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作者:意- Irene Adler 当前章节:15490 字 更新时间:2026-6-22 20:19

A quel punto Holmes, veloce come un’ombra, era sgattaiolato fuori dallo studio di Beresford, badando di non essere scorto da nessuno, ed era corso verso la prima carrozza che aveva visto.

Il tempo guadagnato spostandosi in vettura gli era stato prezioso. Nei minuti che precedevano l’inizio delle lezioni era infatti riuscito a intrufolarsi nella biblioteca della St. Paul’s School per agguantare un dizionario di chimica, grazie al quale si era istruito a dovere su quella sostanza chiamata cantaridina.

Aveva scoperto che veniva estratta dalle ali di un insetto, la Lytta Vescicatoria, e che veniva utilizzata prevalentemente per il trattamento delle verruche. Ingerita, portava nel migliore dei casi a stanchezza, colorito pallido ed eccesso di sudorazione, nei peggiori a febbre, epistassi, dolori sempre più forti, eritemi cutanei e infine alla morte. Per scoprirne la presenza nel cibo, recitava il manuale, era sufficiente sciogliere un campione del cibo avvelenato in olio e passarlo su un coniglio spellato: la cantaridina avrebbe formato sulla pelle una serie di minuscole vesciche. E mentre il professore di latino sciorinava versi di Virgilio, Sherlock aveva ripensato a quello che gli avevo riferito: il pallore e il sangue dal naso figuravano infatti nella descrizione che io gli avevo fornito del signor Lemon, il valletto personale di Lord Inglethorpe. Una tessera in più di quel complicato mosaico, capace di mantenere alto l’umore del mio amico pur nella forzata lontananza dai luoghi dell’indagine in corso.

Sherlock aveva trangugiato un boccone per pranzo insieme alla famiglia e, con la scusa di andare a studiare da un non meglio precisato compagno di classe, era uscito immediatamente di casa, per tornare in Amwell Street. Era giunto il momento di una visita al pub Three Feathers.

Le aspettative di Holmes non erano state deluse. Tra le scure pareti di legno del locale il mio amico aveva infatti avuto modo di scoprire che sia il dottor Beresford sia il signor Neele erano affezionati clienti. Il dottore era divenuto un frequentatore più assiduo da quando aveva perduto la moglie, all’improvviso, un paio di anni prima. Il signor Neele, invece, era un cliente fisso da quando era stato assunto come praticante nello studio Archibald & Mallowan.

A quanto ne sapeva il proprietario del Three Feathers, i due dovevano essersi conosciuti proprio lì al pub, circa sei o sette mesi prima. Ed evidentemente dovevano essersi trovati simpatici, dato che avevano poi trascorso i tre mesi successivi allo stesso tavolo, in mezzo alle scartoffie, intenti a un “lavoro” di cui nessuno parlava apertamente ma che il signor Neele una volta, scherzando, aveva chiamato «la mia pensione».

L’oste pensava che avessero in progetto un romanzo, dato che passavano il tempo a confabulare e a scrivere. Era in realtà il signor Neele che portava carta e penna e trascriveva ciò che il dottore gli diceva. Una lunga, lunghissima storia, a quanto pareva, di cui nessun altro al Three Feathers sapeva alcunché.

Una volta venuto a conoscenza di quei dettagli, Sherlock non aveva più avuto dubbi: qualunque cosa ci fosse stata scritta su quei fogli, aveva molto probabilmente condotto alla morte il dottor Beresford e il signor Neele.

L’ultima tappa di Holmes, in quel frenetico ed esaltante pomeriggio, era stata a Whitehall, nell’ufficio di suo fratello Mycroft. Il fratello maggiore di Sherlock aveva sempre guardato con una certa perplessità a quelle che chiamava, non senza una punta di sarcasmo, le nostre «attività ricreative». In quell’occasione, tuttavia, il quadro che Sherlock gli aveva tratteggiato nel suo messaggio era bastato a convincerlo della serietà dell’intera faccenda e il reperimento delle informazioni era avvenuto con la massima speditezza.

Quando il nostro amico era arrivato nell’ufficio del fratello, un faldone colmo di fogli ingialliti lo attendeva già su un tavolino. E da quelle vecchie carte era emersa la più sconcertante delle verità.

