Mi sentii afferrare da un certo senso di urgenza nel sapere che da qualche parte, lì intorno, c’erano mute di cani con il naso a terra, a caccia di odori e di tane, e cavalieri in giacca rossa che saltavano staccionate e galoppavano nei prati, e quasi mi aspettavo, a ogni fruscio del bosco intorno a me, di veder comparire una volpe in fuga. Diedi un leggero colpetto a Gladys per farla avanzare più in fretta lungo il sentiero e ben presto sbucai su un crinale erboso, da cui potevo avere un’immagine migliore della campagna intorno a me. Quando vidi un gruppetto di cavalieri, bianchi e rossi, attraversare un lungo prato dalle parti di Ashfield Hall mi balzò il cuore in gola, al pensiero che mio padre potesse essere tra loro. Vidi mute di cani urlanti che si infilavano in un boschetto, e i cavalieri dietro di loro, e poi, hop!, eccoli saltare le siepi che dividevano il prato dal campo vicino.
Era uno spettacolo mozzafiato. Cercai nelle tasche del mio vestito il minuscolo binocolo che il maggiordomo del signor Ralston mi aveva prestato e, cercando di convincere Gladys a stare ferma, provai a seguire la caccia dalla mia posizione. Per alcuni secondi ci riuscii, poi mi distrassi a osservare il paesaggio tutt’intorno: i tetti del villaggio, le file ordinate di siepi, le stradine serpeggianti, le placide greggi di pecore che punteggiavano i prati delle colline più alte.
Mi rimisi in marcia, diretta verso quella che mi pareva la cima della collina, sperando di aver compreso bene le indicazioni che avevo ricevuto. Una volta lassù, mi godetti il panorama, osservai altre mute di cani, li sentii abbaiare concitati e rispondere ai lunghi richiami dei corni. Vedevo, lontana, la linea scura della ferrovia, e immaginai di trovarmi sul lato lungo di un triangolo invisibile, che congiungeva la casa del signor Ralston con Ashfield Hall da un lato e dall’altro, davanti a me, nella vallata, con il villaggio di Hemyock.
Scelsi quindi di scendere lungo quel lato, con l’idea, poi, di ripiegare verso la mia sinistra, fino a ritornare al cancello della casa del signor Ralston. E così feci, per tutta l’ora successiva, senza mai avere difficoltà a condurre Gladys dove desideravo. E fu proprio allora, quando sentii che ogni tensione si stava sciogliendo, stemperata dal calore primaverile di quella escursione in campagna, che caddi da cavallo.
Non fu colpa mia. O, almeno, non del tutto. Accaddero alcuni fatti in rapida successione. Il primo fu che, mentre stavo percorrendo un sentiero sulla collina, costeggiando uno dei boschi della proprietà di Ashfield Hall, guardando con il binocolo mi parve di intravedere tra la vegetazione (data la stagione, molti alberi e arbusti erano ancora spogli) un cavallo bianco, senza padrone, legato a un albero, accanto a quello che mi sembrò un vecchio muro di pietra. La cosa mi incuriosì, perché era un cavallo molto bello, elegante, con una splendida sella lucidata da poco che recava impresso il monogramma “I”, marchiato a fuoco sul cuoio. Ma poiché tra la mia posizione e quella in cui avevo intravisto il cavallo c’era una profonda depressione del terreno, decisi di scendere costeggiando il lato su cui mi trovavo, con l’intenzione, poi, di risalire dall’altra parte e di controllare da vicino. Raggiunsi quindi una stradicciola più grande, in mezzo ai campi, e una volta lì piegai verso destra, in direzione di una vecchia rimessa quasi del tutto coperta di muschio.
Avevo fatto fare a Gladys non più di una decina di passi quando venimmo quasi travolte da un carro carico di sacchi, sbucato dal nulla dietro le siepi. Vedendoci, il conducente imprecò, ma non accennò minimamente a fermare il suo cavallo, né a cambiare direzione. Lo vidi anzi stringere le redini con le sue mani bianche e affilate, scrollandole con violenza per far aumentare il passo al suo cavallo. Io strattonai Gladys e le diedi di sperone, facendola scartare di lato. Era il mio primo salto a cavallo e fu così inaspettato che persi la presa delle redini e i piedi mi schizzarono fuori dalle staffe. Rotolai nell’erba soffice, a poca distanza dalle siepi e dagli zoccoli di Gladys, e mi rialzai di scatto per insultare quel bifolco, che non aveva nemmeno accennato a rallentare.
