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作者:意- Irene Adler 当前章节:15381 字 更新时间:2026-6-22 20:19

Alla prima grande battaglia, sul fiume Alma, la popolazione di Sebastopoli era così sicura della vittoria dell’esercito russo che uscì dalla città con tutto il necessario per fare un picnic sull’erba e godersi la scena. Ma non avevano fatto i conti con la fanteria leggera inglese e con la seconda divisione, comandata da Lord Raglan, la cui avanzata costrinse i russi a ripiegare dentro la città.

Gli inglesi fissarono il loro campo base a Balaklava, i francesi nella baia di Kamiesh, cingendo d’assedio metà della città. Dal lato nord i russi potevano continuare ad approvvigionare le loro truppe e, il successivo 25 ottobre, contrattaccarono. Inizialmente fermati dalla brigata pesante inglese e dal 93° reggimento, i russi ripiegarono una seconda volta verso Sebastopoli, ma a quel punto Lord Raglan, credendo per errore che i cannoni della città fossero stati rimossi, ordinò la carica della cavalleria. Una carica fatale, passata alla storia come la carica dei Seicento, metà dei quali morirono falciati dalle palle di cannone.

Sebastopoli non fu né conquistata, né liberata, e si creò una situazione di stallo. Poi arrivò l’inverno.

Saltai le righe successive, cercando di trovare il nome che Lady Westmacott mi aveva quasi gridato, la sera del ricevimento ad Ashfield Hall: Malakoff. Ma su quel piccolo pamphlet non trovai molto di più. Lessi che l’assedio di Sebastopoli resse a cinque bombardamenti, a una serie di sanguinose battaglie e di tentativi di sortita, fino a quando, il 5 settembre dell’anno successivo, iniziò il più violento bombardamento della storia, condotto da 592 cannoni francesi e 183 britannici.

Provai a immaginare che cosa potesse significare vivere con il rombo dei cannoni e la morte che cadeva dal cielo e, stretta nel mio letto, rabbrividii al pensiero di quello cui Lord Inglethorpe doveva avere assistito durante quegli undici mesi.

E, poi, proprio nelle ultime pagine, ecco che trovai quella parola: Malakoff. Si trattava di un bastione delle mura, il Bastione Malakoff, contro cui si concentrò l’offensiva degli inglesi, guidata da William John Codrington. Attaccarono alle otto di mattina dell’8 settembre, dopo una notte trascorsa in trincea, al suono delle mine francesi che sbriciolavano il bastione. La battaglia durò un’intera giornata, al termine della quale, finalmente, i russi ordinarono di lasciare la città. Intorno a Sebastopoli erano morti più di ventitremila soldati.

E io, stremata, mi abbandonai al sonno.

Il sabato si annunciò nuvoloso e con aria di rovesci. Lo diede per certo il signor Ralston, notando che le mucche del podere vicino erano tutte sdraiate sull’erba. Un chiaro segno dell’arrivo imminente della pioggia.

Ero scesa a far colazione di buon’ora (le marmellate del signor Ralston erano davvero eccellenti, e le uova strapazzate con la pancetta rosolata nello strutto ancora di più) quando una delle domestiche mi porse un biglietto.

– Per me? – domandai, con un sussulto.

E poi lo aprii, incredula e felice.

Gentile Irene,

nel caso le gravi faccende di cui ci hai fatto menzione nella tua lettera fossero ancora urgenti, ci puoi trovare nella stamberga trionfalmente chiamata Pale Horse Inn, dove intendiamo consumare, prima di ogni possibile indagine, una più che lauta prima colazione.

I tuoi amici,

Sherlock & Arsène

Avevo riconosciuto la calligrafia di Arsène senza nemmeno dover leggere l’intero biglietto e, non appena lo ebbi terminato, cercai di dissimulare la mia felicità. Erano qui! A Hemyock! Faticai a terminare la colazione, e ancora di più a salire in camera come se niente fosse.

– Orazio! – lo chiamai, non appena ci incrociammo nel corridoio. – Non potrai crederci, ma…

– …Avete bisogno di una scusa per prendere Gladys e scendere in paese – terminò lui per me.

