– Tornò ad Ashfield Hall con il volto sfigurato… la voce rotta… e nessuna memoria del suo passato, e si sottopose a una lunghissima e dolorosa convalescenza, spesso rimanendo da solo in questa immensa tenuta, come avevano fatto i suoi genitori prima di lui…
Per questo motivo Lady Westmacott era particolarmente contenta di vederlo ridere, quella sera, soddisfatto della sua caccia alla volpe fuori stagione, come se il cugino avesse di nuovo imparato, furono le sue parole, ad acchiappare la vita.
– Forse si risolverà anche a lasciare di tanto in tanto questa casa… – mormorò la donna. – E a venirmi a trovare qualche volta di più in città. In tutti questi anni, pensate, è venuto una sola volta, pochi giorni fa. Non che mi aspettassi una particolare assiduità, dato che come vi ho già detto non siamo mai stati molto legati, ma… la verità è che, a parte me e qualche cugino ancora più lontano, a Edward non rimane nessuno al mondo. E il fatto di sentirlo ridere è per me una grande gioia.
Quando ebbe terminato con i suoi racconti, buona parte della serata era trascorsa. Avevamo piluccato dai vassoi d’argento alcune tartine, rifiutando di accomodarci alla grande tavola dei cacciatori e di ammirare la testa della volpe presentata per l’occasione, e avevamo scelto per la nostra lunga conversazione una saletta appartata, con un divano appena più morbido degli altri. Avevo dovuto avvolgermi il collo con un lungo scialle, dato che il freddo penetrava dagli infissi alle nostre spalle, ma ero rimasta ad ascoltare Lady Westmacott fino alla fine. Su una cosa aveva sicuramente ragione: le comodità non erano di casa, ad Ashfield Hall.
– E… fino a quando vi tratterrete, Lady Westmacott? – le domandai, poco prima che ci congedassimo.
– Domani, credo, e poi, se Dio vuole, tornerò alla mia amatissima civiltà. E voi?
– Fino alla fine della settimana – risposi, con un velo di preoccupazione.
Lei mi appoggiò una mano sulla gamba, sorridendomi. – Coraggio.
Dopodiché io e la signora ci alzammo dal nostro divano e raggiungemmo gli altri ospiti. Mio padre sostenne di avermi cercato ovunque e mi presentò ad alcune persone che aveva conosciuto durante la caccia. Ma impiegai molto poco a intuire, dal suo viso, che fino a quel momento si era annoiato a morte. Per fortuna anche il signor Ralston non sembrava essere al centro di una conversazione interessante, anzi, veniva schivato con cortesia, e quindi l’ora del congedo non tardò molto.
– Signor Lemon! – ordinò allora Lord Inglethorpe, salutandoci. – I cappotti dei signori Adler e Ralston. E della signorina, naturalmente.
Strinse vigorosamente la mano di mio padre e gli disse, come continuando una conversazione che dovevano avere avuto a tavola: – Mi raccomando, allora. Spero di rivedervi presto.
Mio padre sorrise, senza aggiungere altro, forse per evitare che Ralston si intromettesse. Si voltò per recuperare il prima possibile il cappotto che il valletto di Lord Inglethorpe gli porgeva e mi invitò a fare altrettanto. Solo che, nel consegnarmi il mio, il signor Lemon trasalì e, avvampando in volto, lo lasciò cadere.
– Signor Lemon! Vi ho già consigliato di stare a riposo! – lo rimproverò bonariamente Lord Inglethorpe, afferrando il mio cappotto prima che toccasse terra e porgendomelo. – Con le mie scuse, signorina Adler.
– Nessun problema – gli risposi.
E poi, del tutto involontariamente, il mio sguardo si incrociò con quello del valletto, e mi parve, anche se non potrei giurarlo, che i suoi grandi occhi scuri nel volto pallido mi fissassero con diffidenza.
Qualunque fosse il motivo di quel rapido sguardo, me ne dimenticai subito dopo, quando, una volta a casa, sprofondai un’altra volta in un sonno brulicante di ricordi e di pittoresche visioni, che il mattino seguente si sarebbero dileguati.
