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作者:意- Irene Adler 当前章节:15412 字 更新时间:2026-6-22 20:19

– Hai ragione, è un altro vicolo cieco. A meno che…

– A meno che…?

– …A meno che Lord Inglethorpe non stesse mentendo, per levarsi di torno il signor Adler – rispose Arsène, scrollando leggermente le spalle, come a voler dire che era un’ipotesi come un’altra.

Spalancai gli occhi. Il buffo racconto di papà era suonato così reale alle mie orecchie che non avevo considerato quella possibilità.

Proprio in quel momento, quasi a voler sottolineare il dubbio sollevato da Arsène, tra i rami del boschetto che stavamo attraversando comparve, lontana, la sagoma austera della grande dimora di Lord Inglethorpe.

Scrutammo entrambi le colonne di pietra bianca di Ashfield Hall, quasi che i suoi muri contenessero le risposte a tutte le domande che affollavano la nostra mente in quel momento.

Era forse un’idea dettata solo dalla frustrazione di non avere fatto alcun passo in avanti nelle nostre ricerche, ma mi ritrovai a desiderare di poter incontrare Lord Inglethorpe, per capire se lo spiraglio aperto da Arsène con il suo piccolo dubbio potesse portarci davvero da qualche parte. Voltandomi verso il mio amico, mi accorsi che stavamo pensando esattamente la stessa cosa.

Ci ritrovammo a ridere insieme, com’era accaduto tante altre volte.

– Potrei salire io per una visita, con la scusa di salutarlo prima di tornare a Londra – proposi.

Lupin arricciò il naso, non troppo convinto della mia idea.

– Non credo che otterresti molto più che un saluto e qualche frase gentile – disse. – Dovremmo trovare qualcosa di meno formale… Per esempio una piccola emergenza con un cavallo un po’ nervoso! – esclamò a quel punto Arsène, con un guizzo di luce negli occhi. E sfregò le mani tra le orecchie di King Lear, facendolo scartare di lato.

Io riflettei qualche istante e infine annuii.

Poteva funzionare.

E così salimmo, tutti e due, verso le austere colonne di Ashfield Hall.

Non appena superammo il confine della tenuta di Lord Inglethorpe, Arsène finse di cadere dalla sella di King Lear e il cavallo nitrì. Non passarono che pochi secondi e una delle grandi finestre della tenuta si aprì. Io, con in volto la mia espressione più preoccupata, guidai Gladys in quella direzione, in cerca di soccorso.

– Il mio amico è caduto! Aiuto! – esclamai, interpretando il ruolo della povera fanciulla in preda al panico.

Mi trovai davanti a una delle governanti di casa, che non appena vide l’accaduto ne rimase alquanto impressionata e strillò: – Oh, santo cielo!

Smontai da Gladys e finsi di accertarmi delle condizioni di Arsène, che mi sorrideva steso a terra.

Lord Inglethorpe non si fece attendere: comparve sulla soglia della casa e, non appena mi riconobbe, corse verso di noi.

– Signorina Adler!

Quando vide Lupin a terra, diede immediatamente ordine al suo personale di soccorrerlo e di occuparsi del cavallo.

Lord Inglethorpe fu insomma premuroso e incredibilmente gentile, e i suoi occhi apprensivi, liquidi, circondati dalle cicatrici mi fecero quasi subito provare rimorso per quella improvvisata messinscena e per gli avventati sospetti che l’avevano provocata.

In ogni caso, una volta assicuratosi che Arsène non avesse niente di rotto, Lord Inglethorpe ci fece accomodare nel salone di casa, ordinò un tè caldo per tutti e fece in modo che fossimo pienamente a nostro agio.

– Conosco bene quel cavallo, giovanotto – disse ad Arsène, come per consolarlo. – Il paese è piccolo, e non è una cosa sorprendente. Avevo consigliato al signor Ralston di non acquistarlo, perché è sicuramente una bellissima bestia ma, come tutte le bestie più belle, difficile da tenere a freno. Ma sulle sue grandi passioni, i cavalli e i fucili, il nostro Clarence non ascolta nessuno.