– Ma forse il signor Beresford vuole raccontarci la sua storia di persona… – concluse Sherlock, posando uno sguardo freddo sull’uomo che fino a quel momento avevamo chiamato Lord Inglethorpe.

– Voi farneticate, ragazzo mio! E io non ho alcuna intenzione di restare qui a farmi oltraggiare! – urlò lui. E fece per alzarsi dalla poltrona, ma l’ispettore Davis e il suo assistente furono più veloci.

– Non provate a fare neppure un passo, Beresford! – lo ammonì quest’ultimo, puntandogli contro una rivoltella. Dunque anche i poliziotti lo chiamavano con quel nome! Io guardai Lupin, esterrefatta, e mi accorsi che il mio amico non era meno sbigottito di me.

– Parla tu, figliolo… – disse l’ispettore dopo qualche istante di silenzio, indirizzandosi a Sherlock con un cenno del mento.

Il mio amico fece un profondo respiro e annuì. Si voltò quindi verso il quarto uomo che si era presentato con loro e si fece passare una serie di carte d’archivio dell’esercito di Sua Maestà.

– Questi documenti sono rimasti sepolti sotto la polvere per anni – riattaccò Holmes. – Vecchi certificati di arruolamento, innanzitutto, che raccontano come iniziò…

Lord Inglethorpe parve ruggire, sulla poltrona dove era costretto a sedere dalla minaccia della pistola dell’agente Murdoch. Ma Sherlock non si fece impressionare.

– In seguito alla richiesta di recuperare dall’archivio dell’esercito i documenti riguardanti il medico militare Timothy Beresford, ho avuto subito una grande sorpresa. Nello stesso reggimento di fanteria con cui Timothy combatté in Crimea nel 1854, il secondo, era arruolato un altro soldato di nome Beresford, un sottotenente per la precisione, nato nello stesso villaggio, lo stesso anno di Timothy. Si trattava di suo cugino, ossia il qui presente Benjamin Beresford…

– Taci, stupido ragazzino! Prima che ti chiuda la bocca con un pugno! – gridò l’uomo seduto in poltrona. – Sei riuscito a convincere, non so come, questi due stupidi poliziotti a dare retta alle tue farneticazioni… Ma ora dovrete pagare tutti le conseguenze di questo affronto! Il mio nome è Edward Burton Inglethorpe, ottavo barone di Hemyock. Nel secondo reggimento c’ero eccome, in qualità di ufficiale, e pare che io vi debba ricordare che sotto le mura di Sebastopoli ho quasi perso la vita!

L’uomo era fuori di sé e l’agente Murdoch dovette mettergli bruscamente una mano sulla spalla per farlo tornare a sedere, mentre gli puntava la pistola a un palmo dal volto.

Sherlock attese pacatamente la fine di quella sfuriata, quindi riprese a parlare, imperturbabile.

– Nel corso del 1855, con l’intensificarsi della guerra, Benjamin fu fatto assistente di campo di un giovane ufficiale, il capitano Edward Burton Inglethorpe, per l’appunto, nella cui casa ora ci troviamo. Fu così che, nelle lunghe notti dell’assedio di Sebastopoli, Beresford divenne il confidente del capitano. Egli venne a conoscenza della sua vita solitaria ad Ashfield Hall, senza più una vera famiglia, e di tutto ciò che Lord Inglethorpe gli volle raccontare. Dovevano essere giornate terribili, nessuno lo nega, e dovevate avere ancora negli occhi l’immagine dei vostri commilitoni falciati dall’artiglieria russa. Piani sempre più difficili da realizzare si susseguivano l’uno all’altro e il morale delle truppe assedianti era sempre più basso. Si poteva morire da un momento all’altro, e senza nessun motivo. Non è vero, signor Benjamin?

– Smettila di chiamarmi Benjamin, ragazzino! – tuonò l’uomo in poltrona. – Tutti sanno che io sono Lord Edward Inglethorpe!

A quel punto Sherlock scosse il capo, piegando le labbra in un sorriso amaro. Lo vidi fare un passo indietro e per un attimo pensai che si stesse arrendendo.