Capitolo 10
L’OSPITE SCOMPARSO
Il bastone di mio papà aveva una testa d’oca d’argento come impugnatura e batteva terra con una punta di ferro. Quella mattina, approfittando del sonno pesante del signor Ralston, eravamo riusciti a evadere dalla sua sorveglianza e a concederci una lunga passeggiata per i boschi. Ed era quasi il mezzogiorno quando avvistammo, in fondo al sentiero, l’insegna della Pale Horse Inn.
– La verità, Irene… – stava dicendo mio padre, insolitamente loquace e perfettamente a suo agio in un completo di velluto da gentiluomo di campagna – è che amo i cavalli, ma detesto tutto il contorno. Com’è andata la caccia, vuoi sapere? Una noia mortale. L’unico, indubbio vantaggio di tutta la faccenda è stato di avermi tenuto piuttosto lontano dal mio amico Clarence e dalle sue conversazioni…
– Ora potrei ricattarti, per questa affermazione – gli risposi.
– E io spargere la voce che la mia bella figliola sta cercando marito – replicò lui, diabolico.
– Papà! – esclamai, inorridita.
– Non è quello che hai detto al signor Ralston, quando ti sei presentata? – mi ricordò lui.
– Stavo parlando del Madagascar! Era solo per mettere le cose in chiaro… – replicai.
Proseguimmo la nostra passeggiata fino alla locanda, una vecchia casa di legno con i muri tutti storti e un’edera rampicante che era cresciuta fino ad avviluppare i comignoli. Il sole ci aveva regalato un’altra giornata splendente e, dalla porta d’ingresso, proveniva un invitante profumino.
– L’altra cosa che ti dicevo… – continuò mio padre – è che alla cena di ieri, con tutti quei notabili di campagna, mi sono sentito così sulle spine che non ho fatto onore alla pur ottima cena di Lord Inglethorpe! E intendo rimediare al più presto… –. Piantò il suo bastone da passeggio davanti alla porta dell’osteria e proseguì: – Lo stalliere del signor Ralston sostiene che qui lo steak and kidney pudding della casa sia il migliore della contea.
– Perché tu pensi che ne abbia mai assaggiato un altro? – gli domandai.
– Chi lo sa. Ma vale la pena tentare, non credi?
E senza altri indugi, lo stomaco piacevolmente solleticato dalla passeggiata del mattino, entrammo.
L’osteria della Pale Horse Inn era composta da quattro stanzette di legno, con i tavoli e le sedie tutte diverse tra loro. Un antico strato di fumo copriva i vetri dall’interno, e l’odore della carne al fuoco aveva impregnato travi e pavimento. Quando entrammo, quel mercoledì mattina, c’erano solo un altro avventore, impegnato in una fitta conversazione con il gestore della locanda, e due cani acciambellati vicino all’ingresso.
Ci scegliemmo un tavolo e poi ci avvicinammo al bancone per ordinare: pudding di carne per entrambi, una birra per mio padre e una limonata per me.
Scambiammo un cenno di saluto con l’altro avventore, che risultò più tardi essere il dottor Finchley, il medico del villaggio, e ci accomodammo sulle nostre sedie. Quando il gestore tornò dalla sua spedizione in cucina, i due ricominciarono a parlare e non potei fare a meno di cogliere alcuni scampoli della loro conversazione.
L’oste era infuriato con uno dei suoi clienti (abbassò la voce per accennare che probabilmente era un amico di Lord Inglethorpe, venuto per la caccia) che la sera precedente non era rientrato in camera.
– E dire che mi aveva espressamente richiesto un cosciotto d’agnello e una bottiglia di sherry!
Quindi non era vero che era venuto per la caccia, annotai io mentalmente, perché altrimenti sarebbe stato anche lui invitato al ricevimento serale ad Ashfield Hall e non avrebbe ordinato la cena.
La faccenda, a detta dell’altro uomo, era bizzarra, ma non preoccupante. Il tizio era già lì da un paio di giorni, e aveva lasciato i suoi bagagli in camera, e questo lasciava pensare che sarebbe tornato.