Fu allora che vidi qualcosa di scintillante rotolare fuori dal carro e cadere a terra, in mezzo all’erba.
– Screanzato! – gridai un’ultima volta, massaggiandomi le costole per essere sicura che fossero ancora tutte al loro posto.
Gladys mi guardava, preoccupata. – E tu? – le domandai. – Va tutto bene?
Impiegai alcuni secondi per capire esattamente quanto era successo: il carro del contadino si era ormai allontanato lungo la strada, mentre quel bifolco continuava a frustare il cavallo come se avesse il diavolo alle calcagna. Avrei voluto essere io, il diavolo in questione, ma non me la sentivo di inseguirlo a cavallo. Così mi diressi là dove avevo visto scintillare qualcosa e raccolsi dal ciglio della strada una tabacchiera d’argento, vuota, con incise sul coperchio due iniziali: N.N. Davvero un oggetto insolito, per un carrettiere di campagna.
Mi ricordai poi del cavallo impastoiato nel bosco e, a poca distanza da dove mi trovavo, ritrovai il muro di pietra, ma il cavallo non c’era più.
Come se non ci fosse mai stato. O come se qualcuno l’avesse fatto sparire.
Me ne tornai verso casa del signor Ralston conducendo Gladys per mano, domandandomi il motivo di tutta quella fretta e, soprattutto, rimuginando su quella piccola scatola d’argento che ora era nelle mie tasche. La mia mente ormai allenata alle fantasie più improbabili lavorava a tutta velocità, cercando di collegare tra loro il misterioso cavallo, il carro e la tabacchiera, ma senza alcun risultato apprezzabile. Tranne un autentico colpo di fortuna: ripercorrendo a ritroso il sentiero che avevo fatto quella mattina mi ritrovai a Witham Mound, nello stesso punto panoramico da cui avevo osservato, per la prima volta, la caccia alla volpe. Erano trascorsi non più di venti minuti da quando ero caduta, ed ero ancora furiosa per il modo in cui era successo. Afferrai il binocolo per guardarmi intorno e, inaspettatamente…
– Eccoti! – mi dissi, quando credetti di riconoscere quel maleducato conducente. A quanto pareva mi aveva quasi investito solo per fermarsi a fondo valle, dalle parti di un boschetto di querce. – Si può sapere il perché di tutta quella fretta?
Nel momento esatto in cui pronunciai quella domanda, il contadino, bavero alto e cappello calcato sul volto, saltò di nuovo a cassetta e scomparve tra gli alberi con il suo carro vuoto.
– Chissà dove corre quel tizio! – mi dissi, abbassando il binocolo.
Capitolo 9
UNA SERATA AD ASHFIELD HALL
I cacciatori rientrarono poco prima del buio e, quel martedì sera, Lord Inglethorpe diede un grande ricevimento ad Ashfield Hall a cui eravamo tutti invitati.
Tra il mio ritorno a casa, un lungo bagno nell’eccellente vasca di rame di famiglia e un ultimo controllo dei miei lividi (ne avevo uno, enorme, tra fondoschiena e fianco sinistro) non ebbi quasi il tempo di parlare con papà. Indossai l’unico vestito elegante che avevo portato con me, di un blu acceso che riluceva come un topazio, e acconciai i miei capelli corti, così insoliti per una signorina, con un diadema di brillanti, che era appartenuto a Geneviève. Valutai se indossare anche gli orecchini che mi erano stati regalati a Natale, ma alla fine li richiusi nel portagioie.
Nel sedere in carrozza, accanto a mio padre, dovetti stringere i denti per non lamentarmi ogni qualvolta la ruota finiva in una buca, e il mio livido pungeva. Ma per fortuna, come avevo immaginato, fu un viaggio breve.
