– Certo che no! – esclamò, come da copione, l’amico di mio padre. – E poiché ogni invito alla caccia è per due persone… Eccoti qui!
– Oh, ma, Clarence… in realtà… è passato molto tempo da quando… –. Mio padre si grattò la testa, confuso. E vederlo così fu per me una novità. Lo conoscevo allegro, complice, arrabbiato, distante, triste, ma non mi era mai capitato di osservarlo fare i conti con la propria indecisione. Mi venne voglia di domandargli da cosa era passato molto tempo. In che modo si erano conosciuti, quei due? Non lo sapevo… Ma temetti che in quel momento una simile domanda da parte mia sarebbe stata inopportuna. Perlomeno, avrebbe rivelato che mio padre Leopoldo non mi aveva mai parlato granché del nostro ospite, né io, ricevuto l’invito, mi ero premurata di interessarmene.
– Leopoldo, cosa sento mai! Con la tua abilità di cavallerizzo!
A questa rivelazione, sbottai. – Tu, papà? Ma davvero?
– Oh, be’… niente di che… cioè sì, ero bravo, ma…
– Bravo? Bravo? Altro che bravo! – lo interruppe Ralston. – Tuo padre era un fenomeno! E se non fosse stato per quella caduta, non è vero, Leopoldo? Fu il ginocchio, giusto?
Mio padre annuì.
– E così, addio gare importanti.
Era la prima volta che sentivo accennare a quell’aspetto della vita di mio padre e in cuor mio sperai che Ralston continuasse il racconto, ma mio padre non sembrava della stessa intenzione.
– Sei davvero molto gentile, Clarence, ma non credo di aver voglia di partecipare a una caccia alla volpe in piena regola, dopo tutti questi anni.
– Papà! – esclamai. – E perché no? Voglio dire…
Mi interruppi, confusa, e non aggiunsi altro. Ero combattuta: da un lato mi piaceva l’idea di vedere mio papà a cavallo, dall’altro mi sentivo totalmente contraria a quel genere d’attività.
– Hai sentito cosa dice tua figlia?
Mio papà mi guardò. «Puoi andare, se ti fa piacere» provai a dirgli, con gli occhi.
– Il fatto è, Clarence, che Geneviève… voglio dire, mia moglie… era del tutto contraria alla caccia alla volpe. L’ha sempre considerata una barbarie tipicamente inglese.
– La caccia alla volpe, signori, è lo sport fondativo della nostra nazione – sentenziò a quel punto il signor Ralston. – Se non ci fosse, le fattorie e le campagne sarebbero in decadenza, e il capitale che i nobili e i più facoltosi borghesi ci investono sarebbe speso all’estero. Ci sono centocinquanta mute di cani nella sola Inghilterra. E per ogni muta ci sono almeno cento cavalli. La vita media di un cavallo da caccia è di cinque anni, il suo prezzo medio cento sterline, e questo significa che ogni anno i cacciatori spendono trecentomila sterline con coloro che si occupano degli animali, ovvero i contadini. Non è vero, Leopoldo? La caccia alla volpe è uno sport per uomini che amano la loro terra, non come questi giovanotti che fanno colazione al mattino a Londra e poi pranzano nel Leicestershire, viaggiando con la ferrovia. La caccia alla volpe produce ricchezza: direttamente, tramite l’industria del cavallo, e indirettamente, tramite la circolazione del denaro di tutti i partecipanti, come accade in questi giorni giù al villaggio, grazie a questa occasione così fuori del comune. Non sei d’accordo, Leopoldo?
Mio padre indugiava, ora, con in volto l’espressione offuscata, che gli conoscevo ormai bene, che il pensiero di Geneviève gli provocava.
– Forse bisognerebbe chiedere alla volpe se è d’accordo… – bisbigliai, tra me e me.
– Come hai detto, tesoro? – mi domandò mio padre.
Sollevai il capo, di scatto. – Riflettevo sulle parole del signor Ralston, papà.
Lo vidi incrociare le mani davanti alla bocca, e capii, da quel gesto, che avevo il via libera per proseguire.
– E mi domandavo se anche una donna, o meglio una ragazza, possa prendere parte a questo passatempo.