– Altrimenti – consigliò – se anche oggi non si fa vivo, la cosa migliore è avvertire la polizia di Sidmouth e segnalare la cosa, caro Sheppard.
– Non che abbia molto da dire, su di lui… è uno straniero, ho detto, e quando non era in camera era a passeggio nei campi… – precisò il locandiere. Poi smise di asciugare i boccali vuoti con l’asciugamano e aprì un grosso registro, leggendo: – Eccolo qui: signor Nathaniel Neele.
A quelle parole non potei fare a meno di sussultare, e la mano mi corse alla tabacchiera con le iniziali N.N. che ancora tenevo in tasca.
– Tutto bene, Irene? – mi domandò mio padre.
– Io l’ho incontrato! – esclamai a voce alta, a quel punto. – Nathaniel Neele, avete detto?
L’oste e il suo interlocutore si voltarono a guardarmi.
– Ieri mattina… – proseguii. – Alla guida di un carro, e correva come un forsennato!
– Ieri mattina il signor Neele ha fatto colazione in locanda… – puntualizzò l’oste, improvvisamente sul chi vive.
– Sarà stato mezzogiorno – specificai.
– E vi siete fermati a parlare? – mi domandò il dottor Finchley.
– No! Mi ha fatto cader… – guardai mio padre e mi corressi al volo. – Mi ha fatto cadere il cappello… sfrecciandomi accanto con il carro!
– Dunque lo conoscevate? – domandò l’oste, sorpreso.
– No! Non so per niente chi sia – risposi. – Ma vi posso dire che, una ventina di minuti dopo, era dall’altra parte della valle, sapete, dove…
Mi sforzai di spiegare in quale punto fosse avvenuto l’incontro e in che direzione l’avevo visto dirigersi ma mi accorsi che, mentre parlavo, i due mi guardavano con crescente scetticismo.
– Sembrerebbe il Pozzo delle Streghe… – disse il dottore all’oste, ma poi scosse la testa, per nulla convinto. – Se non si è fermato, e non vi conoscevate, come fate a sapere che era proprio l’uomo di cui stiamo parlando?
Nel frattempo, arrivò il pudding.
– Gli è caduta una tabacchiera, con le iniziali… N.N. – spiegai.
– E l’avete con voi, questa tabacchiera? – mi domandò a quel punto l’oste.
– No – mentii, annusando l’odore di una fregatura. – L’ho lasciata a casa. Ma posso portarvela, se credete.
Mio padre mi guardò, ammirato. – Non mi avevi raccontato tutte queste cose…
I due al bancone non sembravano aver creduto a una sola parola di quello che avevo raccontato. Tanto meno quando, abbuffandomi di pudding, che era davvero eccellente, descrissi loro il signor Neele ammantato di un ampio cappello, un cappotto con il bavero alzato e… e cosa, poi?
– Teneva le redini con mani bianche, affilate… di chi non è abituato al lavoro fisico… – terminai, raggiante per aver fatto emergere dalla mia memoria quel nuovo particolare.
– Oh, questa è bella… – bofonchiò l’oste, scontroso. – E perché mai il signor Neele avrebbe dovuto mettersi un cappello simile?
– E il carro, poi? – rincarò l’altro. – Ti ha detto come è arrivato, Sheppard?
– Aveva odore di treno – rispose Sheppard, recuperando il suo straccio. – Quindi mi sa che, nonostante la vostra bella storia, signorina, dovete proprio esservi sbagliata.
– Oh, certo… – intervenne mio padre. – Anche perché non è detto che quella tabacchiera fosse di necessità sua… Dopotutto, le iniziali N.N. possono significare molte cose.
– Giusto, signor mio – convenne Finchley. – E il tizio col carro poteva essere uno di passaggio…
– A quella velocità? – insistetti.
– Per fortuna viviamo ancora in un Paese libero, signorina, dove possiamo condurre i carri un po’ alla velocità che vogliamo… – ridacchiò il signor Sheppard, voltandoci poi la schiena.
– Cafone – mormorai tra me e me, chiudendo la conversazione.
