzione, e snocciolò termini da autentico appassionato: chi erano stati i Kennelman della battuta (ovvero coloro che erano incaricati di badare ai cani) e i Whippers-in (coloro che dovevano dividere tra loro le differenti mute).

Se desideravo dei dettagli, ebbene, fui sommersa da un’autentica valanga di dettagli su quella benedetta battuta di caccia alla volpe… Peccato che nessuno di essi mi fosse minimamente utile!

Prima di ritirarmi a mani vuote feci però un ultimo tentativo.

– Davvero eccitante, signor Ralston! – lo adulai. – Dal canto mio, non riesco proprio a capire come, nella confusione, tra quegli intricati sentieri nei boschi, qualche cacciatore non finisca per smarrirsi!

Il signor Ralston rise e si limitò a rispondermi con una delle sue piatte affermazioni sull’eccellenza dei cacciatori inglesi.

Mio padre, invece, si lasciò sfuggire una buffa risatina, che suscitò la mia curiosità. Colto il mio sguardo interrogativo, Leopoldo, di ottimo umore grazie al tortino di pernici e alla coscia di montone arrosto che erano stati serviti per cena, prese a raccontare.

– Ah! Se è per questo, io posso ben dire di aver visto, l’altro giorno, qualcuno che cercava in tutti i modi di “smarrirsi”, se così si può dire…

Aggrottai la fronte, facendo capire a papà che doveva spiegarsi meglio.

– Ebbene… a un certo punto, sarà stato poco prima di mezzogiorno, ho visto il buon Lord Inglethorpe che scartava improvvisamente di lato e cominciava a seguire un vecchio muricciolo di pietra al limitare del bosco – raccontò Leopoldo, con gli occhi che ridevano. – Io ho subito pensato a chissà quale geniale mossa da esperto cacciatore, e invece il gentiluomo mi ha cortesemente fatto notare che, seguendolo, mi sarei allontanato dal vivo dell’azione, poiché egli, testuali parole, si trovava «costretto a rispondere all’imperioso richiamo della natura»! Un modo di esprimersi da autentico lord, non trovate?

A quel punto papà scoppiò a ridere fragorosamente, subito imitato da Ralston, che battendo poco signorilmente una manata sul tavolo esclamò: – Una scenetta degna di una vecchia farsa in costume, amico mio!

Anch’io non potei fare a meno di ridere, anche se quel racconto mi aveva suscitato sentimenti contrastanti. L’episodio narrato da papà era senz’altro molto buffo, ma in quel modo anche il piccolo mistero del cavallo senza padrone, che avevo sperato potesse avere una qualche importanza per la nostra indagine, si rivelava invece una perfetta sciocchezza.

La descrizione che Ralston aveva fatto del cavallo di Lord Inglethorpe nel corso del suo racconto corrispondeva infatti a quella dell’animale che avevo visto nel bosco e il vecchio muro di pietra a cui aveva fatto accenno papà poteva essere quello che avevo notato anch’io quella mattina. La spiegazione di quanto accaduto era dunque di una banalità sconsolante: Lord Inglethorpe aveva legato il suo cavallo a un albero e si era appartato nel folto del bosco per la più “naturale” delle ragioni.

E così, se da un lato la nostra cena si colorì di una nota di infantile allegria, dall’altro la verità sul delitto del Pozzo delle Streghe mi sembrò farsi sempre più inafferrabile.

Capitolo 16

UN MAGRO BOTTINO

Finita la cena, ci spostammo in salotto e, poiché le serate di febbraio erano decisamente fredde, accettai volentieri lo scialle ricamato che la cameriera mi offrì e mi accomodai davanti al caminetto acceso.

Papà e il signor Ralston, di umore allegro, caricarono le loro pipe e si abbandonarono ai ricordi del passato. Storie di audaci speculazioni su certe partite di legname, cene memorabili e treni presi per un pelo in stazioncine nebbiose.

Quando si fece l’ora di andare a dormire, il maggiordomo entrò in salotto portando al signor Ralston una giacca da camera e delle babbucce.

Papà e io ci guardammo, interdetti.

Lo fissai con tanto d’occhi e lui mi sorrise, sornione.

– Per quanto io non mi trovi in particolare sintonia con il nostro gentile ospite, che mi guarda come se io fossi una strana creatura mitologica, temo che questa volta abbia ragione.

– Orazio, intendi forse dire che…

– …Che rimarrò sveglio su questa poltrona, signorina Irene, esattamente come il signor Ralston al piano di sotto – mormorò il signor Nelson. – Così prenderò i due proverbiali uccelli con un solo sasso: controllerò che nessun malintenzionato s’introduca in casa e impedirò che qualche signorina imprudente fugga per una delle sue sortite notturne, se mai dovesse averne l’idea.

