Non ci restò così che seguire con lo sguardo il valletto che, sistemato il bagaglio, si metteva alla guida del calesse, davanti al sedile occupato da Lord Inglethorpe che, intento ad accendersi la pipa, non ci vide.
Quando il calesse partì, anche noi ci rimettemmo in cammino. Il nostro programma della giornata era così architettato: poiché mio padre era tornato sotto il pieno controllo del suo amico, e in quel preciso momento era impegnato in una visita a un allevamento di maiali con annessa produzione di salsicce, cui sarebbe seguita una visita a una cantina dove Ralston invecchiava la sua collezione di sherry, e peraltro non aveva dato alcun cenno di giudicare quel programma fastidioso, Orazio e io ci eravamo ritagliati il tempo di una lunga passeggiata, che io avevo naturalmente pensato in modo tale che si accordasse con il mio piano, il quale non prevedeva solo la consegna del biglietto a Lady Westmacott. Il fatto che il signor Nelson detestasse i cavalli, e che questa sua idiosincrasia fosse con buona probabilità ricambiata, mi aveva costretto a studiare il mio itinerario a piedi, ma questo non era per forza un impedimento.
Ci inoltrammo per i campi e, vedendo che a ogni incrocio indugiavo e mi guardavo attorno attentamente prima di scegliere la direzione da prendere, il signor Nelson capì che la nostra non era una semplice passeggiata.
– Sputate il rospo, signorina Irene… – mi invitò, dopo che imboccammo un certo sentiero. – Che cosa stiamo andando a fare, esattamente?
Caro, carissimo signor Nelson! Come avrei fatto senza di lui?
Gli raccontai senza indugio tutto quello che mi era accaduto, tutto tranne le conseguenze del salto di Gladys nel momento in cui avevamo intercettato il carro guidato a rotta di collo da quello che ero convinta fosse il signor Neele.
– Ed è allora che siete caduta da cavallo? – mi domandò il signor Nelson, senza alcuna malizia. E poi aggiunse, vedendo la mia espressione stupefatta: – Non siete l’unica buona osservatrice, signorina Irene. E il vostro amico Sherlock non è l’unico che sappia ricostruire uno scheletro da un ossicino. Vi ho visto rientrare al passo con Gladys, l’altro giorno, e la cosa non è certo da voi: se tutto fosse andato per il verso giusto, sareste tornate al galoppo, o almeno al piccolo trotto. E però eravate molto tranquilla. Troppo, per quanto mi riguarda. Vi ho osservato e, anche se non è facile da notare, camminate strascicando leggermente un piede, il destro, come si può vedere dall’esterno della vostra calzatura, che è molto più rovinata dell’altra. Inoltre, fate molta attenzione ogni volta che dovete sedervi, anche se sul morbido. Il che può significare una cosa soltanto: che proprio lì avete un gran livido. E c’è un unico modo sensato di esservelo procurato.
Alzai entrambe le mani, sconfitta, e integrai il racconto di tutti i particolari che mi vennero in mente, compreso il dettaglio delle mani bianche e curate, insolite per chi lavori in campagna, del misterioso contadino alla guida del carro.
– Il che mi fa pensare che si trattasse dello scomparso signor Neele – terminai. – Ma perché sia scomparso, ovviamente, ancora non lo so.
– Ma minacciate di volerlo scoprire… – sorrise il signor Nelson. – E questa passeggiata fa parte del vostro piano.
– Qualcosa del genere, sì – mormorai.
Il mio piano consisteva, molto semplicemente, nel ritrovare lo spiazzo erboso, davanti al boschetto, dove avevo intravisto l’ultima volta il carro e il suo misterioso conducente. Ma data l’uniformità del paesaggio intorno a noi non fu facilissimo.
Dopo un’oretta, e un paio di tentativi che non mi avevano convinto, mi dissi soddisfatta.
– Deve essere qui… – azzardai, guadandomi alle spalle. Vedevo la collina di Ashfield Hall, il bosco e il villaggio sotto di essa, e intuivo dalla linea di siepi dove si trovasse la strada lungo la quale ero stata travolta. Descrissi con lo sguardo un grande semicerchio, che tagliava fuori, passando dai campi, tutte quante le case, e mi trovai a contemplare la radura fangosa intorno a noi.
