Afferrai le lenzuola. Era tutto buio. Nemmeno un raggio di luna entrava dalle finestre. Avevano sparato.
Uscii dalla mia camera e sentii dei passi sul pianerottolo. Una voce che mi chiamava. – Signorina Irene?
– Orazio?
Il signor Nelson e io scendemmo le scale, lentamente, e una volta in fondo alla rampa vidi una figura emergere dal buio, nel fioco alone di luce di una candela. Era papà, in vestaglia e con gli occhi ancora pieni di sonno.
– Che cosa è stato? – gli chiesi.
– Ralston… – mi rispose lui, stringendomi a sé, preoccupato.
Si udirono altri passi e delle voci.
Arrivarono il maggiordomo, anche lui in vestaglia, e altre persone della servitù.
Qualcuno spalancò una porta. Quella della sala da pranzo.
– Così impari a voler entrare in casa mia! – sentii gridare. Era la voce del signor Ralston.
Una donna strillò.
Il signor Nelson corse nella direzione dalla quale era giunto il grido, ma tornò poco dopo e avvisò mio padre, con voce baritonale: – Non c’è molto da vedere, signor Adler. Riportate su la signorina.
Al che io sfuggii alla presa di papà e sgusciai in sala da pranzo.
– Irene! – tentò inutilmente di fermarmi Leopoldo.
Ma io ero ormai entrata nella stanza in cui era stato sparato il colpo. Riuscii a vedere il signor Ralston in piedi sul tappeto, ancora con il fucile in mano. E, riverso ai suoi piedi, un uomo.
Il signor Lemon.
Accanto al suo corpo, una finestra aperta lasciava entrare la luce della luna, che gli illuminava le braccia protese in avanti.
Trasalii. Le sue mani erano bianche e affusolate. E mi parvero incredibilmente simili a quelle del misterioso carrettiere che mi aveva quasi investito qualche giorno prima.
Capitolo 19
QUASI UN’ALLUCINAZIONE
La mattina seguente, nel gran trambusto che agitò la dimora del signor Ralston, Lupin, eccitato quanto me per l’accaduto, mi raggiunse.
Anche l’ispettore Davis, arrivato in tutta fretta da Sidmouth, si precipitò a casa del nostro ospite, cosicché il mio amico e io potemmo udire (o forse sarebbe più giusto dire “origliare”) la ricostruzione degli eventi che il poliziotto fece alla presenza di Ralston e di papà, in un salottino appartato.
Innanzitutto l’ispettore tenne a precisare che il padrone di casa non doveva nutrire alcuna preoccupazione circa la propria posizione: anche se aveva ucciso un uomo, non c’era alcuna accusa di omicidio nei suoi confronti, dato che la legge britannica sulla proprietà privata lo tutelava completamente. Davis raccontò poi, in via confidenziale, che un costernato Lord Inglethorpe, la notte prima, era corso a riferire alla polizia ciò che aveva scoperto sul conto del signor Lemon, dopo che il valletto era scomparso improvvisamente da Ashfield Hall. Il domestico aveva un passato di giocatore d’azzardo, e molti più debiti di quanti ne avesse mai confessati al suo datore di lavoro. Quei fatti erano emersi quando Lord Inglethorpe, in seguito alla sparizione di Lemon, si era deciso a ordinare alla sua governante di perquisire l’alloggio privato del valletto e vi aveva scoperto delle cambiali nascoste tra le pagine di un libro e, soprattutto, un messaggio ricattatorio firmato con le iniziali N.N. Nathaniel Neele.
Tutte queste novità, affermava l’ispettore Davis, sembravano disegnare un quadro piuttosto chiaro della situazione: Nathaniel Neele, un uomo solitario, scrivano presso un notaio londinese, senza moglie né figli, ricattava Lemon, forse proprio in seguito a vecchi debiti di gioco, a cui lui aveva cercato di sottrarsi andando a servizio in un villaggio remoto dell’Inghilterra, dove sperava che nessuno sarebbe mai venuto a cercarlo. Vistosi sorpreso, con la sua vecchia vita che tornava a inseguirlo, Lemon aveva cercato di sbarazzarsi di Neele, nel modo più definitivo possibile.