– Rassegnatevi, vecchio mio! – concluse l’uomo al bancone. – Vi siete preso in camera un balordo che è scappato per non pagarvi la notte!
– Mi sa tanto che è così, dottore! – annuì il signor Sheppard, mentre io, sconsolata, scuotevo il capo.
– Che c’è di tanto strano, Irene? – mi domandò mio papà.
– È scappato per non pagare una notte… e ha lasciato tutti i suoi bagagli nella stanza? – gli feci notare, sottovoce. – Non ha senso, non trovi?
– Magari sì, invece – rispose Leopoldo. – O magari non sta a noi deciderlo.
«Proprio così» pensai, a quel punto. Ma non riuscii a fare a meno di sentire di nuovo, intorno a me, quella stessa atmosfera rarefatta e in qualche modo sbagliata che avevo percepito ad Ashfield Hall. Mi sembrò che, dopo la mia breve intrusione, la conversazione tra l’oste e il suo avventore avesse perso di autenticità, e il pudding stesso mi scivolò sulla lingua senza più sapore.
Sapevo benissimo cosa mi stava succedendo, e avevo ormai imparato troppo bene quando era il caso di dar seguito al mio sesto senso. Quando tornammo dal signor Ralston, presi carta e penna e scrissi, di getto:
Carissimi Sherlock e Arsène,
mi duole informarvi che ho la nettissima convinzione che in questo sonnolento villaggio del Devonshire stia succedendo qualcosa che meriterebbe tutta la nostra attenzione…
Capitolo 11
UN MESSAGGIO URGENTE
– Lady Westmacott! Lady Westmacott! – gridai, attraversando di corsa la stazioncina. Il treno in partenza per Londra era fermo sul binario, con la motrice che sbuffava surriscaldata, ma per fortuna la cugina di Lord Inglethorpe non era ancora salita in carrozza. La intercettai quando aveva appena posato il piede sul predellino del vagone e lei, sentendo la mia voce, si voltò a guardarmi, incuriosita.
Dal vagone di testa, il controllore ci urlò qualcosa che non capii. Corsi fin dalla signora e quasi la abbracciai, perché se non l’avessi intercettata il mio piano sarebbe immediatamente andato in fumo.
– Che cosa succede, piccola cara? – mi domandò lei, in bilico sul predellino, e il suo totale aplomb mi spinse a immaginare che mi avrebbe risposto in quel modo anche se mi fossi presentata grondante di sangue.
– Lady Westmacott! – ansimai, un’ultima volta. – Ho una cortesia da chiedervi! Quando arriverete a Londra, potreste far consegnare da un fattorino questa lettera a un caffè di Carnaby Street?
– Ma certamente, cara – mi rispose lei, accettando, senza nemmeno guardarla, la lettera che avevo scritto la sera precedente.
– Si chiama Shackleton Coffee House – aggiunsi. – E la lettera è…
Lei mi sorrise, mentre il controllore, in testa al treno, mise bocca al fischietto. – Una signora non rivela mai a un’altra signora il perché di una lettera da consegnare, cara…
E, detto questo, mi accarezzò lievemente una guancia, mi sorrise un’altra volta e salì sul treno.
Io rimasi ancora alcuni istanti lungo il binario, con la mano sollevata e l’idea che, se mai fossi diventata una signora, avrei voluto essere esattamente come lei, poi, confidando che avrebbe sbrigato per me quella piccola commissione, tornai sui miei passi.
Una volta fuori dalla stazione mi capitò di intercettare, per la seconda volta, lo sguardo obliquo del valletto di Lord Inglethorpe. Stava scambiando qualche parola con Orazio, che mi aveva accompagnato fin lì. Ma non appena si accorse della mia presenza, il signor Lemon, con un saluto frettoloso e movenze da furetto, si allontanò.
– Che voleva? – domandai al signor Nelson, avvicinandomi.
– Chi? Il signor Lemon? È venuto a prendere Lord Inglethorpe, di ritorno da Londra. A quanto pare ultimamente il suo padrone comincia ad apprezzare la grande città.
Annuii, ricordando quanto mi aveva raccontato Lady Westmacott dell’inaspettata visita londinese del cugino.