– Dunque è arrivato di gran carriera fino a qui… – ricapitolai. – È smontato dal carro… poi è rimontato… e si è diretto verso quel bosco laggiù.
Indicai un gruppo di querce, strette le une alle altre, verso cui la stradina che avevamo percorso fino a quel momento proseguiva serpeggiando. Il signor Nelson e io salimmo fino al bosco, guardandoci intorno in cerca di una qualche spiegazione. Il terreno era solcato da numerosi segni di ruote di carro e di ferri di cavallo, segno, con buona probabilità, del passaggio di carri e animali diversi. Infatti, superato il boschetto di querce, la stradina seguiva il profilo della collina e si allontanava verso altre fattorie.
– Mi duole far notare, signorina Irene, che possono esserci mille ragioni per cui il vostro uomo può essersi fermato in questa radura… – mormorò a quel punto il signor Nelson.
Annuii. Naturalmente, me ne rendevo conto anch’io. Non c’era di per sé proprio niente di sospetto, mi stava facendo notare il signor Nelson, nel fatto che un carro passasse da quelle parti, e i numerosi segni sul terreno lo confermavano. Ovunque intorno a noi si trovavano campi e fattorie, e in quale altro modo quell’uomo avrebbe dovuto andarsene in giro, per non risultare sospetto a una fanciulla di città con il pallino dell’investigazione? Certo, non conoscevamo il motivo della sua fretta indiavolata… Ma anche questo non provava niente. Forse tutta quella faccenda era solo frutto della mia ingenuità e in quello stesso momento, a Londra, il mio amico Sherlock si stava facendo una risata, leggendo la mia lettera?
«No,» mi dissi «Irene Adler: tu non sei una stupida qualunque. Ragiona. Pensa».
E la tabacchiera, allora? Cosa ci faceva sul carro? Poteva esserci finita per altri motivi o… addirittura non essere affatto caduta dal carro, ma trovarsi già sul bordo della strada. Dopotutto, io avevo osservato la scena dopo essere rotolata nel fosso, ammaccandomi un fianco… e non potevo essere sicura al cento per cento di aver visto quella scatolina d’argento cadere dall’alto del carro, o invece, come cominciava a sembrarmi più probabile, semplicemente saltare da terra, smossa dagli zoccoli o dalle ruote.
L’oste non aveva forse detto che il signor Neele era uscito per una passeggiata?
– Una passeggiata durante la quale la tabacchiera gli è scivolata di tasca… fino a quando io non l’ho trovata – mormorai, tornando dubbiosa sui miei passi.
– Come dite, signorina? – mi domandò il signor Orazio, camminando qualche passo dietro di me.
– Ooo-oh! – esclamai, fermandomi, con lo stesso tono che avrei usato con Gladys.
Ripercorrendo a ritroso la stradina che dal boschetto scendeva verso la radura, mi accorsi di un particolare che, all’andata, ci era sfuggito. A poca distanza dalla strada, in mezzo a un cumulo di rovi selvatici, spuntava il tetto di pietra di una casetta. Ma era troppo basso e stretto perché potesse trattarsi davvero di una casa o di una rimessa per gli attrezzi.
Mi ricordai allora di una cosa che aveva detto il dottore, alla Pale Horse Inn, quando avevo provato a spiegare dove avevo visto scappare il signor Neele.
Aveva detto: il Pozzo delle Streghe.
A quanto pareva, l’avevamo trovato.
Abbandonammo la strada e ci incamminammo nella direzione in cui mi era sembrato di aver visto sbucare quell’angolo di tetto. Scendemmo in una depressione brulla e inselvatichita, incuneata tra i campi e le siepi ben tenute delle proprietà circostanti. Non ci metteva piede nessuno da anni, pensai, mentre cercavo di evitare che le spine mi strappassero il vestito e avanzavo a fatica nel fango che mi imprigionava gli stivali.
Il signor Nelson sbuffava ogni volta che il piede gli affondava nel terreno, via via più fradicio e paludoso. Intorno a noi, radi arbusti pungenti si avviluppavano ai tronchi degli alberi come matasse di filo spinato. Ciuffi di bacche di un rosso acceso e malsano brillavano in quell’ammasso desolato.