Come prevedevo, il signor Ralston scosse vigorosamente il capo. – Nessuna signora dovrebbe cacciare se prima non sa cavalcare, il che significa, beninteso, non semplicemente stare in sella, ma saper portare qualsiasi tipo di cavallo, galoppare, saltare le staccionate e gli ostacoli, saper dividere i cani quando si azzannano e… resistere allo sfinimento di un lungo inseguimento.
– Mi risulta, però, che la regina Anna, moglie di Riccardo II, fosse un’eccellente cacciatrice… – replicai, a voce bassa.
Il volto del signor Ralston si imporporò. – Sì, ma… quello era il quattordicesimo secolo!
– E quindi?
Lui brandì il bicchiere ed esclamò: – La caccia alla volpe è un istinto naturale dell’uomo; dell’uomo, questo è! E quello che è salsa per i paperi non può anche essere salsa per le oche!
– Ma poiché paperi e oche sanno entrambi nuotare… – ribattei a quel tradizionale proverbio di campagna – credo che anche una donna potrebbe andare a caccia, tanto quanto un uomo. E comunque non importa, signor Ralston. Non avrei la minima intenzione di partecipare alla vostra caccia, mentre mi farebbe piacere che mio papà accettasse.
– Ah! I giovani d’oggi! – esclamò il signor Ralston, lasciando di scatto e con poco garbo la sua postazione da capotavola per puntare verso il camino acceso. – Santo cielo, i giovani d’oggi! Un sigaro, Leopoldo?
Mio padre mi guardò, divertito.
– E non osare dirmi che non fumi più neppure i sigari, eh? – tuonò un’ultima volta il signor Ralston, prima di abbandonarsi di peso sopra una poltrona Chippendale da duecento ghinee.
Capitolo 7
CACCIA ALLA VOLPE
Per chi non vi è abituato, il particolare silenzio della campagna ha un che di enigmatico. Non è un vero silenzio, perché se si presta attenzione si percepiscono suoni lontani, accennati: bisbigli, scricchiolii, gemiti, gocciolii, che però ascoltati tutti insieme si fondono l’uno con l’altro, in un unico sottofondo che riesce assai riposante, specie a chi vive in città. La mia prima notte a Hemyock fu di sonno pesante e senza sogni, se non la vaga immagine di una donna vestita di bianco, sfuggente, che mi era rimasta dal romanzo che stavo leggendo.
Al risveglio, mi bastò un’occhiata fuori dalla finestra per ricordarmi della conversazione della sera precedente e di come, in fondo, avessi mentito al nostro ospite: anche se mi sentivo profondamente contraria all’idea di inseguire una povera volpe con mute di cani scatenati e cavalli al galoppo, l’idea di partecipare a quella caccia fuori stagione mi attirava. Non per il risultato che ci si attendeva, povera volpe!, ma per il modo in cui ci si arrivava. Sbirciai così con una certa invidia i due cavalli che venivano strigliati nel cortile, e le belle selle di cuoio appoggiate sulle staccionate del giardino. Due cavalli, notai con piacere. Quindi, alla fine, mio padre aveva ceduto all’invito?
In cuor mio me lo auguravo, anche perché, così, avrei avuto occasione di fargli mille domande. Sentii il latrare di cani lontani, e forse anche l’eco di un corno, nonostante l’ora mattutina (credo fossero appena passate le cinque), e mi affrettai a uscire dalla camera.
Passando davanti a quella di mio padre, notai che la porta era socchiusa e, attraverso lo spiraglio, intravidi il signor Nelson impegnato a chiudere i bottoni della divisa di mio papà. Mi fermai, stupita, a guardarlo.
Indossava una lunga giacca rossa, con gli alamari ai polsi, pantaloni bianchi e stretti e stivali di cuoio lucidissimi. Un fazzoletto di seta, che gli aveva regalato Geneviève, sottolineava il suo collo lungo e profilava la linea elegante del mento. I capelli, pettinati all’indietro, erano lucidi e scuri. Dovetti indugiare un po’ troppo a lungo nell’osservarlo, perché Leopoldo si accorse di me e mi fissò attraverso la porta socchiusa. Gli vidi passare sulle labbra una parola che non avrei più voluto vedergli: «Scusa».