– Temo di averlo notato a mie spese, Lord Inglethorpe – rispose Lupin sorridendo, e proseguì poi quella conversazione con grande abilità.

Si guardava infatti intorno come un furetto, ma solo quando Lord Inglethorpe si rivolgeva a me, che ero seduta dalla parte opposta al mio amico, e lui era sicuro di non essere osservato. Il modo in cui cambiava rapidamente espressione, passando da quella di un placido conversatore a quella di un falco in cerca di una preda con la velocità di un lampo, quasi mi spaventava.

– È un vostro ritratto, quello? Ve lo chiedo perché, sapete… Anch’io ho una grande passione per i francobolli – domandò, a un certo punto, indicando uno dei quadri alla parete che mostrava un bambino triste, intento a osservare dei francobolli con una piccola lente.

Lord Inglethorpe si voltò, piuttosto rigidamente, osservò il quadro che Arsène gli aveva indicato e annuì, mentre un velo di oscurità sembrava posarsi sul suo volto. Fu solo per un istante, ma io mi ricordai delle parole con cui Lady Westmacott aveva descritto la sua infanzia: solitaria e miserevole, con due genitori freddi e riservatissimi.

– A dodici anni… – rispose Lord Inglethorpe, contemplando per alcuni istanti il ritratto. – Ma la passione filatelica era, ahimè, solo una trovata del ritrattista. Quei pezzetti di carta colorata mi hanno sempre annoiato un po’.

Un triste sorriso gli si allargò sul viso e lì rimase, a nostro beneficio. Poi Lord Inglethorpe tornò a rivolgersi a me, riprendendo la conversazione da dove l’avevamo lasciata: – Dunque sarete presto di ritorno a Londra?

– Se ci lasceranno andare… – mormorai, in risposta.

– È davvero una sfortunata coincidenza che la vostra prima visita a Hemyock sia stata funestata da questa terribile vicenda – rispose lui. – Terribile e incomprensibile, non credete?

Annuimmo entrambi.

Lui scosse il capo e aggiunse: – Incomprensibile, certo, ma purtroppo non per chi, come me, ha visto gli uomini fare cose ancora più terribili… e talvolta senza alcun motivo. Solo eseguendo un ordine. Magari un ordine sbagliato…

Per alcuni istanti Lord Inglethorpe fissò solo il vuoto davanti a sé. Ma io immaginai che cosa stesse in realtà vedendo: una folle cavalcata contro i cannoni. Uomini che cadevano. Mura che si sbriciolavano.

– Non vi auguro certo di essere trattenuti contro il vostro volere, ma confido che voi, vostro padre e il vostro amico qui avrete voglia di tornare a trovarmi, magari questo autunno, quando organizzeremo un’altra caccia alla volpe.

– Molto volentieri – rispose Arsène con un piccolo inchino. – È sempre stato il mio sogno.

– Ma quel giorno non monterete King Lear, voglio augurarmi – disse Lord Inglethorpe, con uno di quei sorrisi insieme cortesi e definitivi con i quali i gentiluomini pongono elegantemente fine a una conversazione.

Così fu e non ci restò che alzarci e lasciarci accompagnare fuori.

Lord Inglethorpe volle farlo di persona e solo allora mi accorsi che non avevamo visto il suo valletto personale.

– Il signor Lemon non si sente forse bene? – azzardai allora.

Lord Inglethorpe fece scattare la serratura di una porticina sul retro di Ashfield Hall, oltre la quale intravidi il portico della stalla.

– Oh, grazie dell’interessamento, signorina Adler. Gli riferirò senz’altro della vostra premura – rispose, a voce bassa. – In effetti il buon Lemon è un po’ debole ultimamente, ma sono finalmente riuscito a convincerlo a prendere un periodo di riposo.

Gladys e King Lear, intanto, apparvero in mezzo al cortile, portati per mano da uno stalliere.

– Fate attenzione a scendere, specie voi, giovanotto – si raccomandò Lord Inglethorpe, consigliandoci il sentiero più sicuro.

E così ci congedammo.

Passando accanto alle stalle, scorsi un cavallo bianco che sembrava proprio quello che avevo notato nel bosco il giorno della caccia alla volpe. Lo vidi scuotere la criniera, infastidito dai tafani.