Ashfield Hall ci accolse con la sua imponente architettura neopalladiana: la pietra chiara con cui era stata costruita, in grandi blocchi massicci, le maestose colonne al lato dell’ingresso, il tetto e le pareti squadrate, gli enormi finestroni, illuminati dall’interno e con i tendaggi scuri che parevano palpebre socchiuse. Grandi bracieri erano stati accesi per accogliere gli ospiti della caccia, anche se gran parte di loro risiedeva già nelle stanze della spaziosa magione. Una patriottica bandiera inglese oscillava pigramente accanto al portone, il cui timpano era coronato di un motto latino, a lettere dorate, che non mi riuscì di leggere.
All’interno la casa era pervasa da un mormorio di persone e bicchieri, uno sfavillio di luci e di cristalli, e dai passi di molti ospiti, ovattati grazie alle passatoie di lana rossa. L’insieme era molto elegante, ma venato di un pizzico di irrealtà, come quando, in una stanza perfettamente arredata, si trova un oggetto assolutamente fuori posto. Che in quel caso, forse, ero io.
Venni comunque accolta con profondi inchini e con l’offerta di un calice di cristallo, che mio padre fissò come per ordinarmi tacitamente di non osare accostarlo alle labbra. Io invece lo feci immediatamente e il pizzicorio di quella bevanda, dall’aroma di cetriolo e foglie di menta, mi fece trasalire.
– Benvenuta ad Ashfield Hall – mi salutò allora una voce roca, dal timbro piuttosto basso.
Mi voltai e vidi un uomo in divisa da ufficiale. – In questa serata di troppi uomini, è un piacere dare il benvenuto a una così splendida ragazza.
Lo osservai con attenzione, provando un misto di diffidenza e di lusinga nel ricevere quel complimento, a cui risposi con tutta la formalità di cui ero capace, riconoscendo in lui, senza bisogno di presentazioni, il padrone di casa: l’eccentrico Lord Inglethorpe.
Me l’ero aspettato forse più alto, o più magro, con i movimenti flessuosi che appartenevano al mio amico Lupin e con uno sguardo diverso, magari incisivo come quello di Sherlock. E invece Lord Inglethorpe era poco più alto di me, robusto, ma non massiccio, con mani grandi e nodose. Ma ciò che mi lasciò stupefatta era il volto, solcato da profonde cicatrici che, come segni su una mappa antica, costeggiavano gli occhi e le sopracciglia e tagliavano il labbro superiore da parte a parte.
Mi sforzai di non osservare troppo le sue ferite e gli lasciai completare il baciamano con cui mi aveva introdotta ad Ashfield Hall, complimentandomi con lui per l’idea della caccia fuori stagione.
– C’è voluto un Terrier man, per stanare la nostra preda! – rise Lord Inglethorpe. – Ma, alla fine, ce l’abbiamo fatta.
Mi finsi impressionata, pur non avendo la minima idea di che cosa fosse un Terrier man, e lasciai che Lord Inglethorpe si dedicasse a salutare allegramente gli altri suoi ospiti, senza peraltro riuscire a staccare gli occhi da quel volto, la cui affabilità contrastava con i segni delle ferite che recava.
– Intendete dire che anche voi…?
– Non solo non ne so nulla… – sussurrai, divertita – ma temo anche di essere profondamente contraria.
La signora fece un profondo sospiro. – Oh, meno male! – esclamò. – Credevo di essere l’unica in tutta Ashfield Hall! E l’avevo detto, infatti, a Edward: che cosa ci fa una signora come me in mezzo a tutti questi cacciatori, ufficiali dell’esercito ed eroi di guerra? Ma lui ha tanto insistito, e così rieccomi a Wyndham Lodge, la nostra vecchia casa piena di spifferi. Erano dieci anni che non ci rimettevo piede! Ma era il minimo che potessi fare, dopo tutto quello che ha patito il povero Edward. Lo sapevate, vero, che è stato un eroe della guerra di Crimea?
