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作者:意- Irene Adler 当前章节:15370 字 更新时间:2026-6-22 20:19

– La stessa cosa che fai tu, direi! – rispose Holmes, avvicinandosi. Aveva anche lui in mano un libro e Arsène, quando se ne accorse, cercò di ricacciare il suo in fondo alla tasca. – Fai vedere!

– Avevi detto che non saresti venuto! – replicò Arsène.

– E tu che l’idea di regalarle un libro per il viaggio era una stupidaggine! – ribatté Sherlock.

– Dipende dal libro!

– Dipende da quel che dici!

Sembravano due vecchie oche dal collo lungo che litigano per il loro posto sotto il salice piangente. E quando capii cosa era successo, non potei fare a meno di ridere.

– Ragazzi! Ragazzi! – esclamai, fermandoli. Mi infilai in mezzo alle loro braccia, che avevano cominciato a mulinare l’uno in direzione dell’altro. In breve, mi trovai abbracciata da tutti e due e abbracciai entrambi, facendoli smettere. Il naso di Sherlock che mi sfiorava da un lato del viso e il mento di Arsène dal lato opposto. Stringevo le loro schiene magre, nervose, allontanandole e avvicinandole al tempo stesso.

– È stato…

– Lui ha detto…

– Non avrebbe dovuto…

– La mia idea!

Si dibatterono ancora per un istante.

– Ragazzi – sussurrai a quel punto. – Sono contenta che siate venuti entrambi alla stazione per salutarmi. Ma non sto certo partendo per sempre. Sarà solo una piccola vacanza… e nemmeno per me, ma per mio padre.

Solo allora i due sembrarono accorgersi di quanto eravamo vicini, e nel bel mezzo della Victoria Station di Londra. E i loro corpi si irrigidirono in un sensibile imbarazzo.

– E sono soprattutto molto contenta che mi abbiate portato ciascuno un libro… – aggiunsi, allora, sciogliendo la presa e lasciandoli liberi. Guardai prima Sherlock e poi Arsène e continuai: – Sperando solo che non sia lo stesso!

– Non credo proprio – disse Sherlock.

– Oh, certo che no – rincarò Arsène.

Un treno, alle nostre spalle, fischiò. E una voce, questa volta sì, quella del signor Nelson, chiamò: – Signorina Irene? Signorina Irene!

– Posso… riceverli…? – domandai ai miei due amici, rigidi come le guardie di Buckingham Palace.

Mi consegnarono i libri, entrambi rilegati in marocchino rosso, tenendoli entrambi con la copertina rivolta verso il basso.

Si guardarono.

Io afferrai i libri, ne lessi velocemente i titoli e sorrisi.

– Allora? – mi domandò Arsène. – È lo stesso?

– Vigliacco! – lo apostrofò Sherlock.

– Tranquilli! Sono due libri diversi – li rassicurai. – Ed è una benedizione, considerando quanto può essere noiosa la campagna!

– Sì, ma… – accennò Lupin.

– Sssh! Basta litigare! – lo interruppi, guardando poi entrambi con un’espressione buffamente severa. Avevo il cuore leggero come un fascio di piume. – Siete stati due tesori… –. Diedi un lungo bacio sulla guancia prima a uno e poi all’altro, mentre facevo sparire i due libri sotto il mio cappotto.

Poi mi voltai e, per la prima volta raggiante dall’inizio dell’anno, corsi lungo il binario, là dove tuonava la voce del signor Nelson.

Capitolo 5

VERSO IL DEVONSHIRE

– Guarda qui, Orazio! Guarda che notizia! – esclamò poco dopo mio padre, stropicciando il giornale che stava leggendo.

Eravamo tutti e tre alloggiati nello stesso scompartimento da quattro, nonostante le rimostranze del signor Nelson, che avrebbe trovato più opportuno sedere in un’altra carrozza, e le ultime case della periferia di Londra scorrevano pigramente lungo i binari. Il cielo, avvicinandoci alla campagna, si andava facendo via via più terso, anche se di lì a un paio d’ore (erano quasi le tre) sarebbe diventato buio. Dunque era vero quanto scrivevano alcuni pensatori, che l’aria di Londra era particolarmente densa di fumo e tratteneva il maltempo sulla città?