– Signorina Irene… – mi richiamò a un certo punto il signor Nelson. – Non credo che sia il caso di proseguire oltre.
Aveva ragione, ovviamente: qualunque cosa stessi cercando lì, e, dovevo ammetterlo, non era ben chiaro nemmeno a me cosa fosse, non era prudente allontanarsi troppo dalla strada: in quella conca non c’erano punti di riferimento visibili e, data la stagione, le ore di luce che avevamo davanti stavano ormai cominciando a scarseggiare. Feci un ultimo passo in avanti, per sbirciare dietro un intrico di rovi selvatici, e proprio quando ormai stavo per disperare vidi comparire il piccolo tetto che avevo scorto dall’alto.
– Orazio! – lo chiamai. – Vieni a vedere!
E lo chiamai soprattutto perché quello che mi trovavo davanti mi metteva i brividi e, da sola, non intendevo fare un solo passo in più.
Ciò che rimaneva del Pozzo delle Streghe era una copertura sbilenca, consumata dagli anni e divorata dai rampicanti, sostenuta, da un lato, da un palo mezzo marcito e, dall’altro, dal rudere di un muro, ricoperto di un muschio dalla minacciosa colorazione giallastra, simile a quella degli intrugli che vengono spacciati dai ciarlatani per elisir medicamentosi. Il muro, o meglio, ciò che ne rimaneva, era di mattoni scuri su cui qualcuno, con un pezzo di carbone, aveva tracciato violenti segni neri, righe verticali come graffi e cerchi a spirale che parevano occhi malevoli. Nell’aria densa e umida di quel luogo cupo, ebbi la spiacevole impressione di osservare le rune cancellate che componevano un antico incantesimo.
Il tetto era invaso da un lato da fitti rampicanti spinosi, che però lasciavano aperto un passaggio fino all’imboccatura del pozzo: un cumulo di terra appena un po’ rialzato e un buco nero, sul quale penzolava un gancio di ferro arrugginito. Dietro il pozzo c’era il tronco rinsecchito di una vecchia quercia, contorto e mozzato come se fosse stato colpito da un fulmine.
– Capisco perfettamente perché questo posto venga chiamato così… – mormorai, quando il signor Nelson mi raggiunse.
– Un pozzo davvero malconcio… – osservò lui. Si avvicinò quel tanto che bastava a guardarvi dentro, chinando il capo per riuscire a infilarsi sotto il tetto, che gli arrivava all’altezza delle spalle. – È pericoloso, lasciato così. Doveva esserci una casa, o una stalla, qui vicino…
Mi affacciai insieme a lui sullo specchio nero del pozzo e rabbrividii una seconda volta, avvertendo come un alito gelido salire da quel buio cerchio di pietra.
– Be’… – sospirai, a quel punto. – Qualunque cosa ci fosse qui… direi che non c’è più da un bel pezzo.
Il signor Nelson annuì, poi mi invitò ad allontanarmi con lui. Lo seguii rimuginando e cercando intorno qualche indizio di cosa avesse potuto indurre quel contadino a smontare dal carro, ma senza arrivare a una soluzione. Una volta raggiunta nuovamente la stradina diedi un’ultima occhiata in direzione del pozzo, poi ci incamminammo verso la collina di Ashfield Hall, da dove avremmo potuto discendere per tornare alla tenuta del signor Ralston.
Il signor Nelson camminava con le mani allacciate dietro la schiena. Io continuavo a guardarmi intorno. Impiegammo un’altra ora, procedendo con tutta calma, per raggiungere il confine della proprietà di Lord Inglethorpe e una volta lì decidemmo di tagliare appena sotto la casa, per poi discendere dal lato opposto.
Stavo giusto pensando che forse la mia immaginazione era un po’ troppo eccitabile (dopotutto, mi ero solo imbattuta in un contadino maleducato e avevo trovato un oggetto smarrito da una persona che magari, nel frattempo, si era anche ripresentata alla locanda) quando venni strappata alle mie elucubrazioni da un’immagine che si presentò davanti ai nostri occhi.
Il signor Nelson e io avevamo lo sguardo rivolto verso l’austera casa sopra di noi e assistemmo così a una scena alquanto bizzarra.
