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作者:意- Irene Adler 当前章节:15418 字 更新时间:2026-6-22 20:19

– E comunque, tu resterai qua fuori per controllare che non arrivi nessuno. Non mi piace l’idea che qualcuno possa passare di qui e trovare la botola aperta – aggiunse Lupin.

Quella volta fui io a guardarlo con aria incredula.

– E tu pensi che io sarò più tranquilla se là sotto ci vai da solo? – protestai.

– Be’, però dovresti! – replicò lui, con uno dei suoi sorrisi da schiaffi. – E comunque darò solo un’occhiata – mi promise.

Io annuii, ma dalle labbra mi sfuggì un piccolo sospiro.

Allora Lupin mi si avvicinò. Odorava di bosco e aveva il volto rigato da sottili linee scure, di terra, dovute alla sua finta caduta da cavallo.

– Arsène… – mormorai. Ma mi aveva agganciato con gli occhi.

– Dammi un bacio – mi disse.

– Arsène, tutto questo non… – accennai a protestare, scuotendo la testa, ma lui mi appoggiò un dito sulle labbra.

– Dammi un bacio, e tornerò a dartene un altro – aggiunse.

Obbedii.

Lui avvicinò la lanterna ai nostri volti e i suoi lineamenti disegnati dalla luce si sciolsero in un sorriso. Dopo un istante, il viso di Arsène non c’era più. Il mio amico era già scomparso nel sottosuolo.

Non mi restò che avvicinarmi alla botola e attendere il ritorno di Lupin e il bacio che mi era stato promesso.

Se è vero che un bacio può farsi aspettare fino a straziare il cuore, il bacio di ritorno di Arsène, quel giorno, fu il più lungo della mia vita. Ero preoccupata.

Mi acquattai accanto alla porticina di quel misterioso passaggio nel bosco e aspettai per quello che mi parve un tempo interminabile. Avevo ordinato ad Arsène di continuare a parlare e lui mi aveva ubbidito, ma a un certo punto la sua voce, che ai primi passi era forte e riecheggiante, si era fatta indistinta. E poi era scomparsa.

Così avevo preso a contare i secondi che passavano e mi ero guardata intorno, osservando tutto ciò che potevo osservare. Ero tornata a controllare le briglie di Gladys e di King Lear, mi ero avvicinata al vecchio muro coperto di muschio e quando ero tornata alla botola non ero più riuscita a togliermi la sensazione che ci fosse qualcuno che mi stava osservando.

– Ehi! – avevo gridato agli alberi, che in quel momento mi parevano tante sentinelle silenziose. – Non mi fate paura!

E invece me ne facevano. Così come mi facevano paura il misterioso gocciolio che sentivo da qualche parte lì vicino, gli echi che provenivano dal tunnel in cui Arsène era scomparso, i continui crepitii dei rami che si rompevano, senza apparente motivo, intorno a me. Gli sbuffi dei cavalli, gli improvvisi frulli d’ala…

Mi muovevo in una direzione, poi mi arrestavo, mi voltavo di scatto, quasi convinta di aver sorpreso, finalmente, il misterioso osservatore che mi spiava con il suo sguardo sfuggente. E invece niente. Nessuno. Ero solo io. E il bosco.

Dopo un po’ di quella lunga attesa, imprecai. Tirai un calcio ad alcune pietre. Mi sfregai le mani una sull’altra. Mi sforzavo di continuare a contare i secondi che passavano, e la straniante cantilena dei numeri dentro la mia testa mi faceva sentire come in un sogno.

Passarono così più di dieci minuti. Poi, finalmente, udii dei passi dietro di me.

– Arsène! – esclamai, scordando i miei numeri, non appena lo vidi sbucare dalla botola. Gli corsi incontro, gli afferrai il viso e lasciai che mi restituisse quello che mi aveva promesso.

– Sai dove si arriva, Irene? – sussurrò lui, continuando a tenermi abbracciata, tranquillamente, come se fosse una cosa del tutto normale.

Io arrossii e mi staccai da lui. – Ecco, Arsène, è da un po’ che ci penso. E credo che… insomma, che tra di noi questo non debba succedere più.