Temevo che l’esclamazione di mio padre fosse stata scatenata dalla stessa notizia che Sherlock ci aveva segnalato alla Shackleton, ma niente di più sbagliato. Leopoldo aveva individuato un trafiletto minuscolo in cui si diceva che la signora Charlotte E. Ray era la prima donna di colore a essersi laureata in legge all’Università di Howard.

Il signor Nelson lesse il trafiletto e annuì, soddisfatto, senza peraltro aggiungere una sola parola.

– Il progresso, Irene! L’umanità… – Leopoldo si prese il mento tra le dita e restò così, come sorreggendolo, a guardare fuori dal finestrino. Poi, dopo che qualche pensiero gli venne e gli sfuggì, mi domandò: – Cosa stai leggendo, tu, invece?

– Oh, io… – accennai, con un certo imbarazzo. I due libri dei miei amici erano appoggiati sul sedile del treno, l’uno accanto all’altro. E almeno uno dei due era considerato piuttosto sconveniente, per una ragazzina della mia età.

– Io, signore, sto leggendo… Varney il vampiro, o Il banchetto di sangue – rispose per me il signor Nelson, fingendo che quel libro fosse suo. – Del signor James Malcolm Rymer.

Come previsto, mio padre fece una smorfia di disgusto. – Oh mio Dio, Orazio… Come puoi riempirti la testa di simili baggianate?

– È un semplice passatempo, signor Adler – rispose lui. – Una lettura di distrazione.

Leopoldo annuì, incapace però realmente di comprendere l’idea di leggere per semplice piacere personale.

Sollevai l’altro libro, rapida. – La donna in bianco, Wilkie Collins – dissi. – Una storia ambientata in campagna…

– Ah – rispose mio padre. – Davvero perfetta, per dove siamo diretti.

Non mi parve il caso di specificare di cosa la storia davvero parlava.

Mentre il treno proseguiva la sua corsa nel verde, mi lasciai andare alle pagine del libro, domandandomi chi dei due me l’avesse regalato. Una frase mi colpì tanto da farmela annotare al margine del volume. Il protagonista, come capitava a me in quell’esatto momento, aveva “la vaga sensazione di aver perduto all’improvviso familiarità con il passato, senza per questo essere riuscito a far chiarezza in merito al presente o al futuro”. Era un modo assolutamente perfetto per descrivere il mio stato d’animo, dopo la recente visita di mia madre Alexandra Sophie.

Ci voleva davvero un po’ di aria di campagna, mi dissi. E alberi, boschi, cespugli e bestie che correvano a nascondersi dietro i tronchi muschiosi, osservandoti poi con quella meravigliata paura che gli animali hanno nei confronti degli uomini.

– Orazio? – domandai al maggiordomo, quando il treno accennò a fermarsi. – Posso farti una domanda?

– Certamente, signorina Irene.

– Nei giorni scorsi, ti è capitato per caso di incrociare il mio amico Sherlock Holmes… –. Esitai, indecisa su come proseguire.

– Travestito da postino? – terminò per me il signor Nelson. Poi scosse il capo. – No, signorina Irene. Non mi è capitato affatto.

Il treno ebbe un guasto all’altezza di Taunton, a causa del quale arrivammo a destinazione con un paio d’ore di ritardo, e con il cielo ormai completamente scuro. Scendemmo solo noi dal treno, e ci ritrovammo in una minuscola stazione, formata poco più che da un’unica casa. Il buio della campagna era così fitto che faticammo a individuare, dall’altra parte dello spiazzo su cui si affacciava la stazioncina, una piccola carrozza in attesa. Ne proveniva un dolce rumore di russata: evidentemente il conducente inviato dal nostro ospite aveva rinunciato a controllare a quale ora il treno sarebbe arrivato e si era avvolto nella coperta, sdraiato sui sedili.