E dunque lo anticipai: – Stai benissimo, papà. Non ti ho mai visto così bello –. Ed era la verità.
– Ecco fatto! – esclamò il signor Nelson, dopo aver chiuso l’ultimo bottone.
Scesi al piano di sotto, dove il maggiordomo che ci aveva accolti la sera prima mi indicò che la colazione era pronta e mi scortò nella stessa sala dove avevamo cenato. Non c’era già più nessuno, e nessuno era previsto, a parte me. La caccia iniziava presto.
Mi feci servire un bricco di latte e del pane caldo con marmellata e, nel frattempo, osservai gli ultimi preparativi, nel cortile. Il signor Ralston sfoggiava una pancetta non invidiabile, aveva gli occhi cerchiati di nero e per salire in sella si fece aiutare dallo stalliere. Afferrò le redini con impazienza, facendo scartare di lato il suo destriero. – Ah! Ferma, bestiaccia! – si lasciò sfuggire, prima di darsi un contegno.
Ridacchiai, vedendolo così malfermo sul cavallo: il perfetto cacciatore di volpe non doveva saper portare qualsiasi tipo di cavalcatura?
Mio padre, invece, salì con un unico movimento aggraziato e, non appena prese in mano le redini, sfoggiò un sorriso da ragazzino.
Uscii a salutarli un momento prima che partissero: papà mi diede un bacio e poi i due si avviarono insieme lungo il viale di ghiaia, verso la collina di Ashfield Hall, da dove proveniva il latrare dei cani.
– Immagino che anche la signorina vorrà osservare la caccia… – intervenne allora una voce appena dietro le mie spalle. Era il maggiordomo, che, come per incanto, non appena il signor Ralston era scomparso dietro gli olmi aveva abbandonato la sua espressione mesta.
– Be’… – risposi – mi piacerebbe, ma non vedo come.
– Dalla cima di Witham Mound, il colle lassù, si può godere di un’ottima vista di tutta la valle – continuò il maggiordomo. – Mi sono permesso di farvi lucidare la nostra Champion & Wilton. Con seduta da signora – specificò.
– Naturalmente – risposi.
– Se volete seguirmi, signorina, vi mostro i nostri cavalli. Abbiamo due puledre assolutamente amabili, per passeggiare in campagna, a meno che non preferiate il passo più nervoso del nostro King Lear.
– Oh, no – risposi, mentre il cuore mi balzava in petto. – Una delle puledre andrà benissimo…
– Da questa parte, prego – mi sorrise il maggiordomo, facendo un cenno allo stalliere.
Quando transitai davanti alla porta d’ingresso, il signor Nelson mi afferrò una mano. – Signorina Irene… immagino che abbiate pensato a cosa state facendo, non è vero? O devo ricordarvi che non sapete affatto cavalcare?
– Non so se so cavalcare oppure no, Orazio caro, dato che non ho mai provato.
– E pensate davvero che questa sia l’occasione migliore?
– Da qualche parte dovrò pur incominciare, no?
Orazio sospirò, come spesso faceva quando capiva che non sarebbe riuscito a impedirmi di fare qualcosa che riteneva del tutto sconsiderato. – Mi faccio punto di confessarvi, però, che io e i cavalli non andiamo per niente d’accordo… soprattutto se non sono legati alle stanghe di una bella carrozza.
– Non ti sto chiedendo di venire con me, se è questo che ti preoccupa.
– Non è solo questo che mi preoccupa…
Mi sporsi a dargli un bacio sulla guancia. – Hai visto come cavalca mio padre? – gli domandai, per rassicurarlo. – Vuoi che non abbia ereditato un po’ del suo talento?
– Me lo auguro, signorina – concluse il signor Nelson, mordendosi il labbro.
E me lo augurai anch’io, quando entrai nelle stalle. In un angolo c’era un cavallo che sbuffava, irrequieto, e batteva lo zoccolo a terra. King Lear, senza dubbio. Il maggiordomo e lo stalliere erano invece fermi davanti ai paddock di due puledre più tranquille, che mi fissarono con i loro grandi occhioni liquidi. Senza pensare, indicai la più alta delle due e chiesi di sellarla. Si chiamava Gladys.