Con immensa sorpresa di tutti i presenti, Holmes si chinò invece su un tavolino e, con un gesto improvviso, afferrò un vecchio ninnolo d’argento a forma di gufo, che lanciò verso l’uomo seduto in poltrona.

E l’uomo l’afferrò, d’istinto, con la mano destra.

– Se ciò che dite fosse vero, signore, ora avreste usato la mano sinistra, come avrebbe fatto qualsiasi mancino, compreso il fanciullo ritratto alle vostre spalle, che regge la lente d’ingrandimento proprio con la sinistra e osserva i francobolli con lo stesso occhio. Quello nel dipinto è infatti il vero Lord Inglethorpe, un uomo con il quale voi avevate in comune la statura e il colore dei capelli, ma non il fatto di essere mancino. Differenza confermata dalle vostre schede di arruolamento – disse Holmes.

Io guardai l’uomo in poltrona mentre lasciava cadere in terra il gufo d’argento e mi accorsi che le parole di Sherlock stavano smuovendo qualcosa nel suo animo. Qualcosa di tanto tremendo che quel che ne stava affiorando sul suo volto bastava a darmi i brividi. I suoi occhi si erano fatti vitrei e la sua bocca tremava, così come le mani.

– Lord Inglethorpe non era però un disertore, mentre voi sì. Ma quello che ancora non mi è chiaro è: che cosa fu a farvi scappare? Un assalto andato male? Un’esplosione? Cosa? – lo incalzò Sherlock, a quel punto, con parole che mi parvero suonare come un colpo di grazia.

– …La scheggia di un mortaio – mormorò l’uomo. E, con terribile lentezza, si passò una mano sul volto sfregiato dalle cicatrici.

Sherlock, implacabile, annuì. E aspettò.

Seguì un silenzio così cupo e opprimente che io ebbi per un istante l’impressione di soffocare.

Fu allora che l’uomo seduto in poltrona smise di tremare e si lasciò andare contro lo schienale. E fu chiaro a tutti che ora sarebbe stato lui a proseguire quello spaventoso racconto.

Capitolo 21

SOTTO I BASTIONI DI SEBASTOPOLI

– Durante uno di quegli assalti nei quali ci mandavano allo sbaraglio, venni colpito al volto da una scheggia. La ferita era superficiale, mi dissero, e secondo loro dovevo ritenermi fortunato, poiché non ero in pericolo di vita. Fortunato, ebbero il coraggio di dire, quelle canaglie! Ma il mio volto non c’era più. Mi sembrava di non essere più nessuno… E così, dopo avere provato l’orrore della guerra nella mia stessa carne, smisi di credere a tutte le fandonie sull’onore e il valore con le quali ci riempivano la testa per mandarci al macello. Ma la guerra continuò e il 6 giugno del 1855, in quello che poi si chiamò il terzo bombardamento di Sebastopoli, fummo coinvolti in una sortita – raccontò l’uomo seduto in poltrona, con voce del tutto priva di espressione. – Dovevamo cercare di conquistare il bastione di Redan, uno dei tre che i nostri generali giudicavano di vitale importanza per prendere la città. L’enormità di quel bastione è qualcosa che ancora mi capita di sognare, di tanto in tanto. Noi avremmo attaccato il Redan, i francesi gli altri due: il Gran Redan e il Malakoff. Fu un disastro. Una disfatta. Un massacro dove persero la vita mille e cinquecento soldati come me. Fu allora che abbandonai la mia pattuglia per mettermi in salvo. Disertai, come è stato detto. E non me ne vergogno affatto. In ogni caso, dopo l’attacco di Redan, furono i russi a contrattaccare – proseguì – passando dal fiume della Cernaia. Lord Inglethorpe fu mandato, con alcuni uomini, in appoggio ai generali francesi e piemontesi che si trovavano laggiù, ma il piccolo contingente non arrivò mai a destinazione, poiché rimase vittima di un’imboscata, appena sotto i bastioni di Malakoff…

– Malakoff! – mormorai, ricordandomi le parole di Lady Westmacott.

– E questa è la fine della storia – concluse l’uomo, chiudendo gli occhi.