Sbattei le palpebre, interdetta. – Ma come…?

– Sono mattiniero, signorina Irene, e facendo colazione in compagnia del personale di casa è impossibile non venire a sapere ogni novità, anche la più trascurabile. Come, per esempio, se sia arrivata della posta e a chi sia destinata. Inoltre, poiché da come mi sento osservato in questa contea sono giunto alla conclusione che il colore della mia pelle mi rende, agli occhi dei suoi abitanti, l’equivalente di un maiale con sei gambe, preferisco passeggiare prima che le strade si facciano troppo affollate… – mi sorrise il signor Nelson. – E si dà il caso che, mentre passavo accanto alla locanda del paese, mi sia giunto alle orecchie un suono inconfondibile: da una delle finestre proveniva una russata sonora e sfacciata, la stessa che qualche volta mi è già capitato di ascoltare.

– Arsène! – mormorai.

– L’avete detto voi, signorina… – continuò il signor Nelson. – Tutto ciò che ho detto io allo stalliere, invece, con il vostro permesso, è stato di sellare Gladys con…

– Una sella da uomo, voglio sperare! – lo interruppi io.

– I vostri pantaloni, più o meno sistemati dopo la caduta dell’altro giorno, sono già sul vostro letto.

Ah, già! I pantaloni! Per evitare che mi facessero domande li avevo nascosti nel cesto della biancheria, insieme a quelli del signor Ralston e di mio padre. Ma, a quanto pareva, nulla sfuggiva all’occhio del signor Nelson.

Che cosa potevo dire?

– Be’… grazie, Orazio!

E dunque eccoli lì, seduti al tavolo più remoto della Pale Horse Inn, con una montagna di pancetta affumicata in mezzo a loro e le forchette che mulinavano come sciabole.

– Sherlock! Arsène! – li salutai, trattenendomi appena dal correre loro incontro.

– Irene! – mi salutò il primo.

– Ma come sei vestita? – mi domandò il secondo. – Sbaglio o questi sono pantaloni da…

– Non sbagli… – lo interruppe Holmes, portandosi la mano al naso e aspirando forte. – Una puledra, non è vero? Manto chiaro, chiazzato sul muso. Di tre anni circa.

– Questa, poi! – esclamai. – E da quando sei esperto di cavalli?

– Da quando ci sono quelle… – mi rispose Sherlock, indicandomi la finestra opaca alle mie spalle e Gladys, impastoiata lì davanti.

Davvero incorreggibile!

Mi sedetti con loro, mi versai una tazza di tè e, in men che non si dica, si riformò il nostro invisibile equilibrio di intenti. Per prima cosa domandai loro come avessero fatto a raggiungermi e Arsène, nel solito modo mai troppo chiaro, mi confessò di avere di nuovo qualche sterlina a disposizione. Gli domandai se gliel’avesse portata suo padre, e Arsène evitò di rispondermi, cambiando rapidamente discorso.

– Io non vedevo l’ora di avere una scusa per uscire di casa un paio di giorni… – lo aiutò Sherlock, che in qualche modo condivideva il bisogno di riservatezza del nostro amico, ma per motivi diversi. – Non solo mio fratello Mycroft è tornato a Londra da Oxford per qualche tempo, per non so quale incarico di cui è insopportabilmente orgoglioso, ma soprattutto Violet, la mia sorella più piccola, ha appena ricevuto in dono un fischietto… e… be’: mi sta facendo letteralmente impazzire.

– E cos’hai raccontato, per poter venire fin qui?

– La mia solita scusa del circolo scacchistico: scacco al nobile di campagna! – mi rispose, masticando con soddisfazione la più lunga fetta di pancetta che avessi mai visto. La inghiottì con un singulto di piacere e poi aggiunse, un poco rattristato: – Il che però significa che domenica sera dovrò assolutamente prendere l’ultimo treno per Londra, e rientrare… e quindi, come dicevo ad Arsène… direi che non c’è tempo da perdere. Allora! Che cosa è successo, esattamente? E quali sono le tue ipotesi, finora?