Salii a cambiarmi, indossando i vestiti più comodi che avevo, e quando tornai in cortile trovai Gladys pronta ad aspettarmi.
Ci girai intorno un paio di volte, chiedendomi da quale parte montare. La sella era diversa da quella di mio padre, e aveva le staffe solo da un lato.
– Posso aiutarvi, signorina? – si offrì lo stalliere.
– Oh, non è il caso, vi ringrazio! – gli risposi. Volevo fare tutta da sola. Ma non sapevo davvero da che parte iniziare.
Mi avvicinai alla cavalla e per prima cosa le accarezzai il muso, proprio in mezzo agli occhi. Lei girò le orecchie verso di me e ruminò con le grandi labbra nere.
– Direi che le piacete, signorina… – mormorò lo stalliere.
– Avete un pezzo di carota? – gli domandai. E quando lui me lo passò lo offrii a Gladys, continuando ad accarezzarla.
La afferrai per le briglie e cominciai a camminare insieme a lei, in tondo, nel cortile. Volevo abituarmi al suono dei suoi zoccoli, alla sua altezza, ai suoi movimenti. La condussi sul retro, dove ero sicura che nessuno mi stesse vedendo, e una volta lì mi azzardai infine a salire in sella.
Nemmeno a dirlo, l’attimo dopo ero per terra.
Mi ci vollero una decina di tentativi prima di riuscire a mettere le gambe su quella stupidissima sella da signora. Non appena sentii Gladys che camminava sotto di me, mi sentii afferrare da una strana sensazione di euforia. Ero a cavallo!
Ma all’entusiasmo si mescolava il disagio. Ero decisamente scomoda e ogni angolo del sedere mi doleva, ancora prima di avere lasciato la residenza del signor Ralston. C’era qualcosa, in quella sella e nel modo di tenere il cavallo, che proprio non mi andava.
– So che potrà sembrare una richiesta stravagante – spiegai allora allo stalliere, quando smontai da Gladys davanti a lui. – Ma… invece di questa Champion & Wilton da signora, non avreste una normalissima sella… da uomo?
Lui mi guardò, e guardò la mia lunga gonna, stupefatto.
E quindi aggiunsi, con un sorriso: – E anche un paio di pantaloni?
Capitolo 8
UNA PASSEGGIATA MOVIMENTATA
Era tutta un’altra cosa. Seduta fieramente a cavalcioni di Gladys, una gamba da una parte e l’altra dall’altra e la sua grande pancia calda, rassicurante, sotto di me, imboccai il sentiero che il maggiordomo mi aveva indicato. Vedevo il sentiero attraverso le orecchie della puledra, e mi bastava tendere lievemente le redini da una parte o dall’altra per convincerla a cambiare direzione. L’avevo visto fare da così tanti cocchieri che mi pareva il movimento più naturale del mondo. E così ci inerpicammo in un fitto bosco di latifoglie, gran parte delle quali ancora spoglie. Sotto gli zoccoli di Gladys c’era un morbido tappeto di muschio e foglie. Mi lasciai alle spalle la casa del signor Ralston e alla sinistra il villaggio e mi immersi nella lucida vegetazione. Il sole del mattino dardeggiava tra i rami, creando intorno a noi monete tremolanti di luce. La cavalla respirava piano e dalle sue narici si sollevavano delicate nuvole di vapore. Mi sembrava del tutto naturale trovarmi a cavalcare, come se non avessi mai fatto altro nella vita. Forse c’era qualcosa di vero nelle teorie di cui avevo sentito parlare, secondo le quali ognuno porta con sé ciò che già i suoi genitori conoscono. Sapevo andare a cavallo. E non provavo la minima paura.
L’aria intorno a me era frizzante e ora potevo sentire con maggiore chiarezza il latrato dei molti cani, dalla parte opposta della valle, e il richiamo dei corni. Sapevo davvero poco di come si dovesse svolgere una caccia alla volpe, ma a un certo punto, mentre superavo un torrentello, sentii un richiamo di corno più forte degli altri, poi un grido che echeggiò nella valle: «TALLY-OH!» seguito dal rombo ovattato di molti cavalli in movimento. E capii che quello doveva essere il segnale dell’inizio.