Tutti noi guardammo Sherlock Holmes.

– La fine di una storia e l’inizio di un’altra – soggiunse il nostro amico. – Perché proprio in quell’imboscata Lord Inglethorpe restò ucciso e Benjamin Beresford, il disertore, che si trovava nascosto da qualche parte nelle vicinanze, assistette alla scena. Come ho detto, e come confermano i documenti, Beresford aveva più o meno la stessa corporatura di Lord Inglethorpe e i capelli di un colore simile. In tutto questo il sottotenente scorse una possibilità di salvezza…

Sentii il brivido di poco prima tornare a percorrere la mia pelle, raggelandomi.

– Aveva anche lui il volto sfigurato da una terribile ferita – proseguì Sherlock, mentre Lord Inglethorpe si nascondeva il volto tra le mani. – E così si levò la divisa e indossò quella da ufficiale di Lord Inglethorpe.

Sherlock fece un profondo respiro.

– Quando il cugino Timothy, l’unico, nell’ospedale da campo, a poterlo fare, lo riconobbe, Benjamin gli svelò il suo piano e lo supplicò di non parlarne con nessuno. «Se riveli chi sono mi manderai davanti al plotone di esecuzione!» deve avergli detto…

Lentamente, sempre con il volto nascosto dalle grandi mani nodose, Lord Inglethorpe annuì.

– La decisione era presa: Benjamin Beresford avrebbe assunto l’identità di Lord Inglethorpe, un uomo di cui peraltro sapeva molto, date le confidenze che si erano fatti. Sapeva che non aveva più genitori, che non aveva moglie, né fratelli, e confidava che nessuno dei servitori o dei lontani parenti si sarebbe stupito di trovarlo molto cambiato, dopo un’esperienza di guerra terribile e una gravissima ferita alla testa. E così fece. Suo cugino, il ligio, tranquillo, onesto Timothy, venne messo a durissima prova dalla situazione, ma sapendo che a un disertore sarebbe toccata la morte accettò di non rivelare nulla. Lasciò che Benjamin Beresford potesse rientrare in patria come Lord Edward Inglethorpe e andasse a vivere nella tenuta di Ashfield Hall, a Hemyock, nel Devonshire.

– E poi? – domandò Arsène, sgranando gli occhi. – Che cosa accadde?

Sherlock si strinse nelle spalle.

– Accadde che questo piano, tanto audace da rasentare la follia… funzionò. Benjamin, servendosi di tutti i dettagli appresi attraverso le confidenze del vero Inglethorpe, trascorse una lunga e silenziosa convalescenza, fino a farsi accettare senza difficoltà dal resto della famiglia e dai locali. L’unico “incidente di percorso” fu rappresentato dal povero Millsap, il vecchio servitore divenuto custode di Ashfield Hall. Fu l’unico in grado di accorgersi che dalla Crimea era tornato un impostore e non il suo vecchio padrone. E pagò con la vita.

– Era un vecchio maledettamente testardo – intervenne Benjamin Beresford a quel punto, con una voce bassa e ruvida che pareva arrivare dalle profondità dell’inferno. – Non lo avrei ucciso, se non mi ci avesse costretto.

– Costretto, dite? – incalzò Holmes. – Immagino allora che potreste affermare la stessa cosa di vostro cugino Timothy, che di ritorno dalla Crimea aprì il suo studio medico anche grazie ai denari di Lord Inglethorpe che voi metteste a sua disposizione. Vostro cugino, tuttavia, cominciò molto presto a provare un fortissimo rimorso per quanto avevate fatto. E il rimorso divenne un’autentica ossessione dopo la morte della moglie, avvenuta un paio di anni or sono. La sua mente fu soggiogata dall’idea che quel triste evento altro non fosse che il castigo per le sue colpe. Progressivamente, la sua mente si fece sempre più instabile, e Timothy si convinse che l’unico modo per liberarsi dalla persecuzione del destino fosse che lui e suo cugino Benjamin confessassero tutto.

Beresford riaprì gli occhi e lasciò che il suo sguardo si posasse prima sui due poliziotti, poi sul funzionario in nero e infine su Sherlock, mentre un ghigno allucinato si disegnava sulle sue labbra.

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