– Non dire sciocchezze – rispose lui, semplicemente. E proseguì, con un sorriso: – Si arriva proprio accanto alla Pale Horse Inn!

Capitolo 18

UN SASSO NELLO STAGNO

Lupin e io montammo nuovamente in sella ai nostri cavalli e prendemmo a scendere ad andatura lentissima verso Hemyock, cercando di raccapezzarci.

– E dunque? – dissi io, incerta sulle conseguenze che la scoperta appena fatta da Arsène poteva avere.

– E dunque ora il mio sospetto non è più così campato in aria – rispose Arsène, tranquillo. – Lord Inglethorpe potrebbe davvero avere mentito a tuo padre, durante la battuta di caccia, per levarselo di torno. E aveva bisogno di farlo perché doveva raggiungere quella botola in gran segreto.

– Ma per fare che cosa?

Arsène strabuzzò gli occhi.

– Chi lo sa… Magari quella galleria segreta serve per qualche losco traffico, che coinvolge sia Inglethorpe sia Sheppard, che potrebbe essere un tipo ben più torbido di quanto avessi pensato. Neele potrebbe essersi immischiato nelle loro faccende e aver pagato il prezzo che sappiamo.

– È stato ucciso – proseguii io, seguendo il filo del ragionamento di Lupin. – Poi è stato infilato in un sacco e affidato al misterioso carrettiere che per poco non mi ha travolto.

Il mio amico annuì. – Precisamente. E, per quanto ne sappiamo, il carrettiere poteva essere proprio Sheppard, travestito e con il volto coperto…

– No – lo interruppi. E lo feci con tanta fermezza perché in quel momento misi a fuoco un particolare che avevo notato quella mattina. – Le mani! – spiegai. – Ho sempre avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di strano in quell’uomo, perché da subito avevo notato le sue mani: erano bianche e sottili, non certo quelle di un contadino o di un carrettiere. Mentre le mani di Sheppard, che ho potuto vedere bene quando sono andata alla Pale Horse Inn a parlare con la polizia, sono del tutto diverse: tozze e rovinate, come quelle di chi svolge lavori manuali.

– Questo significa che in questa faccenda dev’essere coinvolta anche un’altra persona – concluse Lupin.

Il mio amico e io ci guardammo. Era inutile negarlo: in momenti come quello, Sherlock ci mancava in modo indescrivibile. Lui e la sua mente capace di comporre un mucchio di dettagli buttati alla rinfusa in una singola immagine, chiara e nitida.

Lupin e io, in ogni caso, proseguimmo nella nostra discesa, fino a imboccare la strada che, costeggiando il cimitero e il vicariato, digradava verso il villaggio.

– Ecco! È lì che sbuca la nostra galleria – mi disse Lupin, indicando una vecchia rimessa coperta d’edera.

– Ed è proprio su questo sentiero che ho incontrato il carro che stava per investirmi! – esclamai, indicando a mia volta un punto davanti a noi, su quella stessa strada.

– Secondo te possono essere tutte coincidenze? – mi domandò Lupin, strabuzzando gli occhi.

– Potresti pensarlo, amico mio, ma farlo equivarrebbe ad ammettere di essere un notevole ingenuo! – risposi, imitando la voce di Holmes.

Arsène scoppiò a ridere e molto presto mi unii a lui in quella risata. Quel breve momento di allegria fece bene a entrambi, ma subito riprendemmo a pensare alla nostra indagine.

Era vero, non avevamo delineato un’ipotesi degna del nostro amico Sherlock Holmes, ma sapevamo almeno di non essere rimasti a mani vuote: era chiaro a entrambi che quella galleria segreta che dal bosco scendeva fino al villaggio, a pochi passi da dove aveva alloggiato il signor Neele, doveva avere un ruolo in quella terribile vicenda, anche se non sapevamo ancora quale. Era inoltre legittimo pensare che la polizia, grazie a un sopralluogo più accurato di quello che era stato in grado di fare Arsène, avrebbe potuto scoprire se quella galleria era davvero stata la scena del delitto, come noi sospettavamo.