Rivedemmo infatti Lord Inglethorpe e il suo valletto, che non si accorsero della nostra presenza. Sembravano impegnati in una discussione davvero insolita, dati i ruoli: non era solo Lord Inglethorpe ad accalorarsi, ma anche Lemon parlava in modo concitato. Quest’ultimo, poi, aveva ora un aspetto a dir poco terribile: era pallidissimo e continuava a premersi contro il naso un fazzoletto bianco, copiosamente macchiato di sangue. I due ebbero uno scambio piuttosto ruvido, al termine del quale, tuttavia, l’atteggiamento di Lord Inglethorpe si fece più conciliante, al punto che la loro conversazione si concluse con il nobiluomo che pareva rincuorare il proprio valletto, assestandogli addirittura degli amichevoli colpetti sulla spalla.
– Un tono piuttosto bizzarro per rivolgersi a un domestico… – commentai, passando oltre.
– Non più bizzarro del modo in cui parliamo voi e io, Miss Adler, ammetterete! – scherzò Orazio, che tuttavia si voltò indietro un paio di volte per lanciare ancora un’occhiata alla vecchia dimora. Anche a lui, che pur conosceva il livello di eccentricità normalmente tollerato tra la nobiltà inglese, quella situazione era parsa piuttosto strana.
Capitolo 12
LA STANZA NUMERO CINQUE
Il giorno seguente non registrai nulla di significativo, tranne il prevedibile fatto che il signor Neele non si era presentato alla locanda neppure la sera precedente. E poiché ormai i giorni di assenza erano tre, martedì, mercoledì e giovedì, il signor Sheppard si era ormai rassegnato ad aver perso un cliente e a rinunciare al pagamento della stanza.
Ormai eravamo quasi al termine della nostra settimana di villeggiatura e io, in compagnia delle ultime pagine del libro del signor Rymer, attendevo che accadesse qualcosa, immaginando che la placida campagna che mi circondava potesse essere lo scenario di vicende torbide quanto quelle del mio libro. In cuor mio, a dire la verità, quello che attendevo era il manifestarsi di figure ben meno evanescenti e più familiari: aspettavo una risposta alla lettera che avevo fatto recapitare ai miei due amici a Londra.
L’aspettavo, ero sicura: di certo mi avrebbero risposto. Ma se invece, non riuscivo a non pensarci, davvero Holmes si fosse fatto una risata, nel leggere di presunti misteri nascosti nella placida campagna del Devonshire? E se Lupin, dopo l’arrivo a Londra del padre, avesse cambiato i suoi piani e deciso di lasciare la città, senza nemmeno avvisarmi? Sapevo che ne sarebbe stato capace, e non per cattiveria, ma con quella libertà d’animo che gli conoscevo bene e che me lo rendeva, a volte, incomprensibile e, sempre, eccezionale.
Trascorso dunque il pomeriggio tra questi fantasmi e quelli del mio libro, la ricerca di qualcosa di nuovo da leggere mi portò, la sera, nella biblioteca del signor Ralston, dove ebbi la fortuna di trovare, tra le file di libri acquistati al metro da un antiquario di Honiton, una copia, rilegata in blu, dell’Illustrated Crimean War Song Book, un libretto stampato qualche anno prima in Oakley Crescent, a Londra. E poiché di quella guerra, dopotutto, non sapevo davvero molto, me lo portai in camera e mi concentrai sulle pagine finali, dove si descriveva nel dettaglio quello che era accaduto in Crimea.
A quanto pareva, la guerra era destinata a essere ricordata per una carica suicida della nostra cavalleria, a Balaklava, che era costata la vita a moltissimi soldati. A dichiarare guerra era stato lo zar Nicola I, che, dopo avere definito l’impero turco “il grande malato d’Europa”, l’aveva attaccato. La motivazione era religiosa, dato che l’impero turco non consentiva i pellegrinaggi degli ortodossi e dei cristiani a Gerusalemme. Ma la ragione più profonda della decisione dello zar era quella di assicurarsi, con il disfacimento dell’impero ottomano, il controllo sul Medio Oriente. Quando i russi distrussero la flotta turca a Sinope, il 4 novembre del 1853, francesi e inglesi risposero con lo sbarco di sessantamila uomini nei pressi della città navale di Sebastopoli, per cingerla d’assedio.