Il signor Nelson lo svegliò senza tanti complimenti e quello, nel vedersi accanto quel gigante nero, credette con buona probabilità di essere finito dritto dritto all’inferno. Ma poi, un volta sveglio, si profuse in una serie di scuse e di inchini e insistette per caricare personalmente tutte le nostre valigie sul calessino, cosa che il signor Nelson gli lasciò fare senza intervenire. Ci avviammo lungo una stradina senza luci, fiancheggiata da due file di alte siepi, al di là delle quali si intuiva la presenza di ampi prati coronati da alberi secolari. Imboccammo un viottolo dove i rami si intrecciavano sopra le nostre teste, formando come una galleria trapuntata di stelle, e poi attraversammo quello che doveva essere il villaggio vero e proprio di Hemyock: un pugno di case di pietra con altissimi comignoli in funzione, la luce di candele di una locanda da cui proveniva una certa aria di festa e un fiume mormorante, appena oltre il ponte arcuato. Le colline intorno erano poco più che ombre indistinte, stagliate contro il cielo limpido e scuro, fatta eccezione per una grande magione, illuminata da fuochi, dal lato opposto rispetto a dove eravamo diretti.

– Quella è Ashfield Hall – ci spiegò il conducente. – La residenza di Lord Inglethorpe.

– E c’è forse una festa? – domandai, vedendo tutte quelle luci.

– Non ancora, ma immagino che stia mettendo a punto gli ultimi preparativi… – continuò il conducente, piuttosto misteriosamente, indirizzando il cavallo verso un ampio cancello oltre il quale si stendeva un viale di ghiaia. Pochi minuti, e ci fermammo davanti alla bella casa di campagna del nostro ospite.

Capitolo 6

UN UOMO SOPORIFERO

Ad accoglierci sulla porta c’era il suo maggiordomo, in quello stato di rispettoso malumore che caratterizza i domestici inglesi. Nonostante il suo ruolo gli prescrivesse di rimanere impassibile in ogni circostanza, alla vista del signor Nelson l’uomo si concesse di alzare un sopracciglio, assumendo un’espressione sorpresa. Evidentemente, in quelle isolate campagne l’aspetto del nostro fidato maggiordomo risultava ancora piuttosto insolito, e in effetti durante i giorni della nostra permanenza a Hemyock non potei fare a meno di notare quanto il signor Nelson, con il suo perfetto contegno e la sua discreta eleganza, risultasse ai miei occhi ben più nobile degli altezzosi domestici di casa Ralston, nonché del padrone di casa stesso.

Consapevoli del nostro ritardo, avanzammo lentamente attraverso alcune stanze tenebrose.

– Temo non avremo il tempo di cambiarci per la cena… – sussurrai all’indirizzo di mio padre.

Lui nemmeno mi rispose. Il nostro sussiegoso maggiordomo ci spalancò quella che doveva essere la porta della sala da pranzo e ci introdusse in una vasta sala piena di specchi, dove ruggiva la fiamma di un grande camino e un’unica figura sedeva, piuttosto sconsolata, all’estremità di una lunghissima tavola imbandita.

– Signor Ralston, i signori Adler… – annunciò con un lieve inchino.

Poi fui abbagliata da un doppio riflesso: quello dell’oro delle cornici alle pareti e quello d’argento della posateria sulla tovaglia.

– Mi raccomando, signorina Irene… sapete quanto i nobili di campagna tengano alle formalità… – mi mormorò a quel punto Orazio, staccandosi da noi per restare là dove il suo ruolo gli consentiva. – Cercate di comportarvi da signorina ammodo.

Mi voltai per scambiare con lui un sorriso e poi seguii mio padre fino alla tavola del signor Ralston.

– Leopoldo! – esclamò quest’ultimo, a voce un tantino troppo alta.

– Clarence! – lo ricambiò mio padre, procedendo verso di lui con le mani tese in avanti, come a volergliele stringere entrambe.

Invece si ritrovò abbracciato dal vecchio amico e reagì, con un qualche affanno, con un paio di pacche sulla schiena.

– Quanto tempo è passato, eh?

– Già! Quanto?

– Quindici anni? Di più? –. I due si guardarono negli occhi, a lungo, ma senza una reale profondità, e poi il signor Ralston si rivolse a me. – E dunque tu devi essere la giovanissima Irene.