E gli era andata decisamente male. L’ispettore non aveva ancora una spiegazione per l’irruzione di Lemon a casa Ralston, quella notte, ma ipotizzava un tentativo di furto per racimolare il più possibile prima di fuggire, probabilmente all’estero.
Era dunque così che finiva quella storia terribile. Papà, assai scosso da quanto accaduto, mi disse che subito dopo pranzo avremmo lasciato quel villaggio infernale per tornarcene a Londra. Non posso negare che anch’io fui sollevata all’idea di potermi ritrovare finalmente a casa.
– Domani ci incontreremo alla Shackleton Coffee House e Holmes ci dirà che la colpevolezza di Lemon per lui era del tutto ovvia! – scherzò Lupin.
Il mio amico e io ridemmo, ma in realtà non vedevamo l’ora di poter fare il punto con Sherlock su quell’ultima avventura, davanti a una tazza di cacao fumante.
Ci eravamo appena messi d’accordo per compiere insieme il viaggio di rientro a Londra, quando il maggiordomo del signor Ralston mi porse un vassoio d’argento sul quale era posata un piccola busta.
Era un messaggio da parte di Lord Inglethorpe, che si diceva affranto per come il nostro soggiorno a Hemyock si fosse trasformato in una sorta di incubo. Confessava, date le circostanze, di sentirsi in colpa per quanto accaduto e invitava me e Lupin per un tè alle undici, con preghiera di estendere l’invito anche a mio padre, per porgerci le sue scuse e salutarci prima della nostra partenza.
L’idea di poter rivedere un’ultima volta quell’uomo gentile e tormentato, ora che ogni sospetto su di lui era svanito, non mi dispiacque affatto. Mio padre invece si scusò e disse di voler rimanere tranquillo in casa a preparare i bagagli insieme al signor Nelson.
– Devo confessare che quell’uomo mi mette a disagio. Perché non ci vai con Arsène, Irene? Penso che Lord Inglethorpe non se ne avrà a male se affido a voi i miei saluti.
Il maggiordomo venne quindi rispedito indietro con la risposta e Lupin si trattenne a casa Ralston fino a quando giunse l’ora di recarci in visita ad Ashfield Hall.
Il maggiordomo ci accolse alla porta e ci condusse in un salotto, dove Lord Inglethorpe ci stava attendendo. L’uomo, non appena ci vide, si alzò dalla sua poltrona e ci invitò a sederci, ringraziandoci per avergli usato la cortesia di quella visita.
Mentre ci accomodavamo, il padrone di casa si profuse in mille scuse per i fatti orribili che avevano funestato il nostro soggiorno a Hemyock. Io gli risposi prontamente che non aveva proprio nulla di cui doversi scusare.
Una volta che fummo seduti, Lord Inglethorpe scosse il capo.
– Siete gentile a parlare così, signorina Adler – disse. – Ma non posso fare a meno di pensare che avrei dovuto capire quanto fossero gravi le difficoltà in cui si dibatteva Lemon.
– Non vi rimproverate, Lord Inglethorpe. La vita di una persona è spesso un segreto, anche per coloro che le vivono accanto – dissi, recuperando dalla memoria una frase letta in qualche romanzo.
Le labbra dell’uomo si piegarono in una smorfia vagamente simile a un sorriso.
– Immagino che sia proprio così, signorina Adler – ammise poi, mentre con un cenno ordinava che ci venisse servito il tè.
Mentre il suo volto si rasserenava leggermente, ci confessò che non era del tutto ignaro del passato del signor Lemon, ma che aveva voluto dargli una possibilità di riscatto. Aveva visto troppe vite rovinate per un errore commesso nel passato, in seguito al quale nessuno concedeva la possibilità di un rimedio. Vite di soldati, di giocatori, di folli innamorati.
– La vita dovrebbe sempre dare una seconda occasione – disse, con un’enfasi che mi sorprese.
Arsène si disse perfettamente d’accordo con lui.