Io non ero meno irritata di quel quadrupede: Nathaniel Neele sembrava essere precipitato nel pozzo direttamente da un altro mondo, e tutta quella faccenda era ancora avvolta da un mistero tanto fitto che mi sentivo soffocare.

Capitolo 17

UNA SORPRESA NEL BOSCO

Ci lasciammo Ashfield Hall alle spalle con la spiacevole sensazione di essere osservati, e con ancora più dubbi di quelli che avevamo quando eravamo arrivati. Dovetti sforzarmi per non voltarmi a guardare un’ultima volta i finestroni enormi della magione, con le loro orbite cieche.

– Che ne dici? – domandai ad Arsène, quando, tornati entrambi in sella, cominciammo a scendere lentamente lungo il sentiero che portava verso i boschi.

Lui scrollò le spalle.

– Dico che abbiamo incontrato un perfetto gentiluomo. Forse addirittura troppo perfetto, non trovi?

– Le grandi sofferenze acuiscono la sensibilità degli uomini – risposi. – E di certo Lord Inglethorpe è un uomo che ha sofferto moltissimo nella sua vita… Pensa a che cosa dev’essere convivere con quelle cicatrici sul volto. Ogni specchio in cui si imbatte gli ricorda l’orrore che ha vissuto in guerra.

– Dev’essere terribile, sì – ammise Lupin. – Eppure, non so… Quelle stesse cicatrici… sono come uno scudo, dietro il quale non si capisce se ci sia davvero una persona o solo un bel repertorio di frasi gentili.

– Forse è solo il modo in cui si comportano le persone abituate alla solitudine, non pensi? – ribattei.

– Può darsi che io sia ingiusto nei suoi confronti, ma il fatto è che quell’uomo è un mistero impenetrabile! Per esempio, non siamo andati neppure vicini a capire se il nostro dubbio avesse qualche fondamento… Lord Inglethorpe ha mentito a tuo padre, quando si è allontanato durante la caccia alla volpe? Non ne abbiamo la minima idea.

Era vero. E l’unica cosa che potessi dire era che non riuscivo a immaginarmi una persona così pacata e distinta intenta a mentire. Ma in quel momento un piccolo Sherlock in miniatura fece capolino nella mia mente e mi ammonì di non lasciarmi influenzare troppo dalle apparenze, così tenni per me le mie impressioni.

Arsène invece sbuffò, frustrato.

– Il punto in cui vedesti il cavallo di Lord Inglethorpe è qui vicino, vero?

Diedi una rapida occhiata intorno e poi annuii.

– Credo che fosse da quelle parti – dissi, indicando una piccola macchia di vegetazione, ai piedi della collina.

– Torniamo a dare un’occhiata? – domandò Arsène, con l’espressione un po’ perplessa di chi vorrebbe avere qualcosa di meglio da proporre.

Si trattava in ogni caso di un percorso che offriva una vista molto gradevole e accettai di buon grado.

Conducemmo quindi Gladys e King Lear in quella direzione, fino a quando non ritrovai gli stessi sentieri di quel giorno e, una volta lì, smontammo.

Non sapevamo bene cosa stessimo cercando, ma legammo ugualmente i cavalli a un albero e ci inoltrammo nel folto del bosco.

– Doveva essere più o meno… laggiù – ricostruii, orientandomi a memoria. Fatto qualche passo scorgemmo in effetti, sotto di noi, il sentiero fiancheggiato dai resti del vecchio muro di pietra che avevo visto quella mattina. Ashfield Hall si trovava ora sopra di noi, nascosta dagli alberi. Il bosco era come una lingua verde, che segnava il confine della tenuta.

Ci aggirammo per un bel po’ come sprovveduti cercatori di funghi fuori stagione e non vedemmo nulla di diverso da quello che ci si poteva aspettare in un luogo simile: querce e frassini, le felci del sottobosco, il vecchio muricciolo coperto di muschio, un manto di foglie marce ormai mescolate alla terra.