Il tempo non era davvero molto e, stando attenta che nessun altro ci ascoltasse, raccontai loro, per filo e per segno, tutto quanto mi era successo. Mentre parlavo, Arsène prese a disporre gli oggetti della tavola in modo che ognuno rappresentasse uno dei luoghi della mia storia: Ashfield Hall, la casa del signor Ralston, la Pale Horse Inn, la radura dove avevo visto l’ultima volta il carro. Conclusi il tutto posando la tabacchiera in mezzo al tavolo e riferendo della strana lite con immediata riconciliazione tra Lord Inglethorpe e il suo valletto.

– Gli ufficiali sono tutti un po’ suonati… – commentò Arsène, mentre Sherlock si rigirava la scatolina d’argento tra le dita, la apriva e ne annusava il profumo e poi, mettendola controluce, cercava di leggere il nome di chi l’aveva fabbricata.

Ma ci avevo già provato io, e quindi niente, in quella direzione.

– Dunque? – domandai. – Credete che mi sia inventata tutto, oppure…?

– Oh, no. Niente affatto – rispose Sherlock. – Il tuo racconto è molto interessante, anche per una coincidenza che mi è venuta in mente mentre parlavi. Vi ricordate del dottor Beresford?

– Quello che hanno trovato morto a Jacob’s Island? – gli domandò Arsène.

– Avete continuato l’indagine senza di me? – chiesi subito.

– No – mi rassicurò Sherlock. – Ma l’articolo che parlava della sua morte diceva che anche lui aveva prestato servizio nell’esercito, e combattuto in Crimea. Chissà se il tuo Lord Inglethorpe l’ha conosciuto.

– C’è un modo di saperlo?

– Possiamo chiederglielo, naturalmente… – proseguì Sherlock. – Oppure, dato che in effetti non siamo venuti fin qui per il dottor Beresford, potremmo iniziare a dare una bella occhiata alla camera numero cinque.

– Oh, già… – disse Arsène, mostrando una chiave.

Li guardai. – Prego?

– Quando ci siamo fatti registrare, ieri, abbiamo fatto in modo di dare un’occhiata al registro, per sapere dove fosse alloggiato il tuo misterioso signor Neele – spiegò Sherlock Holmes. – Stanza cinque, dicevo.

– E a quel punto ti abbiamo aspettato – completò Arsène. – Naturalmente, dopo aver preso la chiave.

Ci dirigemmo al piano di sopra e, mentre imboccavo la stretta scala di legno che menava alle camere, intercettai lo sguardo del signor Sheppard, il proprietario, che mi osservava con disapprovazione. Dal suo punto di vista, che probabilmente era quello del buon senso, o perlomeno del senso comune, accompagnare due gentiluomini al piano delle camere non era cosa che una ragazza potesse fare. Lasciai che pensasse quel che gli pareva, data comunque la scarsa fiducia che mi aveva concesso quando avevo provato a intervenire nella discussione di qualche giorno prima.

– Ragazzi… – li avvertii, comunque. – Temo che non avremo molto tempo per guardarci intorno.

– Non credo che ci servirà – rispose Arsène.

La locanda aveva solo due piani, quindi le camere si trovavano direttamente sopra l’osteria. Un tortuoso corridoio, dal pavimento sconnesso, le divideva le une dalle altre. Il bagno comune, costruito sull’esterno dell’edificio, si trovava in fondo, appena prima della camera numero cinque.

La aprimmo e, come Arsène aveva previsto, rimanemmo piuttosto delusi da quello che ci trovammo dentro: niente.

Evidentemente, trascorsa la terza notte senza che il signor Neele facesse ritorno, il proprietario si era deciso a liberare la stanza.

– Ma non a chiamare la polizia… – osservai, dando una rapida occhiata all’interno.

Sherlock aveva aguzzato gli occhi e corrugato la fronte, nella consueta espressione che assumeva quando la situazione richiedeva concentrazione. Entrò comunque a controllare la camera, mentre Arsène e io rimanemmo sulla soglia. Si avvicinò prima al letto, scostò le lenzuola, le annusò, passò lo sguardo sul tavolinetto, sul ripiano della finestra, si chinò davanti al camino e…

Io mi voltai, perché avevo sentito dei passi lungo le scale. Il signor Sheppard, senza dubbio.