Ma che cosa dovevamo fare, dunque? Correre dall’agente Murdoch alla Pale Horse Inn e, facendo ben attenzione a non farci udire dal signor Sheppard, segnalargli quello che avevamo appena scoperto? E se avessimo raccontato di avere trovato la galleria per puro caso, saremmo stati creduti o ci saremmo invece cacciati nei guai?

Nel dubbio, Arsène e io decidemmo di muoverci con prudenza.

– Credo proprio che la polizia debba ricevere, al più presto, un nuovo indizio che li aiuti a risolvere il caso Neele – concluse Lupin.

Raggiungemmo così la dimora del signor Ralston e sgattaiolammo nella mia stanza, dove ci mettemmo subito allo scrittoio.

Ci consultammo velocemente sulle parole da scegliere e infine Arsène, intinta la penna d’oca nell’inchiostro, la impugnò in un modo molto scomodo e bizzarro, per alterare la sua grafia, e vergò queste righe:

La rimessa coperta d’edera sulla strada del vicariato non è quello che sembra. Apritela e scoprirete il suo segreto!

Infine firmò il messaggio come “un amico della polizia”: quanto di più falso una mano umana avesse mai scritto!

A quel punto dovevamo ancora consegnare il nostro biglietto, ma Lupin mi assicurò che sarebbe stato un gioco da ragazzi.

– La Pale Horse Inn all’ora di pranzo si riempie di rubizzi abitanti di Hemyock che vengono lì per un paio di salsicce e qualche chiacchiera sul misterioso delitto. In quella confusione, farò scivolare il nostro biglietto in una tasca dell’agente Murdoch – mi spiegò.

Avremmo, insomma, gettato il nostro sasso nello stagno, nella speranza che ciò potesse dare un impulso alle indagini.

Arsène si congedò da me nel giardino di casa Ralston e, dopo che mi ebbe strizzato l’occhio, lo vidi scomparire dietro una siepe. Rientrando in casa scoprii che papà aveva ordinato al signor Nelson di preparare i nostri bagagli, perché aveva ottenuto il permesso di tornare a Londra e saremmo quindi ripartiti presto, forse quella sera stessa. Non me ne rammaricai troppo. Da un lato ero ansiosa di scoprire se Holmes, nella capitale, avesse, come immaginavo, scoperto qualcosa e dall’altro mi sembrava che, con il nostro biglietto, Lupin e io avessimo fatto tutto ciò che era in nostro potere per aiutare le indagini.

Pranzammo così in un clima più disteso, con il signor Ralston che minacciava di accettare prima o poi l’invito di papà a venirci a trovare in città (in fondo in fondo gli mancavano un po’ il fumo e il rumore di Londra, disse) e Leopoldo che pareva tornato in sé: più vitale, allegro, deciso. Nonostante i fattacci degli ultimi giorni, l’aria di campagna e le cavalcate gli avevano fatto davvero bene.

Avevamo finito di pranzare e stavamo già sorbendo un tè, quando la quiete di quella limpida e serena giornata di fine inverno fu violata da urla piuttosto forti.

– L’hanno trovato! L’hanno trovato! – sbraitò la voce di un giovane uomo, fuori dalla nostra finestra.

Il signor Ralston fece tanto d’occhi e, posata la tazza sul tavolo, si diresse con due falcate nervose alla finestra, spalancandola sotto gli occhi acquosi e preoccupati del suo maggiordomo. Anche papà e io ci alzammo per guardare fuori. Capii così che quella voce apparteneva a un giovane stalliere al servizio di Ralston.

– Buon Dio, Mickey… – sbottò il nostro ospite. – Per urlare in un modo simile, sarà meglio che tu stia parlando del Sacro Graal!

– No, signore! – disse il giovane, levandosi il cappello e facendo un lieve inchino. – Si tratta dell’assassino, quello che ha ucciso il forestiero al Pozzo delle Streghe… Dicono che sia stato il signor Lemon!

Subito un mormorio eccitato si diffuse tra la servitù, che si era precipitata sulla soglia di casa.

– Il signor Lemon? – si domandò il nostro ospite. – E chi diavolo è il signor Lemon?

– Il valletto personale di Lord Inglethorpe – lo aiutò il maggiordomo.