Dopo un po’ di quell’inutile vagabondare tra gli alberi, Lupin e io ci scambiammo un’occhiata rassegnata. Stavamo ormai per tornare ai nostri cavalli quando un particolare del bosco attirò la mia attenzione. I primi fiori che annunciavano l’arrivo della primavera erano sbocciati in gran numero e con un certo anticipo sulla stagione, forse protetti, in quel punto, dal muro e dal sottobosco. Arsène e io ci ritrovammo a camminare su un tappeto di minuscoli crochi, azzurri come frammenti di un cielo sereno. Tappezzavano un intero tratto del bosco tranne che in una piccola area dai contorni stranamente regolari, ancora coperta da uno scuro manto di foglie morte.

– Arsène… – dissi, indicando al mio amico quello strano riquadro scuro in mezzo all’azzurro dei fiori. Il mio amico mi lanciò un’occhiata incuriosita e, senza attendere un solo istante, s’inginocchiò accanto al punto che gli avevo indicato e prese a smuovere le foglie secche, che ben presto rivelarono una lastra di metallo arrugginito.

– Una botola! – esclamò Lupin, trionfante, mentre si alzava con un balzo, per cercare i miei occhi con i suoi, scintillanti per l’eccitazione di quella scoperta.

Io ero così sorpresa che non feci altro che guardarlo per un attimo e poi tornai a fissare quella specie di porticina sbucata, chissà come, da sotto le foglie.

Arsène si procurò un ramo robusto e se ne servì per forzare la botola, che cigolò in modo terribile. Un uccello, spaventato, volò via dai rami sopra le nostre teste. Mi guardai intorno, convinta che oltre a noi ci fosse qualcun altro, lì intorno. Ma eravamo soli e sia Gladys che King Lear, impastoiati a pochi passi da lì, sembravano tranquilli.

Arsène attese alcuni secondi, poi sbirciò nello spiraglio.

– Cosa vedi? – gli domandai.

– Molto poco – ammise lui. – Ma… –. Attese che gli occhi si abituassero all’oscurità e poi aggiunse: – Sembrerebbe un tunnel.

– Un tunnel?

– Sì, una vecchia galleria, direi… – continuò Arsène. Sollevò di più il battente, facendo entrare più luce. – O comunque un passaggio che va da qualche parte…

Al di là della botola, vidi dei gradini di pietra che scendevano nel buio. Un buio che ci soffiò addosso il suo respiro freddo e umido, facendomi rabbrividire.

A quel punto Lupin richiuse la botola, saltò in piedi e mi guardò. Era felice come un bambino che dopo lunghe ore di noia avesse trovato qualcosa con cui mettersi a giocare.

– Arsène! E ora, che diavolo… – accennai, vedendolo scattare verso King Lear.

– Nelle stalle di Ashfield Hall ho visto una cosa che farebbe proprio al caso nostro. Vado a farmela, ehm, prestare! Ci metterò un attimo, aspettami qui – mi disse, dando un colpo di garretti per far partire il cavallo.

Non ebbi neppure il tempo di protestare, che già mi ritrovai a osservare Lupin che risaliva il sentiero al galoppo.

Sospirai, lanciando un’occhiata a quella botola. Un semplice buco nel terreno, che tuttavia mi pareva un abisso profondo, pronto a rigurgitare chissà quali oscure verità.

Arsène, per fortuna, fu di parola e in capo a pochi minuti lo vidi ritornare, con una lanterna a olio tra le mani.

Una volta sceso da cavallo mi sorrise e, senza alcun indugio, tornò a spalancare la botola, quindi si cavò di tasca un fiammifero, lo sfregò sulla corteccia di un frassino e accese la lampada.

– Tu… tu credi che sia una buona idea scendere laggiù? – domandai, ricordandomi con un piccolo brivido che cos’era accaduto l’ultima volta che Lupin aveva esplorato il sottosuolo.

Lui mi guardò con aria incredula.

– Siamo venuti fin qui quasi per scherzo e invece abbiamo trovato… qualcosa! E questo qualcosa potrebbe anche essere importante, ma l’unico modo per saperlo è scendere e dare un’occhiata, non trovi? – argomentò.

Il mio volto dovette tradire l’inquietudine che provavo a quell’idea.

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