– Ci penso io… voi fate in fretta! – mormorai ad Arsène, e andai incontro all’oste. Lo incrociai proprio sui gradini e gli feci un grande sorriso. – È piuttosto lontana, la vostra toilette! E davvero poco adatta a una signora! – esordii, bloccandogli la strada. – Credo che dovrò tornarmene a casa, o andare direttamente da Lord Inglethorpe!

Lui incassò la testa tra le grandi spalle, e grugnì qualcosa. Ma dovette comunque arretrare di alcuni gradini, per riuscire a farmi passare.

Impiegai nell’incrociarlo più tempo che potei, fingendomi impacciata nel camminare con gli stivali da cavallo, tanto da schiacciargli un piede, e solo a quel punto, soddisfatta, scesi i restanti gradini che mi separavano dalla stanza da pranzo.

Sherlock e Arsène mi seguirono poco dopo, saldarono il conto della colazione e uscirono, raggiungendomi accanto a Gladys.

– Allora? – domandai.

Holmes guardò di sottecchi la puledra, che sbuffò e dilatò le froge. Lupin, invece, le staccò le briglie e cominciò ad accarezzarla dietro le orecchie.

– Brava… brava… – le sussurrò, con il tono di chi ci sapeva fare. Suo padre, d’altronde, gli aveva insegnato ad andare a cavallo fin dall’infanzia, ai tempi in cui tutti e due si spostavano con il circo.

– Ha bruciato una lettera, o una busta… – rispose Sherlock. – O almeno, ci ha provato…

Tirò fuori di tasca un angolo mezzo bruciacchiato di un foglio di carta da lettera, sul quale si riusciva ancora a scorgere, con qualche difficoltà, impresso in inchiostro blu, il timbro:

Studio legale

Archibald & Mallowan

88, Amwell St., Clerkenwell

London

– Che significa? – domandai.

– Molte cose – mormorò Sherlock Holmes. Si fermò a distanza di sicurezza da Gladys e si guardò intorno. – Che il signor Neele aveva con sé un documento legale, che non voleva più averlo, o che qualcuno, dopo che lui ha lasciato la stanza, ha cercato di farlo sparire…

– Già. A proposito. L’oste ha detto che Neele aveva lasciato i suoi bagagli in camera… – osservai.

– Io l’ho visto uscire con un sacco, ieri sera, dopo che siamo arrivati… – disse Arsène. – Forse li ha messi lì dentro, in attesa che… non so, che arrivi la polizia, o qualcosa di simile.

– Per quello che ho visto io, invece… – mormorò Sherlock – il nostro signor Sheppard non è il tipo di oste che voglia troppa polizia intorno.

– Cosa intendi dire? – gli domandai.

– Niente di più di quello che ho detto… Ma sarei pronto a scommettere che di questo misterioso signor Neele ne sa molto più di quanto sia disposto a raccontare… gratis, almeno. Dopotutto, è lui la nostra unica fonte: è stato lui a lamentarsi perché il suo ospite non era tornato a cena, a sostenere che avesse lasciato i suoi bagagli di sopra e che si trovasse in paese per fare visita a Lord Inglethorpe, e dunque in occasione della caccia alla volpe…

– I sacchi! – esclamai, a questo punto. – Stupida che sono! C’erano i sacchi, sul carro!

Arsène tenne Gladys per le briglie, ed entrambi i miei due amici mi guardarono con aria interrogativa.

– Quando mi ha quasi travolta, il carro era carico di sacchi, mi pare.

– Ti pare o sei sicura? – indagò Holmes.

– Ne sono sicura. E più tardi, quando guardando con il binocolo ho rivisto quell’uomo al boschetto di querce, ho notato che i sacchi non c’erano più.

– Oh, finalmente… – mormorò Sherlock Holmes. – Ora sì che la faccenda si fa interessante: un uomo scomparso con il suo bagaglio, una lettera di uno studio legale bruciata e adesso un misterioso contadino che fa sparire alcuni sacchi… dove, esattamente?

Temevo quella domanda. Ma era inevitabile.

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