– Vi devo confessare di no, Lady Westmacott. Anche se forse avrei potuto immaginarlo, date le circostanze…
– Alludete alle cicatrici, vero? E pensate che sono niente, signorina Adler. Povero Edward! La guerra è stata la sua tragedia. E, oltre che la sua, la tragedia di tutti gli Inglethorpe, di cui ormai è rimasto l’ultimo. Ma come dargli torto? Dopo quello che deve aver visto, ed essere sopravvissuto… e avere avuto la forza di riprendersi, tutto da solo, qui, in questa casa sterminata…
– Lord Inglethorpe… – mormorai, mentre mi si accendeva in cuore, finalmente, una crescente curiosità. Accettai di prendere a braccetto la signora Westmacott e riuscii, nell’ora seguente, a farmi raccontare tutto quello che lei conosceva in proposito. Ed era molto, a dire la verità.
A sentire le parole della signora, che ci teneva a precisare che, fin da bambini, lei e il cugino non erano stati particolarmente intimi, tantomeno amici, Edward Inglethorpe era l’ultimo, nonché ormai unico discendente di un ramo minore della famiglia Inglethorpe, che aveva nella tenuta di Ashfield Hall la sola vera fonte di ricchezza. A quanto pareva i genitori di Edward avevano condotto una vita molto ritirata, eleggendo la grande casa a loro rifugio, tempio del loro amore e baluardo contro lo scorrere del tempo. Riservatissimi, non ricevevano mai nessuno, preferendo vivere segregati nella loro tenuta. Non si occuparono personalmente dell’educazione di Edward, che, svezzato da una balia e accudito dal personale, molto scarso, di Ashfield Hall, fu iscritto fin da giovanissimo alla Monmouth School, un prestigioso collegio da cui tornava a casa solo durante le feste comandate. La madre si ammalò quando lui non aveva ancora compiuto i quindici anni e di lì a poco morì. Il padre la seguì l’estate successiva. Lady Westmacott disse che morirono di solitudine e tristezza, ma molto più probabilmente di freddo, dato che insistevano per accendere il meno possibile i camini di Ashfield Hall, convinti com’erano che il freddo clima inglese fosse ideale per temprare il corpo e lo spirito.
A diciassette anni Edward, su indicazione del suo tutore, si iscrisse alla scuola ufficiali dell’esercito di Sua Maestà, che fu per lui come un secondo collegio. Aveva ventiquattro anni quando partì per la guerra di Crimea, per partecipare al massacro in cui i soldati inglesi, francesi e savoiardi contendevano ai russi lo sbocco sul Mar Nero. Edward marcì con gli altri ufficiali nel fango di Sebastopoli, agli ordini di Lord Raglan, un nome che a me ancora non diceva nulla, e insieme a quegli uomini per metà inglesi e per metà francesi (Lady Westmacott considerava gli italiani sostanzialmente dei francesi più simpatici) diede l’assalto alla collina di Malakoff.
La signora pronunciò quell’ultimo nome come una sorta di scongiuro: «Malakoff!» facendomi ghiacciare il sangue nelle vene e spiegandomi poi che quella fu la battaglia che decise le sorti dell’intera guerra. Più della cavalcata di Balaklava, più della sconfitta di Redan. Nelle sue parole tutti quei nomi risuonavano in modo curioso, a metà tra l’epico e il folkloristico, ma in qualche modo riuscivo a seguire il dipanarsi degli eventi. Sapevo, dalle mie letture, che la guerra di Crimea era stata una spaventosa prova degli orrori e delle sofferenze che gli uomini sono in grado di infliggere ad altri uomini, tanto che fu proprio lì, tra quelle migliaia di feriti, che la signorina Florence Nightingale diede vita al suo corpo di infermiere di soccorso, che negli anni a venire sarebbe stato conosciuto, in tutto il mondo, come Croce Rossa.
Allora, però, quel martedì sera, la storia che mi fu consegnata da Lady Westmacott era quella di un giovane ufficiale solitario e sfortunato, che nella battaglia decisiva fu ferito a morte, che restò vivo e fu curato senza mai riprendersi del tutto, e le cui cicatrici si estendevano dal viso fino al punto più profondo della sua anima.