A quel punto fui io a sorridere. Era bello constatare come il signor Nelson non cambiasse mai! Così mi alzai sulle punte e lo sorpresi con un bacio sulla guancia.

– Buonanotte, Orazio. E stai tranquillo! Non siamo a Londra e la campagna non si addice alle mie “sortite notturne”, come le chiami tu – conclusi.

Mi recai quindi nella mia stanza e mi accorsi che c’era qualcosa di vero nella battuta con cui mi ero congedata da Orazio: il buio premeva contro le finestre della vecchia casa come denso inchiostro e quella notte, là fuori, si aggirava forse qualcuno che aveva ucciso una persona e l’aveva poi gettata in un pozzo. Per qualche motivo, il pensiero di una simile presenza tra boschi e sentieri immersi nell’oscurità mi spaventava molto di più che se ci fossimo trovati in città.

La notte, in realtà, trascorse nella più totale tranquillità. La stanchezza, anzi, fu più forte di ogni cupa suggestione e il sonno arrivò piuttosto presto. Dormii profondamente e riaprii gli occhi solo la mattina seguente, alle otto passate. Quando scesi per la colazione, passando accanto alle cucine ebbi modo di udire una conversazione tra un garzone dell’emporio di Hemyock e la cuoca del signor Ralston. Fu come ricevere un esauriente bollettino con le ultime notizie su quello che ormai tutti al villaggio chiamavano “il delitto del Pozzo delle Streghe”.

A quanto pareva, l’ispettore Davis era ripartito per Sidmouth, per ricevere il referto del medico legale sulle cause della morte del signor Neele. Sembrava anche che le indagini svolte sui sacchi di calce ritrovati in fondo al pozzo non avessero condotto a nulla.

Quattro poliziotti erano invece rimasti in paese, dandosi il cambio per sorvegliare il luogo del ritrovamento, attorno al quale avevano disteso una lunga corda, e la loro presenza, unita a quella dell’assistente di Davis, di stanza alla Pale Horse Inn, continuava a fare la felicità di tutti i pettegoli e le pettegole del villaggio.

Anche il signor Ralston, del resto, curioso come tutti sui fatti del Pozzo delle Streghe, ci annunciò di aver invitato per pranzo il dottor Finchley, da cui sperava di ottenere qualche informazione in più sullo stato delle indagini. Mio padre, invece, subito dopo la colazione, decise di scendere con il signor Nelson alla Pale Horse Inn, per farsi firmare un foglio di via dalla polizia e poter finalmente fare ritorno a Londra.

Avevo deciso di accompagnarli per poter fare visita a Lupin, ma guardando fuori dalla finestra della sala da pranzo mi accorsi che il mio amico mi aveva preceduta e si stava avvicinando a grandi falcate alla casa del signor Ralston.

Chiesi così a papà il permesso di alzarmi da tavola e corsi all’ingresso.

Arsène fu piuttosto sorpreso che fossi io ad aprirgli la porta di casa, ma non stette a chiedermi spiegazioni.

– Buongiorno, Irene! C’è un posto tranquillo in cui parlare? Ho delle novità! – disse invece, parlandomi all’orecchio.

Aprendo la porta ero rimasta colpita dal bellissimo sole, che mi fece venire un’idea. Dissi quindi a Lupin di aspettarmi e corsi a chiedere al signor Ralston se potevo usare Gladys per una passeggiata a cavallo. Il nostro ospite mi rispose, entusiasta, che la sua scuderia era a mia disposizione.

Lo presi dunque in parola e, raggiunte le stalle dietro la casa, chiesi di sellare Gladys e un secondo cavallo per Lupin, che naturalmente non poté che essere l’irrequieto King Lear.

Arsène accolse con entusiasmo quella mia idea e per un attimo sembrò dimenticarsi di ciò che mi voleva dire. Cavalcava in modo molto naturale e con la consueta spavalderia, e già al fondo del viale degli olmi King Lear ne aveva riconosciuto la mano e aveva smesso di cercare di scalzarlo dalla sella. Ne approfittai per farmi dare lezioni di portamento e imparare alcuni dei suoi trucchi da cavallerizzo.

Ci divertimmo un mondo e quell’improvvisata lezione d’equitazione sotto le chiome degli alberi, trapunte dalla luce intensa del mattino, è un ricordo che serbo ancor oggi come una cosa preziosa.