Lord Inglethorpe, allora, per la prima volta, ci domandò qualcosa di più sulla nostra vita, su chi eravamo e che cosa facevamo. Mi sentii un po’ in imbarazzo nel raccontare parte del mio passato a una persona che sapevo avere avuto una storia così profondamente segnata dal dolore, come se tutto ciò che dicevo potesse suonare estremamente futile, in confronto.
E tuttavia, mentre parlavo, mi sembrò che quell’uomo mi capisse. Anche Arsène raccontò qualcosa di sé e io rimasi colpita da quella che mi parve una certa affinità che ci legava. Eravamo, per così dire, tre persone che non potevano guardare al proprio passato senza qualche inquietudine. Io, con il mistero della mia vera origine che ancora mi aleggiava intorno, Arsène, con la sua tormentata storia famigliare e i suoi problemi con la giustizia, e Lord Inglethorpe, con quanto gli era accaduto in guerra. Questa impossibilità di parlare di noi in modo semplice e chiaro, come invece era dato di fare alla maggior parte delle persone, in qualche modo ci avvicinò e creò una sorta di impalpabile complicità, che venne siglata, al termine del discorso, dallo stesso Lord Inglethorpe.
– Il tè non è forse la bevanda più indicata e io sono solo un vecchio rudere, ma spero mi concederete di fare a questo punto un piccolo brindisi al futuro – disse, sollevando in alto la sua tazza di porcellana. E mi parve che un lampo di soddisfazione balenasse nel suo sguardo.
Aveva appena portato la tazza alle labbra quando udii la porta alle mie spalle spalancarsi in modo brusco e fragoroso.
Rischiando seriamente di versare il tè sul tappeto, posai la tazza sul piattino e mi voltai in tutta fretta. La prima cosa a cui pensai fu un’allucinazione. Perché sulla soglia era appena comparso Sherlock Holmes.
– Stavate proponendo un brindisi al futuro, se non ho udito male, ma temo non sia affatto appropriato, signore! – esclamò il nostro amico, con voce tagliente.
Lord Inglethorpe scattò in piedi, sorpreso, e io e Lupin insieme a lui.
– Santi numi! Chi… chi siete, ragazzo? E… che cosa sta succedendo? – domandò.
Sherlock non era arrivato da solo. Con lui c’erano anche l’ispettore Davis, il suo assistente Murdoch e un altro agente in divisa. Tutti e tre decisamente trafelati.
Sherlock corse immediatamente da noi.
– Irene, Arsène! – disse. – State bene?
Io ero troppo sorpresa per replicare. Mi limitai ad annuire e a cercare di capire che cosa stesse accadendo.
– S… sì! Ma si può sapere che ci fai qui? – domandò allora Lupin, squadrando Holmes con tanto d’occhi.
– Sì, di grazia… – intervenne Lord Inglethorpe, adirato. – Qualcuno potrebbe degnarsi di spiegarmi il significato di questa barbara irruzione in casa mia?!
E dopo aver quasi gridato quelle parole lanciò un’occhiata terribile a Sherlock.
– Polizia di Sidmouth! – rispose seccamente l’ispettore Davis, facendosi avanti. – Siamo qui per l’assassinio del signor Nathaniel Neele.
– Per l’assassinio di… Oh! Ma il vostro comportamento è inaudito! – trasecolò il padrone di Ashfield Hall. – Ho già reso la mia deposizione, e qualora riteniate di dover…
– Ma non avete capito? – lo interruppe Holmes, senza alcun riguardo. – Potete finalmente smettere di recitare, Lord Inglethorpe. O forse dovrei chiamarvi con il vostro vero nome… ossia Benjamin Beresford?
Quel nome risuonò nella grande stanza di Ashfield Hall come un colpo di revolver. E non appena lo sentì, Lord Inglethorpe impallidì, mentre i segni della rabbia di poco prima svanivano dal suo volto solcato di cicatrici, che restò immobile e privo di espressione, come una vecchia maschera rovinata.