– Dipende dai punti di vista – gli risposi, con un mezzo inchino e un sorriso affabile. – Presso gli indigeni del Madagascar, quattordici anni è l’età del matrimonio.

Lo vidi paralizzarsi per un attimo e avvertii lo scricchiolio del legno sotto i piedi di mio padre. Fu questione di un secondo, poi il signor Ralston ci rallegrò con una potente risata, mi afferrò per una mano e mi condusse a quello che sarebbe stato il mio posto al tavolo. Non mi scostò la sedia e questo confermò la mia prima impressione: l’amico di mio padre non era affatto un nobile decaduto, di antico lignaggio, magari impegnato a bruciarsi i capitali di famiglia in qualche nuovo ritrovato della tecnica o in un bizzarro brevetto. Niente affatto: era un commerciante o un industriale che aveva fatto i soldi, aveva acquistato la casa in cui viveva e si era insediato in campagna vivendo di rendita, scimmiottando i modi dei nobili, mostrandoli, anziché viverli, e tradendo però, a ogni gesto, la sua origine borghese. La quale naturalmente non avrebbe in sé nulla di male, se non il fatto stesso di volerla nascondere fingendosi ciò che non si è.

Come me ne fossi accorta al primo ingresso nella stanza, francamente, non avrei saputo dirlo, ma fu come per una cuoca che, al solo entrare in una cucina e con un unico sguardo, capisce cosa sta bruciando e dove occorrerebbe aggiungere urgentemente del sale. Per sostenere la sua sceneggiata il signor Ralston avrebbe dovuto per prima cosa imparare a stare zitto. Invece, dopo un altro paio di tentativi falliti di intercettare le mie simpatie, vi aveva rinunciato e si era concentrato sul mio povero padre, bombardandolo di notizie e fatti per lo più privi di interesse, che denotavano la ristrettezza dell’orizzonte che gli riusciva di osservare. E se risultava evidente a me, chissà quanto mio padre si stava maledicendo per aver accettato l’invito di quell’uomo così diverso da lui.

Ma i motivi per cui quella vacanza nella placida campagna del Devonshire si sarebbe rivelata tutt’altro che riposante ci erano, quella sera, ancora ignoti.

Il personale ci aveva appena servito un secondo di selvaggina, forse fagiano, con contorno di purè di carote e pastinache, quando il signor Ralston ci domandò se avessimo notato le luci alla tenuta di Ashfield Hall.

– Altroché se le abbiamo notate… – rispose mio padre, a cui il vino rosso, generosamente servito dal padrone di casa dopo averne decantato il prezzo, aveva colorito le guance di una bella tinta rubizza. – Sembrerebbe che si prepari davvero una gran bella festa.

Il signor Ralston rise di gusto, quasi facendosi andare il boccone di traverso.

– Oh! Leopoldo! Che sagoma che sei! Una festa, dici? Ma come! Non ti ricordi cosa ti ho scritto?

Mio padre andò visibilmente in confusione e appoggiò le posate sul bordo del tavolo. Forse davvero non lo ricordava… Oppure non vi aveva creduto.

– Ma non dirai sul serio…? – domandò, lentamente.

– Sì, invece! – ruggì l’amico. – Non mi chiedere come, ma quel diavolo di Lord Inglethorpe c’è riuscito! Ha convocato Lord Trelawney in persona, sai… Lord Trelawney, il Maestro di Caccia di Dartmoor, e ha ottenuto da lui un permesso speciale, non oso pensare quanto gli sia costato, per convocare una caccia alla volpe fuori stagione. Non hai notato l’animazione che c’è in paese? Si aspettano più di dodici mute, ottanta invitati, forse cento… E naturalmente… poteva mancare in questa occasione il tuo vecchio amico Clarence?

Mio padre accennò un timido sorriso. – Poteva mancare?

Certo che no, pensai, invidiando il suo bicchiere di vino. Non avevo mai bevuto alcol, prima di allora, ma sapevo che era una bevanda che poteva indurre sonnolenza. E di quella avrei avuto bisogno, per sopportare il tenore di quella conversazione.

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