– Prima di passare alle acrobazie vere e proprie, sarà bene che ti racconti quello che ho scoperto – scherzò tuttavia Lupin, dopo un po’.

Annuii, divertita, e mi feci più vicina a lui.

– Il signor Sheppard! – esordì Arsène. E lo fece con tale enfasi che io mi rizzai sulla sella.

– Oh, mio Dio… Dunque è stato lui a…?

Arsène lasciò una delle redini e alzò una mano.

– Non saltare alle conclusioni, Irene… permetti che ti racconti – mi disse.

Non mi restò dunque che mettere da parte la mia impazienza e ascoltare.

– Avevo promesso di non cacciarmi nei guai, e così ho fatto – attaccò Lupin. – Ho tuttavia tenuto le orecchie dritte, come si dice. Spiando il locale dal piano di sopra ho subito notato quanto Sheppard fosse generoso nell’offrire salsicce e pinte di birra all’agente Murdoch, l’assistente dell’ispettore Davis.

– Come se volesse assicurarsi che il poliziotto cadesse in un sonno pesante! – osservai.

– Precisamente, Irene. E questo mi ha fatto drizzare le orecchie ancora di più. Ho deciso quindi di non dormire e l’orrendo materasso della locanda mi è stato di grande aiuto. Così, all’incirca verso le due di notte, come mi aspettavo ho udito dei rumori da basso e sono uscito dalla stanza per dare un’occhiata: era Sheppard che se ne andava alla chetichella! Inutile dire che a quel punto ho approfittato del buio per scendere al piano di sotto e cercare di capire che cosa avesse in mente il nostro locandiere…

Lanciai un’occhiata di rimprovero al mio amico, che evidentemente era riuscito a non ficcarsi nei pasticci nel corso della notte, ma aveva chiaramente corso il rischio di farlo.

Lupin colse il mio sguardo e replicò con nulla di più che una buffa smorfia, quindi riprese il suo racconto.

– Invece di farmi gli occhiacci, ascolta: Sheppard è andato nella stalla, dove un vecchio cavallo da tiro era già attaccato al suo carretto, e, facendo meno rumore possibile, si è messo per strada. Per mia fortuna c’era la luna in cielo e ho potuto seguirlo a distanza senza perderlo di vista. Merito di quel suo ronzino, che era lento come una lumaca. Sheppard ha preso la strada per Sidmouth e l’ha percorsa per poco più di un miglio, quindi ha svoltato in un sentiero tra i campi e ha raggiunto un grande edificio isolato, che là per là mi era parso un mulino. Io l’ho raggiunto e mi sono appostato nel buio, dietro un cespuglio, e subito l’ho sentito emettere una specie di sibilo ritmato…

– Un segnale per farsi riconoscere da un complice! – esclamai io, sempre più presa dal racconto di Lupin.

Il mio amico annuì.

– Già… E di lì a poco ho scoperto in che cosa erano complici. Si è infatti aperta una porticina dalla quale è uscito un tizio che, in tutta fretta, ha cominciato a passare delle casse di legnoa Sheppard, che le prendeva e le caricava sul suo carretto.

– Casse?! – domandai, sorpresa.

– Gin, – rispose Arsène – a giudicare dall’odore che si sentiva in quel posto… che, a quel punto, ho capito essere una distilleria.

– Ma… ma quindi… – balbettai.

– Quindi il nostro Sheppard è davvero un tipo un po’ losco – concluse Arsène. – Ma si limita a un piccolo traffico illegale di liquore insieme a un contabile disonesto che lavora in quella distilleria. O almeno è quello che ho capito mentre quei due litigavano, passandosi le casse. In ogni caso, questo spiega per quale ragione il padrone della Pale Horse Inn sia così sulle spine, ora che ha la polizia in casa… Il gin che viene servito nel suo pub non ha una provenienza esattamente legale. Ho trovato un oste disonesto, dunque, ma non l’assassino di Nathaniel Neele, temo – concluse Lupin.

– Oh, amico mio… – sospirai. – Questa è una vera débâcle!

– Voi sì che sapete dire sempre una parola di conforto, Mademoiselle Adler – scherzò Lupin.

– Non si tratta solo della tua scoperta, Arsène – risposi io, scuotendo il capo. – Anch’io ho fatto un gran bel buco nell’acqua…

E raccontai di quanto avevo appreso sul cavallo che avevo visto legato nel bosco, senza padrone.

Quand’ebbi finito di riportare l’aneddoto raccontato da mio padre, anche Lupin si fece una sonora risata, che però fu subito scacciata da un’espressione perplessa.

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