Capitolo 20
UN’INDAGINE LONDINESE
Tra i tanti ricordi che resteranno per me sempre legati al nome di Sherlock Holmes, quella sorprendente entrata in scena ad Ashfield Hall è senz’altro uno dei più vividi e più tenacemente impressi nella mia memoria.
Quel momento era, in realtà, il culmine di un’indagine che, proprio come avevo immaginato, Holmes aveva intrapreso non appena ritornato a Londra.
per quanto azzardate e fino a quel momento fatte solo di puro pensiero, avessero nondimeno il merito di sorreggersi l’una con l’altra e questo gli bastò per scendere dal treno a Victoria Station con umore eccellente, come un giocatore di scacchi che comincia a intravedere una possibile strategia d’attacco.
E se la prima intuizione, quella che riguardava l’assedio di Sebastopoli, non richiedeva altro che un messaggio da far recapitare a Mycroft, con la richiesta di svolgere una piccola ricerca negli archivi dell’esercito su Lord Edward Inglethorpe e Timothy Beresford, la seconda richiedeva un po’ di sana azione.
Così, ancor prima che arrivasse l’alba del lunedì, prima di entrare a scuola, mentre io dormivo in una stanza di casa Ralston e Arsène Lupin era appena tornato dal suo pedinamento notturno al signor Sheppard, Sherlock si era incamminato per le vie ancora buie della città e aveva raggiunto Amwell Street, nel distretto di Clerkenwell.
Holmes ci assicurò che si era trattato della passeggiata più soddisfacente di tutta la sua vita. Percorsa metà della via aveva infatti adocchiato, accanto alla porta che corrispondeva al numero civico 88, la vistosa targa d’ottone dello studio legale Archibald & Mallowan e, solo due porte più in là, quella più sobria dello studio medico del dottor Timothy Beresford.
Al numero civico 90, l’unico edificio che separava gli studi dei legali e del medico, campeggiava l’insegna rossa e dorata di un pub, il Three Feathers, che Sherlock si ripromise di visitare nel pomeriggio, quando fosse stato aperto.
Quello era già, in ogni caso, un piccolo trionfo! Agli occhi di un nemico giurato delle coincidenze, quella vicinanza tra i due studi era apparsa infatti come una conferma della sua intuizione, e in effetti Sherlock, a quel punto, sarebbe stato pronto a scommettere un braccio che dentro quel locale si celava qualcosa d’interessante ai fini dell’indagine. Intanto, il nostro amico volle approfittare di quel momento di grande calma per eseguire un piccolo sopralluogo non autorizzato nello studio del dottor Beresford.
Per sua fortuna, proprio come aveva immaginato, data l’indagine per omicidio ancora in corso, dopo la morte del dottore l’ufficio non era più stato toccato, e d’altro canto, trattandosi di un caso di secondo piano, il luogo non era presidiato dagli agenti. Forzare le semplici serrature, dopo i trucchi imparati dal suo amico Lupin, fu per Holmes un gioco da ragazzi.
Lo studio era piccolo, ma organizzato con precisione maniacale. Timothy Beresford era stato, in vita, un uomo estremamente ordinato, e Sherlock se ne compiacque: sebbene egli fosse l’esatto opposto, apprezzò la natura estremamente precisa e metodica del dottor Beresford, perché un simile ordine avrebbe fatto risaltare più rapidamente qualsiasi stranezza o anomalia.
E fu proprio così.
A Sherlock erano bastate poche rapide occhiate per notare un dettaglio: tra i farmaci meticolosamente stipati nella loro teca di vetro, mancava un unico botticino. Un rapido controllo nel minuzioso inventario che il dottore teneva nel cassetto sinistro della scrivania aveva poi rivelato che si trattava del flacone della cantaridina, una sostanza che assunta in certe dosi è un veleno mortale.
Il sopralluogo era durato ancora pochi minuti e l’unico altro elemento degno di interesse che ne era emerso era stato la minuscola agendina degli appuntamenti che il dottor Beresford portava abitualmente nel taschino del suo camice e sulla quale si poteva leggere che, proprio alla pagina del giorno in cui era stato ucciso, Timothy aveva annotato un appuntamento con qualcuno che veniva lì indicato, semplicemente, come B.