– Ma… ma… – balbettò mio padre. – Ha confessato?

– No, signore! – esclamò il giovane Mickey, ancora emozionato. – È scappato!

Io trasalii.

Il signor Lemon, dunque!

Quella notizia arrivata all’improvviso scatenò una ridda di pensieri dentro la mia testa. Era possibile che l’apparente cattiva salute di Lemon fosse dunque stata tutta una messinscena per farsi concedere un periodo di riposo, così da poter meglio organizzare la fuga? E il cavallo delle scuderie di Lord Inglethorpe che io avevo visto nel bosco era forse stato usato dal valletto?

Papà, invece, scosse il capo con forza.

Lo guardai con aria interrogativa.

– Con un assassino in fuga… – mi spiegò allora lui – non credo sia consigliabile prendere il treno, questa sera.

Mi fu vietato di muovermi da casa e subito il mio pensiero andò ad Arsène. Sperai che le instancabili lingue dei paesani lo avessero già avvertito della sensazionale novità. Avrei desiderato più di qualsiasi altra cosa poter parlare con lui dell’inaspettata svolta finale del caso, ma immaginai che la polizia avesse imposto il coprifuoco anche ai clienti della Pale Horse Inn e mi consolai pensando che, almeno, il mio amico era al sicuro.

Fu quello un pomeriggio d’attesa, di sottile inquietudine, ma anche di innegabile eccitazione. Ralston aveva chiesto a Mickey e a un altro garzone di fare dei turni di guardia all’ingresso della sua proprietà, con tanto di fucile a tracolla, e lui stesso teneva al fianco il suo fidato Remington.

Il ricordo che ho di quel pomeriggio è fatto di infinite occhiate lanciate verso le finestre, partite a whist giocate per distrarsi, tazze di tè e interminabili racconti di gioventù del signor Ralston.

Arrivò così l’ora di cena e dopo che avemmo tutti apprezzato un buon consommé e uno stufato di coniglio al latte, quando ancora non erano suonate le otto di sera, papà e io ci dirigemmo verso le nostre camere.

– Mi auguro proprio che acciuffino subito quel delinquente, così domani potremo togliere il disturbo, amico mio… – si scusò Leopoldo con il nostro ospite.

– Oh, e perché mai? – gli rispose lui, preparandosi a un’altra nottata in poltrona in compagnia del suo fucile. – Sono stati i giorni più emozionanti da molti anni a questa parte, altro che! Vi voglio qui anche l’anno prossimo!

Strano a dirsi, ma dopo una settimana di convivenza più o meno forzata anche l’umorismo bislacco di Ralston cominciava a sembrarmi più familiare e addirittura sopportabile.

– Buonanotte, signor Ralston – lo salutai. – Buonanotte, papà.

Mi diressi al piano di sopra e nel corridoio trovai Orazio, anche lui pronto a un’altra notte di veglia.

– Spero che le recenti notizie non abbiano avuto l’effetto di rendervi sospettosa nei confronti del personale di servizio – scherzò, sottovoce.

– Puoi giurarci che è così – risposi io. – In compenso continuo a fidarmi degli amici, e li ringrazio quando vedo che si prendono tanta pena per me – conclusi, appoggiandogli una mano sul braccio.

Un sorriso sornione e un piccolo inchino furono la sua risposta.

– Buonanotte, signorina Irene.

– Buonanotte, Orazio, e grazie. Davvero.

Dette quelle parole, entrai nella mia stanza e mi chiusi la porta alle spalle. Mi sentivo stanchissima. E non riuscivo a pensare assolutamente a niente. Che cosa era accaduto là fuori? Il nostro biglietto aveva giocato un qualche ruolo nella soluzione del mistero? Mi sembrava improbabile, considerando quanto presto fosse giunta la notizia della fuga di Lemon. E tuttavia, chi poteva giurarci…

Il filo di quei pensieri confusi s’ingarbugliò fino a trasformarsi in un breve sogno, seguito da un sonno profondissimo.

Un sonno che fu tuttavia spezzato bruscamente qualche ora più tardi, quando mi risvegliai, di colpo, gridando.

Qualcuno aveva sparato. Un colpo fortissimo. Di sotto.

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